DIALOGHI CON…

“PICCARDA C’EST MOI”. Nella selva del vissuto dantesco
A cura di Bruno Sacchini, Sceneggiatore e Regista. Partecipano: l’Autore; Alessandro Masi, Segretario Generale della Società Dante Alighieri. Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.

 

DIALOGHI CON…
Ore: 17.00 eni Caffè Letterario A3
“PICCARDA C’EST MOI”. Nella selva del vissuto dantesco
A cura di Bruno Sacchini, Sceneggiatore e Regista. Partecipano: l’Autore; Alessandro Masi, Segretario Generale della Società Dante Alighieri. Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.

CAMILLO FORNASIERI:
Un caro benvenuto. Cominciamo questa proposta intermedia tra i due momenti di proposta di letture del Meeting di Rimini e abbiamo ancora una volta una proposta di lettura sul grande padre Dante. Abbiamo un libro edito dalla Società editrice fiorentina, dunque si recuperano le radici con questa edizione e il libro è “Piccarda c’est moi”. Nella selva del vissuto dantesco di Bruno Sacchini. Bruno Sacchini, lo sveliamo per i più giovani, prima di essere o contemporaneamente a quando è stato docente di letteratura nei licei per una ventina di anni, è stato direttore artistico del Meeting di Rimini. E’ persona poliedrica, perché è sceneggiatore, regista, è stato insegnante, ha collaborato a vari scritti riguardanti Fellini, un altro grande di queste zone, Lionello, Albertazzi e ha pubblicato un romanzo, edito dai Santi Quaranta di Ferruccio Mazzariol. È stato finalista del premio Campiello. Quindi una persona intensa e originale. Con noi abbiamo ospite, qui al Meeting di Rimini, Alessandro Masi, alla mia sinistra. Critico e storico dell’arte, getta la sua attenzione sia sul periodo dantesco che su i lavori di Dante – dal ’99 è segretario generale della Società Dante Alighieri – sia sull’arte contemporanea del ’900. Tiene inoltre diversi corsi in diverse università, tra cui anche lo IULM nella sede si Milano. “Piccarda c’est moi” prende certo il nome dalla importante figura del terzo canto del Paradiso, ma l’attenzione dell’autore è rivolta a Dante stesso. Io chiederei a lui di raccontarci perché ha scelto di raccogliere assieme i punti controversi di Dante e soprattutto come è possibile che essi siano soggetti a tante e spesso opposte interpretazioni.

BRUNO SACCHINI:
Grazie. Allora io incomincio, sperando di riuscire a dominare il brusio della location, nell’attesa che il professor Masi, con ben altra autorevolezza dantesca, intervenga sulle mie parole chiedendomi, interrogandomi, contestandomi, aggiungendo, confermando o meno in maniera da drammatizzare un po’ quello che altrimenti sarebbe una conferenza pura e semplice. Io non parlerò ovviamente di tutto il libro, anche perché poi so che in mezzo al pubblico c’è l’editore e io il libro devo venderlo, quindi se vi dico tutto, se vi dico come va a finire, chi è che lo compra il libro? Anche perché non ci sarebbe tempo di dire tutto quello che c’è qui dentro. Mi limiterò a raccontare come storicamente è nata questa riflessione sulla Divina Commedia, che è nata in definitiva ai tempi, ahimè per me lontani, di quando insegnavo. Spiegando Dante, c’erano sempre dei passaggi, gli specialisti li chiamano “croci dantesche”, che la critica non era riuscita a esplicitare, nel senso che uno li spiegava in un modo, uno in un altro e gli stessi ragazzi ad un certo punto dicevano: “ma, insomma professore, qui come è messa la cosa?”. E io mi limitavo a dare la spiegazione più accreditata, finché, ad un certo punto, mi sono sentito costretto a farmi interrogare dalle loro interrogazioni e a soffermarmi su questi punti apparentemente più ambigui o enigmatici con la percezione che proprio lì sotto si nascondesse un fil rouge, che poteva spiegare Dante, poteva spiegare il vissuto dantesco in maniera molto più persuasiva di quanto non lo facesse questa sorta di inevitabile monumentalizzazione in cui inevitabilmente viene impacchettato Dante. Voi sapete, e tutti sappiamo, che nei confronti di un monstrum come Dante tendiamo ad essere più in soggezione che capaci di farci realmente commuovere per quanto riguarda soprattutto la sua vicenda umana. Non è che non ci commuoviamo di fronte a Paolo e Francesca, davanti ad Ulisse, etc., ma spesso e volentieri noi pensiamo a Dante come uno che si “impanca” maestro e noi dobbiamo solo imparare. Comunque io vorrei cominciare proprio dal canto che ha inaugurato per me questo tipo di approfondimento di Dante, che è il canto tredicesimo dell’Inferno. Chi ha fatto un po’ di Dante, forse si ricorderà che è il canto dei suicidi. Come sono puniti i suicidi? Sono trasformati in alberi. Dante si trova davanti ad una foresta pietrificata, ci sono le arpie che mettono sui rami dei versi strani, cioè disumani. La foresta è percorsa da torme di dilapidatori dei propri beni, che hanno fatto violenza nei confronti dei propri beni, così come i suicidi hanno fatto violenza nei confronti della propria vita; questi correndo, inseguiti da una muta di cani feroci, travolgono e spezzano i rami, i cespugli, che sono i suicidi così dannati, fanno uscire sangue, parole e fumo. Insomma, è una scena se volete un po’ inquietante ma non è particolarmente orrifica. Nell’Inferno, voi sapete, ci sono fiumi di pece bollente, ci sono corpi maciullati e squarciati, ci sono fisici deformati mostruosamente dall’idropisia, ci sono dannati che da forma umana assumono forma animalesca, diventano serpenti, insomma ci sono cose molto più sconvolgenti che non una foresta pietrificata. Ora, i critici per primi hanno detto che Dante in nessun altro posto come nell’Inferno è letteralmente basito, atterrito, pietrificato come davanti a questa scena. A partire dai versi finali, dove Dante insiste sul “non” – “non era ancora di là”, “non fronda verde”, “non rami schietti”, “non pomi v’eran”, “Non han sì aspri sterpi né sì folti” etc. etc. – questo “non” ripetuto sembra voler sottolineare la disumanità della scena, del paesaggio. Che ci sia qualcosa sotto, che cioè non sia normale che Dante in nessun altro canto dell’Inferno sia così agghiacciato come davanti a questa scena, lo dice anche un altro fatto, che qui Dante non fa altro che riprendere una reminiscenza virgiliana, il personaggio di Polidoro, che Enea incontra sulla spiaggia della Tracia trasformato in cespuglio. Quindi era una cosa non nuova per Dante. Eppure Dante è talmente pietrificato da ciò che vede, che ad un certo punto no riesce più a parlare. Ed è Virgilio che deve parlare per lui interrogando l’albero, il ramo a cui Dante ha strappato un fuscello e dal fuscello ha cominciato ad uscire sangue. Che comunque questa situazione sia del tutto stravolta e stravolgente per Dante lo dice la terzina in cui Dante dice: “Io sentìa d’ogni parte trarre guai, e non vedea persona che `l facesse;” non vedevo nessuno che emettesse lamenti, “per ch’io tutto smarrito m’arrestai”. Poi dice Dante: “Cred’ïo ch’ei credette ch’io credesse che tante voci uscisser, tra quei bronchi, da gente che per noi si nascondesse”. Dante pensa che Virgilio abbia pensato che lui a sua volta abbia pensato che questi lamenti nascono non dall’albero a cui è stato rotto un ramo ma da persone nascoste dietro gli alberi. Ma questo modo di esprimersi, “Cred’io ch’ei credette ch’io credesse” non è normale, è un segnale, è una specie di lampadina rossa, di led rosso che, quando comincia a pulsare, vuol dire che sotto c’è qualcosa. E questo qualcosa non è semplicemente, come ha detto una critica, “un tributo esteriore al personaggio in questione”, che è Pier Delle Vigne, notaio di Lentini, dignitario siciliano che si è suicidato perché viveva nella corte imperiale e tutti si erano coalizzati per invidia contro di lui, non è in altre parole un omaggio alla retorica del personaggio qui rappresentato, sarebbe una cosa abbastanza estrinseca. In realtà qui emerge un disagio da parte di Dante, talmente lancinante che Dante si mette a balbettare “Cred’ïo ch’ei credette ch’io credesse”, è una specie di “ipolalia” linguistica, è una specie di incespicamento da parte di Dante, per cui Dante letteralmente diventa balbuziente, che se ci pensate un attimo, è quanto di peggio può capitare ad uno scrittore, perché uno scrittore che perde la parola, peggio di così non si può. La cosa è ribadita dal modo con cui il personaggio in questione, attraverso il ramo rotto, comincia a parlare. E dice Dante: “Come d’un stizzo verde ch’arso sia”, un carbone ardente, “da l’un de’ capi, che da l’altro geme e cigola per vento che va via, sì de la scheggia rotta usciva insieme parole e sangue; ond’io lasciai la cima cadere, e stetti come l’uom che teme”. La stessa difficoltà di comunicazione, lo stesso incespicamento vocale, quasi la stessa balbuzie, connota anche la parola del dannato. Perché questo? Perché proprio qui Dante si mostra così smarrito, così intimidito, così atterrito da questa situazione, visto che non è una situazione particolarmente orrifica? Perché proprio qui Dante addirittura perde la parola? Perché? Per capirci qualcosa bisogna che facciamo un passo indietro, andando a ripescare qualche altro episodio, per il momento infernale in cui Dante si mostra altrettanto sconvolto. Perché evidentemente non davanti a tutti i dannati infernali Dante mantiene lo stesso atteggiamento. Di fronte a certe situazioni viene preso in maniera così lancinante da questa sorta di captazione immaginaria, di immedesimazione con la situazione del personaggio, che evidentemente lì sta accadendo qualcosa. E andiamo ad un altro canto, talmente famoso che sembrerebbe che non ci fosse più niente da dire, perché sull’episodio di Paolo e Francesca, canto quinto dell’Inferno, sulla storiaccia di amore e morte di Paolo e Francesca, non a caso avvenuta in quello che evidentemente era anche allora il divertimentificio nazionale, visto che succedevano certe cose… Tra parentesi, io in questa rapida conversazione parlo degli episodi più noti e più famosi, non parlerò di Piccarda, non solo per il motivo detto sopra, non parlerò di Raab, non parlerò di Farinata, perché non c’è tempo, ma anche perché in questa collocazione pomeridiana, credo sia più giusto e più fruibile parlare degli episodi più famosi, che sono poi gli episodi i quali sono tanto famosi che ad un certo punto si pensa, e la critica per prima pensa, che non è che ci sia molto altro da dire.

ALESSANDRO MASI:
Se mi permetti, prima di far declamare Paolo e Francesca, è doveroso voler fare una premessa. Chi ascolta ora la presentazione di questo libro, può immaginare che siamo di fronte alla critica dantesca alla Sapegno, cioè una riflessione. In realtà, una premessa va fatta. Io ho bloccato Sacchini prima del suo intervento perché il fulcro del libro sta tutto in questo. Sacchini prende alcuni personaggi importanti, fondamentali nei passi della Divina Commedia. Quello che sta anticipando, è un omaggio poi a Rimini di Paolo e Francesca, è un passaggio noto a tutti. Ma la cosa divertente di questo libro, interessante e divertente allo stesso tempo, è che Sacchini rivolta un po’ l’atteggiamento della critica entrando a gamba tesa nel testo dantesco, da una parte rovesciando l’usuale critica che noi conosciamo, Sapegno, quella più classica, filologica, dall’altra entrando a gamba tesa con un linguaggio anche nuovo, anche osando, un linguaggio che va oltre il linguaggio compassato della critica. Quindi anticipandovi questo passaggio di Paolo e Francesca, lui ha spiazzato anche un po’ me, nel senso che il testo classico di Paolo e Francesca, nel passaggio in cui lei dice: “Amor, ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona”, lo abbiamo letto tutti sempre nei termini di equivalenza. L’amore, chi è amato, dovrà essere corrisposto, l’amore è un fatto di corresponsione, quindi è una legge fisica, si direbbe, però qui c’è uno scoop, sia come linguaggio e sia come interpretazione.

BRUNO SACCHINI:
Se fosse vero quello che dice la critica tutta, se fosse vero che “Amor che nullo amato, amar perdona”, se fosse vero che questo verso significasse che non è possibile che chi è amato non sia indotto a riamare a sua volta, voi capite che l’umanità avrebbe risolto i due terzi dei suoi problemi, perché io che sono innamorato follemente di una, in base a questa dottrina d’amore che Dante desume da Andrea Cappellano, fra l’altro, allora basta che insista e prima o poi la cosa è fatta. Credo che tutti abbiamo fatto esperienza che non sempre le cose vanno così. Allora, a pensarci bene, questa è un’idiozia che non la trovate neanche sui baci perugina. Non ha senso.
Io mi sono permesso di interpretare la cosa in maniera, credo, anche grammaticalmente e filologicamente più esatta: non è possibile, cioè non è lecito a chi si scopra amato da qualcuno approfittarne, pur non amando l’altra, marciandoci sopra, come a dire “ogni lasciata è persa”, che è un concetto per lo meno che mi sembra un po’ più realistico che non l’altra menata che se uno è amato prima o poi si innamora anche lui, che mi sembra un po’, come dire, un controsenso. Scusate, ma io purtroppo non sono di quelli che si ricordano tutto, anzi perdonatemi se sbaglierò qualche citazione o qualche nome, perché io ho l’idiosincrasia per i nomi, poi con la vecchiaia la cosa è diventata tipo Alzheimer e quindi avrò sempre bisogno di andare a cercare. Fra l’altro, così ne approfitto, così nessuno si offende e ma anzi mi compatisce: se qualcuno dopo volesse chiedermi una dedica, e sono 40 anni che ci conosciamo e siamo amici da sempre e io sul momento non ricordo il nome, non si offenda per favore, mi compatisca e mi dica il nome. Ecco così l’ho detto e mi son levato un peso e amen. Comunque Francesca dice: “Amor che nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte che come vedi ancor non mi abbandona”; in altre parole cosa dice qui Francesca? Francesca dice che è lei che si è innamorata di lui, è lei che ad un certo punto ha cominciato a nutrire questo amore folle nei confronti di lui, non viceversa. Lui ci ha marciato, tant’è che chi dei due parla è solo lei, lui sta zitto, non apre bocca. Capite che c’è una qualche differenza, ma quello a cui volevo andare rapidissimamente è un’altra cosa ancora, nel senso che c’è stato un momento della critica nell’ 800, De Sanctis innanzitutto, che ha detto: di fronte all’episodio di Paolo e Francesca Dante si commuove a tal punto che alla fine Dante sviene “io venni men così com’ io morisse. E caddi come corpo morto cade”. Dante sviene dall’emozione, e diceva la critica dell’800: Dante è talmente stravolto e commosso dalla passione di questi due che si dimentica di essere nell’inferno, cioè la legge della condanna infernale vien meno. La critica successiva novecentesca, l’ Auerbach, ha detto invece: no, il problema è un altro, il problema è che Francesca recita a Dante quei dettami dell’amor cortese o gentile che lui aveva seguito fervorosamente da giovane e che adesso vede dove possono condurre, alla dannazione eterna, al peccato; per questo Dante resta sconvolto, perché Francesca confuta le cose in cui lui stesso aveva creduto o magari credeva tutt’ora. La cosa è giustissima, ma io nelle mie perorazioni mi sono permesso di aggiungere un terzo livello della critica: ricordate cosa dice verso la fine Francesca? “Quando leggemmo”, anzi, no scusate: “Noi leggiavamo, un giorno per diletto di Lancialotto come amor lo strinse, soli eravamo e sanza alcun sospetto” e tutta la critica – apro una piccolissima parentesi: questo l’ho scoperto dopo aver scritto il libro – dice che loro erano lì da soli e non si aspettavano che ad un certo punto sarebbe scoccata la scintilla.
Spiegazione che va benissimo, ma io credo che qui ci sia qualcosa di più profondo e subito dopo lo dimostro: “noi eravamo soli e senza sospetto” cioè senza nessun tipo di giudizio, di capacità critica, non solo nei confronti di noi stessi ma nei confronti del libro che stavamo leggendo, tant’è che ci siamo talmente immedesimati che ci siamo comportati, abbiamo fatto la fine dei due: di Lancillotto e Ginevra. “Per più fiate li occhi ci sospinse quella lettura, e scolorocci il viso; ma solo un punto” – attenzione, un punto – “fu quel che ci vinse. Quando leggemmo” – leggemmo, sottolineate questo verbo, è l’azione del leggere – “il disiato riso” – la bocca – “esser basciato da cotanto amante, questi, che mai da me non fia diviso, la bocca mi basciò tutto tremante”. Attenzione, “galeotto fu il libro e chi lo scrisse, quel giorno più non vi leggemmo avante”. Che cos’è che fa scoccare la scintilla, che fa precipitare la situazione? La lettura di un libro. Quella sorta di captazione immaginaria da cui tutti noi, credo, siamo stati presi almeno una volta leggendo un libro che ci appassiona e che ci appassiona talmente che viene meno la distanza critica, ci immedesimiamo con l’eroe o con l’eroina del libro. Questo è quello che succede anticipando di qualche secolo il Don Chisciotte di Cervantes: è la follia di Don Chisciotte, questo è quello che succede a Paolo e Francesca. Per cui, attenzione, Dante scrive quello che succede a Paolo e Francesca e all’improvviso, dopo averlo scritto, viene preso da un dubbio clamoroso. Di aver cioè scritto un libro lui, che voleva insegnare a tutti come si fa a convertirsi alla verità, al bene, etc. etc., raccontando una storiaccia d’amore e morte, di sesso e di morte, la quale a sua volta potrebbe agire nei confronti dei suoi lettori come il libro galeotto che ha tradito Paolo e Francesca. Di fronte ad una cosa del genere, l’unica cosa che avrebbe potuto fare un personaggio a tutto tondo, scultoreo, così apparentemente scultoreo e marmoreo come Dante, avrebbe dovuto bruciare ciò che aveva scritto. Ma uno che ha scritto un simile capolavoro, come fa a sconfessare se stesso? Ecco perché Dante un po’ vigliaccamente decide di svenire, e così risolve il problema. Tant’è che la critica ha detto: “questo svenimento è un po’ un trucchetto” ed in effetti lo è, ma è un trucchetto da questo punto di vista molto più radicale e molto più profondo, in cui fra l’altro, attenzione, Dante personaggio, protagonista della Divina Commedia e Dante in carne e ossa, Dante autore, all’improvviso coincidono e Dante è costretto ad assumersi le sue responsabilità.

ALESSANDRO MASI:
Bisogna fermarlo un po’, sennò lui la parola non la dà mai. Sennò fa tutto il libro. Lo dovranno pur leggere, loro. Libro che tra l’altro è pure divertente. Credo che Sacchini abbia, come tutti noi, abbia dedicato una parte della propria vita al nostro padre della lingua, colui che sentiamo ancora così vicino, però non disdegna di usare un linguaggio abbastanza colorito. Ad esempio, parlando prima insieme del libro, dicevo “ma tu Dante lo fai un po’ un bel peccatore” e lui giustamente mi diceva “tu ricordati Alessandro delle rime petrose”. Dante delle rime petrose è un Dante erotico, sarebbe un Dante a luci rosse oggi se lo andassimo a rileggere, un po’ piccante: il Dante, che poi passerà in tutto questo viaggio i tre gradi dell’esistenza fino a Dio, è un Dante che viene dal peccato. Però non è vero che è un libro soltanto che usa i colori di scena, perché poi Sacchini viene dalla sceneggiatura, quindi sa impostare il testo come un racconto, sa quando arrivano le luci, quando il boccascena si deve aprire, quando le quinte si devono aprire o chiudere. C’è anche il Sacchini filologo ed è qui la scoperta, perché quando noi andiamo al decimo dell’Inferno, si presenta una situazione difficilissima per Dante, perché chi incontra? Farinata degli Uberti, sta tra gli epicurei, tra gli eretici, sta metà nel fuoco e metà fuori, c’è stato uno scontro di parte tra le famiglie e dice: “O Tosco che per la città del foco vivo ten vai così parlando onesto, piacciati di restare in questo loco. La tua loquela ti fa manifesto di quella nobil patrïa natio, a la qual forse fui troppo molesto. Subitamente questo suono uscìo d’una de l’arche; però m’accostai, temendo, un poco più al duca mio. Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai? Vedi là Farinata che s’è dritto: da la cintola in sù tutto ‘l vedrai». Io avea già il mio viso nel suo fitto; ed el s’ergea col petto e con la fronte com’ avesse l’inferno a gran dispitto. E l’animose man del duca e pronte mi pinser tra le sepulture a lui, dicendo: «Le parole tue sien conte»”. Ecco, qui si ferma Sacchini ed entra Sacchini non sceneggiatore, entra il Sacchini filologo, però con uno scatto di simpatia perché lui dice: va bene, l’aggettivo “conte”, spiegano grammatici, significa cognite, quindi ponderate, oneste, dignitose, adeguate all’altezza di un personaggio cui Dante dovrebbe rivolgersi in modo ancor più decoroso, fiorito, esteticamente più irreprensibile di quanto Farinata non abbia già fatto per conto suo. Ma che doveva fare il nostro, parlar greco, latino, english? E qui veramente esce il Sacchini di una simpatia estrema, perché ci fa leggere Dante avvicinandolo a noi in un senso che noi spesso non abbiamo per timore reverenziale. Noi guardiamo Dante come qualcosa giustamente di divino, divino poeta. Ma raccontarlo così, sciogliendo un momento di tensione che è tra i più alti dell’Inferno e di tutta la Divina Commedia, è uno scontro forte. Dante risponderà poi per le rime a Farinata degli Uberti. Ecco, qui Sacchini esce fuori dallo sceneggiatore ed entra un po’ nella filologia, però ritorna poi a spiegarci un po’ il Dante. Ecco questo scontro con Farinata…

BRUNO SACCHINI:
Brevissimamente, perché la filologia è sempre, dicono, una cosa un po’ noiosa. Virgilio dice a Dante, come ricordava Alessandro: “le parole tue sien conte”, cioè, spiega la critica, controllate, severe, ben consone alla solennità del luogo e del personaggio. Nel prosieguo del discorso che faccio, e che adesso qui sintetizzo al massimo, io tento di spiegare che questo “conte” in realtà vuol dire un’altra cosa. Dante si trova davanti al capo della fazione a lui avversa, davanti ad un uomo che lui sente a tal punto suo nemico mortale che altro che Berlusconi! Tant’è che istintivamente gli viene, come succede subito dopo, da attaccar briga, cioè da rispondergli per le rime, da azzuffarsi con lui, facendosi prendere da quella passionaccia politica, da quell’istintività del contrasto, del nemico da distruggere, da quella cultura dello scontro invece dell’incontro – diceva il premier Letta due giorni fa qui al Meeting – che ovviamente è una tentazione peccaminosa, perché fa perdere il lume della ragione. Allora “conte” cosa vuol dire nell’invito di Virgilio? “Stai attento, io ti ho portato qui davanti al capostipite dei tuoi nemici mortali, non perché tu ricaschi nel peccato dell’improperio politico e dello scontro a sangue col nemico politico. Devi controllarti, devi stare attento. Questa è una prova da cui si misurerà per te la possibilità di poter andare avanti ed arrivare fino da Beatrice”. Cosa vuol dire questo? Vuol dire che Dante non è affatto garantito che quello che sta scrivendo gli servirà come conversione del cuore, anzi. In questo punto Dante pellegrino, personaggio della Divina Commedia e Dante scrittore ricadono nel vizio maledetto, tipicamente toscanaccio, della lotta al coltello, della tentazione di uccidere l’avversario politico, in questa specie di accecamento della ragione, dei sensi e della ragione, che non a caso è collocato nel girone degli eretici. E che cos’è l’eresia e da dove nasce l’eresia se non dalla perdita del lume della ragione? Questo brevissimamente per rispondere alla sua provocazione, ma vado all’ultimissimo spunto e poi chiudiamo. Anche questo è talmente famoso che non ha bisogno di tanti commenti e sembrerebbe che sia stato detto tutto. È Ulisse. Ve la faccio corta. Ulisse punito come consigliere fraudolento e anche Dante, che si era messo a fare dopo l’esilio il consigliere dei principi italiani, potrebbe incorrere nel rischio di fare anche lui il consigliere, l’“advisor”, come si dice oggi, un po’ fraudolento. Ora, se Dante si trova nei confronti di Ulisse nello stesso atteggiamento di violentissima emozione che abbiamo visto prima per Pier delle Vigne e per Paolo e Francesca, evidentemente il motivo è che Ulisse è un alter ego di Dante, non solo perché Dante sfida l’ignoto e muore epicamente, eroicamente, nella sua indagine protratta fino all’estremo sulla verità delle cose, sul mistero delle cose; ma come Ulisse muore, naufraga perché ha confidato solo nella ragione umana, nella sua astuzia, nel suo ardimento, peccando di tracotanza nei confronti di Dio perché ha varcato le Colonne d’Ercole della conoscenza umana senza l’aiuto della grazia divina, così Dante, all’improvviso, in questa specie di sussulto, trasalimento di consapevolezza da cui viene colpito qua e là nella Commedia, si rende conto che lui sta facendo la stessa cosa di Ulisse! Chi lo guida infatti attraverso l’inferno? Virgilio! E Virgilio è il simbolo della ragione umana! E Dante all’improvviso pensa “non è che per caso anche io farò la stessa fine di Ulisse visto che sono costretto ad affidarmi a quel simbolo della ragione umana e quindi della tracotanza dell’uomo che confida solo nelle sue forze?”. Vi rendete conto allora che anche Ulisse è un alter ego di Dante, vi rendete conto che Ulisse è una delle tappe drammatiche di un percorso che Dante fa continuamente tormentato dalla paura di non farcela, così come io documento filologicamente in parecchi altri punti della Commedia, su cui adesso evidentemente non possiamo soffermarci. È questo che rende così umano Dante pellegrino e Dante scrittore. Perché a leggerlo bene tra le righe scopriamo, ci accorgiamo, sentiamo che Dante ha gli stessi tremori, le stesse inquietudini, le stesse umoralità di cui soffriamo noi moderni. È questo tipo di lettura, questo modo di vedere e di leggere Dante che può rendercelo così vicino, tirandolo giù da quel piedistallo su cui siamo abituati a metterlo e tutti ci hanno abituati a metterlo. Fine.
ALESSANDRO MASI:
Conclusione che non dà diritto di replica ovviamente ma io me la prendo lo stesso. Una cosa per chiudere. Questa lunga digressione che ha fatto, mi fa pensare a una domanda che in un’intervista abbastanza famosa Alain Elkann fece ad Alberto Moravia, a proposito della lingua italiana: “Tu che cosa pensi che possa fare l’italiano di fronte alle grandi lingue mondiali come l’inglese, spagnolo?”. E Moravia dette una bellissima risposta, che mi ha suscitato un po’ Sacchini adesso, quando molto seccamente disse: “Noi abbiamo una particolarità: l’Italia non ha avuto la rivoluzione illuminista, non ha avuto la grande rivoluzione industriale inglese, non ha avuto la grande rivoluzione francese e questo da un certo punto di vista non ha portato ad una cambio letterario, ad una passo differente della letteratura, quindi non ha portato al romanzo. Però c’è un punto fondamentale che va a nostro vantaggio: noi siamo l’unica nazione che riesce a parlare e a leggere e a comprendere i suoi classici, cioè Dante”. Noi oggi abbiamo parlato di Paolo e Francesca, di amore, di un poeta di cui festeggeremo i 700 anni nel 2021 ed è stupefacente come noi italiani riusciamo a sentire Dante così attuale e così vero letterariamente. Quindi il passo non è traduttivo. Il passo è interpretativo. Questo fa sì che in un incontro che feci in Albania con il grande scrittore Kadaré Ismail, trovai un suo libriccino non tradotto in italiano, che poi feci tradurre da Fandango in Italia, che si chiama Dante l’inevitabile ed è stato un incontro stupendo con questo autore che è sempre in odore di premio Nobel. Dice così, più o meno: “Dante l’inevitabile. Voi italiani avete occupato l’Albania, siete arrivati con le armate e siete arrivati con i gagliardetti della Dante Alighieri, la Germania è arrivata con la Luftwaffe e la Wehrmacht e non ha portato Goethe. Voi avete portato Dante Alighieri, avete dato a noi albanesi un poeta nazionale che mancava, anzi l’avete dato all’Europa, anzi l’avete dato al mondo”. Quindi se mai ci fosse bisogno di ricordare chi è Dante, potremmo ricordarlo con le parole di Kadaré Ismail: Dante è inevitabile. Credo che il libro bellissimo “Piccarda c’est moi” confermi proprio questa bellezza dell’unico grande marchio, che se di marchi vogliamo parlare – parliamo tanto di Ferrari, moda, design – beh veramente, dirigendo una società che ha 400 sedi all’estero nel nome di Dante, vi posso dire che dalla Terra del Fuoco a Vladivostok, per tutto il mondo, è un punto grande di riferimento.

CAMILLO FORNASIERI:
Bello, grazie. Belle e importanti le parole conclusive di Alessandro Masi che siamo tanto lieti di aver avuto tra noi e ringraziamo anche Sacchini della sua offerta libraria che potete trovare all’uscita. Dante è inevitabile, perché prendendo sul serio la sua proposta, cioè che lui ha fatto per primo l’esperienza che ci vuole raccontare per farci fare un cammino, forse troviamo anche la cifra critica necessaria per svelare i cosiddetti “crucis”, cioè i punti controversi. E’ in fondo il metodo che ha usato Bruno. Grazie, un altro contributo del Meeting a Dante, grazie a voi.
Trascrizione non rivista dai relatori

Data

21 Agosto 2013

Ora

17:00

Edizione

2013

Luogo

eni Caffè Letterario A3