Classica majestas. Il ritorno all’antico da Arnolfo a Giotto

 

Il ritorno alla tradizione classica, che nelle arti figurative è concomitante alla ripresa di particolari canoni formali, è il fulcro di un vasto fenomeno che si configura già a partire dall’alto medioevo.
Tale fenomeno ha radici culturali profonde e non lo si può considerare unicamente come un insieme di fatti d’arte. Per esempio Sant’Ambrogio, vescovo di Milano, nel IV secolo sostiene la propria missione pastorale riferendosi alla cultura latina; ma egli non è che uno dei molti testimoni che possono additarsi nel grandioso panorama del recupero dell’antichità classica, operato in epoca cristiana.

Nel campo delle arti e dell’architettura va evidenziato il problema del “riuso” dei materiali architettonici e plastici di spoglio, della imitazione di elementi decorativi romani, di cui troviamo un eloquente esempio nella cappella duecentesca del Sancta Sanctorum a Roma. La maggior parte degli edifici di Roma, nei secoli che seguono l’impero di Costantino, versavano in condizioni fatiscenti, così che, per ragioni diverse, e non sempre nobilissime, molti di essi vennero rasi al suolo o smantellati. I materiali di costruzione spesso vennero salvati e riusati, anche per saldare un rapporto di continuità ideale con l’antichità.
In una linea consimile a quella del recupero di una certa identità storica, va intesa la nuova interprestazione in chiave cristiana di alcuni vetusti monumenti pagani, vedi il gruppo equestre di Marco Aurelio che viene identificato, in età cristiana, con Costantino a cavallo, imperatore cristiano per eccellenza.
Lo spirito della renovatio dell’antico avviene tramite l’esaltazione della classica majestas (classica maestosità), termine che vuole riassumere tanto un significato estetico, che si incarna nella libera affermazione di certe forme, quanto un valore etico, che scaturisce dal riconoscimento dell’auctoritas della romanità stessa.
Il ritorno all’antico anima la rinascenza del Due e Trecento, con uno spirito diverso da quello che si manifesterà più tardi, in età rinascimentale, e prende forma in modi diversi nelle opere di alcuni sommi artisti, tra la fine del Duecento e l’inizio del Trecento.
Lo stile gotico, nato in Francia verso la metà del XII secolo, si diffonde in Europa e in Italia si assiste, un secolo dopo, a uno strepitoso rilancio della cultura, non solo artistica. Pittori e scultori divengono i divulgatori della conoscenza dell’antico, attraverso l’elaborazione di uno stile e di un linguaggio che fa ricorso anche a moduli classici.
Nell’arco temporale compreso tra il 1270 e il 1320 circa questa grandiosa “rinascenza” gioca le sue carte. Artisti della levatura di Nicola Pisano, Arnolfo di Cambio, Pietro Cavallini, Giotto, Andrea Pisano e Giovanni Pisano sono i più grandi vettori del ritorno alla classicità. Va osservato che ogni rinascenza afferma tale ritorno, anche nei secoli successivi, quasi che il recupero della tradizione antica fosse irrinunciabile alla creazione di un’arte intensamente nuova.Va comunque sottolineato che il fenomeno è molto articolato e che i suddetti artisti non sono i soli a volgersi all’antichità classica, ad esempio lo fa anche Duccio di Buoninsegna, ma in modo meno sostanziale. Alla fine del Duecento, in Italia, si intrecciano tradizioni e tendenze diverse fra loro ed è ancora molto viva la tradizione bizantina. Laddove gli artisti gotici recuperano la classicità, lo fanno con varia sensibilità. Il classicismo di Nicola Pisano, formatosi nel clima della cultura di Federico II, è più cosciente di quello un po’ strumentale e politico degli artisti federiciani; mentre quello di Arnolfo di Cambio è più appassionato e religioso di quanto non sia quello “evocativo” di Nicola Pisano. In Pietro Cavallini, pittore romano ancorato alla tradizione locale duecentesca, il ritorno all’antico avviene invece all’insegna della “classica majestas” romana. Per Giovanni Pisano, figlio di Nicola, l’antico si piega a una intensa drammatizzazione. Per Giotto, nella cappella degli Scrovegni a Padova, classicismo significa rispetto della maestosità delle forme e dell’equilibrio compositivo.I caratteri fondamentali dello stile classico sono la gravitas propria delle statue romane che si manifesta nel lento e ampio ricadere dei panneggi, il rigore delle linee e dei contorni, la severità degli atteggiamenti delle figure, la finezza quasi incisoria dei particolari, cui si contrappone la sinteticità dei volumi, la limpida armonia dei ritmi, la monumentalità, la perfezione “attica” dei profili dei volti, la foggia degli abiti, l’equilibrata armonia di ogni parte.
In tutti gli artisti nominati è presente una attenzione di tipo naturalistico, anche se a vario titolo, che rappresenta il carattere più precipuamente gotico dell’arte due e trecentesca. E forse non è azzardato interpretare la loro ricerca estetica, avviata secondo i canoni del classicismo, come una affermazione del Vero.

Data

20 Agosto 2006

Edizione

2006