COOPERAZIONE E IMPRESA DAL VOLTO UMANO - Meeting di Rimini
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COOPERAZIONE E IMPRESA DAL VOLTO UMANO

Cooperazione e impresa dal volto umano

Cooperazione e impresa dal volto umano

Partecipano: Brunello Cucinelli, Presidente e Amministratore Delegato Brunello Cucinelli Spa; Mauro Lusetti, Presidente LegaCoop; Frédéric Thil, Amministratore Delegato Ferrero Spa. Introduce Giorgio Vittadini, Presidente Fondazione per la Sussidiarietà.

 

GIORGIO VITTADINI:
Buongiorno! Oggi l’incontro è dedicato a “Cooperazione e Impresa al volto umano”. Chi segue il Meeting può vedere che è un filone fondamentale mostrare le emergenze positive che ci sono, legate a una posizione umana. Vi presento i relatori. Brunello Cucinelli è uno dei marchi più importanti della moda, che ha avuto moltissimi riconoscimenti. Mauro Lusetti, Presidente della LegaCoop, è un grandissimo amico del Meeting per l’affinità culturale che ci lega. E Frédéric Thil, Amministratore Delegato della Ferrero. Tre grandi marchi, rappresentati dai loro responsabili. Io farò tre ordini di domande ciascuno, e loro risponderanno. Poi avremo un breve secondo giro di domande. Iniziamo con Brunello Cucinelli: perché è diventato imprenditore? Da dove le viene questa passione? Quali sono le caratteristiche dell’essere imprenditore? Come, facendo l’imprenditore, partecipa alla costruzione del bene comune?

BRUNELLO CUCINELLI:
Grazie, devo dire grazie per l’invito, perché questo è un Meeting particolarmente speciale. Io credo che stiamo vivendo un momento di grande rinascita spirituale, economica, morale, civile, etica e religiosa. Quindi io vorrei parlarvi di questo, non di impresa. Sotto il profilo economico vorrei dedicare solo trenta secondi: io credo seriamente che siamo in un momento fresco, abbiamo ridisegnato la mappa mondiale del lavoro e in questa nuova mappa mondiale, per la nostra splendida Italia, vi è grande spazio in tutto quello che sono manufatti di alta e altissima qualità. È chiaro che per fare dei manufatti di alta e altissima qualità ci vuole l’essere umano. Viviamo un momento molto interessante, perché economicamente abbiamo l’euro molto debole, abbiamo il petrolio, abbiamo il mio stimatissimo Mario Draghi, che con il suo staff ha deciso di metter nel mercato una quantità di denari importanti, che ci serviranno a finanziare anche imprese un po’ più piccole. Credo che il Governo abbia intrapreso la strada delle riforme di grande interesse, e soprattutto credo che il Governo abbia capito il valore della rapidità. Non sono però qui a parlarvi di economia, vorrei piuttosto parlarvi del valore dell’umanità. Io credo che noi siamo in grande rinascita, e questa rinascita morale, civile, spirituale è partita dal nostro stimatissimo Papa Francesco. Un uomo che, senza dubbio, è un genio dei rapporti umani, un uomo che, appena eletto, ci ricorda di essere custodi del creato, ci ricorda di non giudicare, ci ricorda di non esercitare “nessuna ingerenza nella spiritualità di ogni essere umano”, ci ricorda di non volgere le spalle alla povertà. Questo significa che è iniziato un momento diverso. Dopo trent’anni dove i grandi ideali si sono quasi riposati, come diceva Eraclito – “Mentre le cose si riposano, il mondo si rigenera” – adesso è il momento della rigenerazione. Siam tornati ad investire nei grandi ideali, che è la bella politica, la famiglia, la spiritualità o la religione. E’ un momento in cui siam tornati ad investire nell’umanità, immaginando che il lavoro sia la dignità dell’uomo. Quando ero ragazzo, pur non avendo studiato quasi niente, sono rimasto affascinato da un’espressione di Kant molto speciale, quando dice: “Due cose mi emozionano: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”. Ecco, da lì ho impostato la vita, immaginando di fare impresa nel rispetto della dignità umana. Siete d’accordo con me che, se vi è dignità, vi è responsabilità? La dignità genera responsabilità. La responsabilità genera creatività. Quel geniale di Jean-Jacques Rousseau dice: “L’uomo è creativo quando tutto intorno vive un’atmosfera speciale”. Noi abbiamo da recuperare quella dignità, quel rispetto, che genera creatività. Io credo seriamente che noi abbiamo capito che non possiamo governare l’umanità con la matematica, con la scienza, con la ricerca. Noi dobbiamo governare l’umanità con la matematica, con la scienza, con la ricerca, ma anche con la poesia, con il romanticismo. Noi dobbiamo unire il cuore alla mente, perché qualsiasi idea che parta dalla mente, solo se passa per l’anima, sarà una bella idea. Questo sarà il secolo in cui Illuminismo e Romanticismo si fonderanno. Non possiamo governare solo con la tecnica. Veniamo ora al lavoro dell’essere umano. Io sono abbastanza convinto che sino ad oggi noi lavoriamo un po’ troppo. Qui c’è una bella espressione di San Benedetto: “Cura ogni giorno la mente con lo studio, l’anima con la preghiera, e il lavoro bilancia la vita”. Io immagino che noi lavoriamo un po’ troppo, dobbiamo tornare un po’ indietro, lavorare un po’ meno. Mi piacque molto Benigni, quando, parlando del settimo comandamento, disse che, “se tu fai lavorare qualcuno più del normale, gli hai rubato l’anima”. Nella mia impresa non si può lavorare dopo le 17.30, perché vorrei provare a non rubare l’anima all’essere umano. Questo è il primo grande tema. Io penso che per essere credibili dobbiamo essere veri. C’è una sorta di moralizzazione dell’umanità, non perché oggi l’uomo sia migliore di mille anni fa o cento anni fa, ma perché viviamo in un mondo dove tutti conoscono. Mio padre e i miei fratelli lavoravano, venivano umiliati e offesi, ma non conoscevano. Oggi conosciamo tutto. Qui sta, secondo me, la novità dell’umanità. Voi giovani, grazie sempre al nostro stimatissimo Papa, avete intrapreso per primi il valore del declino del consumismo. Io sono convinto che noi italiani siamo il primo popolo ad aver percepito il declino del consumismo a pro dell’utilizzo delle cose. Mi piacerebbe immaginare che voi giovani siate i futuri guardiani dell’umanità, di questa bellissima umanità, perché io credo che in una umanità bella. E voi giovani dovete avere il coraggio di essere gioiosi, fieri, di non volgere le spalle alla povertà e di tornare a lavorare per il rispetto e per la dignità dell’uomo. Vorrei dirvi questa seconda massima di Kant, a me tanto cara: “Agisci in modo da trattare l’umanità, tanto nella tua persona quanto nella persona di ogni altro, sempre nello stesso tempo come un fine, e mai unicamente come un mezzo”. Grazie.

GIORGIO VITTADINI:
Con Mauro Lusetti approfondiamo il tema della cooperazione. Perché lui si è messo nelle cooperative? Che cosa vuol dire? Che modello è questo modello, che è un modello nello stesso tempo imprenditoriale e solidaristico? Cosa offre alla sua esperienza di uomo?

MAURO LUSETTI:
Io sono da sempre un cooperatore, perché sono entrato in una cooperativa a 19 anni, adesso ne ho 60 e quindi sono più di 40 anni che vivo in questo mondo e in una qualche misura faccio fatica a descriverlo, faccio anche uno sforzo per poterlo definire. Io entrai nel movimento cooperativo per scelta, perché mi sembrava con quella scelta di contribuire al cambiamento del mondo. C’era questa illusione all’epoca e quindi mi sentivo parte di un disegno che sarebbe riuscito a cambiare il mondo. Nel tempo questa opinione è ovviamente cambiata e credo che abbia assunto una dimensione diversa. Oggi come allora, il movimento cooperativo rappresenta uno dei pochissimi mondi che consente a persone di umili origini di crescere dal punto di vista personale, di crescere dal punto di vista del prestigio anche sociale, di realizzare un pezzo della propria vita. Forse non riusciremo a cambiare il mondo, ma la vita di tante persone, sì. E credo che le ragioni di 40 anni fa, che mi hanno spinto a fare questa scelta, a entrare in questo mondo, oggi abbiano acquisito una dimensione diversa, più attuale, ma sempre di questa entità. Ci sono milioni di persone che, in Italia e nel mondo, lavorano nelle cooperative e trovano in esse la possibilità di esprimersi come persone. Noi in Italia, soprattutto negli ultimi tempi, abbiamo avuto pessimi esempi di cooperatori e cooperative che hanno messo in discussione questo elemento e questo valore. Se non partiamo da questa considerazione autocritica, probabilmente non riusciremo a reinterpretare in chiave moderna questo che è uno degli elementi fondamentali del movimento cooperativo. Credo che oggi vivere in maniera completa e compiuta l’esperienza all’interno di un’impresa cooperativa significhi, innanzitutto, recuperare valori che rappresentano la distintività del movimento cooperativo: un movimento di persone che si è organizzata per dare risposta ai bisogni delle persone, con una modalità di impresa che è l’impresa cooperativa. È un’espressione un po’ complessa, ma è così: noi siamo uomini e donne che si sono organizzati in un’impresa che si chiama cooperativa. Distinguere questi due elementi è un errore. Se io analizzo assieme a voi la storia degli ultimi due o tre anni, la storia dei disastri che in alcune realtà abbiamo registrato, spesso dietro a questa situazione ci sta proprio l’omologazione rispetto a logiche di mercato che non ci appartengono. Non è un ripudio del mercato, ma la consapevolezza che sul mercato oggi, più che le singole imprese o i singoli prodotti, competono sistemi di imprese diverse. Il movimento cooperativo, quando rinuncia alla propria distintività valoriale, perde, perché scende su un terreno che non gli è proprio. Noi non abbiamo una visione pan-cooperativa del mondo, abbiamo una consapevolezza precisa di essere portatori di valori che, se non sottolineati in tutta la loro pienezza, non ci consentono di competere con le imprese private, come noi dobbiamo e sappiamo fare. All’interno di questi valori, credo che ci sia un elemento, la centralità della persona con i propri bisogni, che è una caratteristica tipica del nostro mondo, del mondo cooperativo, che fa parte del nostro DNA. Non è un elemento di marketing, ma un elemento costitutivo dell’essere cooperatori e dell’essere cooperative, che dobbiamo recuperare fino in fondo. Spesso nel recente passato, un po’ spinto dalla crisi, dai bisogni della competizione e anche da una debolezza culturale, abbiamo cercato di utilizzare, nell’organizzazione del lavoro, nel modo di gestire le imprese, nel modo di costruire i gruppi dirigenti, modalità e forme che non ci sono proprie. Recuperare tutta la nostra distintività su questo argomento, significa metterci nelle condizioni di competere al meglio, di rispondere al meglio ai bisogni dei nostri soci. Ne sono fermamente convinto, perché dietro ai disastri spesso ci sta l’omologazione al mercato e non la ricerca della distintività. Ci sono alcune questioni alle quali tengo in modo particolare, che riguardano la persona, intesa come uomo nella sua completezza. Il titolo di questo confronto è l’impresa dal volto umano. Io credo che l’impresa dal volto umano non sia quella che lascia più spazio al tempo libero, ma sia quella che si occupa nel tempo di lavoro della persona nel suo complesso, in termini sia di bisogni formativi, sia di welfare aziendale, sia di crescita professionale e personale. Un’impresa che, a tutto tondo, si occupa della persona che lavora all’interno della propria organizzazione e del mondo che la circonda. Lo sforzo enorme che si deve fare, soprattutto per una cooperativa che ha nel rapporto con il territorio e nella cura delle persone un elemento fondamentale della propria distintività valoriale, riguarda il modo attraverso il quale si possa dare senso concreto a questa espressione. Impresa dal volto umano è un’affermazione talmente generale che se non cerchiamo di darle un contesto, all’interno del quale questa espressione viva, rischiamo di fare della comunicazione senza gestire la quotidianità delle persone nel suo insieme. Io credo che noi dobbiamo porci un obiettivo che non sia quello del tempo che ci occorre per tornare a quello che eravamo prima, dal punto di vista degli indicatori economici. Bisogna che ci poniamo l’obiettivo di andare da una parte diversa da quella da cui proveniamo, perché quella da cui proveniamo ha prodotto questo disastro. Noi dobbiamo riuscire ad individuare un obiettivo sul quale l’economia e la società si debbano impegnare per realizzare qualche cosa di diverso, altrimenti noi ci ritroveremo con la finanzializzazione dell’economia, fra qualche anno, a un nuovo ciclo di crisi paurosa. Io credo che i nuovi paradigmi siano quelli che mettono al centro la persona. Cucinelli dice “lavoriamo bene”, ma noi oggi abbiamo un problema che non è quello di lavorare bene, è quello di trovare lavoro a un milione di persone, un lavoro buono, un lavoro che sia rispettoso dei diritti della persona e un lavoro che consenta alle persone stesse di esprimersi nella loro interezza come uomini, come donne. La cooperazione può, recuperando la sua distintività valoriale, esprimere ancora molte delle sue potenzialità. Ora noi contiamo 170 anni di vita, perché si fa risalire la prima forma organizzata di cooperativa a 170 anni fa, in Inghilterra; siamo passati attraverso guerre, attraverso rivoluzioni, attraverso partiti che sono nati e morti. La cooperazione invece esiste, esiste ancora e credo che su questo versante, recuperando un elemento forte di distintività valoriale, a prescindere dalle dimensioni grandi o piccole che siano, si possa pensare ad altri 170 anni di vita comune.

GIORGIO VITTADINI:
Frédéric Thil, approfittiamo della complementarietà dei ruoli e le facciamo quattro domande rispetto alla Ferrero, al ruolo che ha nella Ferrero. Innanzitutto quali sono secondo lei le caratteristiche più importanti che deve avere un manager? Si aspettava, quando è entrato alla Ferrero, di arrivare al massimo livello di responsabilità? E da questo punto di vista, qual è l’importanza che dà la Ferrero allo sviluppo delle persone e del capitale umano? E infine cosa vuol dire che un’azienda serve al bene comune e come intende la Ferrero la responsabilità verso i cittadini di questo Paese?

FRÉDÉRIC THIL:
Buon giorno a tutti, anch’io vorrei ringraziare il Meeting per l’invito. Sono molto lieto di essere con voi oggi. La prima caratteristica di un manager è il piacere di fare il proprio lavoro. Questo è vero per tutti i dipendenti (non conosco una persona brava nel suo lavoro a cui non piaccia ciò che fa).
Nello specifico il manager deve saper interpretare bene il pensiero dell’imprenditore per poter scrivere la storia, la strada verso il contesto, il mercato, la concorrenza, l’algoritmo del Conto Economico. Deve definire bene il campo di battaglia e soprattutto valutare le capabilities all’interno dell’azienda. Fondamentale è il capitale umano. C’è sempre un legame tra il livello di complessità da gestire e il valore del nostro capitale umano a disposizione. Il manager è qui per valutare il valore del capitale umano e svilupparlo soprattutto, dobbiamo sviluppare il valore del capitale umano al servizio dell’azienda, al servizio delle persone, al servizio dell’obiettivo.
L’altro punto importante è secondo me la gestione del tempo. A. Einstein aveva ragione a proposito della quarta dimensione! Per un manager è fondamentale saper gestire il breve- medio- lungo termine.
In periodi di crisi vediamo che la tentazione è molto forte di seguire le parole che finiscono in “zione”: cassa integrazione, deflazione, promozione, che fa un male bestiale al conto economico e alle persone all’interno dell’azienda. Il manager è qui anche per resistere a questa propensione per le parole che finiscono in “zione”. Abbiamo parlato delle caratteristiche, si può parlare anche della valutazione di un manager. Secondo me ancora una volta il buon manager è quello che è in grado di gestire un livello di complessità piuttosto alta. Sappiamo tutti presentare le cose, capire bene il conto economico, fare la differenza tra il valore assoluto e quello percentuale, ma alla fine quello che fa la differenza è la capacità di gestire la complessità. La traccia che lascia un manager si appoggia su due dimensioni all’interno dell’azienda: l’attaccamento delle persone, quindi il valore del capitale umano, e il conto economico.
Adesso parlo un po’ del mio percorso. Sono un ex Professore di matematica, ho fatto questo lavoro per 5 anni e poi ho deciso di cambiare. Sono entrato in una multinazionale anglosassone per 13 anni e poi sono passato alla Ferrero, dal 2001 quindi da 15 anni. Tenuto conto del mio percorso universitario, sapevo che all’interno di questa azienda anglosassone non avrei avuto mai la possibilità di diventare un giorno Direttore Generale. Lo sapevo perché faceva parte del gioco e io non do un giudizio rispetto a questa regola. Devi fare una scuola di commercio per essere in grado un giorno di essere Direttore Generale. Invece io ho fatto un percorso universitario. Poi sono entrato alla Ferrero. Dopo un anno sono diventato Direttore alla Ferrero e dopo quattro anni ho preso la responsabilità della Francia.
Ci sono le aziende che guardano soprattutto al profilo delle persone e ci sono quelle che guardano le persone e il loro percorso. Si tratta veramente di due mondi diversi. Quando si parla delle differenze tra azienda familiare e azienda quotata in borsa, si parla sempre e soltanto della gestione del Conto Economico, però c’è un’altra differenza significativa: “la gestione delle persone”. Abbiamo giustamente l’abitudine di dire che all’interno di un’azienda familiare il tempo è più largo. Quindi è più facile resistere a breve all’interno di un’azienda familiare. All’interno di una società quotata, tre mesi sono un anno, perché le aziende che sono quotate hanno l’obbligo di dare un risultato dopo tre mesi. Quindi tre mesi sono un anno e un anno adesso è una vita. La vera differenza tra quotata e non quotata è però la gestione delle persone. Perché per il valore del capitale umano abbiamo una scala di tempi molto più larga, quindi c’è lo spazio per lo sviluppo delle persone. Io sono un esempio di questo tempo necessario per sviluppare una persona. Michele Ferrero, cinquanta anni fa, diceva: la fabbrica è per le persone e non le persone per la fabbrica. Non solo questo è socialmente corretto, ma è anche utile dal punto di vista del business: avere delle persone un giorno più brave, ci aiuta a raggiungere il nostro obiettivo. Quindi lo sviluppo delle persone lo facciamo per loro ma anche per noi. Il secondo punto è che l’attaccamento all’azienda Ferrero è molto forte. Questo vuol dire che il turn over non c’è, le persone che escono dalla Ferrero non ci sono, perché c’è un attaccamento molto forte. Le persone entrano alla Ferrero a 20 anni per uscire a 65 anni. 45 anni di lavoro alla Ferrero: è una vera responsabilità in termini di sviluppo delle persone. Alla Ferrero, piuttosto che parlare di costi di struttura, preferiamo parlare di valore del capitale umano all’interno delle nostre strutture. Due parole sulla responsabilità sociale. Secondo noi è la sostenibilità, che è la parola più utilizzata oggi per parlare di responsabilità sociale. Essa si appoggia su tre pilastri: l’aspetto economico, l’aspetto sociale e l’aspetto ambientale. Non c’è una sostenibilità senza un conto economico sano. Noi siamo un attore economico, quindi dobbiamo fare tutto per avere un conto economico il più sano possibile e grazie a questo conto economico sano siamo in grado di parlare di aspetti sociali, siamo in grado di parlare di aspetti ambientali. La sostenibilità deve contemplare l’aspetto economico, l’aspetto sociale e l’aspetto ambientale. Questo è giusto farlo perché è giusto per la Terra, è giusto per i nostri bambini, è giusto per il nostro futuro; è giusto anche da un punto di vista strategico, perché quando chiediamo ai nostri consumatori: quali sono le vostre attese per domani? Ci dicono: saremmo interessati a dei prodotti che escono da una azienda che avrà dimostrato una vera responsabilità sociale.. Fare la sostenibilità vuole dire raggiungere anche i nostri obiettivi in termini di crescita. Dobbiamo spiegare bene le cose perché oggi c’è ancora una piccola differenza tra i cittadini e i consumatori: i cittadini sono tutti d’accordo nel dire che l’azienda deve comportarsi bene, con zero cassa integrazione e un bel piano sociale. Però, alla fine, sul punto vendita, questa stessa persona, che è un cittadino che guarda la Tv, non fa la scelta rispetto al comportamento dell’azienda, perché è guidato dalla promozione. Ogni volta si parla della strategia della sostenibilità: noi alla Ferrero la consideriamo un dovere, non una strategia. Dobbiamo fare la sostenibilità. Poi la strategia: la facciamo corporate social responsability o brain social responsability. Potrei entrare nel dettaglio, però il punto è: facciamo parlare le marche o facciamo parlare l’azienda? Questa è una strategia, non la sostenibilità che è un dovere. Lo Stato non può più fare niente, le casse sono vuote, quindi richiedere allo Stato di gestire la responsabilità sociale sarà sempre più difficile. E’ quindi un’opportunità molto forte per le aziende assumere questo ruolo sociale e dobbiamo farlo per tutti i cittadini italiani.

GIORGIO VITTADINI:
Volevo riprendere con Cucinelli l’aspetto dei suoi collaboratori che mi sembra così cruciale: come fai a scegliere i collaboratori e a scegliere quelli che crescono nella vita dell’azienda? Quali sono i criteri?

BRUNELLO CUCINELLI:
Questa è una bella domanda. Il sogno della mia vita è stato sempre quello di dare dignità morale ed economica al lavoro. Ho sempre pensato che ogni essere umano abbia un quantità di genio di diversa natura e di diversa quantità, che noi, nell’impresa, avremmo il compito di organizzare. Come scegliere? Guardando negli occhi? Non mi sono mai interessato degli studi, perché mi sono diplomato nel 1971, nel momento in cui non studiavamo niente. Io non ho studiato mai niente, quindi è chiaro che sono un sostenitore dello studio normale. Ho fatto ingegneria tre anni, ho dato un solo esame scritto e non sono stato ammesso all’orale. Chi ha vissuto quegli anni sapeva che c’era il sei politico: uno studiava e gli altri prendevano sei. Quindi è chiaro che sono un sostenitore più del genio che dello studio. E’ chiaro che un minimo devi studiare, però tu devi capire la vita, devi dedicare molto tempo a capire la vita. Tu devi far voler bene. L’obiettivo di base è lavorare per il rispetto della terra, lavorare nel rispetto della dignità morale ed economica dell’essere umano, provare a lavorare senza far danni all’umanità. Vorrei dire, però, una cosa in più: è vero abbiamo parlato di manager, ma noi dobbiamo concentrarsi su quegli esseri umani che lavorano, almeno in Italia, per 900-1000 euro al mese e spesso fanno lavori ripetitivi. Sono quegli esseri umani che, con le loro mani, con il loro genio, riescono a produrre prodotti molto speciali, unici e, se dovessi chiedere unicamente una cosa al Governo, chiederei che potessero guadagnare 1200-1300 euro al mese, come succede in qualche altro Paese. A 23 anni, immaginare di fare un lavoro e guadagnare 1000 euro al mese, è un po’ difficile, quindi dobbiamo fare l’inverso, ridare quella dignità morale che abbiamo tolto a certi lavori e ridare ad essi anche quella dignità economica che gli manca. Lorenzo il Magnifico mette allo stesso tavolo il giovane Michelangelo, a quindici anni, con Marsilio Ficino, il filosofo. Tornare a ridare rispetto e dignità al lavoro. Grazie

GIORGIO VITTADINI:
A Lusetti, invece, chiedo: siccome la cooperazione nasce da una motivazione ideale, come nel vostro mondo cercate di dare motivazioni ideali alla cooperazione, soprattutto ai giovani che vi seguono?

MAURO LUSETTI:
Un tempo nella cooperazione esistevano le componenti, nel senso che i gruppi dirigenti avevano un riferimento di natura politica. Esisteva comunque all’interno di questo modello una modalità che consentiva a questi gruppi dirigenti di formarsi e di cambiarsi. La caduta del muro, le vecchie ideologie, l’evoluzione storica han fatto sì che questo modello, che io non rimpiango, sia venuto meno. Il risultato è stato che in una realtà come quella della cooperazione, dove la proprietà, spesso e volentieri, non è una proprietà forte, si sono create delle oligarchie, a volte illuminate, che hanno consentito a questo mondo di crescere. Se oggi la cooperazione è più dell’8% del Pil nazionale, vuol dire che questa oligarchia ha lavorato bene. Il rischio è che se non recuperiamo una forte motivazione, mettendo il nostro socio al centro dell’attenzione e se, all’interno del nostro mondo delle nostre cooperative, laddove questo elemento si è un po’ attenuato, non si recupera tutto il tema della democrazia interna, che è vitale per le nostre aziende cooperative, rischiamo di perdere una occasione storica. Il primo grande tema sul quale noi stiamo lavorando è questa questione che, quando si parla di principi cooperativi, non si parla di aria fritta o di elementi di tipo teorico, ma di valori concreti, che toccano la quotidianità della vita delle nostre cooperative, toccano l’organizzazione stessa delle cooperative. E’ su questo terreno che noi dobbiamo agire per creare condizioni che consentano di essere attrattivi, soprattutto per i giovani. Voglio citare un episodio che mi ha visto, insieme al vostro Presidente della Compagnia delle Opere, Scholz, partecipare alla giuria di un concorso di start up, organizzato dalla Compagnia delle Opere di Modena. Ci sono stati presentati da questi giovani, in una provincia come Modena, dove la cooperazione, come potete immaginare, fa parte della vita di quelle provincie, una trentina di progetti. Gli otto finalisti erano progetti di altissima qualità, con idee innovative, capacità progettuale, con una cultura di condivisione, estranea alla cultura dell’imprenditore privato, che ha l’idea che vuole monetizzare. Ebbene, nessuno aveva scelto la cooperazione, la forma cooperativa. Quelli erano potenzialmente ragazzi e ragazze che avevano una mentalità di approccio alla vita e al lavoro di condivisone, di cooperazione, ma nessuno di questi aveva fatto la scelta delle cooperative. Questo, oltre ad avermi fatto un gran male, mi ha fatto anche misurare la potenzialità che la forma cooperativa ha di dare risposte concrete a questo bisogno di condividere, di collaborare che c’è le persone, tra i giovani e la capacità che noi abbiamo di essere attrattivi, di essere scelti. Noi riusciremo a colmare la distanza che la forma cooperativa oggi può avere, se recupereremo tutta la nostra capacità distintiva. Questa è la sfida grossa che abbiamo davanti. Nel recupero dei nostri valori sta la grande sfida che, come movimento cooperativo, dobbiamo assumere fino in fondo nei confronti delle giovani generazioni, perché riteniamo che questo sia un mondo che può dare molte risposte ai bisogni di lavoro e ai bisogni di crescita personale, professionale delle giovani generazioni.

GIORGIO VITTADINI:
A Frédéric Thil voglio chiedere invece una cosa che mi affascina perché la Ferrero, mantenendo la sua forte identità, è capace di parlare, di vendere, di essere protagonista in tutto il mondo con gente che ha culture diverse, modi di guardare diversi. Come si fa mantenere un’identità e nello stesso tempo a parlare a gente diversa?

FRÉDÉRIC THIL:
Io direi che è perché le regole sono le stesse dappertutto, sono condivise, sono spiegate. Un poco alla volta noi impariamo l’aspetto sociale, Michele Ferrero ha aperto delle aziende sociali in India, in Camerun, in Africa del Sud. Lui l’ha fatto soprattutto al servizio delle persone più che al servizio del business. Poi c’è un interesse comune tra sociale e business. Non c’è una vera sostenibilità senza un conto economico sano e una proporzione tra il sociale e l’ambiente. Quindi, per rispondere alla domanda, direi che il primo punto è spiegare bene a tutti l’obiettivo, che diventa fattibile perché abbiamo dei tempi più larghi rispetto agli altri. Secondo me un’altra dimensione fondamentale è che noi non abbiamo la pressione della borsa. Abbiamo un tempo più lungo, che ci permette di costruire un po’ meglio l’attaccamento delle persone a livello dell’azienda. La società Ferrero è capace di andare in un Paese e di fare gli sforzi economici necessari per entrare bene in questa nuova zona. Quindi non abbiamo l’obbligo, il primo anno di guadagnare dei soldi su questa nuova zona. Un giorno dovremo generare il livello di soldi giusto, però abbiamo dei tempi per farlo. Siamo infatti un’azienda famigliare, abbiamo un libro scritto, una memoria collettiva del passato, abbiamo un modo forse specifico di proiettare un po’ le nuove aspettative nel mondo e abbiamo anche dei prodotti di qualità. Quando si parla di Nutella in Italia, si parla anche di Nutella in Francia, in Germania, Stati Uniti, Cina, dappertutto. C’è questa magia attorno ai prodotti che ci aiuta tanto. Quando si parla di Nutella in India, usiamo quasi le stesse parole per definire il prodotto e per definire il piacere che la gente ha nell’assaggiarlo. C’è anche questa magia che ci aiuta. Quindi la qualità del prodotto, il percepito della qualità ed il gusto del prodotto, insieme a questa memoria collettiva e a questo modo un po’ specifico della Ferrero di proiettare i tempi e gli obiettivi che abbiamo davanti a noi.

GIORGIO VITTADINI:
Visto che abbiamo qualche minuto, faccio un’ultima domanda a tutti e tre: qual è il sogno nel cassetto?

BRUNELLO CUCINELLI:
Di vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo giorno, progettare come se vivessimo in eterno. Io però vorrei dire una cosa a pro della nostra Italia. Il mondo intero ci vuole bene. Noi siamo un popolo di persone per bene, che lavorano, e siamo un popolo fortemente tollerante. Di questo son sicuro. Grazie!

MAURO LUSETTI:
Il mio sogno nel cassetto è finire bene questo mandato da Presidente di Legacoop, perché credo che il momento che stiamo attraversando, come movimento cooperativo, sia un momento a tinte fortissime: da una parte grandi potenzialità, dall’altra problemi di entità enorme. Quindi, dal punto di vista professionale, il sogno è quello di contribuire a far sì che questo mondo cresca, perché sono convinto che il nostro mondo sia una parte importante della società italiana e possa contribuire a uscire da questa situazione. Vorrei dare il mio contributo affinché questo avvenga, per poi tornare a fare la cosa che mi piace di più: andare in bicicletta.

FRÉDÉRIC THIL:
Ho parlato prima della differenza tra i consumatori e i cittadini. Io sono molto fiducioso per il futuro, perché il cittadino pensa bene, pensa giusto, lui è in grado di dire: per me le cose più importanti sono una responsabilità sociale, un lavoro per tutti, ecc. Questa stessa persona, quando agisce da consumatore, è diversa dalla prima. Il mio sogno è di avere davanti a me soltanto una persona, una persona che pensa giusto, dal punto di vista del cittadino e dal punto di vista del consumatore.

GIORGIO VITTADINI:
Cucinelli ha citato all’inizio Papa Francesco e mi viene in mente l’Enciclica che sarà presentata domani, perché lì Papa Francesco lancia da Papa, non da economista, la palla per suggerire che c’è la possibilità di costruire un modo di fare azienda diverso, un modo di fare azienda che non faccia qualcosa di diverso dall’azienda, che non faccia l’ente pubblico o l’ente assistenziale. L’abbiamo sentito: un’azienda che sta in piedi ha i conti economici in testa. Forse l’azienda può essere anche qualcosa di diverso da certi schemi di tipo neoclassico o marginalista, in cui la razionalità dell’imprenditore è qualcosa di molto schematico, di molto disumano, di molto favola di Melville – la favola delle api -, che è considerata una delle chiavi di un certo tipo di capitalismo: l’egoismo dei singoli, attraverso una mano invisibile, produce il benessere collettivo. Oggi abbiamo sentito tre grandi realtà imprenditoriali, nel campo della moda, del food, delle cooperative, che pur essendo imprese che vanno, che sono l’Italia che va, hanno una razionalità diversa, più legata a un’idea di uomo, più identitaria, più piena di sviluppo, più piena di ragionamento, meno schematica. Allora forse l’incontro di oggi ci suggerisce che siamo veramente all’inizio di una nuova stagione, in cui un’impresa, che non pensa semplicemente ad andare in borsa e avere quindi il ritorno, a dover rispondere ogni tre mesi, ma che ha tempi più lunghi, che ha, come ci diceva Frédéric Thil, un orizzonte di lungo periodo e certi valori, sa essere un’impresa tout-court, l’impresa forse del prossimo futuro. Forse quell’ideale che c’è nell’impresa cooperativa, di cui ci ha parlato Lusetti, può essere qualcosa che è alla radice, non di uno schema da applicare, ma di qualcosa che è tutto da reinventare. A me sembra che l’incontro di oggi ci dia la responsabilità, anche in questo campo, di inventare, creare, collaborare, costruire qualcosa che ancora non conosciamo ma che può essere a servizio dell’uomo. Grazie e arrivederci.

Data

24 Agosto 2015

Ora

15:00

Edizione

2015

Luogo

Sala eni B1
Categoria
Incontri