CON GLI OCCHI DEGLI APOSTOLI. UNA PRESENZA CHE TRAVOLGE LA VITA - Meeting di Rimini

CON GLI OCCHI DEGLI APOSTOLI. UNA PRESENZA CHE TRAVOLGE LA VITA

Con gli occhi degli apostoli. Una presenza che travolge la vita

24/08/2011 ore 17.00_x000D_ Presentazione della mostra. Partecipano: José Miguel Garcia, Professore di Esegesi del Nuovo Testamento presso l'Università Ecclesiastica San Dámaso di Madrid; Pierbattista Pizzaballa, Custode di Terra Santa. Introduce Giancarlo Cesana, Professore Ordinario di Igiene all'Università degli Studi di Milano-Bicocca.

Con gli occhi degli apostoli. Una presenza che travolge la vita

Presentazione della mostra. Partecipano: José Miguel Garcia, Professore di Esegesi del Nuovo Testamento presso l’Università Ecclesiastica San Dámaso di Madrid; Pierbattista Pizzaballa, Custode di Terra Santa. Introduce Giancarlo Cesana, Professore Ordinario di Igiene all’Università degli Studi di Milano-Bicocca.

 

Giancarlo Cesana.
Anche la persona più atea, più miscreden-
te di questo mondo, non può negare che Gesù Cristo è uno
degli avvenimenti più importanti della storia, se non altro in
tutta questa parte del mondo, l’Occidente. La storia di oggi
comincia da Lui, dalla Sua nascita.
Don Giussani diceva che la parola più vicina alla parola
«avvenimento» è la parola «caso», qualcosa che succede. Per
quale ragione un caso diventa un avvenimento? Un caso diventa
un avvenimento quando mette insieme tutte le cose. Perché
per me l’incontro con don Giussani, un caso assolutamente
fortuito, è diventato un avvenimento? Perché ha messo insie-
me l’esigenza, le domande, i problemi, le difficoltà, ha messo
insieme le cose della mia vita, ed è questo mettere insieme
le cose che crea la certezza, che crea la consapevolezza che
la vita, appunto, è un caso ma non è più un caso, perché è
qualcosa di voluto.
Come dice il titolo dell’incontro – che poi è il titolo della
mostra «Con gli occhi degli apostoli, una presenza che travolge
la vita» –, i discepoli hanno incontrato Gesù, che ha travolto la
loro vita perché non avevano mai sentito cose che mettevano
insieme la loro vita, i problemi della loro vita, che realizzavano
quello che loro cercavano. Però il titolo dice: «con gli occhi degli
apostoli», cioè fa riferimento a qualcosa che hanno visto, non
a qualcosa che hanno immaginato; non è un libro che hanno
letto, non è un discorso, ma è qualcosa che hanno visto, cioè un
fatto storico, legato agli altri fatti, perché la storia è il filo rosso
che collega i fatti. Se non ci fosse un filo che collega i fatti tra
di loro, non ci sarebbe storia: Gesù, l’esperienza cristiana, è il
fatto che pretende di unificare tutti i fatti della storia, sia quelli
belli sia quelli brutti, sia gli incontri più gioiosi sia gli tsuna-
mi, che mette insieme tutto, e il presente, quello che viviamo
adesso, è un precipitato della storia, cioè di questo filo rosso
che lega tutto quello che è successo prima. Il presente deve
trovare le sue ragioni, e le ragioni del presente sono qualcosa
che accade adesso, ma che richiama tutto quello che è successo
prima, che lo rimette insieme e detta una speranza per quello
che succederà in futuro.
Senza storia, senza coscienza dell’origine da cui vengono
le cose, il presente non può educare, non può rendere ragione
di se stesso; allo stesso modo, se la storia non è legata a un
avvenimento presente, non interessa a nessuno, è archeologia,
è studio delle cose antiche, ma non è scoperta del filo che lega
le cose tra di loro. Così, un caso presente che non abbia storia
può colpire sentimentalmente, ma non può convincere (che,
secondo l’etimologia della parola, vuol dire «legare»).
Per questo noi teniamo molto a questo incontro, a quello
che suggerisce il titolo di quest’incontro, all’esperienza dei due
relatori che ci parleranno di qualcosa che è presente, ma che
rende ragione di tutto quello che è venuto prima, come don
Garcia dice nell’introduzione al catalogo della mostra: Gesù
compiva la promessa antica, perché anche Gesù trovava il
suo senso spiegando da dove veniva. Per questo la Chiesa ha
affidato i luoghi dove Gesù è nato, ha predicato e ha operato
a un custode, a una custodia, perché sono i posti che sono stati
visti dagli apostoli e che testimoniano quello che è successo,
cosicché noi possiamo imparare quello che viviamo adesso.
Nei seminari e nelle scuole ci sono persone che si dedicano a
cercare di capire che cosa dice il Vangelo, che cosa dice quello
che i testimoni hanno trascritto, e che poi è arrivato fino a noi,
perché noi veniamo da questa storia. Come diceva sempre
don Giussani, Gesù ha colpito Pietro, che ha colpito poi le
generazioni successive e così via fino a sua mamma, che lo ha
dettato a lui; ecco, questo è l’avvenimento.

Pierbattista Pizzaballa
Vorrei iniziare dicendo innanzitutto che quanto mi è stato
chiesto non è affatto semplice. Mi è stato chiesto di parlarvi
di Cafarnao – un luogo bellissimo e affascinante – in relazione
alla mia esperienza di fede in Cristo, e mostrando come que-
sta esperienza nutra ancora oggi la mia vita di francescano in
Terra Santa. Sono inquieto perché – come tutte le esperienze
raccontate, cioè trasmesse – mi obbliga a fare sintesi, entrando
nel cuore della relazione che nutre e sostiene i miei passi in
Terra Santa.
Quest’incontro, dunque, mi obbliga a ridefinire, nel mutare
delle età e delle circostanze, il mio rapporto personale con la
certezza (è il filo rosso del Meeting) che è Cristo, vissuto in
quella scuola di reale concretezza che è Cafarnao e la Terra
Santa. È questo, credo, vivere la vita e la fede «con gli occhi
degli apostoli»: prima e oltre che fedeltà a un deposito statico
e immutabile, la «apostolica vivendi forma», di francescana
memoria, dice proprio la profonda convinzione che qui e
ora, nel piccolo frammento delle nostre biografie e geografie,
possiamo vedere e incontrare «una immensa certezza» perché
questa ha già abitato «in quel tempo» e «in quella regione».
Qual è dunque la mia esperienza di Cristo? Cosa dice Cafarnao,
un mucchio di rovine, di quell’esperienza? Come nutre quella
Terra, ancora oggi, il mio sperimentare Cristo nella vita quoti-
diana? Sono domande semplici, ma anche impegnative.
Prima di arrivare a Cafarnao, però, vorrei partire da un
altro luogo, più lontano, ovvero dal primo luogo che Dio abitò
sulla terra, che non fu Cafarnao, non fu nemmeno Nazareth
o Gerusalemme, ma fu il giardino dell’Eden.
E quindi vorrei accostare e ascoltare con voi alcuni
capitoli della Bibbia che sembrano fra loro molto lontani,
i primi capitoli della Genesi e i primi capitoli del Vangelo
di Marco. Capitoli che sembrano molto lontani, ma che
hanno qualcosa in comune, e cioè il fatto di essere entrambi
un inizio.
Il Libro della Genesi parla di principio, di bereshit, per dire
non solo ciò che viene prima di tutto il resto, ma per annunciare
l’intenzione profonda che anima il cuore di Dio quando crea il
mondo e l’uomo. Egli vuole essere, liberamente, certo, e non
per necessità («per la sua gloria» direbbe il catechismo) un
Dio con il mondo e per il mondo, con l’uomo e per l’uomo:
un mondo e un uomo pensati, voluti, creati, amati. Non è
azzardato affermare che se l’uomo è capax Dei, ciò è possibile
perché Dio ha voluto essere capax hominis e quindi capax
mundi. La prima verità dell’uomo è quella di essere fatto per
questo incontro, per questa relazione viva e reale nella quale
nasce e cresce la vita.
Il peccato è qui immaginare che la vita non si trovi dentro
la relazione tra Dio e l’uomo, ma al di fuori o contro di essa,
nella fuga in un mondo immaginario di potenza e di auto-
affermazione. Con Adamo ed Eva, l’uomo ha accolto in sé
questo dubbio.
Ciò che era semplicemente reale, ovvero Dio e l’uomo e la
loro relazione, ora è segnato dal dubbio. Rimane solo una vita
che deve essere inventata ogni giorno da capo e da soli, perché
l’uomo non conosce più Dio e non sa che tutto è già dato.
La salvezza consiste nel fatto che c’è stato un nuovo incontro
che dà di nuovo luce e vita a questo mondo e a questo uomo
ferito che Dio non ha abbandonato.
Il Vangelo di Marco, al capitolo primo, ci racconta che Gesù,
quando Giovanni viene arrestato, inizia la sua predicazione
ed entra in Cafarnao. L’evangelista Matteo è ancora più pre-
ciso, e ci dice che Gesù andò proprio ad abitarci a Cafarnao.
Gesù viene esattamente ad abitare dentro questa terra ferita
e frammentata, divenuta inospitale per Dio e per l’uomo. E
lo fa in maniera ordinaria, semplice, entrando dentro la vita
concreta della sua gente, nelle loro case.
Vorrei soffermarmi su questo banale eppure importante
aspetto. Ancora oggi a Cafarnao si vedono le strade che Gesù
ha percorso, la soglia della casa di Pietro. Possiamo capire
com’era la vita degli abitanti del tempo. Vediamo le cucine
con i forni, i pavimenti, le scale, possiamo capire com’erano i
soffitti di paglia. Tra quelle case, vi è anche quella di Gesù. La
vediamo e pochi privilegiati possono anche toccarla, là in riva
al mare di Galilea. Quegli abitanti non avevano fatto un’espe-
rienza emozionale o teorica. Gesù era lì, in mezzo a loro, nelle
loro stesse case. I segni che hanno sconvolto la loro vita, erano
avvenuti proprio lì, all’interno del loro reale e ordinario contesto
di vita, trasformandolo.
Ma torniamo al testo di Marco. La prima giornata di Gesù a
Cafarnao non è una giornata qualsiasi. È sabato, giorno di festa
che celebra l’amore di Dio per l’uomo, che celebra l’alleanza,
il legame profondo tra noi e Lui. E in questa prima giornata ci
sono quattro momenti importanti. Li ascoltiamo dall’evangelista
Marco.
Il primo (Mc 1,21-28) è che Gesù entra nella sinagoga,
e parla. Il suo parlare non può essere che un insegnare, un
dire di nuovo all’uomo la verità di Dio. Ed ecco che subito,
accanto alla voce di Gesù, si alza quella del demonio. Come
nell’Eden, accanto alla voce autorevole di Dio, c’è quella del
demonio. E il demonio grida, la sua voce cerca di essere più
forte di quella di Gesù, più forte della Parola. Vuole che l’uo-
mo di nuovo ascolti la sua voce, non quella di Dio. E grida la
distanza fra noi e Lui: «Che c’entri tu con noi?». Il demonio
grida la sua verità, grida la sua vittoria: «Tu sei un Dio lonta-
no. E dunque, perché sei qui? Il tuo essere qui ci rovina, sei
venuto a rovinarci…».
Ma oggi, a Cafarnao, la voce di Gesù è capace di far tacere
questa voce antica. Toglie dall’uomo questo dubbio, che Dio
non può che essere ormai un Dio lontano. «Taci, esci.» Dove
la Parola parla, il male deve tacere. Dove Gesù entra, il male
deve uscire.
E allora, quando finalmente il grido del male tace, rinasce
nell’uomo la domanda vera: ma chi è costui? Chi è costui che
parla, e fa tacere in noi la voce del male, la voce del dubbio?
Chi ci salva così? Dio si è di nuovo fatto vicino?
Uscito dalla sinagoga (Mc 1,29-31), Gesù entra nella casa,
la casa di Pietro, e guarisce la suocera, che era a letto con la
febbre. E la suocera, guarita, si mette a servirli.
E qui Gesù va ad abitare dentro un’altra frattura, non
quella che separa l’uomo da Dio, ma quella che divide l’uomo
dal proprio fratello, quella che blocca l’uomo nella propria
solitudine, incapace di servire. Gesù viene ad abitare lì. Non
fa nulla, se non semplicemente arrivare fino a lì. Di nuovo,
semplicemente, entra.
Poi c’è un altro passaggio molto interessante (Mc 1,32-34), un
terzo miracolo. E cioè l’evangelista Marco ci dice che verso sera,
dopo il tramonto del sole, tutta la città era riunita davanti alla
porta, e portarono a Gesù tutti i malati e gli indemoniati. E questo
è il terzo miracolo, ovvero che una città intera sia riunita…
Gesù è passato nella sinagoga, e ha guarito l’uomo nella sua
relazione con Dio. È entrato nella casa, e ha guarito l’uomo
nei suoi legami più intimi, i legami familiari. E dunque, il terzo
miracolo, che viene da sé quando queste prime due relazioni
sono sanate, è che un intero villaggio è lì, tutti insieme, in una
nuova solidarietà nel dolore che chiede la salvezza all’unico
che può donarla.
Infine, c’è un quarto e ultimo passaggio (Mc 1,35-39), ed
è che Gesù se ne va. Di nascosto, di notte, se ne va a pregare.
E quando se ne accorgono, si stupiscono che Egli non sia più
là, e lo cercano e lo trovano. Ma Lui risponde che non esiste
solo Cafarnao, ma che c’è un altrove, che lo attende e che lo
chiama. Cafarnao non è tutto, non è un luogo chiuso, isolato,
ma è una porta che apre ad altro, a tutto il resto. La salvezza di
Cafarnao è quella per cui l’uomo ritrova la propria solidarietà
con ogni altro uomo. Quello che è accaduto qui a Cafarnao,
è ciò che ora accadrà, ovunque, a ogni uomo, a ogni famiglia,
a ogni città. Questo altrove sono dunque tutti gli altri villaggi
della Galilea. Ma questo altrove è soprattutto il Padre, ed è
dentro la preghiera a Lui che Gesù ritorna, con l’uomo che
ha incontrato, con il quale ha abitato. Lui che ha abitato con
gli uomini, ora può condurre l’uomo alla sua vera dimora, a
vivere in Dio. Cafarnao ha una porta ri-aperta, sulla terra degli
uomini e sul cielo del Padre.
Allora Cafarnao ci dice che la vita reale dell’uomo resta la
vera Terra Santa dell’incontro con Dio. Si incontra Dio vivendo
la vita con il Suo stile che è quello della relazione, dell’incontro
aperto a Lui. Esiste di nuovo un luogo di incontro tra Lui e noi,
e questo luogo è la realtà semplice, così com’è. La vita vissuta
con e per gli altri è l’unico luogo di incontro con Lui.
E quando dico vita, non parlo di qualcosa di astratto,
di idilliaco, di pulito. No, parlo proprio di vita, e anche chi
conosce solo per un po’ il proprio cuore, sa quanto questo sia
segnato dall’ambiguità, dal peccato. Ebbene, proprio questa
vita e questa terra sono il luogo dell’incontro con Lui. Non
c’è esperienza di Dio che non passi per il dramma, doloroso
e bellissimo, della vita di ciascuno. Qui, nei nostri incontri,
tra le nostre case accade la salvezza. Questo hanno visto, e
contemplato, gli occhi degli apostoli.
Stando in Terra Santa, mi sono via via convinto di questo.
Non perché io l’abbia capito studiandolo sui libri, ma perché
mi è stato dato di viverlo. In questo la Terra Santa è un luogo
formidabile.
Custodire i luoghi non è una semplice opera di archeologia.
Stare in Terra Santa da francescano, e custodire la memoria
dei luoghi, ci obbliga soprattutto a custodire la testimonian-
za e l’esperienza a cui i luoghi fanno riferimento. Il luogo
dell’incontro che giunge fino a farsi perdono, deve diventare
testimonianza di incontro e di perdono. Se Gesù ha abitato
una terra dando spessore di verità e di divinità alla concretez-
za umana, è possibile abitare la Terra con e come Lui. Se c’è
una Terra Santa, vuol dire che c’è un modo santo di abitare la
Terra. Per dirla con Karl Rahner: se il Verbo si è fatto uomo,
ogni uomo può in potenza essere il Verbo!
Cafarnao dice dunque che su questa terra e tra gli uomini
l’incontro con Dio è ancora e sempre possibile.
Non ci si incontra, però, a partire dalle idee. O meglio,
non ci si incontra se le idee di ciascuno non hanno un peso,
uno spessore, un terreno reale di vita vissuta nell’apertura
all’altro e all’Altro. Perché le idee, senza la vita, tu dovrai
difenderle, e l’altro sarà un nemico che ti rimanderà la tua
mancanza di vita. Ma se le tue idee hanno la vita dentro, non
c’è bisogno che tu le difenda, c’è già la vita a difenderle, a
dire la loro verità…
Non solo. Ma l’incontro con l’altro, e con la diversità
dell’altro, ti costringe in qualche modo a verificare la realtà
della tua esperienza. Sono solo idee? Sono solo bei pensieri,
belle parole. O c’è dell’altro?
Per noi, dunque, stare in Terra Santa non dovrebbe essere
che questo: fare ciò che Gesù stesso ha fatto, e cioè abitare
con vitalità dentro questo mondo fratturato, essere il prolun-
gamento della Sua vita ospitale e donata.
Come ci stiamo? In un modo molto semplice, e cioè cercan-
do semplicemente di vivere il Vangelo. La missione, infatti, non
è innanzitutto fare qualcosa, ma vivere il Vangelo, nel luogo e
nelle condizioni nelle quali sei posto di volta in volta.
Vivere il Vangelo è appunto questa possibilità di non aver
paura del reale, della vita, questa possibilità di starci den-
tro, senza fuggire, riconoscendo in essa una Presenza. Una
Presenza che si può incontrare solo consegnandosi alla vita
così com’essa è. Il Vangelo è lo stupore di poter vivere tutto
quello che accade, solo perché Qualcuno è lì, con te. Vivere
il Vangelo è innanzitutto fare questa esperienza in prima per-
sona, e cioè concretamente stare lì, nella propria storia, senza
inventarsi altra via di salvezza se non quella che viene dalla
croce di Cristo. Stare solo lì, nella propria povertà, e lasciare
che continuamente Dio ti salvi. Vivere solo di questo, e non
avere nient’altro, stare al cuore del mistero.
Vivere il Vangelo in Terra Santa, dove spesso incontrarsi
diventa complicato, dove il passato (e il presente) di violenza
ha segnato la vita di intere comunità, sociali e religiose, fino
a diventare il criterio unico di lettura delle relazioni attuali, è
allora, per un francescano, provare a interrompere quel circolo
vizioso di violenza e la paura, testimoniando la salvezza.
A volte noi abbiamo un’idea vaga e astratta di salvezza. Ne
parliamo come se fosse qualcosa che accadrà un giorno, per
cui nell’attesa si cerca di fare il meglio che si può. Non è que-
sta la salvezza cristiana. Le pagine del Vangelo di Cafarnao ci
parlano di una salvezza molto concreta, e di un Dio che arriva
ad abitare esattamente lo spazio del tuo quotidiano, per cui
questo quotidiano, così com’è, diventa la via del tuo incontro
con Lui. Non bisogna inventarsi nulla.
Se la fede non è questo, se rimane relegata a qualche pratica
o a qualche momento della giornata, se non diventa un dimorare
dentro la vita insieme al Signore, uno sguardo attento e curioso
per riconoscere il suo passaggio nella storia, se quindi non
trasforma tutta l’esistenza, la realtà sarà sempre una minaccia
da cui difendersi. «La tua fede ti ha salvato…», dice il Signore
a coloro che incontra.
Gesù abita la sua Terra con una serie concreta di atteg-
giamenti, quali la pace, la gratuità, l’accoglienza, il perdono.
Gesù non potrebbe abitare il nostro peccato se il suo modo di
starci non fosse il perdono. Quando, a Cafarnao, presentano
a Gesù un paralitico (Mc 2,1-12), calandolo dal tetto, Gesù
innanzitutto lo perdona.
Solo da qui nasce la possibilità d’incontrare l’altro nella sua
diversità, e di scoprire come questo incontro ti dona e ti rivela
qualcosa di te, della tua relazione con Dio, che altrimenti non
avresti mai scoperto.
Vorrei ora presentare un’esperienza personale, che ha segna-
to in maniera forte il mio stare in Terra Santa. Inizialmente,
nei miei primi anni a Gerusalemme, il mio contatto con le
realtà non cattoliche e non cristiane si limitava a un semplice
incrociarsi per strada con ebrei, musulmani, cristiani di altre
denominazioni, alla presa di coscienza delle diverse tradizioni
che, in un modo o nell’altro, influivano sulla vita dell’antica
città. Non ci furono incontri personali particolari, a parte i
soliti episodi più o meno simpatici, di cui tutti gli abitanti di
Gerusalemme hanno esperienza: chi ti benedice, chi ti maledice,
chi ti sputa addosso, chi ti ferma per parlarti… Tutto sommato
la mia vita trascorreva tranquilla dentro i conventi. Non ebbi,
insomma, particolari occasioni di «dialogo», come diciamo
oggi. Stavo e vivevo dentro il mondo che da sempre era stato
mio: cristiano, cattolico, religioso. Avevo le mie domande, mi
davo le mie risposte.
Le cose cambiarono quando fui inviato a studiare all’Uni-
versità ebraica di Gerusalemme. Quella fu la prima vera espo-
sizione, il primo vero contatto con una realtà a me totalmente
diversa ed estranea. Studiavo la Bibbia e mi trovavo perciò nel
Dipartimento di Bibbia dell’Università, dove erano tutti reli-
giosi, chi più e chi meno. In quel periodo ero l’unico cristiano
in tutto il Dipartimento. Dopo le prime inevitabili difficoltà,
nacquero vere amicizie. Nelle relazioni e nelle lunghissime
discussioni che facevamo mi resi conto che non avevamo un
linguaggio comune. Non mi riferisco alla lingua parlata, ma
al modo di pensare, ai concetti. Nel parlare della mia fede
– perché era quasi e solo esclusivamente di questo che si parlava
con me – non riuscivo a far passare praticamente nulla e non
perché non avevo le parole, ma perché eravamo di due mondi
diversi: eucaristia, trinità, incarnazione, perdono, famiglia, vita
sociale ecc. Lo stesso concetto di messianicità, che io credevo
fosse assodato, è assai diverso, come è completamente diversa
la lettura della storia. L’Antico Testamento, che sempre diciamo
ci accomuna, in realtà viene letto e vissuto in maniera diversa
e non ci unisce poi così tanto.
Poco alla volta capii che più che la mia riflessione su Cristo,
a loro interessava la mia esperienza di Cristo.
La mia riflessione non parlava, non diceva niente, la mia
esperienza sì.
I miei compagni erano per lo più coloni, provenienti cioè
dai cosiddetti insediamenti, occupati da Israele, o comunque
legati a quel mondo. La loro esperienza di fede e la lettura
della Bibbia li aveva portati a scelte forti, anche discutibili.
Qual era la mia? Non c’era alcuna sfida od ostilità nel loro
atteggiamento, ma semplice e sincera curiosità. Di fronte alla
quale ero inizialmente piuttosto impacciato. Già: qual era la mia
esperienza di Cristo e come parlarne in maniera comprensibile
e credibile? Fino ad allora ero sempre vissuto in ambiente
cristiano ed ecclesiale e il mio modo di essere rifletteva quel
mondo. Ma era anche evidente che insieme allo sforzo di
comunicazione andava fatto anche uno sforzo di purificazione
delle proprie motivazioni. Capii allora concretamente cosa
significasse la parola «testimonianza», la sua fatica e il suo
fascino. E mi resi conto che la testimonianza diventa vera e
vissuta, quando si fa un sincero sforzo di comunicarla. Non
c’è esperienza senza testimonianza. Non c’è testimonianza che
rimanga chiusa a se stessa.
Quel periodo segnò per me una sorta di rifondazione della
mia vocazione. Il contatto – se volete il dialogo – con il mondo
ebraico mi aveva spinto a rileggere la mia esperienza, a con-
frontarla con quella di altre persone, a condividerla in un modo
che prima non conoscevo. Parlavo di Cristo a persone che non
lo accettavano come Signore. Eppure questo non solo non ci
divideva, ma anzi rafforzava il nostro legame. Non potrò mai
dimenticare la lettura continua del Nuovo Testamento, che
facevamo insieme nei pomeriggi o nelle sere. Alcuni venivano
anche da lontano per non perdere quegli incontri. E non ero
io a spingere per incontrarsi. Io piuttosto li subivo, almeno
inizialmente. Quasi a ogni pagina mi veniva chiesto: «Cosa
vuol dire, cosa ti dice, perché…» e mi trovavano sempre un
parallelo concettuale nella letteratura rabbinica, e poi ascoltavo
le loro impressioni, mi commuovevo alla loro commozione.
Quando qualche volta mi permettevo amicalmente di fare
qualche battuta un po’ critica su questioni di Chiesa, forse
anche inconsciamente come captatio benevolentiae, li imba-
razzavo. Loro amavano Israele. Io dovevo amare la Chiesa.
Le mie questioni interne non le dovevo discutere con loro.
La testimonianza non era più solo un mio comandamento,
ma una loro necessità. Mi veniva in un certo senso «imposta»
dalla loro amicizia.
È dunque sul terreno del reale che ho incontrato i miei
amici.
E ho anche scoperto che l’amicizia è quell’esperienza che
ti riporta al reale, a ciò che sei, che ti costringe semplicemente
a essere te stesso.
Quest’esperienza di incontro con persone radicalmente
diverse, seguito poi da altri incontri di diverso genere, ma di
uguale intensità, ha trasformato il mio rapporto con Gesù. Da
allora non sono cambiate le cose da fare, ma il mio rapportarsi
a esse. Quegli incontri mi hanno provocato a prendere in
maniera del tutto nuova una decisione personale in relazione
a Gesù. In questo senso posso dire che grazie a quegli amici,
ho incontrato in maniera nuova e più intima Gesù.
Come incontro oggi Cristo? Non sempre sono pronto all’in-
contro. Ma so quali sono i miei punti fermi: la Parola e la pre-
ghiera, il luogo e le persone. Insieme. Il rapporto con il luogo
richiama continuamente all’evento di cui le Scritture ci parlano,
rendendolo una memoria vicina, concreta. La relazione con le
persone ti costringe a certificare la verità della tua esperienza.
Le relazioni in Terra Santa sono terribilmente ferite. Ma proprio
stando lì dentro, dentro quelle relazioni, trovi la quotidiana pro-
vocazione al rapporto con Cristo e tutto allora diventa concreto,
difficile, eppure necessario: perdono, gratuità, libertà, carità,
moderazione, pazienza, accoglienza… diventano una necessità.
Negarti a quegli atteggiamenti, sarebbe un negarsi a Lui.
Conclusione
In conclusione, come francescani di Terra Santa, noi facciamo
più o meno quello che fanno tutti gli altri: preghiamo, studiamo,
insegniamo, facciamo scavi, custodiamo i luoghi, accogliamo
gente, costruiamo case, lavoriamo, facciamo affari, vendiamo
e compriamo… Ma il senso di ciò che facciamo non è in ciò
che facciamo, ma nella possibilità che ne viene di amare la vita
dell’uomo, sapendo appunto che ogni vita è possibilità della
Presenza di Dio. È sacramento di un incontro. Il fine non è
il prodotto, ma è la relazione, l’incontro: è il vangelo della
presenza, è lo stare lì, essere lì.
Dall’incontro con questa terra riceviamo la grazia del dove-
re di un’esperienza reale di Cristo, perché qui le parole non
bastano. O forse perché qui le parole sono troppe, e nessuno
ci crede più.
Ciò che resta, invece, è l’esperienza concreta di un andare
fino in fondo alla propria umanità, al di là dell’apparenza, in
un non facile cammino di verità.
Quindi facciamo più o meno quello che fanno tutti gli altri,
e non siamo né migliori, né peggiori di tutti gli altri. Abbiamo
solo questa certezza, che il Signore continua a camminare
dentro la storia dell’uomo, che rimane una storia faticosa, ma
abitata e perdonata. E quindi preziosa.
Ci stiamo con il gusto di chi vuole portare in tutto ciò che fa
la novità unica della nostra fede, che è la salvezza, e una salvezza
personale, che tocca ogni uomo, in particolare. Ci stiamo, perciò,
tenendo la porta aperta, come aperta era la casa di Pietro che
ha accolto il Signore Gesù. Apriamo a Dio la porta del reale, e
cioè diamo a Dio ciò che spesso l’uomo non ha il coraggio di
dargli, e cioè il proprio dolore, il proprio peccato, il proprio
bisogno di salvezza. E con la tenacia e la speranza di chi vuole
vedere il compimento di questa salvezza, vuole vedere l’alba di
Cafarnao anche lì dove sembrerebbe ancora notte.

José Miguel Garcia
Anche se ne sono il curatore, non ho potuto lavorare all’al-
lestimento della mostra che presentiamo, perché la Giornata
Mondiale della Gioventù mi ha trattenuto a Madrid fino
all’inizio del Meeting. È impossibile elencare tutti coloro che
hanno collaborato, ma voglio almeno nominarne due, senza
dei quali sarebbe stato impossibile realizzare questa mostra.
Grazie a Erasmo Figini e a Maurizio Bellucci.
Visitando la mostra ho provato lo stesso stupore che Dio ha
avuto, secondo il testo sacro, quando, dopo che ha deciso di
creare il mondo e l’uomo, ha visto tutto il creato. Dice il testo
della Genesi: «Dio vide quanto aveva fatto ed ecco era cosa
molto buona». Anch’io mi sono commosso davanti a quello che
i miei occhi hanno visto! Sono stato attirato dal fascino della
ricostruzione fatta, delle foto, delle immagini, dei volti della gente
contenta e grata per quello che vedeva. E anche ascoltando la
testimonianza dei fatti accaduti in questi giorni, mi rendo conto
che il reale ha una forza che non hanno l’immagine o le idee più
belle che uno si fa. La commozione che ho provato davanti alla
mostra realizzata è stata cento volte più intensa che quando la
immaginavo nei miei pensieri e mi è venuta in mente la frase
di Goethe, conosciuta da tanti di voi: «Grigia è la teoria, amico
mio, ma verde è l’albero eterno della vita. Infatti, che differenza
c’è tra il pensiero o la mia immagine e la realtà». Quello che
colpisce, che ti attira, che ti cambia, è il reale, non il tuo pensiero.
È sempre una presenza, non un’astrazione.
La Giornata Mondiale della Gioventù mi ha aiutato a
capire di più che il cristianesimo è qualcosa che succede ora.
O succede in questo istante, qui e ora, o inevitabilmente viene
ridotto a un ricordo, un’idea o magari un progetto buono, però
non è il cristianesimo, cioè l’imporsi della presenza di Gesù.
Una presenza che si riconosce quando si fa presente perché
corrisponde a quello che cerchiamo e desideriamo. Una pre-
senza che vince il nostro scetticismo e la nostra disperazione,
come tanti giovani hanno sperimentato a Madrid, vedendoli
sopportare un caldo enorme, aspettare tante ore l’arrivo di un
anziano di 84 anni, ascoltarlo in un silenzio impressionante…
mi si faceva evidente che loro aspettavano e ascoltavano in
quell’anziano un Altro, Gesù. Infatti, Gesù gli è venuto incontro
tramite la testimonianza del Papa e anche nella testimonianza
dei cristiani della stessa loro età o della bellezza della Chiesa
che si svela in tante manifestazioni culturali e sociali. Si vive il
cristianesimo soltanto come contemporanei di Cristo e facendo
la stessa esperienza di Giovanni e Andrea, come ci ricorda
Julián Carrón, o il cristianesimo permane come l’esperienza
di Giovanni e Andrea ora, oppure il cristianesimo crolla e noi
siamo soli con il nostro niente.
Questi giorni passati nella Giornata Mondiale della Gio-
ventù e il mio arrivo al Meeting mi hanno aiutato a capire il
mistero dell’incarnazione, che è il vero contenuto di questa
mostra intitolata: «Con gli occhi degli apostoli». Tutta la mostra
è soltanto un povero riverbero, un piccolo riflesso, della bellezza
di quell’ebreo chiamato Gesù di Nazareth. Almeno vuol essere
un aiuto a guardare l’evento più spettacolare e straordinario
accaduto nella storia umana, che il mistero di Dio si è fatto
visibile, che l’infinito è diventato un essere finito. Questo è
l’annuncio cristiano dall’origine come si capisce chiaramente
da queste parole dell’apostolo Giovanni: «Ciò che era fin da
principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo
veduto con i nostri occhi, ciò che abbiamo contemplato e ciò
che le nostre mani hanno toccato, ossia, il verbo della vita, lo
annunziamo anche a voi. Vi annunziamo la vita eterna che era
presso il Padre e si è resa visibile a noi».
La Chiesa cattolica da sempre ha testimoniato con la sua
parola e la sua vita questa genialità di Dio che ha voluto comu-
nicarsi all’uomo attraverso una presenza umana. Fermate per un
istante il vostro sguardo, la vostra mente su questa affermazione:
Dio si fa visibile e si svela, ci salva, cioè la nostra vita diventa
vera, attraverso una presenza umana. Troppo imponente per
non sentire un brivido nel nostro cuore: una faccia umana è
la faccia di Dio.
La cultura umana, il mondo di oggi, rifiuta più di ogni altra
cosa che Dio si sia incarnato in un uomo, il soprannaturale non
può intervenire nella storia umana. Il rifiuto, la negazione di
questa possibilità non poteva non negare la veridicità dei libri
che testimoniano questo fatto. La negazione del valore storico
di questi libri è una conseguenza logica di una scelta ideologica,
non l’esito di uno studio rigoroso. Un esempio palese troviamo
nelle prime pagine della Vita di Gesù, scritta da Ernest Renan,
in cui l’autore si rifiuta di accettare che i Vangeli sono una testi-
monianza di fatti accaduti veramente, perché in essi troviamo
racconti di miracoli, cioè perché essi testimoniano l’intervento
del divino nella storia. Dice: «I miracoli raccontati dai Vangeli
non hanno realtà, i miracoli sono cose che non capitano mai,
solo i creduloni li vedono. Non si può citare un solo miracolo
prodottosi davanti a testimoni in grado di constatarlo. Non è
stato dimostrato nessun intervento particolare della divinità.
Perciò se si ammette il soprannaturale si è fuori dalla scienza.
Si ammette una spiegazione di cui fanno a meno l’astronomo, il
fisico, il chimico, il fisiologo e di cui anche lo storico deve fare
a meno. Respingiamo il soprannaturale per la stessa ragione
che ci fa respingere l’idea dell’esistenza dei centauri e questa
ragione è che non li abbiamo mai visti. Non è perché mi è
stato anzitutto dimostrato che gli evangelisti non meritano
una credibilità assoluta che io non ammetto l’esistenza dei
miracoli, ma perché si raccontano dei miracoli, io dico che
i Vangeli sono leggende. Possono contenere della storia, ma
certo non tutto è storico».
Questa posizione così radicale si può trovare oggi in certe
pubblicazioni e articoli scritti per il grande pubblico, di un
valore scientifico molto limitato. L’esegesi di solito non è così
grossolana, tanti esegeti non negano il valore storico dei Vangeli,
soltanto lo censurano. Questi libri sono piuttosto la testimo-
nianza della fede dei seguaci di Gesù, non tanto il racconto
dei fatti accaduti. In altre parole questi libri dicono quello che
i cristiani credono, non quello che hanno visto e udito.
La mostra è stata pensata e fatta prendendo sul serio il
contenuto della testimonianza dei Vangeli e il loro valore
storico. Questi libri certamente non sono una invenzione
o mistificazione del Gesù reale, bensì documenti scritti da
testimoni oculari o basati sulla loro testimonianza. Come si
può pensare ragionevolmente che i primi discepoli di Gesù,
potessero suscitare l’adesione a un uomo morto in croce con
delle invenzioni. Anzi, loro stessi non erano così pazzi da andare
per tutto il mondo e dare la loro vita senza essere convinti che
Gesù di Nazareth non era soltanto un maestro, un rabbino,
un profeta, bensì lo stesso Dio. Non è che gli uomini antichi
fossero più creduloni di noi uomini moderni. Anche loro si
rifiutavano di accettare un annuncio così incongruente, così
folle come è la predicazione cristiana.
Infatti Paolo racconta di come la predicazione cristiana
era vista come scandalo dai giudei e pazzia dai pagani. Se loro
hanno incominciato a indicare Gesù crocifisso come Dio, qual-
cosa di straordinario è dovuto accadere davanti ai loro occhi.
Immagino che anche per loro, senza quel fatto, sarebbe stato
una follia credere che un condannato in croce potesse essere
Dio. Anzi, come ebrei c’era in loro una resistenza ad accettare
che un uomo potesse essere identificato con la divinità. Una
cosa simile la sentivano come la più nefanda; tante guerre e
rivolte ebraiche hanno avuto la loro origine proprio nel rifiuto
di una simile pretesa.
Pensare che gli apostoli, i primi cristiani, fossero stupidi
significa non prendere sul serio la loro umanità e l’esigenza
della loro ragione. Per loro, come per noi, la fede nasce dallo
sguardo. L’origine della fede è nei fatti accaduti, nasce davanti
agli eventi storici, tutto il contrario di quello che ancora dicono
certi studiosi; secondo loro i fatti raccontati dai Vangeli nasco-
no dalla fede, sono racconti creati dai primi cristiani perché
avevano fede in Gesù di Nazareth.
Lo scopo della mostra è soprattutto mettere davanti a tutti
l’eccezionalità di quell’uomo. Far percepire la sua provoca-
zione a chi visita la mostra. Noi abbiamo quindi preso sul
serio i Vangeli. Per tanti di noi, invece, i Vangeli coincidono
con l’insegnamento di Gesù, la sua proposta etica o morale.
Purtroppo certe omelie sono soltanto un richiamo a vivere
certi comportamenti o difendere certi valori. Il cristianesimo
sarebbe il tentativo di vivere secondo la regola morale pro-
posta da Gesù.
Certamente una parte del contenuto dei Vangeli è composta
dai detti e dalle parabole di Gesù. Secondo questi racconti
evangelici, addirittura, Gesù ha parlato tanto che non ha
avuto neanche tempo di mangiare. Quindi non si può negare
che Gesù abbia tramandato un contenuto dottrinale, ma il
cristianesimo non è la dottrina di Gesù, il cristianesimo è lo
stesso Gesù, il rapporto con Gesù, come afferma con chiarezza
Romano Guardini: «Non vi è dottrina, non vi è sistema di valori
morali, non atteggiamento religioso, né programma di vita che
potremmo staccare dalla persona di Cristo e di cui potremmo
dire questo è il cristianesimo. Il cristianesimo è lui stesso, è
la stessa persona di Gesù Cristo la categoria che determina
l’essere, l’agire e l’insegnamento del cristianesimo».
Ridurre la fede cristiana all’osservanza di una legge staccata
dal rapporto concreto, reale con Gesù è cadere nell’errore
denunciato da Agostino nella sua lotta contro i pelagiani.
Questo, diceva lui, è l’occulto veleno dei vostri errori: che pre-
tendiate di fare consistere la grazia di Cristo nel suo esempio e
non nel dono della sua persona. Essere cristiano coincide con
il rapporto umano, concreto e carnale con Gesù.
Nella mostra c’è un testo di don Giussani che a me personal-
mente ha aiutato tantissimo. Dice: «Io non mi stancherò mai,
quando uso la parola fede, di ricordare cosa vuol dire. Perché
non si sa cosa vuol dire anche se la si definisce teologicamente.
La fede è il riconoscimento stupefatto, grato, intimidito e nello
stesso tempo esaltante di una presenza, perché Dio è venuto
ed è fra noi».
Per conoscere veramente chi è Gesù non basta lo studio
storico critico, occorre la fede. Lo ha ricordato il Papa ai giovani
radunati a Quatros Vientos: «La fede va al di là dei semplici
dati empirici o storici, ed è capace di cogliere il mistero della
persona di Cristo nella sua profondità».
Noi sappiamo bene che la fede consiste nel conoscere per
testimonianza, cioè implica l’aprirsi e accogliere quello che
Gesù dice di se stesso. Ma cosa ci aiuta a riprendere questa
apertura originale? Certamente il bene presente. Il percepire
l’eccezionalità di quell’uomo e la convenienza del rapporto con
lui per la nostra vita, ma occorre anche il gesto semplice del
cedere, che nasce al cento per cento dalla nostra libertà.
Cedere all’attrattiva di Gesù, anche questo mi si è fatto palese
di nuovo durante la Giornata Mondiale della Gioventù. La città
di Madrid, durante parecchi giorni, ha potuto vedere una folla
di giovani contenti e lieti di vivere, grati dall’incontro di Cristo.
Era un vero spettacolo, ma soprattutto un motivo di speranza
perché c’è una gioventù desiderosa di vivere, di imparare, di
costruire. Mi ricordo un semplice aneddoto: un taxista mi
diceva che si ricordava bene quando c’era stata la finale della
Champions League, il giorno seguente Madrid era tutta rovinata
e sporca. «Guardi lei, è da quattro giorni che questi ragazzi, più
di un milione di ragazzi, gira in tutte le piazze e strade di Madrid
e Madrid rimane così bella e pulita come era prima.» Eppure
davanti a questa testimonianza imponente ho trovato gente che
si arrabbiava della loro presenza e alcuni arrivavano ad attaccare
verbalmente questi giovani; davanti ai loro occhi c’era un segno
imponente, ma si rifiutavano di accettarlo e riconoscerlo, come
all’epoca di Gesù vedevano i suoi miracoli, erano testimoni della
sua umanità imparagonabile e invece lo rifiutavano, addirittura
lottavano contro. Gesù non risparmia mai la libertà all’uomo,
anzi la mette in gioco. In altre parole, la realtà è davanti a noi,
l’essere si manifesta e ci provoca, ma l’adesione nasce da noi,
nasce dalla nostra volontà che cede. Gli apostoli hanno ceduto,
e la loro vita ha sperimentato il centuplo quaggiù. Mi auguro
che la visita alla mostra favorisca questa mossa della nostra
libertà, questa adesione a Cristo. Così la nostra vita avrà una
pienezza insospettata e con lui si potranno affrontare le prove
della vita, certi della vittoria di Cristo risorto.

Giancarlo Cesana
Come ha detto padre Pizzaballa, possiamo
comprendere il valore della quotidianità, cioè che Dio si è
fatto amico. Dio è stato incontrato nella quotidianità, andava
a casa di Pietro, mangiava lì, è stato per un anno a Cafarnao,
da lì è nato tutto. Dio è un amico e l’amicizia si incontra a casa,
nella quotidianità. Questo genera una storia: infatti da questo
piccolo luogo è scaturito un cambiamento radicale, una storia
impressionante. Come ha detto don Garcia, tutto è cominciato
da una faccia umana.
Don Giussani dice infatti che, per gli uomini di allora, la
parola «Gesù» non aveva il significato che ha per noi oggi, che
dopo duemila anni di storia possiamo pensare al Papa e alla
Chiesa. Gesù allora era il nome di un uomo, che sicuramente
aveva compiuto qualcosa di eccezionale.
L’eccezionalità nasce da questa faccia umana che in origine,
proprio inizialmente, ha realizzato ciò che noi desideriamo
tutti i giorni: cioè che cambi il particolare, che il particolare
abbia un valore grande per sempre, per l’eternità, che noi
abbiamo un valore grande. Cristo ha cambiato il particolare,
lo ha stravolto così tanto che ha cambiato il mondo a partire
da Cafarnao. Appunto, da casa nostra.

Data

24 Agosto 2011

Ora

17:00

Edizione

2011

Luogo

Auditorium B7
Categoria