Costruire in favela: le risorse della solidarietà - Meeting di Rimini

Costruire in favela: le risorse della solidarietà

 

‘La mostra non si propone tanto di illustrare un fenomeno come le baraccopoli (siano esse favelas, barriadas, bidonvilles o altro), presente su scala mondiale e purtroppo destinato a riprodursi continuamente col procedere del cosiddetto sviluppo. Intende piuttosto mettere in risalto, a partire dalla vita dei “favelados” brasiliani, quelle risorse umane che sono, già oggi, una risposta significativa alla drammatica situazione di questi uomini. Le favelas brasiliane sono quartieri suburbani delle grandi città, fatti di baracche ammonticchiate lungo pendii, vicino ai fiumi o direttamente all’ombra dei grattacieli, che raccolgono milioni di persone emigrate dalle terre d’origine a causa della siccità o di altre calamità naturali, ma più spesso in seguito a ben orchestrate campagne pubblicitarie volte a creare grandi sacche di mano d’opera a costo minimo. Così, tanta gente va in città credendo di trovare lavoro e sicurezza: vi trova invece occupazioni saltuarie, miseria, abbandono e precarietà permanente. Perché chi ha il potere non trova conveniente costruire case per i favelados; e anzi, al momento opportuno, li rimuove dai quartieri ove “abusivamente” hanno sistemato le loro baracche, perpetuando il terribile ciclo della vita del favelado: emigrazione, peregrinazione, rimozione e daccapo. Nonostante queste condizioni, ci sono nelle favelas dei caratteri di umanità, dei valori vissuti che costituiscono una speranza a cui tutti gli uomini possono guardare. La prima risposta che viene dalla vita in favela è la gratuità, che è l’esatto contrario di sfruttamento. Solo la gratuità consente di lottare per un domani diverso (per la casa, il lavoro, la sanità, l’istruzione, ecc.), senza che il triste rituale dell’odio e delle violenze travolga il gusto della vita, i rapporti umani e con essi ogni speranza. Gratuità è il fondamento del costruire insieme e del cercare soluzioni oggi. Un altro importante aspetto della storia del popolo brasiliano in generale, e particolarmente dei favelados, è che l’incontro fra il cristianesimo e le tradizioni locali ha da secoli valorizzato e trasfigurato desideri, valori e virtù innate in questa gente, così che il riscatto stesso dal dolore e dalla povertà è più intero, e comincia già, in favela, col vincere l’alienazione e lo scoraggiamento, l’individualismo e l’indifferenza; con la difesa della propria cultura originale e la demitizzazione degli incanti che il mondo dei ricchi fa balenare di tanto in tanto anche fra i diseredati, al momento opportuno. La presenza di chi cristianamente ha accettato di servire con amore questa realtà, adoperandosi perché dal suo interno nasca un lavoro non illusorio per la dignità e il riscatto di questa gente, “fa superare l’immagine assistenziale del rapporto chiesa-popolo, giacchè non si tratta di fare del bene ai poveri – magari anche con dedizione e generosità -, ma di riprendere ed esaltare ciò di cui essi sono già ricchi e di cui, se mai, sono debitori al resto della società che quei valori ha già da tempo perduto o rinnegato”. La mostra documenta in particolare come l’autocostruzione, che è necessità primaria di questi senzatetto, diviene occasione di resistenza culturale, di memoria delle proprie radici e di inventività. Fornisce anche strumenti di analisi e di lettura del loro linguaggio costruttivo. Tutta la raccolta del materiale documentativo è stata realizzata attraverso la collaborazione con un sacerdote italiano che condivide la situazione e le vicende degli abitanti di numerose favelas della città brasiliana di Belo Horizonte, padre Pigi Bernareggi.’

Data

21 Agosto 1982

Edizione

1982