“CIÒ CHE È IN CRISI È L’UOMO”. Dialogo con… - Meeting di Rimini

“CIÒ CHE È IN CRISI È L’UOMO”. Dialogo con…

Caffè letterario: “CIÒ CHE È IN CRISI È L’UOMO”. Dialogo con…

Partecipa Antonio Polito, Giornalista e Scrittore. Introduce Alberto Savorana, Portavoce di Comunione e Liberazione.

 

“CIÒ CHE È IN CRISI È L’UOMO”. Dialogo con…
Ore: 11.15 eni Caffè Letterario A3
Partecipa Antonio Polito, Giornalista e Scrittore. Introduce Alberto Savorana, Portavoce di Comunione e Liberazione.

ALBERTO SAVORANA:
Benvenuti a questo incontro con Antonio Polito, mi scuso per il ritardo ma ha avuto problemi di aereo, è arrivato a Bologna in ritardo, il traffico dell’autostrada ci ha fatto ritardare l’inizio di questo incontro, per cui non perdiamo tempo. Non ve lo presento perché è uno dei giornalisti – editorialista del Corriere della Sera – tra i più noti in Italia, ma non è questo il motivo per cui abbiamo voluto avere Antonio al Meeting, la ragione non è la sua notorietà ma è la sua curiosità e apertura rispetto a ciò che accade. Perché leggere i suoi editoriali, i suoi libri, è sempre l’occasione per scoprire qualcosa di nuovo, per imparare qualcosa che non era prima noto e conosciuto. E allora gli abbiamo detto: “Vieni!”. Lui conosce il Meeting da tempo ma di fronte a un tema come Emergenza uomo, abbiamo detto: “Vieni a raccontarci come percepisci questo problema”, a partire da una provocazione che gli abbiamo lanciato e che dà il titolo a questo incontro specifico: Ciò che è in crisi è l’uomo. È una frase che forse molti di voi conoscono, di Papa Francesco: “Questo momento di crisi non consiste in una crisi soltanto economica, non è una crisi culturale, è una crisi dell’uomo. Ciò che è in crisi è l’uomo e ciò che può essere distrutto è l’uomo”. In uno dei libri più noti, da poco pubblicato e che forse molti avranno letto, Contro i papà, Polito scrive: “Bisogna resistere alla tentazione di spiegarsi grandi cambiamenti culturali con il solo ricorso a fattori sociali, economici”. C’è un’affinità, come percezione di ciò che oggi è in gioco, in un osservatore laico e in un pontefice. Segno che questo è il punto scoperto, su cui tutti in qualche modo ci sentiamo disarmati e per questo abbiamo bisogno di incontrare chiunque ci può aiutare a non essere totalmente sprovveduti, a essere criticamente attrezzati sulla strada in una possibile risposta a questa sfida. E la risposta non può essere semplicemente una formuletta, una regolina per l’uso. Allora, per iniziare il nostro dialogo, ti chiederei: che cosa evoca in te questa affermazione del Papa, “ciò che è in crisi è l’uomo”?

ANTONIO POLITO:
Grazie intanto dell’invito, del calore con cui sono sempre accolto da voi, anche in giro per l’Italia. Devo dire che grazie a questo libro vi ho conosciuto di più, perché sono stato invitato in molti centri culturali, ho visto tante persone, ho parlato con tante persone e mi si è confermata l’idea che, per quanto mi riguarda, l’affinità che sento con voi è che voi non chiedete mai: “Con chi stai?” ma chiedete sempre: “Chi sei, che cosa pensi, che cosa hai in testa?”. Questa stessa curiosità a cui tu facevi riferimento prima è il contenuto, credo, di una comprensione, di un interesse reciproco, abbastanza raro in Italia, perché in Italia in genere la prima cosa che ti chiedono è con chi stai, a partire dai dibattiti televisivi che sono fatti proprio fisicamente con tre sedie di qua e tre sedie di là. E ti mettono da una parte. Certe volte si vede anche che soffrono, quando tu non fai la parte per cui eri stato chiamato. Ci sono addirittura volte in cui ti chiamano e te lo chiedono prima per telefono, ti dicono: “Senti, ma se tu vieni, dici questo?”. E tu dici: “Vabbè, aspetta, fammi vedere, fammi capire di che cosa parliamo, no?”. Ecco, questo è un po’ un grande difetto del nostro Paese, un Paese che è diventato iperpoliticista. Credo che anche il Meeting sia stato colpito più di una volta, perché una delle accuse che vengono fatte è: “Con chi state, perché avete parlato col Presidente del Consiglio quand’era di centrodestra, e poi di centrosinistra e poi adesso che è delle larghe intese?”. Come se il problema di un movimento, o di qualsiasi comunità in Italia, non fosse quello di partecipare alla costruzione del bene comune. E io dico sempre, quando mi accusano di essere troppo vicino al Governo: il Governo è l’unico che abbiamo, è quello che ci rappresenta, quello da cui dobbiamo sperare che succeda qualcosa di positivo. E ancora, sempre questa domanda: a chi giova? Con chi stai? A chi appartieni? Mi ricordo che un direttore che non mi amava molto, un giorno disse a un mio collega: “Lui è bravo, soltanto non si sa mai con chi sta”. Ora, in qualsiasi Paese, diciamo anglosassone, questo sarebbe un merito per un giornalista, perché il valore di un giornalista è che non si sa con chi sta, e quindi le sue analisi, i suoi giudizi sono più attendibili, in Italia, no. Vabbè, questa è una piccola parentesi che mi affratella, per cui la volevo dire. “Ciò che è in crisi è l’uomo”: ma intanto dobbiamo riflettere sulla parola crisi, perché crisi non ha in origine, etimologicamente, soltanto quell’accezione catastrofica a cui noi spesso pensiamo, crisi come catastrofe. Invece crisi, diciamo in origine, in greco – ma addirittura in cinese c’è lo stesso ideogramma che viene usato sia per “crisi” che per “trasformazione” – è trasformazione, mutamento. Oserei dire che la crisi è indispensabile anche nella nostra vita, le crisi di crescita: abbiamo i nostri adolescenti che a un certo punto hanno una crisi perché cambiano, perché crescono. Se uno concepisce la crisi come mutamento, come trasformazione, è evidente che protagonista ne è l’uomo. Non potrebbe essere altrimenti. Ogni tanto sui giornali leggete espressioni tipo “decreto anticrisi del Governo”: sono fesserie, ovviamente. Cioè, come può un decreto del Governo farci uscire da una crisi? Il Governo può, come ogni potere pubblico, creare le condizioni ideali, migliori in cui le famiglie, le imprese, le persone facciano quello che possono e debbono per uscire dalla crisi, per rilanciare l’economia. D’altra parte, anche nella scienza economica in senso stretto, l’atteggiamento dei cosiddetti attori economici, cioè delle famiglie e delle imprese, è quello che decide dell’andamento di una economia nazionale, della sua ripresa, della crescita: pensate alla crisi che stiamo vivendo adesso. La crisi che stiamo vivendo adesso è una crisi da debito: è scoppiata negli Stati Uniti, nel 2007, 2008, sul debito privato, cioè sul debito delle famiglie che si erano indebitate per comprare la casa, per fare i mutui. Si è riverberata in Europa come crisi del debito pubblico, perché in Europa i Paesi, le nazioni hanno finanziato con denaro pubblico la crisi delle banche che nasceva dalla crisi americana, e quindi hanno accresciuto il loro debito pubblico, accrescendo anche quello di Paesi dove non era generalmente, solitamente alto. C’è una concatenazione ed è tutta una crisi di debito. Soprattutto negli Stati Uniti, la crisi del debito privato è stata un trasferimento di responsabilità sulle generazioni successive: io consumo, qualcun altro pagherà il mio debito, esattamente il gioco che si è fatto in Italia. Noi consumiamo, spendiamo e poi qualcuno ripagherà il nostro debito. Vedete che nesso profondo c’è fra i comportamenti dell’uomo, i suoi valori, i suoi sentimenti, e gli effetti che si hanno sull’economia? Faccio un altro esempio: la crisi della nostra piccola impresa è in grandissima parte – ne parlavo spesso con Vignali, che è uno molto attento a queste cose – una crisi di famiglie. Perché, essendo il nostro capitalismo piccolo, sostanzialmente un capitalismo familiare, soprattutto il momento del passaggio generazionale, cioè quando arrivano i figli alla conduzione dell’azienda, è un momento in cui l’azienda può anche morire, perché magari i figli hanno voglia di spendere i soldi che hanno guadagnato i padri, invece di ricominciare a metter su un’azienda, ed è un grande problema sociale, nel nostro Paese: pensate che più del 90% delle imprese italiane è composta da meno di 10 dipendenti. D’altra parte, pensavo prima al debito: in tedesco, non a caso, “debito” e “colpa” si dicono nello stesso modo, “Schuld”. E per i tedeschi il debito è qualcosa che ha a che fare con la dimensione morale del comportamento delle persone. Lo stesso vale per il welfare, il rapporto con i nostri anziani, che è una cosa costosissima dal punto di vista sociale, perché, sapete, per il sistema pensionistico, per il sistema assistenziale, dovremmo aumentare le risorse ma non siamo in grado, come possiamo fare? Qui entra il campo il non profit, la solidarietà, la famiglia, anche come sede di welfare delegato, welfare collaterale che, d’altra parte, è anche molto più umano, molto più caldo del welfare pubblico. Questo nesso è strettissimo, e c’è un effetto ancora più profondo dell’etica sull’economia, che credo fosse quello cui si riferiva Papa Francesco: i valori di una società incidono sulla sua capacità economica, sulla sua brillantezza e sul suo dinamismo. Proprio di recente è uscito negli Stati Uniti un libro importante, di un politologo, un sociologo che si chiama Charles Murray, un libertario, viene così definito, il quale ha analizzato la crisi, la spaccatura in due degli Stati Uniti, un processo politico-culturale che dura ormai dalla fine degli anni ’60, dagli anni ’70, come frutto non tanto dei fatti economici ma dei mutamenti culturali nel Paese. Per esempio, ha analizzato due città ideali e ha scoperto che quella in cui c’era stato il maggior crollo del numero dei matrimoni, il maggior aumento degli abbandoni scolastici, il maggior tasso di delinquenza minorile, e così via, aveva performance economiche molto peggiori. Allora i progressisti gli hanno obiettato: “Ma è l’economia che cambia i valori!”. E non si può escludere, ovviamente, che l’economia abbia una conseguenza sul nostro sistema valoriale. Ma come si può negare, guardando l’esperienza di ognuno di noi, il rapporto che abbiamo con i nostri figli, per esempio, come si può non vedere che il sistema di valori di una comunità ha un effetto immediato, diretto e potente, sulla sua capacità, ad esempio, di produrre ricchezza? Tra l’altro, produrre ricchezza per la comunità è un valore. Come si fa a non vedere che, per esempio, l’egoismo sociale crea e accresce le disuguaglianze e che una società molto diseguale è una società che cresce meno e in cui i deboli sono più esposti? Io penso che sia così, anche guardando strettamente al campo della condizione economica del nostro Paese e credo che in Italia, da molto tempo, in crisi sia l’uomo: poi, se vuoi, possiamo anche chiederci perché.

ALBERTO SAVORANA:
Grazie. Mi ha molto interrogato che tu, proprio tu che sei uno dei più noti ed autorevoli editorialisti di politica italiana del Corriere della Sera, mentre l’Italia si dibatteva in una delle più gravi crisi politico-istituzionali della storia, hai scritto un libro, Contro i papà, dedicato all’educazione, e hai preferito a tanti salotti televisivi battere l’Italia per discutere con gruppi di famiglie, insegnanti, giovani, centri culturali, scuole, il tema dell’educazione. Mi ha interrogato perché non è un’immagine comune, non è un’immagine solita, anzi, sovverte quella preminenza del politico che anche in questi giorni qualcuno prova a rimettere in campo come se fosse il tema e la panacea di tutti i problemi, per parlare della mancata educazione dei giovani. E mi hai fatto venire in mente una storica intervista che don Giussani dette al Corriere della Sera, nel 1992. La data è importante perché c’erano le prime avvisaglie di Tangentopoli, non era ancora crollato il sistema dei partiti storici, il muro di Berlino era crollato da poco e c’era ancora chi sognava una inerziale, progressiva fine della storia nel migliore dei mondi possibili. Eppure, in quell’occasione don Giussani disse che vedeva l’Italia “come in una situazione civile dove non c’è un’ideale adeguato, dove non c’è nulla che ecceda l’aspetto utilitaristico, un utilitarismo perseguito senza alcun punto di fuga ideale. A tutte queste generazioni di giovani non è stato proposto niente eccetto una cosa, l’apprensione utilitaristica dei padri”. Avendo in mente questa cosa, immaginatevi la sorpresa nel leggere nel tuo libro, come autoaccusa di noi padri, “affamati non vogliamo che siano neppure per un istante, abbiamo anzi costruito le nostre vite e la nostra società in funzione del loro nutrimento, in funzione della protezione dei figli dal bisogno, con conseguenze sociali rilevanti e non sempre positive. Eppure, chi di noi padri può negare a se stesso la verità? E cioè che tutto intorno a noi ci dice che è l’educazione, intesa in senso molto più ampio della semplice istruzione, il fattore cruciale per la riuscita di una comunità? E allora, perché abbiamo completamente abdicato alla nostra funzione educativa, per trasformarci in goffi sindacalisti dei nostri figli?”. Domanda: ma chi te l’ha fatto fare di imbarcarti in quest’avventura, e soprattutto, cos’hai scoperto girando l’Italia in questi mesi?

ANTONIO POLITO:
Chi me l’ha fatto fare, sì, me l’hanno chiesto in tanti: “Ma perché fai un libro così invece di fare, non so, un libro sul Pdl?”. E all’inizio, addirittura, il libro ha avuto una partenza stentata perché le librerie non sapevano dove metterlo, perché c’era chiaramente una contraddizione tra l’autore e l’argomento. E quindi ha girato in scaffali di sociologia, di psicologia, all’ultimo piano, sai giù in Feltrinelli, quello nello scantinato, una volta è comparso pure – questa è una cosa che qualcuno di voi avrà già sentito perché l’ho già detta – su un banco a fianco di un titolo che era Come allattare al seno, giuro, perché nessuno capiva bene. Tema sul quale potrei parlare, ovviamente, perché essendo padre di tre figli, naturalmente anch’io ho letto i miei libri sull’allattamento al seno, perché mi piace prepararmi sulle cose, studiarle prima. Ma perché è lo stesso tema! Cioè, io non trovo nessuna differenza fra l’argomento di cui mi sono occupato e la politica. Se la politica è: che cosa dobbiamo fare per rimetterci in piedi, come dobbiamo amministrare la cosa comune nell’interesse del bene comune, beh, il comportamento, la tempra morale, la disponibilità al sacrificio, al rischio, dei nostri giovani è una questione essenziale. Non è che lo dico solo io, non lo dice soltanto chi crede, ma la questione del cosiddetto “materiale umano”, che è un’espressione molto bruta che viene usata dagli economisti, è perché la possibilità di crescita delle società risiede in buona parte nel livello di istruzione, educazione, capacità di iniziativa, di impresa, delle giovani generazioni. Quindi, io parlo del problema italiano, della crisi italiana e della sua possibilità di risolverla. Ne parlo quando dico, scrivo che spero che non cada il Governo, perché mi sembrerebbe ridicolo rimettersi a rifare questa tela di Penelope, che ormai sono tre anni che facciamo e disfacciamo in continuazione, non ne vedo il vantaggio; e allo stesso modo, credo di occuparmene quando parlo della condizione, dello stato delle giovani generazioni. Vedete, molti problemi vengono presentati come problemi sociali ed economici, come se questo togliesse responsabilità a noi stessi, no? Ci sono i bamboccioni, i ragazzi italiani sono così, non vogliono uscire di famiglia: che guaio! Non è così semplice: se uno analizza il fenomeno dei bamboccioni, vede che dentro c’è una questione valoriale che riguarda direttamente i padri, dico padri per dire “i genitori”, però poi nel libro spiego che me la prendo con i padri più che con le madri, perché tanti con le madri in Italia ce la pigliamo regolarmente, siamo mammoni no?, è colpa loro, sono le mamme italiane, ecc. Invece, io credo che noi virilmente dovremmo prenderci qualche responsabilità, visto anche che al Governo, nelle imprese, nel sindacato, nelle aziende, sono gli uomini che hanno fatto l’Italia così com’è! Quindi, qualche responsabilità ce la dovremmo prendere. Ma intendiamoci: quando io dico “padri”, dico i genitori. Perché i bamboccioni, per esempio? Perché si pensa generalmente che il problema del fatto che i figli non lascino casa dipende dalle condizioni economiche: i ragazzi non hanno più il lavoro, sono poveri, le famiglie non reggono più la possibilità di mandarli fuori a lavorare e a studiare, e quindi li tengono in casa, perché così risparmiano. Ma quando poi si sono fatti degli studi specifici sull’argomento – ne cito uno da lavoce.info -, si scopre che maggiore è il patrimonio familiare, maggiore è la tendenza dei giovani a restare a lungo in famiglia, che è l’esatto opposto di quello che ci viene detto, ed è una enorme questione culturale. Perché allora vuol dire che il fenomeno dei bamboccioni deriva da altre cause, da cause che hanno a che fare con i valori e anche con una certa tendenza dei genitori a proteggere i figli, a credere di proteggere i figli oltre ogni dire, tenendoli con le mani legate, tenendoli abbracciati stretti, per non metterli alla prova con la vita, che è anche un elemento di scarsa fiducia nei loro confronti, che secondo me loro sentono e riduce molto la loro autostima. Oppure, sempre a proposito di bamboccioni, negli Stati Uniti -dove il fenomeno sta crescendo, perché non è che la nostra crisi morale sia solo nostra – si scopre che la comunità in cui è più diffuso il fenomeno dei ragazzi che a 30 anni e oltre stanno a casa è quella degli italo-americani. Allora, vuol dire che c’è qualcosa che ha a che fare con la cultura, non è soltanto un fatto sociale. Oppure, prendete il caso dei cosiddetti NEET, questo gruppo di giovani che non lavorano, non stanno facendo formazione professionale o apprendistato, e non studiano, cioè ragazzi tra i 15 e i 24 anni che la mattina non hanno nessuna ragione per svegliarsi. Ecco, questo secondo me è il massimo della devastazione morale di una generazione. E’ un fenomeno enormemente più grave della disoccupazione giovanile, perché la disoccupazione giovanile è calcolata solo su giovani che già lavorano o che sono già andati sul mercato del lavoro a chiedere un lavoro, quindi su una parte molto piccola dei giovani tra i 14 e i 25 che, ovviamente, in massima parte studiano. Il 50% studia ma il 20% non fa nulla, non cerca lavoro, non lavora, non si prepara al lavoro, non studia per lavorare. Beh, questo è un fenomeno non soltanto sociale, perché c’era anche prima della recessione, c’era anche prima della crisi, c’è sempre stato in Italia. C’è in Italia più che in altri Paesi europei, allora vuol dire che si è diffusa nelle nostre famiglie una certa resistenza al sacrificio, all’andar via, all’andar fuori, a rischiare, anche, per costruirsi una vita lavorativa. Vedete, in Germania si dice che c’è alta occupazione, c’è la piena occupazione, i giovani lavorano tutti. Vero, 8 milioni dei giovani tedeschi sono in cosiddetti “mini jobs”, cioè gente che lavora a tempo parziale e per salari ridotti. Siamo convinti che in una famiglia italiana, in una casa italiana, l’idea di lavoro non sia legata troppo all’idea di un posto fisso, con uno stipendio fisso, e che non contempli, per esempio, il fatto di allontanarsi da casa? Vi rendete conto che in Italia una persona su due prende casa da sposato nel raggio di 1 km dalla casa di uno dei due genitori? Cioè, è una società che si è chiusa, seduta, sembra spaventata nei confronti del futuro. Io credo che i genitori, i padri in particolare, abbiano una grande responsabilità. Poi, se posso dire solo due cose velocissime sulla questione dei padri e dell’educazione: da dove nasce? Stiamo parlando di una crisi dei valori, di una crisi culturale, allora andiamo però alle radici, perché non basta dire che gli italiani sono mammoni, e così via. Secondo me bisogna avere il coraggio di individuare due punti della nostra crisi di valori: la caduta del principio di responsabilità e la caduta del principio di autorità. Due forti indebolimenti, che sono avvenuti nella società occidentale ma in Italia un po’ di più, perché noi sappiamo adagiarci molto bene, siamo un po’ pigri, quindi, quando c’è una crisi culturale generale, noi la accentuiamo con i nostri atteggiamenti, diciamo non particolarmente critici, attivi. E il principio di responsabilità, lo dico nel libro: le grandi ideologie del ’900 – che poi sono ideologie che non erano destinate a essere ideologie, in alcuni casi non sono nate come ideologie – e cioè la psicanalisi, Freud, il marxismo e la psicologia, diciamo la biopsicologia, quella che nasce dalla concezione darwiniana, insomma dalle teorie darwiniane, sono tutte grandi filosofie che hanno contribuito a ridurre il principio di responsabilità, a togliere peso alla responsabilità individuale. O perché ci sono delle forze sovrumane psichiche, come nel caso della psicanalisi – io non decido i miei comportamenti, i miei comportamenti in gran parte sono frutto della lotta che avviene fra il Super-io e il mio Es, tra due cose di cui non ho pieno possesso, tant’è vero che, quando la situazione mi sfugge di mano, devo andare da un altro che mi dà una mano, cioè da uno psicanalista che mi mette su un lettino e mi fa parlare perché io non sono in grado di uscirne – oppure il marxismo. Il marxismo è una grande filosofia che toglie la responsabilità dall’individuo e la dà alla società. C’è questa frase di Marx che è chiarissima, quando dice: “è l’essere sociale che determina la coscienza”, cioè io sono ciò che il mio essere sociale è. Oppure, nel caso appunto della psicologia darwiniana, si cerca in qualche ragione biologica molto lontana dalla nostra vita, nel passato, la ragione dei nostri comportamenti, dell’aggressività, dell’altruismo. Sono tutte filosofie che hanno tolto responsabilità, e naturalmente, più si indebolisce il principio di responsabilità, più il lavoro di educazione è complicato, perché l’educazione lavora esattamente su quello, cioè sull’accendere, sullo stimolare, sullo svegliare la responsabilità individuale. E poi c’è il tema dell’autorità, su cui non parlo a lungo perché in effetti, nella presentazione che abbiamo fatto a Milano, ne ha parlato molto don Carrón, proprio citando anche don Giussani: noi abbiamo bisogno per crescere, nel processo educativo, di un’autorità, abbiamo bisogno di una persona autorevole, di una guida, di qualcuno con cui confrontarci. E noi piano piano abbiamo tolto questa dignità agli educatori, l’abbiamo compressa, l’abbiamo limitata. Perché abbiamo detto “sindacalisti dei nostri figli”? Perché noi in genere agli educatori dei nostri figli ormai andiamo a chiedere prestazioni, andiamo a difendere per il cattivo voto, magari qualche volta li denunciamo. C’è un caso che ho raccontato nel libro, fantastico, di una ragazza trovata a copiare durante l’esame di maturità. Il padre, dato che l’hanno espulsa, bocciata, ha fatto ricorso, e alla fine di un lungo processo la Cassazione gli ha dato ragione, perché dice: quando avete cacciato ‘sta ragazza, non avete considerato che lei lavorava in particolari condizioni di stress, cioè l’esame liceale. La condizione di stress è una giustificazione per copiare l’esame di maturità! Non è una battuta, è una sentenza della Cassazione! Vuol dire che è entrato nel nostro sentimento comune. Io cito un’altra cosa dalla cultura popolare, che spiega bene quanto abbiamo introiettato questo modo di sentire. Un’intervista a Fabrizio de Andrè, in cui lui raccontava la sua esperienza: “Con l’andare del tempo” dice “si scopre che gli uomini sono dei meccanismi talmente complessi che agiscono tante volte in modo indipendente dalla loro volontà. Allora finisci per trovare poco merito nella virtù e ben poca colpa nell’errore. Se estendi questo tipo di indulgenza anche a te stesso, riesci ad avere un rapporto meno contrastato con il tuo prossimo, si vive meglio”. Quando tu ti convinci, perché tutti intorno a te lo dicono, che, se le cose vanno male, non è colpa tua, si vive meglio, si vive tutti più allegri, sereni, sfaccendati, distratti e meno utili anche alla comunità. Allora, come si può non immaginare che sia in crisi una società in cui i più giovani tendono a pensare questo?

ALBERTO SAVORANA:
Uno potrebbe obiettarti, perché è un’obiezione che ogni tanto anche noi ci sentiamo rivolgere. Sì, d’accordo, il problema dei valori, d’accordo, la caduta del principio di responsabilità, del principio di autorità, d’accordo, l’educazione, però questo è un po’ poesia, è un po’ astratto, perché il concreto sarebbe altro. Il concreto è lo spread, sono i numeri della disoccupazione, sono il Governo vacillante, sono le sentenze che possono far saltare oppure no un Paese. Tu come senti di rispondere a questa obiezione, che non è così raro sentirsi fare? Quali elementi, quali dati ti senti di esibire sinteticamente per cui questa, che anni fa, proprio dal Meeting, lanciammo come emergenza educativa, non solo non è poesia in senso figurato ma è il massimo della concretezza e dell’impegno nella società? Non qualcosa per un convegno di addetti ai lavori, quando poi la concretezza della realtà e dei problemi sarebbe altro.

ANTONIO POLITO:
Innanzitutto, ascoltando e frequentando i politici e i parlamentari italiani, il tema dell’educazione viene in primo piano, spontaneamente, perché si capisce che se avessero avuto un’educazione più ricca sarebbero stati migliori. Ce ne sono alcuni che sono testimoni viventi di questo: se dovessi portare delle prove, potrei trascinarne due o tre, ed ecco la prova che l’educazione è decisiva.

ALBERTO SAVORANA:
Non fare i nomi, sennò, qui…

ANTONIO POLITO:
No, io poi io apprezzo molto la vostra capacità anche allusiva che è formidabile. E’ in corso adesso un dibattito, in una sala qui vicino, sul tema della pena e della rieducazione, con il Ministro Alfano. Mi sembra di un’attualità profonda, perché non so se parleranno di servizi sociali. Devo dire che avete il tratto lieve.

ALBERTO SAVORANA:
E’ un tema scelto in redazione Meeting sei mesi fa.

ANTONIO POLITO:
Sei mesi fa, lo so, però è fantastico.

ALBERTO SAVORANA:
In tempi non sospetti.

ANTONIO POLITO:
Ma vedi, perché vuol dire che a parlare dei problemi fondamentali, prima o poi incontri la realtà, non c’è niente da fare, vuol dire che è un tema fondamentale. Io l’ho detto prima, a proposito del debito, a proposito del welfare, l’ho detto a proposito dei bamboccioni, degli stili di vita, della ricerca del lavoro. Sono tutti campi in cui il livello della qualità dell’educazione che hanno ricevuto le giovani generazioni è decisivo per il loro successo, senza parlare del livello di istruzione, perché noi diciamo che l’educazione non è solo istruzione ma nell’educazione c’è anche l’istruzione, e uno dei problemi dei giovani italiani è che sono poco istruiti perché, oltre ad essere molti quelli che non lavorano, sono anche molti quelli che non vanno scuole e quelli che non si laureano e che cadono durante il percorso verso la laurea. Per quanto oggi si dica che tutto sommato bisognerebbe tornare alle scuole professionali perché tanto i laureati non trovano lavoro, è una sciocchezza, perché oggi nessun lavoro può prescindere dalla capacità di flessibilità e di imparare in continuazione, che ormai è il contenuto della vita lavorativa moderna, che dà un’istruzione elevata, un’istruzione terziaria. Quindi, diciamo che dentro l’educazione c’è anche il tema dell’istruzione, proprio materialmente, concretamente. Quindi, penso che sia una sciocchezza assoluta dire che ciò è poesia, ma neanche un’economista vi direbbe che è poesia, anche uno che ragiona sui numeri vi direbbe che non è poesia. Questa è un’assoluta sciocchezza, la verità è che noi siamo presi, nel nostro dibattito pubblico, da cose che non c’entrano nulla, ecco perché ci sembra che questa sia poesia. Guardate, durante il Governo Monti, almeno, si parlava di cose, si diceva: allora, le tasse le vogliamo mettere più su quello, vogliamo ridurle da questo lato. Si è discusso addirittura dell’abolizione del valore legale del titolo di studio, che sarebbe secondo me una grande riforma liberale per la scuola italiana e che nessuno osa toccare. In quella fase, almeno se ne parlò, si aprì un forum su Internet, il Governo poi non ebbe il coraggio di farlo, pur essendo un Governo di professori e di liberali, come mai prima nella storia recente dell’Italia. Non ebbero il coraggio di toccare questa cosa del valore legale del titolo di studio, di cui parlo molto, tra l’altro, nel libro, e che credo che sia uno dei grandi inganni che sono stati fatti agli italiani, ai genitori italiani. In realtà, l’inganno è: non ti faccio pagare niente per l’università, ti do l’università pubblica, te la do sotto casa in modo che non devi neanche faticare a fare 20 km, e tutti ci siamo illusi che questo ci desse un’istruzione. Invece no, ci dà magari una laurea ma non ci dà necessariamente un’istruzione adeguata alla competizione internazionale. I nostri giovani, questa cosa già la pagano e la pagheranno sempre più, perché non c’è più quasi nessun lavoro in cui non ci sia una competizione internazionale. Ormai, perfino le diagnosi mediche vengono fatte via Internet nel posto dove costano meno e dove ci sono più giovani in grado di farle. Si fanno in India, le diagnosi mediche sulle radiografie, sulle ecografie, non in Italia. Per esempio, negli Stati Uniti le fanno in India, le fanno i giovani indiani, quindi immaginare che io faccio il medico, mi sistemo in un ufficio della USL e da lì concorrenza non ne ho, non è vero. Avranno concorrenza su tutto e quindi il livello di istruzione è estremamente importante. Io poi penso anche un’altra cosa e cioè che la generazione che verrà, che sta arrivando, avrà anche un compito enorme di ricostruzione ideale e morale del nostro Paese. Io faccio un libro contro i papà, però specifico all’inizio che non è contro i padri, è contro i papà, perché io credo che l’espressione papà sia una degenerazione della parola padre, del termine padre. E della generazione dei miei genitori, dico che mio padre è una generazione che, con tutti i suoi errori, con tutte le sue assenze, con tutte le sue colpe, ha ricostruito l’Italia. Non so se abbiamo idea di che cosa fosse l’Italia il 25 aprile del 1945, non riesco proprio ad immaginarmelo. Mio padre me lo diceva, me lo raccontava ma sono cose per sentito dire, l’ho letto sui libri: che cosa deve essere, ricostruire un Paese praticamente in macerie, fisicamente in macerie, e renderlo nel giro di dieci anni la sesta potenza industriale del mondo? Che cosa abbiamo fatto? Che miracolo abbiamo fatto? Allora si possono fare, i miracoli, una comunità può rinascere, ricostruirsi dal nulla, l’hanno fatto anche altri Paesi e altri Paesi, invece, nella loro storia hanno avuto momenti di grande splendore e sono poi crollati molto rapidamente. Questo vuol dire che la tensione morale, la conoscenza dell’obiettivo che si vuole raggiungere e l’idea che l’obiettivo è comune contano. In Italia si dice che è molto più facile mettere le tasse, perché sono su tutti, che fare i tagli alla spesa pubblica, perché devi cominciare da qualche parte e quando tagli qualcosa, colpisci qualcuno, colpisci una piccola corporazione. Si è detto, per esempio: perché le siringhe costano poco in Lombardia e tanto in Sicilia? Bisogna dire la verità, ci sono regioni dell’Italia dove si sono raggiunti livelli molto elevati, molto efficienti, proprio grazie alla sussidiarietà, cioè al fatto di non pretendere che il pubblico faccia tutto e lasciare il più possibile ai singoli, alle famiglie, ai privati, di fare quello che sanno fare meglio e, certe volte, a costo minore. Ma perché costa poco lì e tanto là? Che ci vuole, facciamola costare uguale! Ma costa tanto lì perché lì ci campa un gruppo di persone, c’è un interesse che giustifica il fatto che costi di più lì. Ogni volta che tocchi con la scure, che tagli qualcosa, fai male a qualcuno e quel qualcuno si fa sentire e quel qualcuno ha la lobby parlamentare. I farmacisti hanno una lobby parlamentare formidabile, si pensa che la lobby più forte sia quella degli avvocati ma vi posso dire che è quella dei farmacisti. Quando si fanno le finanziarie, i lobbisti dei farmacisti seguono i parlamentari uno ad uno e li curano. Dico i farmacisti per dire, ce ne sono altri anche molto meno nobili. Oppure devi fare i tagli lineari, vi ricordate quando Tremonti li faceva? E tutti piangono, ma nessuno in realtà piange davvero perché è una cosa che colpisce sia quello virtuoso, che magari risparmiava, sia quello vizioso, che magari sperperava. Il taglio lineare è una cosa così stupida che ci sono alcuni uffici pubblici in cui il taglio diceva: quest’anno devi fare il 10% in meno, e loro facevano il 10% in meno, e se alla fine dell’anno si accorgevano che erano al 12% in meno, si affrettavano a spendere quel 2% per evitare di fare un passo indietro l’anno successivo. Quindi, c’era addirittura un incentivo allo spreco: il taglio lineare è stupido ma il taglio selettivo non lo fai perché l’Italia è un coacervo di corporazioni. E purtroppo da molto tempo non c’è l’antidoto al corporativismo che è un potere politico forte e sicuro di sé, che sappia perseguire il bene comune, che sappia dire: ho capito, quelli si arrabbieranno ma chi se ne importa, perché il vantaggio comune è superiore. Da troppo tempo in Italia il potere politico è debole, insicuro di sé, poggia su basi friabili e quindi ha paura di ogni “stormir di fronda”. Se 150 tassisti vengono a Napoli e con la violenza bloccano il centro cittadino, il Governo Monti si inchina, si ferma, ne ha paura: è una situazione drammatica perché alla democrazia si sostituisce l’anarchia e nell’anarchia può succedere di tutto. Io sono molto preoccupato per la condizione italiana, non vedo la possibilità di costruire: per questo dico che non voglio che cada il Governo, non voglio un’altra competizione elettorale in cui le lobbies e le corporazioni peseranno e faranno valere il loro voto, il loro pezzo di voto, per strappare nuove promesse, nuovi impegni, nuovi accordi. Ma lasciate che il Governo abbia il tempo, il tempo è una condizione essenziale della politica: io perdo qualcosa oggi, convinto di guadagnarla domani, se faccio bene, se faccio male, poi, mi manderanno a casa. Anche questo è democrazia. Questa temperie morale non c’è più da molto tempo nel Paese, diviso furiosamente tra Guelfi e Ghibellini, tra berlusconiani e antiberlusconiani, concentrato soltanto su questo aspetto della vita pubblica e sempre meno sul bene comune. Perché poi tutta questa digressione parte dal fatto che almeno, ai tempi del Governo Monti, si parlava di queste cose, oggi invece si è tornato a parlare di altro e i problemi della riforma di questo Paese sono di nuovo scomparsi dal tavolo. Se non c’è questa temperie, è difficile immaginare lo scatto morale, lo scatto economico, sociale che sarebbe necessario per rimettere in piedi un Paese che negli ultimi dieci anni è quello che è cresciuto meno in Europa, meno anche di Grecia e Portogallo. Non crediamo di essere quelli che stanno meglio tra i deboli: anche rispetto ai deboli, questo è segno di una grave crisi e di una necessità di trasformazione.

ALBERTO SAVORANA:
Vorrei riprendere una cosa che hai detto nel corso di questo tuo intervento, quando hai sottolineato, proprio a documentazione che non è poesia ma è il massimo della concretezza, che quando si affrontano temi fondamentali, “si incontra la realtà”. E’ vero che nella situazione attuale, purtroppo, prevale la logica che tu chiami delle lobbies, delle corporazioni, potremmo dire la logica del preconcetto, dello schieramento per cui, quando ti telefonano per un programma, ti chiedono dove ti devono collocare. E’ dura a morire, ha fatto tanti danni e sta continuando a farne. D’altra parte, noi abbiamo un Papa che continua a gridare: “Uscite fuori, uscite fuori!”, cioè, fate saltare la logica del mondo chiuso, della realtà che vive e si alimenta su se stessa, perché è in crisi l’uomo. Giacomo Poretti, alla vigilia del Meeting, ha fatto un articolo dicendo che quando i suoi amici hanno saputo che veniva, gli hanno detto: “Ma scusa, sei matto? Ma cosa vai a fare al Meeting di Cl?”. Fotografa una situazione non conoscendo di che si tratta, il preconcetto, l’immagine consolidata domina e sembra quasi un circolo vizioso impossibile da rompere. Allora, io ti vorrei chiedere, secondo te, come vedi la possibilità di far saltare questo schema, per cui la realtà ritorni dentro l’orizzonte delle nostre preoccupazioni? Questa mattina ho fatto un gioco, un indovinello, durante il raduno che tutte le mattine, prima che il Meeting apra, si fa con la cosiddetta redazione. Ho letto un’intervista di uno dei tanti ospiti che in questi giorni è passato al Meeting. Questo signore, alla domanda come mai è venuto al Meeting, risponde: “Sono venuto a Rimini con molta curiosità, non ero mai stato al Meeting, l’avevo seguito solo attraverso i giornali che spesso, in modo superficiale, parlano delle dichiarazioni dei politici ma non inquadrano la vera anima della settimana. Il titolo Emergenza Uomo spiega bene che oggi siamo tutti obbligati a riflettere a fondo sui temi che riguardano l’umanità, le questioni fondamentali. E’ una tipicità del Meeting, c’è un popolo di giovani e questo fa sperare perché sono persone che guardano con speranza il futuro. Questo dà al Meeting una marcia in più. L’importante” conclude l’intervista “è seguire la provocazione di don Carrón a utilizzare questa energia nel modo giusto, senza farsi travolgere dal mondo”. Ho detto: “Cosa dite di questo?”. “Bellissimo! Coglie sinteticamente quello che, questa settimana, vorremmo comunicare a tutti con il Meeting”. “Ma se adesso vi dicessi che queste parole non sono di un grande amico del Meeting, uno che ci frequenta da sempre, anzi, non sono di una persona che partecipa della realtà che fa il Meeting, se vi dicessi che queste parole sono del direttore dell’Espresso come reagireste?”. Silenzio.

ANTONIO POLITO:
Damasco c’è per tutti, tutti dobbiamo arrivare a Damasco, prima o poi.

ALBERTO SAVORANA:
Io ho fatto questo esempio perché capisco che il tempo degli schieramenti, del guardarsi innanzitutto chiedendo “da che parte stai?”, piuttosto che “ma tu chi sei?”, è finito, non perché qualcuno ha deciso che è finito ma perché ha prodotto l’esito tragico in cui ci troviamo. Perseguirlo vuol dire scavarsi la fossa. Per questo io capisco che la sfida che tu hai lanciato con il libro, che lanci con i tuoi articoli, è come una boccata d’aria. Allora, la domanda è: tu intravedi dei segni, delle possibilità di questa speranza di cui parla Manfellotto dell’Espresso, in un situazione che anche oggi adesso hai descritto come altamente drammatica?

ANTONIO POLITO:
Sì, del Meeting si potrebbe dire, con uno slogan, “se lo conosci lo frequenti”. Capovolgere. E poi devo dire che il Meeting dà questa impressione umana che dicevo prima, nei grandi numeri. Il nostro rapporto qui è molto mediato perché voi siete tanti e siete lontani fisicamente, però poi si potrebbe anche dire: “se li conosci, li frequenti”. Perché in questo anno, grazie al fatto che sono stato invitato in tanti posti a parlare del tema educativo, ho visto che è un tema sentitissimo, una cosa incredibile, una cosa di cui non parla l’informazione, il dibattito pubblico formale, le televisioni, i giornali, è considerato quasi come una cosa che non riguarda nessuno, non fa audience, eppure nel Paese se ne parla tantissimo. Sapete perché? Perché quasi tutti siamo stati o siamo genitori, per cui il tema dell’educazione è una cosa che nella vita concreta delle persona, a tavola, la sera, con gli amici al bar, non si parla d’altro: “In che scuola l’hai mandato? Perché ha scelto quello? Chi è la maestra? Che cosa fa? Li fanno giocare?”. Nella quotidianità della nostra vita, invece, è completamente assente. Ho frequentato anche molte occasioni in cui c’erano delle scuole indipendenti. Ricordo in particolare un’occasione a Pesaro veramente straordinaria, un incontro bellissimo: anzi, poi vi voglio dire una cosa su questo tema della scuola che ha a che fare con quello che ci dicevamo. Ho conosciuto tantissime persone che hanno non solo l’interesse comune di ognuno di noi a questi temi, ma la militanza, su questi temi, che cioè si impegnano nella loro comunità per fare, per cambiare. Faccio un esempio sulle scuole, sul pregiudizio: io mi sono ribellato pubblicamente, beccandomi numerosi rimbrotti, essendo uno che viene da una tradizione di sinistra e tentando di iscrivermi al cosiddetto “partito della verità”. Ecco, bisognerebbe fare un partito della verità, un partito dove si parte dalla verità, poi sulla verità si può discutere come la risolverei io, la cosa, come la risolveresti te, come la interpreti tu. Però ci sono delle cose che sono così, come dire, papale papale, così vere, così chiare che bisognerebbe cominciare ad accettare. Il grado di accettazione complessiva di punti comuni, nel dibattito pubblico italiano, è così basso da essere esso stesso molto preoccupante, persino le statistiche. In tutto il mondo, quando esce una statistica dell’ISTAT, la discussione parte da lì. Invece, in Italia, accendete la televisione la sera e vedete che sulle statistiche c’è chi dice “non è vera, è vera la mia statistica!”. La sua! E neanche i dati di fatto sono più tali. Questo è molto pericoloso, perché è difficile costruire qualcosa se non si è d’accordo neanche sul fondamentale. Parlavo della questione della scuola, mi ha colpito molto la vicenda della scuola di Bologna, della scuola che io mi rifiuto di definire privata perché è scuola pubblica. E’ possibile che uno debba ricordare che la legge è stata fatta dal centrosinistra? Perché io non sto citando una legge, diciamo così, dei clericali, sto citando una legge del centrosinistra, fatta dal ministro di allora Berlinguer, che tra l’altro, devo dire, molto cortesemente, quando ho scritto il mio articolo contro il referendum di Bologna, mi ha chiamato dicendomi che avevo totalmente ragione perché, in base alla sua legge, non esiste scuola privata o scuola pubblica ma esiste la scuola pubblica che può essere gestita dallo Stato, dai Comuni, dalle Province o da chi vuole, cioè da chi si organizza per gestirla, in condizioni di parità, naturalmente purché si rispettino degli standard. Per me, la cosa non è così strana perché, avendo vissuto a Londra nel periodo in cui mia figlia era piccola, il sistema mi era molto chiaro perché lì è così, sono tutte scuole sullo stesso livello, dello stesso grado, che ogni anno un’autorità centrale giudica, valuta sul piano dei curricula, dei programmi e anche dei risultati, perché sono sottoposte a verifiche costanti. Dopo di che, sono tutte uguali, la differenza può essere tra quella che costa meno e quella che costa di più, quella che è gratuita. Guardate il caso delle scuole di Bologna, un caso tipico di pregiudizio così forte che perfino la sinistra di Bologna, che al Governo difendeva il Pd, difendeva quella norma. Perché è una cosa su cui lo Stato risparmia, perché ottiene un servizio dalla scuola paritaria, adesso non ricordo le cifre, ma circa dieci volte superiore in termini di valore al contributo che dava: quindi, non c’è onere per lo Stato, se vogliamo riferirci alla Costituzione. Si garantisce la libertà educativa, perché non è che si può obbligare i genitori a mandare i figli nella scuola pubblica, dove vuole lo Stato, diciamo, non è che uno delega allo Stato le funzioni genitoriali: io sono il responsabile dell’educazione dei miei figli, magari ne posso delegare una parte, che è quella dell’istruzione, a degli insegnanti che devo conoscere, di cui mi devo fidare. Ma, scusate, ma quando uno sceglie un asilo, che cosa va a vedere? Va a vedere in faccia gli insegnanti, vuole conoscerli, vuole parlare con loro, vuole sapere che idea hanno del processo educativo nei confronti dei ragazzi. Non è che dice: “Vado alla scuola del mio quartiere”. Anch’io, adesso che ho scelto per i bambini piccoli la materna, non ho detto: “La scuola più vicina, qual è? Quella statale sotto casa”. Mi sono messo a vedere, fammi vedere, ma quella statale? Che dicono di quella statale? Mah, dicono che non è tanto buona, allora fammi vedere quella comunale, che sta un po’ più lontana. Finalmente ho scelto, su che base? Perché mi è piaciuta l’insegnante, che alla fine mi ha convinto, le cose che voleva fare mi sembravano giuste, infatti sono stato contento. Io ho scelto la scuola dei miei figli, stiamo parlando della materna, cioè il primo passo, e voglio scegliere la scuola dei miei figli. E se un giorno scelgo una scuola la cui gestione non è fornita dallo Stato né dal Comune, per favore, mi lasciate in pace, anzi, mi aiutate, perché siccome io comunque continuo a pagare le tasse per il sistema scolastico nazionale, e in più ci aggiungo la mia retta, non mi dispiacerebbe, se non ho i soldi per farlo, che mi aiutate, perché vi sto dando una mano, vi sto aiutando. Ora, mi dovete spiegare che cosa c’entra con la politica tutto questo, anche con la laicità, perché l’altro tema è la laicità. Ma perché queste scuole, a parte che sono obbligate a degli standard, che sono controllate, non possono insegnare quello che vogliono? Ma sono scuole confessionali! Chiunque conosca questo tipo di scuole, in ogni caso quelle di Bologna, che fanno parte di un progetto ormai antico, sono più di dieci anni, sa che sono costantemente in rapporto. Addirittura, mi diceva il Sindaco di Bologna, molto spesso loro devono intervenire su quelle comunali, perché ci sono problemi, ci sono assenteismi, ci sono crolli di tensione, programmi non portati fino in fondo. E allora, cosa c’entra? Non c’entra niente, è puro ed esclusivo pregiudizio, è dare una battaglia a colpi di “con chi stai”, “a chi appartieni”, “stai con noi o contro di noi”. Questa è la sostanza. Se noi riuscissimo a sgombrare il campo da questo pregiudizio, su ogni tema che abbiamo di fronte nel nostro Paese, e partire…. Blair diceva: “Non ci sono soluzioni di destra o di sinistra, ci sono soluzioni che funzionano e soluzioni che non funzionano”. Forse è esagerato, perché nelle soluzioni che funzionano ce ne sono alcune che funzionano meglio per alcuni ceti, per altri, peggio, per cui in effetti destra e sinistra hanno senso di esistere, ma non a dispetto della realtà, non a dispetto della verità, non danneggiando anche quel clima morale che dovrebbe essere di unità, di mobilitazione, di sforzo comune. Che cosa ci resta da sperare? Ma, intanto, che in Italia c’è un numero altissimo di persone e di giovani che hanno voglia di fare, che hanno voglia di rimboccarsi le maniche, che sono nati anche in un periodo in cui queste divisioni politiche sono meno comprensibili, meno giustificabili: ormai parliamo di ragazzi che vanno al voto per la prima volta, che non hanno vissuto il momento traumatico in cui è nata la Seconda Repubblica. L’altro giorno mi hanno chiesto un pezzo per paragonare il famoso discorso di Craxi nel ’93 a quello che si ipotizzava potesse fare Berlusconi al Senato sulla sua vicenda giudiziaria. Scrivendo, ad un certo punto mi sono accorto che do per scontato tutto quello che è successo nel ’93. Poi ho pensato che mia figlia è nata nel ’95, che non aveva nessuna cognizione di quella cosa, allora mi sono detto: “Meglio che lo spiego”. Parliamo di archeologia, per molta parte delle nuove generazioni questo tema è avvertito così. Dobbiamo sperare – guardate, dico una cosa un po’ forte – nelle emergenze. L’emergenza in cui versa il Paese è veramente senza precedenti, l’Italia non ha mai conosciuto una crisi economica così grave dalla fine della guerra ad oggi. Nonostante gli sforzi che stiamo facendo, alla fine della crisi avremo perso sette punti di prodotto interno lordo nel giro di dieci anni, cioè saremo tornati al reddito pro capite della metà degli anni ’90. Quando non cresci, non è che stai fermo, vai indietro, perché il resto del mondo cresce. Noi abbiamo per la prima volta, dal dopoguerra ad oggi, la ragionevole certezza che i nostri figli staranno peggio di noi, che è una cosa che non è mai successa nel passaggio generazionale dal dopoguerra ad oggi. Abbiamo tutti lasciato ai nostri figli il Paese nelle condizioni migliori delle nostre, di quando eravamo giovani noi: per la prima volta, questo passaggio generazionale si può interrompere. Quindi, abbiamo un’emergenza gravissima. Io spero che questa cosa riaccenda un minimo di spirito nazionale, chiamiamolo così, di spirito collettivo, di bene comune, di cura per il bene comune, nella politica e nei giornali. Perché anche noi ci mettiamo la nostra parte, a noi piace più il conflitto che la marcia, i media campano di conflitto, hanno successo quando succedono cose gravi, brutte, non quando le cose vanno bene. Ci mettiamo anche noi la nostra parte, alcuni di noi ce la mettono in maniera particolarmente efficace: io mi auguro che questi “professionisti del conflitto”, come li ha chiamati Letta proprio qui, qualche giorno fa, si spaventino un po’ perché vedono che fuori c’è un popolo che stavolta non tollera giochetti, non tollera egoismi, abbiano paura che ci sia una rivolta, che ci sia una ribellione morale. Io credo che la maggioranza silenziosa degli italiani debba farsi sentire, perché il lungo periodo di distensione politica nazionale di collaborazione – una parola che abbiamo completamente messo da parte nel nostro vocabolario politico – sia garantito al Governo della cosa pubblica perché, come ho detto all’inizio, il Governo non può farci uscire dalla crisi, non può risolvere con una bacchetta magica i problemi dell’economia, però può aggravare, se non c’è, se è fragile, se è incerto, se sbaglia, se espone l’Italia ad un giudizio negativo del resto del mondo, dei mercati come delle Cancellerie, come dei Governi. La politica può fare poco ma può fare molto male, e quindi bisogna garantire soprattutto che la politica ci lasci riprendersi il Paese sulle nostre spalle, ci lasci fare. Adesso loro l’hanno chiamato, il primo decreto, “decreto del fare”, mi pare che sia un buon modo di approcciare. Le generazioni politiche che sono andate al Governo sono nuove, sono giovani, sono meno logorate, hanno meno cicatrici addosso, hanno più voglia, anche, di rischiare, come spesso i giovani hanno: speriamo che il morto non afferri il vivo.

ALBERTO SAVORANA:
Ti chiederei ancora la pazienza di un’ultima domanda e risposta. Vorrei chiedere che reazione ti suscita uno dei passaggi centrali del messaggio che Papa Francesco ha mandato al Meeting di quest’anno. Dice il Papa: “L’uomo rimane un mistero, irriducibile a qualsivoglia immagine che di esso si formi la società e il potere mondano cerchi di imporre, mistero di libertà e grazia, di povertà e grandezza. Ecco, allora, l’emergenza uomo, l’urgenza di restituire l’uomo a sé stesso”. Che cosa ti suscita come pensiero questo imperativo che il Papa ci ha lanciato all’inizio del Meeting?
ANTONIO POLITO:
A me ricorda e rievoca la ragione per cui anche un non credente sente così forte il ruolo e l’importanza della Chiesa in Italia, in generale nel mondo. E cioè l’aspetto cruciale, il posto in cui mette il tema della libertà, il modo di concepire l’uomo come un recipiente di libertà, nel momento stesso in cui viene creato con la libertà, addirittura quasi con un’autolimitazione dell’onnipotenza divina. Tu stesso mi hai mandato una volta un bellissimo testo di cui ti ringrazio, di Ratzinger, dopo che avevamo presentato il libro Contro i papà a Milano. Papa Ratzinger ha fatto un discorso sulla crisi del papà poche settimane dopo, e tu mi hai segnalato il testo: io ti ringrazio perché è straordinario. In quel testo, lui faceva un parallelo molto interessante tra la crisi del padre nella società, nella contemporaneità, e gli effetti che può vere sulla fede, perché non a caso noi ci siamo costruiti le immagini di Dio come padre, ci rivolgiamo a Dio come padre. Lui diceva che più va in crisi la figura del padre nella realtà, e più rischiamo di faticare ad immaginarci Dio come padre. Cioè, mettiamo automaticamente in crisi anche l’immagine che noi abbiamo di Dio. Tra le altre cose, citava questo tema del rapporto che noi abbiamo con la paternità di Dio: amore infinito, tenerezza che si china su di noi. Noi vorremmo certamente che i nostri padri avessero questa onnipotenza divina, secondo il nostro schema mentale, il nostro desiderio. Un Dio onnipotente, un Padre onnipotente che risolva i problemi, che intervenga per evitarci le difficoltà, che vinca le potenze avverse, che cambi il corso degli eventi e che annulli il dolore. E invece la sua onnipotenza è diversa, non si esprime come forza automatica e arbitraria ma è segnata da una libertà amorosa e paterna. In realtà, Dio, creando creature libere, dando libertà, ha rinunciato a una parte del suo potere, lasciando il suo potere nella nostra libertà. È un atteggiamento apparentemente debole, fatto di pazienza, mitezza, amore, ma dimostra che il vero modo di essere padri è puntare sulla libertà. Beh, questo è il contenuto per cui Croce diceva “non possiamo non dirci cristiani”. Questo è il contenuto profondo della nostra civiltà e oggi che si discute, per altri luoghi del mondo, del perché altre religioni non riescono ad avere un rapporto così fecondo col tema della libertà – parlo per esempio di quello che succede in Egitto, del fallimento in Egitto ma anche in Turchia, del fallimento di esperimenti di democrazia islamica – andiamo al fondo di questo tema, cioè di quanto, per la religione cristiana, la libertà sia l’elemento costitutivo dell’uomo. Questo è il terreno su cui noi siamo uguali, il terreno dell’umanesimo, il terreno che mette al centro l’uomo per ogni attività che si possa svolgere sulla terra. Ed è la ragione per cui il messaggio cristiano nella modernità, in una modernità così turbolenta e anche così apparentemente ostile, continua ad avere, riprende ad avere una forza straordinaria. Io ho il parroco sotto casa che incontro spesso. Mi ha confessato di votare Pd, a Roma, quindi parliamo sempre della vicenda congressuale interna del Pd, vuole sapere se vince Renzi, è molto appassionato. E’ un entusiasta, dice: “Oh, la chiesa si sta riempiendo! Con le elezioni di Papa Francesco, la chiesa si riempie, c’è sempre un sacco di gente!”. Sente una ripresa molto forte del messaggio cristiano in una condizione in cui tutto lascerebbe pensare che è indebolito, reso più difficile dalla modernità. Credo che questo sia il senso. Dovunque e chiunque abbia la forza che ha il Papa, la Chiesa, di mettere l’uomo con la sua libertà al centro dell’azione sulla terra, credo che debba incontrare il sostegno di quelli che hanno a cuore l’interesse comune, il bene comune. Ed è questo il sentimento che io ho ogni volta che mi confronto con il messaggio cristiano. Grazie.

ALBERTO SAVORANA:
Commentando la video intervista del presidente Napolitano, all’inaugurazione del Meeting, domenica scorsa, hai usato un’espressione, hai parlato di una simpatia umana: questa è la parte interessante, che vale più del PIL. Mi ha molto colpito perché vuol dire che c’è un peso specifico dell’umano, dell’esperienza umana, che è imparagonabilmente superiore al peso specifico di tutta la ricchezza materiale di una nazione. E credo che sia la cifra della risposta all’interrogativo che sta sotto l’affermazione del Papa, “ciò che è in crisi è l’uomo”, perché l’interrogativo che nasce non riguarda una risposta dialettica, di una soluzione teorica, tu ce l’hai detto ripetutamente, riguarda la possibilità di vivere oggi, in questo mondo, facendo dell’emergenza un’opportunità. E mi è venuto in mente, e poi chiudo, che a proposito della simpatia umana, dice don Giussani, constatata la situazione disastrosa che potrebbe atterrire ogni speranza e bloccare la libertà, poiché per lui l’umano ha trovato una risposta positiva in una esperienza, in un fatto che riconosce essere accaduto e che rimane presente, l’Incarnazione, Cristo: “Chissà se chi ha questo desiderio di rendere meno difficile la vita dei propri figli o di un dato gruppo di persone sfondi a un certo punto l’orizzonte”, rompa lo schema, rompa il castello, il bunker di cui parlava Benedetto XVI. Chissà, cioè, se chi ha questo desiderio capisce che per poterlo realizzare ha bisogno di un’ideale, di una speranza, e parla di trasversalità. 1992. E dice che quando pensava questo, pensava a certi uomini. Io sento di poter dire, dopo il dialogo con te, che tu sei tranquillamente schierato nel novero di questi uomini che hanno la libertà e la serietà di rompere continuamente l’orizzonte, accompagnandoci in quella esperienza vertiginosa, entusiasmante, di una libertà in azione. Per questo ti ringraziamo e continuiamo a rimanere amici. Grazie.

ANTONIO POLITO:
Grazie a voi. Non perdiamoci di vista, come diceva Moretti.
Trascrizione non rivista dai relatori

Data

22 Agosto 2013

Ora

11:15

Edizione

2013

Luogo

eni Caffè Letterario A3
Categoria