Gaudì e la spiritualità catalana

Hanno partecipato: Joseph M. Ballarin, sacerdote, studioso ed esperto d’arte. Moderatore: Diego Meroni.


J. M. Ballarin

La matrice geografica di Gaudì è mediterranea. I Romani chiamavano il Mediterraneo il mare nostrum, noi lo chiamiamo “il mare piccolo”, perché è un mare con un limite, una misura; per fortuna nel Mediterraneo non c’è né la montagna più alta del mondo, né l’albero più grande dei mondo, né la bestia più bestia del mondo: tutto è a misura umana. E nello spirito mediterraneo c’è la dialettica, che già viene espressa dal greco, della hybris e della sophrosyne, cioè uscire di misura e restare nella misura. Ma anche più che mediterraneo Gaudì è catalano. Mi piacerebbe essere poeta, per cantare la mia terra, ma non ne sono capace! Ora, la nostra terra è la più piccola, la più povera e la più stracciata del Mediterraneo, ma c’è una cosa speciale nel centro della mia terra: Montserrat. Dappertutto si vede questa meraviglia di Dio che è la montagna di Montserrat, che è il capolavoro di Dio, un po’ gaudiniano: io penso che senza Monteserrat non si capisce Gaudì. E anche lo spirito catalano, si può descrivere in italiano, col nostro Dante (non è solo vostro!) che parla, nel Paradiso dell'”avara povertà di Catalogna”: e veramente l’avara povertà è la caratteristica più vera dei catalani. Ma è anche una povertà dialettica, che si dispiega in uno dei racconti del Boccaccio, dove si parla di uno dei re d’Aragona, Pietro il Grande, con i suoi catalani. Alla fine di tutte quelle storie più o meno ignobili raccontate dal Boccaccio, alla fine c’è come una rivendicazione dello spirito cavalleresco, precisamente in un re catalano. Per passare alla Catalogna, pensate ad un pezzetto di popolo della pianura padana, alcuni olivi come la Basilicata, un pezzettino di terra di bosco come l’Umbria, ma tutto piccolo e ristretto, avvicinando una cosa all’altra. E’ sufficiente, mi pare. Inoltre, Gaudì, è un altro fatto, parlava catalano; l’italiano è una lingua colta, il catalano è una lingua del popolo, anche se ha il suo sviluppo culturale. E importante: Gaudì parlava la lingua del popolo, non aveva nessuna differenziazione culturale, dalla nascita si sentiva popolo. Nel subcosciente d’ogni paese c’è una cosa che viene dimenticata, e poiché mi pare che uno dei grandi obiettivi di Comunione e Liberazione sia svegliare la coscienza storica del popolo, ora vi farò a grandi linee la storia della Catalogna. La Catalogna è l’unico Paese della Spagna che è carolingio, fondato da Carlo Magno; poi ha avuto un grande splendore romanico e un ancor più grande splendore gotico; in seguito, misteriosamente, per quelle cose che Dio solo sa, la mia terra è caduta nel sonno, più o meno nel ‘400, e il sonno è diventato incubo. Era un popolo morto, conservava la lingua ma (e questo è molto importante per capire Gaudì) il nostro popolo non ha conosciuto né Rinascimento né dispotismo illuminato, solo alcuni despoti che non avevano niente di dispotico e niente d’illuminato, ma davvero tutto era poca cosa. Miracolosamente, più o meno nel ‘700, questo paese si è svegliato, con il barocco, che non ha niente a che vedere con lo splendente barocco italiano. Diciamolo alla contadina: se il barocco italiano è un barocco di scarpe, il nostro è un barocco d’espadrillas, è povero.. come una contadina. Questo era l’inizio del risveglio che a metà dell’800 è diventato cosciente. E’ questo fatto che noi chiamiamo la rinascenza, la rinascita. La rinascenza non è nata nella città di Barcellona, è nata nella Catalogna profonda dalla lingua che è ancora viva, vivace, dallo spirito poetico dei catalani. Io sono forse l’unico catalano che nella sua vita non ha mai scritto un verso, tutti i catalani sono poeti di nascosto e vergognandosi. La rinascenza è incominciata a colpi di poesia, e così il paese ha riscoperto di nuovo la sua identità, la sua lingua, il suo carattere, la sua personalità. (…)

Gaudì è nato in una famiglia che faceva acquavite, era abituato alle curve dell’alambicco, e soprattutto era abituato ad una cosa molto importante nella Catalogna, la professione, era figlio di gente che amava il suo mestiere. Ma il ragazzo si vedeva che era intelligente, così fu mandato a Barcellona a studiare architettura. Quando arrivò a Barcellona era precisamente il momento di passaggio tra la fine della rinascenza, e l’inizio del modernismo. Un momento di grande sviluppo del modernismo in tutti i campi, artistico, culturale, economico, e soprattutto in quello che noi chiamiamo la scoperta della terra, scoprire la terra nella quale siamo nati. Mentre la rinascenza è condotta dai preti, il modernismo è condotto dai borghesi. Barcellona è una città assolutamente borghese, nel bene e nel male, insieme avara e prodiga. Gaudì, anche protetto dalla borghesia, rimane sempre povero, e di qui i tratti fondamentali della sua personalità; che mi pare siano questi: primo, la povertà che si fa pian piano più radicale (infine, ha cercato anche una povertà materiale, e l’ha trovata); secondo, uno spirito di libertà, che viene dalla povertà, nei confronti della borghesia, degli intellettuali e anche del clero. Gaudì non è mai stato clericale, era un cristiano che noi diciamo libero, andava per la sua strada. Ma, soprattutto, mi pare che Gaudì sia un’altra cosa: ancora più che povero, ancora più che libero, Gaudì è soprattutto una verginità innocente di bambino.

Gaudì è un grande tecnico dell’architettura, che non ha mai perduto i sogni di bambino, è sempre un bambino che sogna qualche cosa più grande di lui, un sogno innocente e ingenuo; ha sempre qualche cosa del bambino, anche nei suoi rapporti con la gente. Gaudì architetto: su questo secondo aspetto non dirò troppo perché domani lo faranno, meglio di me, persone specializzata in questo mestiere. Io parlerò dei suo modo d’essere architetto, che è un’altra cosa.

Prima di tutto Gaudì lavora per bene, il suo lavoro è ben finito, ben fatto e con tutta coscienza. Gaudì si è trovato, sotto questo aspetto, con una tradizione artigianale della Catalogna che forse è unica in Europa. I nostri falegnami sono veramente geniali, e non parliamo dei maestri ferrai; ancora si parla del sistema catalano di fusione del ferro, e le opere in ferro delle cattedrali sono uniche nella Catalogna, Ma soprattutto la meraviglia della nostra gente artigiana sono i muratori. I muratori lavorano con un sistema specifico catalano, che è la famosa volta catalana; forse voi non avete mai visto come fanno la volta sotto la scala: la fanno senza legno sotto, senza centina, fanno tre livelli di mattonelle, e tracciano l’arco con un cordellino riportato a rovescio, come Gaudì faceva i progetti delle chiese.

Gaudì è un architetto funzionale, anche dal punto di vista tecnico della parola. Lo dico perché ho vissuto alla Pedrera e la Pedrera è funzionale, gli spazi sono bene distribuiti, è sempre possibile trovare un angolino per restare da soli, ed è sempre possibile trovare uno spazio per restare insieme.

Gaudì è un solitario, è un solitario nella libertà creativa. Nella borghesia resta popolo, nei confronti della gerarchia resta chiesa, e niente di più.

Gaudì è un architetto la cui ricerca è soprattutto ricerca dello spazio, e anche negli spazi civili è ricerca di uno spazio mistico. Incomincia con una sorta di romanticismo arcaicizzante, prosegue ricercando, ma mai c’è una sua opera smarrita, la ricerca va sempre avanti, finché trova il senso della linea curva e dice quella parola: la curva è la linea di Dio, la retta è la linea dell’uomo. Se Einstein ha trovato lo spazio curvo nella matematica uscendo dalla matematica, Gaudì ha trovato lo spazio curvo uscendo dalla mistica. Lo spazio di Gaudì è l’infinità del tempo che è già nell’estasi, e anche nelle creazioni civili lo spazio di Gaudì è uno spazio mistico.

Bene, finisco parlando del cristiano. Allora, scusatemi, devo fare un altro percorso per la storia spirituale della Catalogna. Non so se voi conoscete alcuni o tutti i capolavori dell’arte catalana, ma la canzone di culla della Catalogna, come di tutta l’Europa, è l’Apocalisse, e da noi è il bellissimo affresco di Taúll. Dopo, il Cristo si fa più vicino, si vede la maestà romanica, che è crocefissa ma è vestita da re, è il Cristo di S. Paolo nella lettera agli Efesini, ai Colossesi, ai Filippesi. Ancora, e precisamente al tempo di S. Bernardo, Cristo si fa più vicino, è il Cristo dolente in croce, del quale noi abbiamo la bellissima immagine nel vangelo di San Giovanni. Infine il Cristo diventa un artigiano del popolo, e il sorriso del buon Dio di Dante è il sorriso del “bon Dieu” di Reims e d’Amiens.

Ma in questo momento, e precisamente nel ‘200, la Catalogna, che era un paese soprattutto monastico, riceve un nuovo segno cristiano: sono i frati mendicanti. La Catalogna è divisa in Catalogna vecchia e Catalogna nuova: la Catalogna vecchia praticamente non ha conosciuto gli arabi, è rinchiusa in se stessa, un po’ ostile; la Catalogna nuova invece, che ha conosciuti gli Arabi, è più aperta, più allegra. La Catalogna vecchia è stata segnata dai domenicani, e la nuova dai francescani, con tutte le scissioni possibili. Lo spirito domenicano risponde a quello che chiamiamo il buon giudizio, il francescano risponde a quello che noi chiamiamo rauce… che è il vento dello spirito senza limite. Hanno dato i due più grandi santi della Catalogna: Raimondo di Penafort, dei domenicani, e il più grande catalano della nostra storia, Raimondo Lullo.

Dopo è venuto il momento del sogno, dell’incubo, e noi abbiamo sofferto per una spiritualità sovrapposta, che non era la nostra: tutti i vescovi venivano di fuori, tutte gli ordini religiosi venivano controllati da fuori, ma cosa è restato? E’ restato quello che resterà sempre nel popolo, il prete contadino. Perciò all’inizio ho detto che sono un prete e vorrei non essere tanto colpevolizzato per essere soltanto un prete contadino, che è il padre dell’Europa.

Non sappiamo ancora quanto dobbiamo a questa povera gente che vive in paesini sconosciuti, e che non fa altro che fare la messa e perdonare i peccati, senza nessun messaggio e nessuna specie di splendore. Nella Catalogna è restato solo questo.

Il barocco è il riinizio del risveglio, ma la spiritualità estranea continua, e allora fino alla rinascenza si forma una specie di dicotomia. L’alto clero continuava con questa spiritualità, e anche con qualcosa che si può chiamare la prudenza catalana. S. Tommaso d’Aquino dice che la prudenza è recta ratio agibilium, saper fare quello che si deve fare; la prudenza catalana è a rovescio recta ratio non agibilium, è non fare niente, aspettare sempre, allora non si rischia mai e si perde il senso cristiano del rischio. La gerarchia di questo tempo fosse anche una grande, bella gerarchia, però è una gerarchia che non rischia, ma il popolo veramente rischia e così si forma la dicotomia.

Gaudì è inintelligibile senza l’altra figura geniale della mia terra sconosciuta da voi, che è Mossen Cinto da Laer, il nostro poeta nazionale. E’ un contadino d’élite, della Catalogna vecchia, che non ha fatto altro che una cosa, fare cantare il popolo.

Spesso, quando celebriamo il Natale, per es., cantiamo Mossen Cinto senza saperlo, e le sue canzoni si mescolano con le vecchie canzoni della nostra terra, e non si sa quale è più vecchia dell’altra. Mossen Cinto è morto sconosciuto, dimenticato da tutti, ma quando durante a guerra civile i rivoluzionari hanno bruciato tutte le chiese della Catalogna e hanno ammazzato forse 2000 preti, il monumento a Laer al prete Mossen Cinto nessuno l’ha toccato, perché era del popolo. Gaudì era di questa specie, e nel fondo del suo cuore c’è quello che noi tutti catalani abbiamo al fondo del nostro cuore: un benedetto sogno francescano, cioè noi vorremmo che la nostra povertà diventasse veramente povertà cristiana. Allora Gaudì si può chiamare frà Antonio Gaudì, è un frate francescano. Oggi i tecnici parlano di Gaudì, dicono che sia questa cosa, che sia l’altra, ma in fondo… Per esempio, io conosco i tecnici più esperti dell’opera di Gaudì, anche stranieri, e non parlano mai del suo senso cri- stiano: se fosse ateo non lo direi, ma al centro della sua vita è il Cristo e non altro. Allora quando parlano di Gaudì e della sua sensibilità, occorre dire: non ha nessuna sensibilità, ha soltanto il senso del cristianesimo. La sua spiritualità non è influenzata né dal clericalismo, né dall’elaborazione teologica, né dal movimento liturgico: non c’è niente di questa spiritualità illuminata. Nella scia della spiritualità popolare, il Gaudì continua con i tratti di povertà, di libertà e di verginità, espressi attraverso la devozione popolare, e soprattutto attraverso il Rosario. Io non so cos’è il Rosario in Italia, ma nella mia Catalogna è la liturgia familiare. Non si può capire cos’è il Rosario se non si è stati davanti al fuoco vicino al camino della casa, mentre qui si addormenta un vecchio, là la padrona fa i fagioli, l’altro taglia un po’ di legna… Il Rosario è la liturgia familiare. Mi pare che tutta la plastica del Gaudì sia in fondo una plastica del Rosario, e naturalmente della Madonna, perché noi catalani possiamo non credere in Dio, ma non possiamo non credere alla Madonna. Piano piano Gaudì diventa più francescano, e mentre cerca la plastica dello spazio mistico ritrova il canto della natura: gli uccelli, i fiori, immersi tutti nella quarta dimensione, cioè nella dimensione spirituale.

Gaudi è un uomo fatto di silenzi, fatto di preghiera e cantico, ma cantico silenzioso. Voi non conoscete la Sagrada Familia come io la conosco: io non la conosco, io la vivo. Allora nel fermarsi vedendo la Sagrada Familia o il portico del Natale l’anima resta calma e diventa una sola impressione: la prodigiosa e meravigliosa solitudine della preghiera che ha fatto quella cosa. Negli ultimi anni, quando ha vera- mente il suo massimo sviluppo spirituale, il suo studio era diventato un eremitaggio.

Bisogna rifare la sua passeggiata per Barcellona, dalla Sagrada Familia fino all’oratorio di S. Filippo Neri, vicino alla Cattedrale, per capire Gaudì. Oggi la faccia della città è un’altra, ma passare da quel quartiere, che allora era un quartiere di operai, poi attraversare il quartiere borghese, infine trovarsi ai piedi delle mura della città vecchia, entrare nel silenzio delle ombre gotiche, era tutta una passeggiata per la storia della Catalogna. Durante una di queste passeggiate è morto, è morto come un povero. La morte di Gaudì è stata la consumazione della sua povertà. Non so se sono riuscito a spiegarvi qualcosa, ma ho provato a dirvi questo: Gaudì era la coscienza cristiana di un popolo diventata geniale.

 

Data

23 Agosto 1987

Ora

15:00

Edizione

1987
Categoria
Incontri