GLI INFERMIERI E L’ASSISTENZA - Meeting di Rimini
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GLI INFERMIERI E L’ASSISTENZA

Partecipa Suzanne Gordon, Visiting Professor at the University of Maryland School of Nursing. Introduce Cecilia Sironi, Consigliera Consociazione Nazionale delle Associazioni Infermiere/i.

 

CECILIA SIRONI:
Visto che la sala è già piena, direi di iniziare questo incontro. Sono Cecilia Sironi e oltre a darvi il benvenuto qui stasera, il mio compito è quello di introdurre la nostra gradita ospite, protagonista di questo intervento dal titolo “Gli infermieri e l’assistenza”. Dico due parole su Suzanne Gordon e poi farò una brevissima introduzione, perché vorrei lasciare tutto lo spazio a lei e, anzi, in base all’ora ovviamente e alla vostra pazienza, lasciare un po’ di spazio alle domande. Suzanne Gordon è laureata in Discipline Umanistiche alla Cornell University e specializzata alla Johns Hopkins University; è Assistant Adjunct Professor alla Facoltà di Scienze Infermieristiche dell’Università della California a S. Francisco e Visiting Professor alla Facoltà di Scienze Infermieristiche all’Università del Maryland. Giornalista, autrice freelance dal 1970, scrive di cultura politica, tematiche inerenti le donne, infermieri e assistenza infermieristica e sanitaria. In totale ha scritto e curato la pubblicazione di dodici libri, scritto 350 articoli circa per le principali riviste e quotidiani nordamericani. Inoltre ha curato anche una rubrica radiofonica. Da 22 anni Suzanne Gordon è andata osservando gli infermieri e gli altri operatori sanitari che lavorano negli ospedali e nelle altre istituzioni degli Stati Uniti d’America e ha scritto di assistenza infermieristica, di care giving e care givers; quindi di persone che assistono e altre tematiche inerenti la riforma del servizio sanitario. Una brevissima introduzione anche perché vi spiego le motivazioni per cui è stata invitata al Meeting. Tre punti brevissimi per introdurla. Come ho già illustrato, a differenza di me, Suzanne Gordon non è un’infermiera. Sono un infermiera dal 1980. Vorrei appunto accennare ai titoli dei Meeting dello scorso anno e di quest’anno, poi vi dirò come ho conosciuto Suzanne Gordon; indirettamente prima nel 2006 e poi direttamente due anni fa a Verona. Concluderò questa presentazione con le motivazioni che ho proposto al Meeting per invitarla e colgo questa occasione per ringraziare immensamente gli amici del Meeting che hanno offerto questa opportunità a me e a voi. Ho desiderato presentare una persona che mi aveva particolarmente colpito e ritengo comunque significativa questa iniziativa per la sua portata e spero anche avrà un eco non solo nei media ma anche nel mondo culturale italiano, non solo nel mondo infermieristico e sanitario, ma nella società, in tutti i cittadini. Spero che ci siano qui persone che non sono operatori sanitari. Normal people spero. Primo punto: il tema dello scorso anno era “O protagonisti o nessuno”; ho fatto di tutto per invitare Suzanne Gordon l’anno scorso, perché questo tema mi sembrava veramente adatto alla persona che avevo conosciuto e, chi era presente all’incontro “Essere protagonisti nell’assistenza infermieristica” ricorderà che avevo accennato all’invito che avevo fatto a Suzanne Gordon; non siamo riusciti ad averla nel 2008, ma siamo riusciti ad averla con noi al Meeting nel 2009. Sempre l’anno scorso avevo motivato perché gli infermieri non sono considerati protagonisti nel sistema sanitario e anche diverse relazioni confermano questa impressione, che noi non siamo protagonisti. Lo scorso anno avevo sottolineato perché a mio parere lo sono e nel mio intervento avevo testimoniato perché mi sono sempre sentita invece come infermiera protagonista nell’assistenza infermieristica. Quest’anno il tema del Meeting è “La conoscenza è sempre un avvenimento”, quindi se penso a cosa significhi per me, nella mia esperienza, mi sento di affermare che conoscere è incontrare qualcuno, incontrare, ovvero impattarmi con qualcuno o con qualcosa; è un’azione, non qualcosa di statico, di passivo. Qualcosa di lontanissimo dal classico conoscenza – vaso da riempire – io metto contenuti, do conoscenza; non è questo. La curiosità e il desidero sollecitano la conoscenza; muovono ad interrogarsi per conoscersi. Per me è stato così incontrare Suzanne Gordon e la conoscenza di lei come persona è iniziata leggendo un suo libro; quindi è qui perché ho letto un libro: “Nursing against the odds”, il titolo completo è: “Infermieri alle strette. Come i tagli nella spesa sanitaria, gli stereotipi mediatici e la dominanza medica insidiano la professione infermieristica e i pazienti”. Un titolo molto forte. Ho letto questo libro ed è accaduto qualcosa, perché ho sperimentato una sintonia, una vicinanza con questa donna nata molto lontano, dall’altro capo del mondo che non vivo con tante persone e anche con tante mie colleghe infermiere con le quali lavoro e incontro e incontro nel mio lavoro, che conosco e frequento in Italia. Questo mi ha molto colpito e non è un infermiera! Mi ha doppiamente colpito. Come sono arrivata a questo libro di Suzanne Gordon? Corriere della Sera Lombardia, domenica 22 gennaio 2006; il Prof. Giuseppe Remuzzi scrisse un articolo di fondo dal titolo: “Il futuro della Sanità, incentivi contro la fuga di infermieri” e citava il libro di cui vi ho letto il titolo per esteso che era appena uscito, che era scritto da Suzanne Gordon, che da anni si occupava di infermieri, della loro immagine e delle loro problematiche. Remuzzi, questo professore italiano scriveva: “Stanche di un lavoro pesante, di orari impossibili, di doversi prendere cura di malati sempre più gravi, tante infermiere in tante parti del mondo lasciano prima che se ne riescano ad assumere altre”. Quindi abbandonano la professione e diceva: “È così dal ’98 ed è sempre peggio”. Seguivano dei dati più o meno catastrofici sul numero insufficiente di infermieri negli Stati Uniti, in Europa, in Italia e in Lombardia. Rimasi sconcertata; si chiede da sempre a medici di esprimere opinioni sulla carenza di infermieri; ma perché non dico solo, ma anche agli infermieri? Perché non verificare le motivazioni di questa carenza infermieristica? Possibile? Da sempre, da quando è nata la professione infermieristica i primi del ‘900, c’è carenza di infermieri. Ci sarà qualche motivo. Perché pur esistendo numerosi studi sulle motivazioni e i trend internazionali, non si attua mai alcun correttivo per invertire questa tendenza, se non provvedimenti di urgenza che tamponano il problema e non lo aggrediscono mai all’origine. Il punto è eliminare le radici del problema, non mettere delle pezze. Ma interessa davvero avere infermieri qualificati in numero sufficiente? Mi sono occupata di storia dell’assistenza infermieristica e posso assicurarvi che una delle frustrazioni di chi studia la storia nasce dal constatare che la cosiddetta emergenza infermieristica, che è un’emergenza ciclica – infatti anche adesso siamo in emergenza infermieristica -, è nata con la nostra moderna professione, perché nessuno ha mai voluto né vuole affrontare o almeno tentare di affrontare il problema. Da soli non possiamo, per questo dico che i cittadini, chi riceve l’assistenza, devono unire le forze. Leggendo i libri di Suzanne Gordon si trovano risposte a queste e a numerose altre domande, pur con delle differenze legate alla cultura, alla tradizione, al processo di professionalizzazione dei medici, degli infermieri negli Stati Uniti nel sistema sanitario. Ho acquistato e letto altri libri, ho saputo da colleghe austriache che sarebbe venuta in Italia, invitata dal Collegio IPASVI di Bolzano, e l’ho raggiunta a Verona il 17 settembre del 2008. Quindi l’avevo già incontrata con il libro ma l’ho incontrata di persona con delle amiche qua presenti. Volevo conoscerla ed è stato comunque un avvenimento l’incontro con lei. Ultimo punto e poi lascio a lei la parola. Perché ho proposto al Meeting di invitare Suzanne Gordon? Mi sembrava che Suzanne fosse riuscita a cogliere l’essenza della professione infermieristica e dell’assistenza più di numerosi infermieri e incontrare Suzanne è stato incontrare lei come persona, come donna, come madre, come professionista e come studiosa e amante della verità, cosa che mi attrae molto. Penso Suzanne possa testimoniare come sia vero quanto don Giussani scrive ne Il Senso Religioso: “Solo un sincero e autentico modo di conoscere l’oggetto, ciò che l’oggetto veramente è, conduce alla conoscenza”. Giussani insisteva molto su questo. Ciò vale per me come infermiera, come insegnante (sono 25 e passa anni che insegno), vale per gli studenti di qualsiasi ordine e grado, vale per i giornalisti che pure hanno le notizie e magari le riportano in maniera differente; vale per tutti noi, bombardati da una miriade di informazioni tramite Internet e altri media. Quindi è un invito che faccio innanzitutto a me stessa, o lasciamo vincere il pregiudizio, o in noi vince l’esperienza, quello che conosciamo, l’impatto che abbiamo con quello che incontriamo. È una sfida questa, per me innanzitutto è una sfida. Sempre Giussani ci ricorda: “Se una determinata cosa non mi interessa non la guardo, se non la guardo non la posso conoscere. Per farne conoscenza ho bisogno di porre attenzione ad essa e attenzione viene dal latino: essere tesi a. Per amare la verità più di sé stessi occorre un processo e un lavoro”. Quindi per amare la verità più di sé stessi, più delle idee, dei pregiudizi, delle incrostazioni che la vita mette su di noi, dei luoghi comuni. Pensate quanti luoghi comuni sugli infermieri! Anzi sulle infermiere! Quello che tutti pensano sulle infermiere. Ho in mente gli articoli sulle badanti usciti recentemente; va benissimo, perché le famiglie hanno certe problematiche, ma dire che una badante fa l’infermiera non è proprio…Vuol dire che non si conosce chi è l’infermiera e che cosa fa. Penso che Suzanne possa dirci molto in questo senso. Infatti do a lei la parola, che ci racconterà la sua esperienza; come ha conosciuto il mondo degli infermieri e come e perché ha iniziato a occuparsene, perché prima si era occupata di altro. A Milano poi il primo settembre parlerà maggiormente, perché tiene un altro incontro sui problemi della professione infermieristica rispetto ai media. Invece qui a Rimini le chiediamo di sintetizzare le principali motivazioni per cui è indispensabile dare voce agli infermieri nella società, e io dico in Italia – sono italiana, voglio essere assistita io quando sarò vecchia. C’è un interessamento diretto a questo, per tutelare le persone assistite, quindi tutti noi, perché senza interventi decisi a sostegno dell’assistenza e della professione infermieristica, di chi fa assistenza, il nostro futuro di anziani non lo vedo personalmente molto roseo. Quindi questa è un po’ un’introduzione, vi ho detto un po’ le tappe della mia conoscenza di Suzanne e adesso do la parola a lei.

SUZANNE GORDON:
Sicuramente la prossima volta parlerò meglio in italiano. Grazie davvero, grazie tantissimo di avermi dato l’occasione di essere qui. È davvero straordinario poter essere qui in questo incontro straordinario. Vorrei innanzitutto porvi una domanda: quanti tra voi sono infermieri o studenti di scienze infermieristiche? C’è qualcuno che non è un infermiere? Bene, mi fa piacere. Ci sono medici in sala? Ci sono giornalisti in sala? Bene. Innanzitutto cercherò di parlare un po’ a braccio e poi farò riferimento alla mia presentazione. Avevo preparato un intervento scritto, però abbiamo partecipato al focus prima di venire a questo incontro con Cecilia ed era un focus dedicato all’assistenza in Italia, all’accessibilità delle cure. Devo dire che sono rimasta davvero colpita, o forse dovrei dire piuttosto che colpita depressa dalle presentazioni, dagli interventi, perché abbiamo avuto un consigliere della Regione Lombarda e poi ci sono stati tre rappresentanti di aziende che operano nel settore sanitario e si è discusso di questo tema: in che modo offrire un miglior servizio, una migliore assistenza sanitaria domiciliare. Bene, non è stato mai fatto riferimento agli infermieri; si è parlato molto di medici, si è parlato di pazienti, si è parlato di famiglie e si è parlato di tecnologia informatica, di tecniche di imaging, di macchinari; praticamente di tutti tranne che di infermieri. Questo mi ha fatto veramente innervosire. Credo che questa sessione sia stata davvero simbolica, rappresentativa del problema della visibilità della conoscenza degli infermieri, quindi parlare dell’assistenza a persone che non sono infermieri è un po’ come fare conoscenza, perché credo che la gente sappia che esistono gli infermieri, a volte hanno anche fiducia degli infermieri; sanno che gli infermieri meritano fiducia; giusto? Però poche persone hanno la benché minima idea di quello che gli infermieri fanno. Certo, sanno che gli infermieri ci sono, ma non sanno il perché. Io ero proprio una di queste persone. Esattamente 25 anni fa, il 28 luglio del 1984, sono andata in ospedale per partorire il mio primo figlio; io sono la figlia di un medico molto famoso e quindi sono cresciuta in un ambiente ospedaliero, circondata da molti medici. Quindi mi ero fatta l’idea che i medici fossero i giocatori, per così dire, coloro che svolgevano il ruolo più importante, negli ospedali, nel settore sanitario e così via. Quest’idea naturalmente era stata sicuramente rafforzata dai giornalisti che scrivevano per i quotidiani, ma anche dalla televisione americana, sicuramente molti di voi vedono canali americani anche qui. La televisione americana è responsabile dell’inquinamento, della contaminazione della mente di molte persone a proposito del settore sanità. Siamo partiti con Marcus Welby M.D., un telefilm e poi adesso abbiamo Grace Anatomy E.R., House… Quindi fin dall’inizio abbiamo sempre un medico perfetto, che ha una vita perfetta, un’etica perfetta, una conoscenza perfetta e poi ci sono medici che sono imperfetti da tutti i punti di vista: dal punto di vista personale, emotivo, però sicuramente hanno una conoscenza perfetta. Quindi abbiamo sempre la figura del medico che sa tutto. In questi telefilm di argomento medico in questo momento non ci sono infermieri in ospedale, se pensate a House i medici fanno tutto da soli: fanno la diagnostica, si occupano della terapia ed è straordinario, fanno tutto loro e non ci sono infermieri, non ce ne sono in questi ospedali ed è la stessa cosa che ritroviamo in Grace Anatomy. Quindi quando andai in ospedale 25 anni fa ero vittima di questa ignoranza culturale, di questa mancata conoscenza a proposito degli infermieri. Quindi andai in ospedale e c’era anche una mia amica che era ostetrica, e pensavo che sarebbe rimasta accanto a me per tutto il tempo del parto e quello che scoprii mio malgrado è che in realtà non era mai accanto a me. Erano proprio le infermiere che gestivano il travaglio, furono le infermiere che si occuparono del mio benessere, di quello del mio bambino, furono le infermiere che gestirono tutto quello che accadde dopo il parto. Nei paesi industrializzati come ad esempio il nostro abbiamo dimenticato che solo 50 – 100 anni fa, il 34% delle donne, dei bambini regolarmente moriva durante il momento del parto. In molti altri paesi del mondo la stessa cosa accade ancora oggi e questo avviene, nella maggior parte dei casi, proprio perché manca l’assistenza infermieristica, che invece abbiamo nei nostri ospedali. È invece divenuto normale, la nostra sicurezza è diventata qualcosa di normale e quindi dimentichiamo che, senza gli infermieri, noi effettivamente potremmo morire. Quindi cosa accadde quando ero in ospedale 25 anni fa? Mi resi conto per la prima volta che esistevano gli infermieri. Se ci pensate, vi renderete conto che gli infermieri sono fondamentali, sono stati fondamentali anche per la mia sicurezza in quanto paziente. Questo per me fu una sorta di rivelazione ed è davvero straordinario, se ci pensate, perché non è una rivelazione capire che i medici sono importanti; non è una rivelazione capire che i medici hanno abilità, competenze, conoscenze, qualifiche, ma sicuramente molti di noi si sorprendono quando scoprono che anche gli infermieri sono esperti, hanno delle conoscenze, che salvano le nostre vite. Credo che anche gli infermieri capiscano che cosa significhi prendesi cura di una persona malata. Quindi per far riferimento ancora una volta alla sessione di cui vi dicevo prima, a questo focus a cui abbiamo partecipato, se la gente segue gli infermieri è impossibile, in quanto partecipanti a questo gruppo, pensare che la soluzione ai problemi degli anziani in Italia sia semplicemente mettere un computer a casa. Non è questa la soluzione del problema. I componenti della famiglia, gli amici, il malato, la malata cosa fanno? Stanno a casa da soli, anche se sono tanto malati, tanto vecchi e il computer si prenderà cura di tutto. È davvero incredibile, è incredibile che questa gente, con tutto il rispetto nei loro confronti, perché sicuramente sono molto intelligenti, sembrino aver dimenticato che i malati devono andare in bagno, come ci andranno? Lo farà il computer al posto loro? Il malato deve alzarsi dal letto, il malato deve mangiare, il malato si deve rigirare nel letto. Il computer rigirerà il paziente? Saranno i macchinari a rigirarlo? E poi i componenti della famiglia: la moglie, la figlia, il marito del malato o della malata…L’obiettivo di tutta questa tecnologia è portar fuori più rapidamente la gente dagli ospedali, perché costa tanto essere ricoverati in ospedale, però in ospedale ci sono infermieri, che sono lì 24 ore su 24 e questi infermieri hanno altri infermieri a sostituirli, perché è stancante prendersi cura di una persona 24 ore al giorno, 7 giorni alla settimana. Allora la madre, la moglie, la figlia del malato come si prenderanno cura del malato giorno dopo giorno dopo giorno senza ammalarsi loro stessi? Ci sono tanti studi in America che fanno riferimento proprio all’assistenza domiciliare; queste persone che forniscono l’assistenza domiciliare si ammalano e diventano loro stessi pazienti perché l’onere di prendersi cura del malato è enorme. Se voi capite cosa significhi assistenza, allora capite quello che sto dicendo. La soluzione che si trova al problema dell’assistenza del malato, all’assistenza domiciliare non può essere una soluzione fantastica, una sorta di panacea tecnologica. Abbiamo un sistema sanitario spesso controllato da persone che, in un certo senso, hanno delle manie, perché non capiscono cosa significhi prendersi cura di persone veramente malate, quello che fanno gli infermieri. Quando ho parlato a uno dei relatori del focus group e ho fatto riferimento ad alcuni di questi problemi lui mi ha detto: no, no, comunque si assumeranno delle persone che poi si prenderanno cura dei familiari a casa, le badanti. Il problema è che le badanti non hanno formazione, le badanti non capiscono quello che vedono, perché per essere infermieri non avete bisogno di avere un buon cuore, di un cuore buono, avete bisogno di un buon cervello e avete bisogno di un cervello educato, istruito e formato. Una badante può diventare sì un’infermiera se frequenta un corso, se studia e se quindi si fa dell’esperienza; ma senza questa esperienza, la badante o chi fa assistenza magari avrà un cuore buono, magari sarà molto legato affettuosamente al paziente, al malato, ma sicuramente non capirà quello che vede e quindi non potrà gestire i problemi. C’è questo problema sociale di natura globale, per cui riteniamo che gli infermieri siano persone dal cuore buono e che per prendersi cura di un malato, di una persona debole basti semplicemente avere il cuore buono, essere gentili. Questa fantasia è davvero esplosa, soprattutto se vi rendete conto di quello che gli infermieri fanno realmente. Vorrei introdurvi, farvi conoscere gli infermieri, ovunque essi lavorano: in ospedale, a casa, raccolgono ed interpretano i dati grezzi che saranno alla base della terapia e del piano terapeutico. Gli infermieri somministrano, controllano le prescrizioni mediche; tengono sotto controllo l’andamento e la guarigione del paziente; gli infermieri sono coloro che intervengono in prima linea e per primi nell’assistenza. Sono loro che proteggono i pazienti non soltanto da quelli che sono i problemi della loro patologia, della loro malattia, ma li proteggono anche dai rischi derivanti dalle varie procedure mediche, degli interventi ai quali si sottopongono. Inoltre proteggono i pazienti dai rischi e dalla vulnerabilità, per cui è difficile per i pazienti stessi, proprio perché sono ammalati, o proprio perché sono sottoposti a determinante terapie, è difficile per loro fare da soli cose che farebbero normalmente. Quindi, come vi dicevo, il malato a volte ha difficoltà respiratorie, non riesce a sedersi, non riesce a mangiare, non riesce a deglutire, non riesce a respirare, non riesce a rigirarsi, non riesce a camminare, ognuna di queste cose è estremamente difficile da fare. Uno dei problemi che abbiamo per quanto riguarda l’assistenza infermieristica è che pensiamo che chiunque possa aiutare un malato a camminare; pensiamo che chiunque possa aiutare una persona a mangiare, chiunque possa aiutare un altro ad andare in bagno, chiunque possa aiutare una persona a rigirarsi. Ecco, queste sono attività quotidiana e quindi non ci vuole intelligenza, conoscenza per eseguirle, però…Se osservate gli infermieri come ho fatto io, scoprirete che in realtà è estremamente difficile fare queste cose; far girare un paziente o lavare un paziente, fare un bagno a un paziente è molto difficile perché, quando si aiuta qualcuno ad andare al bagno, l’infermiere potrebbe notare se magari c’è una zona rossa sul gomito oppure sul ginocchio, sull’anca, sulla caviglia; quel puntino rosso che magari qualcuno senza la necessaria conoscenza non noterà, è l’inizio di una piaga da decubito, che potrà ingrossarsi, diventare enorme e potrà arrivare fino alle ossa e addirittura far morire quella persona. Ricordate Christopher Reed, Superman? Christopher Reed è morto proprio per questo motivo; non è morto per altre cause, ma semplicemente per le complicanze di queste piaghe. Quindi lavare una persona malata è molto diverso da fare il bagnetto a un bambino sano ed è molto diverso dal lavare un bambino. Aiutare qualcuno che magari ha avuto un ictus a mangiare, è molto diverso dal dare da mangiare a un bimbo; ma noi pensiamo che sia tutto semplice, tutto facile, perché fa parte di un’attività del nostro vivere quotidiano. Paola di Verona mi ha raccontato una storia incredibile, lei è un’infermiera, mi ha parlato di come ci si prende cura dei pazienti, di come si assiste i pazienti dopo un intervento chirurgico. Nel suo ospedale come in tanti altri ospedali del mondo i pazienti, dopo un intervento chirurgico, mettono delle calze contenitive che prevengono la formazione di coaguli, di trombi; però se la calza contenitiva nella parte superiore è troppo stretta può provocare essa stessa un trombo; quindi nel suo ospedale hanno sviluppato una particolare metodologia per indossare queste calze in modo da prevenire la formazione di trombi. Sembra semplice no? Dopo tutto sono calze. L’assistenza degli infermieri è proprio così: queste cose estremamente semplici possono essere difficili se non c’è un infermiere che vi aiuta. Solo un infermiere intelligente, formato, con conoscenza capirà i pericoli di queste calze e della conseguente formazione di trombi. Queste sono cose alle quali pensano gli infermieri, con tutto il rispetto per i medici, è un qualcosa a cui i medici non pensano ed ecco perché abbiamo bisogno del neurochirurgo, ma anche dell’infermiera del reparto di neurochirurgia, che lavorano in stretta collaborazione. Potrei raccontarvi molte storie di questo tipo. Vorrei raccontarvi un’altra storia e poi vorrei avere una discussione con voi piuttosto che continuare a parlare da sola. Anche questa è una storia che secondo me mostra il valore, la forza degli infermieri. Molte persone pensano come quella signora di oggi del focus group che ha sviluppato questa tecnologia, questi computer che riescono a risolvere tutti i problemi con gli anziani: diamo una badante a queste persone oltre al computer e risolviamo tutti i problemi. Vorrei dire qualcosa sul significato del vedere le cose di un infermiere e ho imparato questa cosa quando ho avuto un’esperienza personale. Ho un’amica carissima che è francese, per me è come una madre, una madre francese e la conosco da 40 anni, molto spesso vado a trovarli e adesso questa mia amica ha 84 anni, veramente le voglio moltissimo bene e mi preoccupo molto per lei. Recentemente ero a casa sua con un’altra mia amica che è infermiera, ho detto alla mia amica infermiera che questa persona a cui voglio molto bene è una persona molto fragile, spesso cade e quindi va spesso in ospedale perché ha 84 anni. Quindi le ho detto che ero molto preoccupata per lei e quindi la mia amica infermiera, che si chiama Chevonne, ha incontrato Lucille, questa mia amica anziana e poiché la conosceva soltanto da otto ore, sicuramente si è occupata di lei come una persona estranea si occuperebbe di un’altra persona. Per me invece Lucille è una persona molto importante. Eravamo a casa sua e una mattina siamo andate a fare la doccia in questo bagno che Lucille usa sempre. Ho usato questo bagno centinaia di volte, quindi sono andata, ho fatto la doccia poi sono uscita e mi sono vestita. La mia amica Chevonne, l’infermiera, ha fatto la doccia poi è uscita con l’asciugamano intorno al corpo e mi ha detto: Suzanne dobbiamo fare qualcosa in questo bagno. Io ho detto: Che cosa c’è che non va in questo bagno? Il bagno va benissimo. Allora mi ha tirata letteralmente dentro il bagno e ha fatto un’analisi dal punto di vista di un’infermiera del bagno, il bagno in cui ero appena stata a farmi la doccia. Ha analizzato per esempio i tappetini che erano sul pavimento, che erano scivolosi, non c’era nessuna retina di gomma sotto che li tenesse fermi, non c’era nessuna barra a cui potersi afferrare nella doccia, per cui la mia amica doveva salire su una specie di sgabello, dove non c’era nessuna superficie di gomma per poterle impedire di scivolare. Quindi ha fatto un’analisi molto approfondita del bagno e mi ha detto: questo bagno è veramente rischioso, rischia di morire la tua amica in questo bagno. Io invece ho guardato il bagno e detto: questo bagno rischia veramente di far morire la mia amica? Era come se si vedesse questa pagina di questo libretto in modo completamente diverso da come l’avevate visto qualche secondo prima. Quel pomeriggio siamo uscite, abbiamo comprato tappetini nuovi, uno sgabello nuovo, abbiamo fatto poi venire un idraulico, un falegname per far montare una barra alla quale reggersi. Veramente ero sorpresa dai miei stessi limiti, una persona come me che volevo veramente bene a questa mia amica…Ero veramente sorpresa della mia incapacità totale di aiutarla, perché io penso come una persona normale, non come un’infermiera che ha studiato. Quindi penso che tutti noi dobbiamo capire e dobbiamo iniziare comunque a capire. Questo devono farlo anche gli infermieri, perché gli infermieri trascorrono molto tempo parlando di quanto sono bravi, gentili, affettuosi, però in fin dei conti abbiamo bisogno degli infermieri perché ci salvano al vita, tutto qua. Dobbiamo assicurarci che non abbiamo delle complicazioni che possono essere evitate dopo un’operazione, per esempio; assicurarci che queste terapie così complicate a cui veniamo sottoposti vengano monitorate; assicurarci che tutto quello che viene fatto venga tenuto sotto controllo. Vorrei concludere leggendo una storia, perché credo che dovremo poi dare la parola agli infermieri. È una storia che Paola, di cui parlavo prima, ha scritto, che ci può aiutare a capire cosa significa essere un infermiere. Paola dice che quando in qualità di infermiere ti occupi della chirurgia hai molte cose da fare. “Fra tutte le cose che devi fare, devi aiutare i pazienti e occuparti delle cose che i medici non sono in grado di fare o comunque non sanno fare bene. Una di queste cose è gestire bene, in maniera efficace, il dolore dei pazienti. Vi faccio un esempio: recentemente mi sono occupata di un paziente che era un medico che insisteva dicendo che non aveva bisogno di molte cure da parte degli infermieri; questo paziente era stato operato per una ernia al disco e aveva avuto l’intervento il giorno prima. Il fatto interessante era che questo paziente era un medico, un gastroenterologo, che era andato in ospedale perché era molto famoso questo reparto per gli interventi alla colonna vertebrale. Appena ho iniziato a prendermi cura di questa persona, il medico-paziente mi ha chiesto di parlargli di quali sono le operazioni normali che avvengono nella parte post-operatoria di questi interventi. Dopo un paio di giorni aveva dolore e ha ricevuto una serie di farmaci antidolorifici, era molto preoccupato per questi antidolorifici, perché prima dell’intervento aveva avuto dei dolori molto forti alla schiena e quindi aveva dovuto seguire una terapia antidolorifica molto lunga e molto forte. Dopo l’intervento aveva continuato a prendere gli stessi farmaci ma continuava ad avere il dolore, inoltre aveva molto dolore a causa delle ferite, delle cicatrici. Quando questo chirurgo molto famoso è andato a vedere il paziente dopo l’operazione, il paziente gli disse che avvertiva molto dolore. Anche se questo chirurgo era molto competente e molto bravo, una delle cose che non faceva bene era la gestione del dolore. Non riusciva a capire che il dolore è un’esperienza personale e che ogni paziente ha un’esperienza del dolore in modo diverso. Quindi qual è stata la risposta del medico di quel chirurgo a quel paziente particolare? Ha continuato a dire che quel paziente stava immaginando quel dolore e che in realtà non aveva dolore, non avvertiva dolore. Il chirurgo aveva detto al paziente che aveva controllato il risultato dell’intervento chirurgico e che era tutto a posto e che andava tutto bene e che non doveva avvertire dolore, ma questo paziente purtroppo continuava ad avere dolore, quindi anche se l’infermiera aveva parlato al chirurgo del dolore e di questo problema del paziente, la terapia antidolore non veniva cambiata. Al momento della dimissione il paziente aveva così tanto dolore da non poter essere dimesso dall’ospedale e il paziente aveva chiesto al chirurgo e all’assistente che cosa potesse fare per il dolore. E ancora una volta entrambi, questi due medici, continuavano a dire che il dolore del paziente non poteva essere così forte come il paziente sosteneva. A quel punto io, che ero sta con il paziente diversi giorni e che vedevo come camminava, come si muoveva e il dolore che provava, compresi che dovevo fare qualcosa per controllare le suture e per diminuire questo dolore e visto che quello che veniva prescritto dai medici non funzionava, la prima cosa che ho fatto è stata quella di parlare con il paziente in maniera molto accurata e dirgli: “senta, il suo chirurgo è una persona molto brava e molto competente, nella maggior parte dei casi i pazienti che si sottopongono a questo tipo di intervento non hanno il dolore che lei prova, ma nella mia esperienza il tipo di dolore infiammatorio che lei sta avendo di solito può passare entro due o tre giorni, ma per poterlo risolvere bisogna prescrivere una pillola, una compressa di cortisone per i primi giorni, in modo da poter ridurre l’infiammazione e quindi controllare il suo dolore”. Il paziente ci ha pensato, mi ha ringraziato e mi ha chiesto di parlare con il chirurgo e di suggerirgli di prescrivere questo farmaco. Ho aspettato finché il chirurgo uscisse dalla sala operatoria e gli parlai di questa possibilità e il chirurgo era ormai così stufo di quel paziente a cui non passava il dolore che mi disse subito di essere d’accordo. Subito dopo l’inizio della terapia il paziente stava bene, era rilassato, sereno e tranquillo e molto grato mi ha detto: “vorrei ringraziarla per la sua pazienza, per la sua disponibilità e soprattutto per la sua competenza, per la sua professionalità. Se non fosse stato per lei probabilmente adesso avrei ancora dolore, avrei avuto lo stesso dolore che aveva reso la mia vita veramente insostenibile prima dell’intervento e che mi aveva portato a decidere a sottopormi all’intervento”.
Quindi il paziente ringraziò l’infermiera in questo modo. Vorrei sottolineare che questa storia ha molte implicazioni, perché il dolore non è soltanto qualcosa che si sente nella testa, perché se il dolore del paziente non viene controllato, il dolore cambia e provoca dolori cellulari e tessutali in una persona e quindi le persone che provano dolore non guariscono. La maggior parte delle persone non riescono a capirlo, ma il dolore non è soltanto qualcosa di sgradevole che crea disturbo, il dolore impedisce la guarigione, e in questo caso se il paziente prova dolore, per esempio non tossisce, questo può causare la polmonite; se una persona prova dolore e non cammina, possono crearsi degli emboli o dei trombi oppure ostruzione dei vasi sanguigni, quindi la gestione del dolore è qualcosa di veramente molto, molto importante e di molto serio. Quindi questa infermiera, Paola, non ha fatto soltanto qualcosa di umano o di gentile ma probabilmente quell’infermiera ha salvato anche la vita del paziente e ha risolto le cause di quei problemi. Questo non è qualcosa che una badante può fare, non tutte le persone conoscono la differenza fra un dolore infiammatorio e un dolore osseo, un dolore nervoso e le diverse tipologie di dolore e non sanno quali sono i farmaci che possono suggerire e via dicendo. Quindi credo che noi, nelle nostre società, nella mia società e nella vostra società, dobbiamo iniziare a capire l’importanza veramente fondamentale degli infermieri competenti e professionisti e dobbiamo veramente mettere insieme la nostra conoscenza con la loro conoscenza, perché al momento non riusciamo a capire che il lavoro degli infermieri si basa sulla conoscenza, pensiamo che sia una virtù, un atteggiamento, un’attitudine, qualcosa di bello, di carino che fanno le donne, dobbiamo invece riconoscere che è qualcosa che va molto oltre. Adesso vorrei aprire un dibattito, se avete delle domande, dei commenti e vorrei che ci fosse un dialogo fra di noi se possibile. Se c’è qualche domanda, qualche commento così a caldo. Qualcuno deve assolutamente avere qualcosa da dire.

DOMANDA:
Io volevo fare una domanda riguardo ad un discorso che ha fatto all’inizio: ha parlato di infermieri, e ha detto che è un lavoro logorante, faticoso prendersi cura e assistere una persona. Di conseguenza sembrava dire quasi che è un lavoro stancante. Di conseguenza gli infermieri se ne vanno, lo fanno per un tot di anni e poi se ne vanno. Volevo sapere se è possibile evitare questo stancarsi, questo non aver più voglia di assistere, e qual è il modo. Grazie.

SUZANNE GORDON:
Sì è assolutamente possibile, però bisogna avere una comprensione sociale dell’importanza del lavoro degli infermieri e quanto sia difficile fare questo lavoro, perché adesso, per esempio in Italia, gli infermieri devono occuparsi di troppi pazienti, giusto? Mi sembra che sia così, questa è la situazione. Il lavoro dell’infermiere non deve essere così faticoso, non deve essere veramente così duro, ma dipende dalla società, innanzitutto la società deve rendersi conto di questo: destinare più fondi a questo lavoro per poter anche attirare più giovani, più persone a questo lavoro, a questa professione. Quindi le persone innanzitutto devono capire che il lavoro dell’infermiere è un lavoro dinamico, divertente, importante, è un lavoro che comunque prevede una buona conoscenza, un’ottima cultura. Dobbiamo prenderci cura dei nostri infermieri, se vogliamo prenderci cura di noi stessi. E’ questo che dobbiamo capire. Credo che anche gli infermieri devono pretendere di più. Gli infermieri devono dire ai politici, alle persone, al pubblico, alla società quali sono i loro bisogni, quali sono le loro necessità. Attualmente credo che in molte società abbiamo una visione religiosa degli infermieri, come degli angeli che dovrebbero sacrificarsi, sacrificare la loro vita per i pazienti. Queste sono le aspettative sociali nei confronti di questa professione. Non è così però, non può funzionare in questo modo. Dobbiamo retribuire meglio gli infermieri, dobbiamo avere più infermieri, dobbiamo avere un maggiore lavoro in team, di gruppo, di squadra con i medici. Dobbiamo insegnare ai medici di rispettare di più gli infermieri, in modo che gli infermieri e i medici possano lavorare di più insieme, in collaborazione. Dobbiamo destinare molte risorse agli infermieri, in modo che la loro professione non li stanchi, non li logori così come fa oggi. Ma voi, come infermieri, dovete chiederlo, dovete dire a noi, alla società quali sono le vostre necessità. Attualmente invece gli infermieri sono troppo gentili e troppo discreti, troppo bravi. E ad essere troppo bravi è veramente un problema di salute pubblica, perché molti infermieri dicono no, va bene, non abbiamo bisogno di niente, abbiamo solo bisogno della gratitudine dei nostri pazienti. Non è vero invece, non è così. Perché in tutto il mondo gli infermieri lasciano il loro lavoro. Quindi noi come società, come pubblico, dobbiamo apprezzare quello che fanno gli infermieri e gli infermieri devono dirci quali sono le loro necessità, in modo che possano continuare a fare il loro lavoro.

DOMANDA:
Salve, sono Domenico di Ancona Le volevo chiedere una cosa, Le lancio una piccola provocazione. Nel mio ospedale la maggior parte degli infermieri è la responsabile piena del mancato riconoscimento degli infermieri. Cioè la maggior parte degli infermieri non si ritiene all’altezza di essere infermiere, o meglio non ha la coscienza piena di quello che vuol dire essere infermiere. E’ vero anche che dove lavoro io succede che organizzano un master per il coordinamento e fanno un concorso per coordinatore e non chiedono il master in coordinamento. Di conseguenza le persone, i miei colleghi trovano normalissimo dire: la nostra professione non vale la pena essere perseguita, non vale la pena continuare ad assistere perché l’assistenza è difficoltosa, come diceva lei. Tutto quello che lei ha raccontato, non lo so ridire da capo, è giusto, è sacrosanto. Volevo sapere: operativamente, come si può fare per rendere più visibile la nostra professione? Come possiamo fare operativamente, cioè nel concreto? Se lei mi risponde a questa domanda, io la seguo dovunque.

SUZANNE GORDON:
Io credo che questa sia la domanda più importante di tutte. Io credo che gli infermieri debbano iniziare a raccontare quella che è la loro storia, devono parlare alle famiglie, ai giornalisti, ai politici e così via. Devono parlare, devono raccontare quello che fanno, ma bisogna concentrarsi, focalizzarsi sulla conoscenza, poi in modo molto concreto, in base alla mia esperienza, gli infermieri si concentrano sugli aspetti emotivi del proprio lavoro, sugli aspetti emozionali. Ecco dovete spiegare in modo molto pratico e concreto, un po’ come la storia che vi ho raccontato a proposito delle calze contenitive, dovete proprio arrivare a questo livello di dettaglio. Se voi foste stati qui con noi oggi pomeriggio…. Io penso che cento infermieri avrebbero dovuto accerchiare questa gente, questi relatori, dovevano parlare al consigliere della Lombardia, dovevano spiegare, dirgli cosa c’è bisogno di fare per prendersi cura dell’anziano. Siete voi che dovete prendere l’iniziativa. Ecco a volte, certo, ci vorrà sicuramente un’azione politica, un’azione sociale, perché dovete veramente afferrare la gente per il bavero e spiegarglielo. Non dico naturalmente in modo aggressivo, non dovete essere aggressivi, però dovete essere assolutamente assertivi, quindi spiegare all’opinione pubblica cosa fate e cosa vi serve. Io ho scritto un libro dedicato a questo argomento, possiamo parlarne dopo se vuole, però io credo che sia necessario parlare alle famiglie, sia necessario parlare agli amministratori, e quindi dare agli infermieri il potere di sentirsi in grado di dire: io faccio qualcosa di estremamente importante.

DOMANDA:
Chiedo scusa, mi scusi. Va benissimo. Però io penso che da solo non riuscirei, nel senso che io posso andare a bussare a casa del sindaco di Ancona a spiegare la professione infermieristica. Quello che mi pare di aver capito da quello che mi sta dicendo, è che c’è bisogno di mettersi insieme e lavorare a questa cosa. E da qui lancio una provocazione alla dott.ssa Sironi, che ho sentito tante volte. Penso che sia ora che molti di noi si prendano le proprie responsabilità e comincino un cammino del genere, visto che la federazione sembra essere latitante da questo punto di vista e la maggior parte delle associazioni sono più tecniche che… Se voi siete d’accordo mi trovate sempre disponibile.

CECILIA SIRONI:
Io colgo subito questo per trarre anche le conclusioni e ringrazio Domenico. Comunque il fatto che Susan sia qui non è poco.

SUZANNE GORDON:
Voglio risponderle: quando io parlo degli infermieri che devono agire, voglio dire naturalmente che devono agire insieme, sono assolutamente d’accordo, lei non può fare tutto da solo, assolutamente d’accordo, però credo che ci siano cose che ogni singolo infermiere può fare da solo, lo credo fermamente. Ma creando questa sinergia sociale, gli infermieri devono e possono lavorare insieme. Volevo semplicemente dire questa cosa chiaramente.

CECILIA SIRONI:
Abbiamo tempo per un’altra domanda?

DOMANDA:
Chiedo scusa, uno dei vecchi infermieri, vengo addirittura dalla vecchia formazione del biennio, la signora non lo conoscerà perché in Italia erano formati diversamente gli infermieri. Beh, io posso dire che ho sempre trovato entusiasmo nella mia professione, ho lottato tanto e dovuto pagare tanto di persona per le mie convinzioni di infermiere, perché certe cose appartengono a me, alla mia professione e non si taglia. Una volta con un collega mi sono anche arrabbiato, gli ho detto, facevamo la notte durante il turno di notte e gli ho detto: prova ad andare all’altare e mettiti il vestito da prete, poi comincia a dire la messa, ti arrestano! Prova di fare l’infermiere! Qualsiasi altra persona, qualsiasi persona si spaccia, come diceva prima lei, per infermiere, lavora in ospedale, è un medico? No, è un infermiere, ci sono tante altre figure in ospedale, eppure siamo sempre stati li, io sono arrivato quasi alla fine, mi mancano 2 anni, se Dio vuole, non vedo l’ora di lasciare la professione, ma non mi ha logorato il paziente, mi ha logorato l’organizzazione, mi ha logorato… non ridico quello che ha detto il collega prima. Noi ci siamo trovati anni fa, e i giovani lo sanno, con le porte sbarrate davanti, io ero uno di quelli che facevano la bava alla bocca, ragazzi, perché la guerra si fa con i giovani. I generali ci voglio giovani, non ci vogliono più i vecchi, a questo siamo arrivati noi in Italia e ci lamentiamo perché non ci riconoscono. Ma provate a fare la notte, chi fa la notte in ospedale, lo si vede tutti i giorni, tutte le notti gli infermieri hanno quel patema, e quel paziente come mi sta, vado a vedere come respira, se respira, quel paziente l’ho girato, perché se no domattina c’ha già la piaghettina, come diceva la signora prima e dopo da quel piccolo rossore arriva la piaga… basta dire che adesso hanno fatto gli esperti delle piaghe. Grazie signori! Abbiamo sempre lottato noi contro le piaghe. Scusatemi, era una polemica che tanti anni… adesso mi sono arrabbiato tanto che co…. Ho chiesto a uno studente, purché ne venisse fuori uno, che facesse la tesi sul malcontento degli infermieri italiani, non è mai mai venuta fuori, perché? Perché neanche gli altri, neanche gli infermieri la vogliono sentire. Perché hanno paura, ma ci chiediamo perché i giovani, eppure c’è tanto posto, tanto spazio, è l’unica professione che si può permettere di dire: venite perché tanto ce n’è di posto, non vi licenza nessuno, perché non vengono i giovani? Perché le feste si lavora, perché il paziente comunque è a carico nostro, perché il paziente lo dobbiamo curare noi, gli dobbiamo rendere conto di tutto, tutti minimi campanelli. Una volta una collega, non sto a fare i nomi, del Veneto, disse: ma gli infermieri sono quelli che suonano per primi il campanello, cioè lo sentono suonare prima che le cose succedano. Ma cosa ci hanno fatto? Sì, ci hanno formato, ci hanno fatto, abbiamo il cuore, abbiamo tutto, ma forse abbiamo anche una professionalità che fino adesso nessuno ci ha riconosciuto, perché quando è arrivata la questione degli infermieri, la carenza, la signora diceva prima l’emergenza infermieristica, cosa ci hanno fatto? Ci hanno messo una pezza, ci hanno messo le toppe, e noi continuiamo a dire così, perché nessuno ha la voglia e il coraggio di scontrarsi. Grazie

CECILIA SIRONI:
Posso concludere. Bene sono contenta di questo dibattito animato. Comunque avete capito alla fine di questo incontro, perché Suzanne mi ha provocato nel lavoro al quale accennavo in apertura, perché leggere quello che lei dice è questo discorso del sentimento del cuore, noi non vogliamo dire che è cattivo, è che non basta, perché se no può farlo chiunque. Quindi la sua insistenza sull’intelligenza, sulla competenza e sulla preparazione è un qualche cosa che chiede il cambiamento a me innanzitutto. Anche come io presento quello che insegno agli studenti. Cosa posso fare ancora io adesso dopo tutti questi anni di insegnamento? Cambiare, iniziare a vivere io la mia professione in un modo diverso, quindi essere io protagonista e fare questo lavoro a me interessa perché ha un nesso con il mio destino, c’entra con il volere bene al mio destino, fare fino in fondo e non mollare su questo, continuare su questo. Quindi fare questo lavoro c’entra anche con il voler bene e farlo sempre meglio c’entra con i problemi della popolazione anziana di adesso. Fare qualche cosa per la popolazione, quindi voler bene agli uomini, vuol dire dare assistenza da professionista alle persone che me la chiedono. E’ questo un cambiamento nostro, di noi come infermieri con il sostegno dei medici e di tutte le professioni che vogliono darci una mano. Con i giornalisti noi non siamo mai stati bravi, lo dico io per prima, perché ti chiamano solo una volta all’anno per chiederti quanti si laureano questo anno. E tu metti giù il telefono. Ma perché solo alla fine dell’anno mi chiedi quanti se ne laureano? E che cosa fai tutto il tempo prima? Che risorse mi dai per formarli ecc. ecc..? Quindi cambiare il nostro rapporto con i giornalisti. Suzanne Gordon ha scritto libri, io terrò contatti, perché vogliamo tradurre delle cose. Il primo settembre è a Milano, al Circolo della stampa, è un’iniziativa e io ho coinvolto Suzanne che è qui perché sono riuscita a coinvolgere tutti i collegi della regione Lombardia, per finanziare il suo arrivo e il meeting mi ha dato una grande mano, perché contribuendo con le spese di viaggio ecc…. Può essere un inizio, l’obiettivo primario, ecco questo sottolineo, non è quello innanzitutto, per principio, per partito preso, di innalzare lo status della nostra professione ma rivendicare anche tutto questo senza dimenticare che ci sono persone che non hanno mai perso la motivazione, persone che hanno motivi concreti per scegliere questa professione, perché cercano lavoro presto. Scusate, un piccolo dato dell’Università degli studi di Insubria di questo anno: è il primo anno nella storia da quando siamo nell’università, quindi senza gli assegni di studio mensili che la regione Lombardia dava, che ci sono 130 posti a Varese – Como, è il primo anno nella storia, mai stato così: abbiamo 263 domande, perché? Perché manca il lavoro, perché c’è la crisi, questo è il motivo primo. Noi faremo del nostro meglio, forse per la prima volta riusciamo a selezionare anche il livello culturale degli studenti, quindi sapranno leggere e scrivere e far di conto, io dico perché sono molto terra terra, e quindi potremmo lavorare e formare… Certo troviamo anche persone, anche amiche, che ti dicono: ma mia figlia è bravissima, uscirà con una maturità e potrebbe fare qualsiasi cosa, ma per favore che non faccia l’infermiera. Allora questi siamo noi, questa è la popolazione italiana, questa è la media della gente, perché? Perché fare l’infermiere non è una professione, però questo giro, questo circolo vizioso possiamo interromperlo dandoci una mano, tenendoci in contatto. Ok, la federazione dei collegi si esprime in un certo modo, però nei collegi locali a volte si potrebbe fare di più e se inizi localmente a fare qualche cosa di più, vedo qui dei colleghi impegnati nei collegi, si può fare anche qualche cosa mandando qualcun’altro a Roma, a livello nazionale. E le associazioni libere? Io ho scelto personalmente di lavorare e impegnarmi in una associazione libera, la Cnai, perché? Perché l’associazione connessa con l’Aise ha finestre aperte sul mondo e mi ha mantenuta motivata nella professione, studiando all’estero, andando a convegni internazionali, portando e conoscendo. Perché ho letto un suo libro? Perché sapevo l’inglese, perché avevo certi tipi di … e quindi tutta questa cultura può ritornare in modo positivo nella professione. Il mio primo impiego è stato a Londra, chi mi conosce sa che don Giussani mi ha sempre favorito, perché aveva un feeling con gli infermieri, perché? Perché ha avuto esperienza diretta in questo senso. Quindi questo è un lavoro che possiamo fare, possiamo quindi rompere questo circolo chiuso che porta e genera carenza e avere più infermieri, avere persone più preparate e persone preparate vuol dire che non delegano, perché non hanno voglia di fare attività infermieristiche a personale non qualificato, che non ha una formazione adeguata. Ecco, queste cose a volte noi infermieri non le diciamo, capite perché con lei ho avuto subito questa intesa, perché ci può dare una mano come giornalista anche a spiegarci come porci nei confronti dei media, dei nostri pazienti. Cosa posso fare io da domani che torno a lavorare? Spiego di più quello che faccio, ma non perché un paziente possa dire beh abbiamo fatto due chiacchiere. L’infermiera infatti ha raccolto dei dati, ha fatto dei nessi con la persona per conoscere la patologia che ha, ha colto dei bisogni, quindi non erano le due chiacchiere che la persona ha letto, che il parente ha colto. Quindi esplicitare. Noi possiamo, ognuno di noi fare qualche cosa, possiamo farlo nei collegi entrando in qualche modo, facendoci sentire, ma anche nelle associazioni, proviamo e poi teniamo i nessi. Mi spiace, ho mandato una diapositiva dove c’era il sito di Cnai, comunque non c’è problema, quindi ci sono dei nessi, io ho anche aperto una rubrica “le nostre storie” con mail ecc.. le nostre storie, per raccogliere storie, perché per esempio non è possibile tradurre testi americani su storie di infermieri, il nostro sistema sanitario è diverso, lavoriamo in modo diverso, quindi se mandate le storie facciamo un libro ma non da pubblicare con una piccola casa editrice di nicchia, no ma con Mondatori, Rizzoli, un libro da vendere in milioni di copie agli italiani, ai cittadini italiani. Mandate delle belle storie, ci sono tutte le guide li che mi ha dato Susan, io ho solo tradotto. Ecco questo volevo dire, perché possiamo decidere di impegnarci tutti insieme per un futuro migliore, non solo per la professione, ma per la gente che assistiamo, per noi quando saremo vecchi. Questo è un po’ l’intento. E speriamo l’anno prossimo di avere altri appuntamenti con sale da 1000 posti.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

27 Agosto 2009

Ora

19:00

Edizione

2009

Luogo

Sala Tiglio A6
Categoria
Focus