CHIESA E DENARO - Meeting di Rimini
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CHIESA E DENARO

Chiesa e denaro

Chiesa e denaro

Partecipa S. Em. Card. George Pell, Prefetto della Segreteria per l’Economia della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano. Introduce Roberto Fontolan, Direttore Centro Internazionale di Comunione e Liberazione.

 

ROBERTO FONTOLAN:
Buonasera. Denaro, lussuria, potere quel trinomio di Eliot, tanto citato da don Giussani, ci ricorda che il cuore dell’uomo, il cuore mancante, il cuore cercante può cedere alla tentazione di una soddisfazione apparente, di un palliativo. Una scorciatoia, un tentativo, tentazione di tacitare l’imperioso bisogno di pienezza, di sfamare in fretta la mancanza. La strada, diceva ieri l’abate Lepori, non è la scorciatoia, la strada è un’altra. Perché vale la pena intraprenderla allora? E la risposta è tutto il senso del Meeting. Eppure i palliativi non solo esistono, ma hanno forza attrattiva, una forza a tratti irresistibile, e di questi il denaro è forse il miraggio più abbagliante. Anche perché tutto in questo tempo, attorno a noi e molto in noi, ci dice: ecco la soluzione, ecco la risposta, ecco come riempire il bisogno di chi è sofferente, il bisogno di chi sogna grandi cose. Ecco come raggiungere la vetta, la solidità, la tranquillità, il benessere, lo star bene. E d’altronde c’è una relazione, ci deve essere una relazione tra il denaro e il bene, tra il denaro e il fare bene. Da questi pensieri, da questa inquietudine, da questo tentativo di comprendere di più e sotto altri aspetti la vera natura del cuore, delle sue aspettative e delle sue tentazioni, dal bisogno di indagare il più abbagliante di tutti i miraggi e della sua possibilità di bene, nasce l’incontro di oggi che ha un protagonista, il Cardinale George Pell. Presentarlo è un po’ un’impresa, farò certamente un cenno biografico, ma per darvi un’idea della persona dirò che la prima volta che sono andato a incontrarlo, siamo capitati a parlare del Meeting e mi ha detto: posso venire a visitarlo, ma senza parlare? Così lo scorso anno il Cardinale è stato qui in borghese e credo abbia vinto il premio del visitatore, quello che si dà a chi vede e ascolta più cose nel minor tempo, ma essendo poi in grado di ricordarle. Un’altra volta gli ho chiesto: Eminenza, forse le sembrerà bizzarro, ma le propongo una serata diversa dal solito, vediamo insieme un film? Perché no, ha risposto, e il film era La strada bella che molti di voi hanno visto. Naturalmente Sua Eminenza ha apprezzato moltissimo il flash dei due amici australiani appena usciti dal mare, sole, surf e scuola di comunità, perché il Cardinale Pell è australiano, arcivescovo di Melbourne nel ’96 e di Sidney nel 2001. Creato Cardinale da Giovanni Paolo II nel 2003, è stato Presidente di Caritas Australia, tra i fondatori di dell’Australian Catholic University e ha lavorato in moltissimi campi, in moltissimi settori nelle sue diocesi. A Roma ha fondato Domus Australia, cosa di cui va orgoglioso, che è un centro residenziale per pellegrini, che accoglie anche non australiani. Nel 2013, Papa Francesco lo ha voluto nel gruppo di otto Cardinali, il famoso C8, poi diventato C9, che ha come compito di consigliare il Papa nel Governo della chiesa. Dal febbraio 2014 è stato nominato dal Papa Prefetto del nuovo organismo chiamato Segreteria per l’Economia, un organismo che è responsabile per la preparazione di consuntivo e bilancio della Santa Sede, controllo e vigilanza di tutti gli enti vaticani e l’amministrazione dei Dicasteri e dei Sacri Palazzi. Insomma, molte responsabilità e molti pesi gravano sulle sue spalle. Dandole il benvenuto, Eminenza, desidero ringraziarla dal profondo del cuore per il suo tempo con noi. So che anche quest’anno avrebbe preferito soltanto visitare e magari vincere un’altra volta il premio, ma noi le abbiamo chiesto un sacrificio in più, di intervenire su un tema così delicato e appassionante: la chiesa e il denaro. Grazie.

S. EM. CARD. GEORGE PELL:
Grazie Roberto per queste parole gentili di presentazione. Dopo diversi decenni di sacerdozio sono rimasto sorpreso nel leggere l’affermazione secondo la quale Nostro Signore Gesù Cristo aveva condannato le ricchezze, mettendo in guardia dall’accumulo di ricchezze molto più spesso di quanto avesse condannato l’ipocrisia. Posso affermare ovviamente che conoscevo gli insegnamenti di Gesù sulla povertà e sulle ricchezze, tuttavia la comunità irlandese e australiana a cui appartengo si era sempre impegnata moltissimo sugli ideali di giustizia sociale e di incoraggiamento della mobilità sociale. In Australia ci sono tanti immigrati, è una società che si basa su tanti migranti che sono arrivati lì e che sono arrivati lì per migliorare la vita dei loro figli. E quindi provenendo da una tradizione di questo tipo e anche con un’esperienza precedente di sacerdote senza molte ricchezze, sono rimasto colpito da questa equivalenza morale dura, fatta da Gesù nei suoi insegnamenti, tra le ricchezze e l’ipocrisia. Quella cristiana è una religione rivelata e non si tratta di una teoria scientifica né economica e nemmeno filosofica. La religione ci è stata rivelata da Dio attraverso la parola di Gesù e degli apostoli, ha un’autorità unica, un’autorevolezza unica proprio per questa origine divina e non si tratta meramente del frutto dell’elaborazione concettuale umana. Abbiamo quindi il magistero e l’insegnamento per garantire che quello che viene insegnato oggi sia lo stesso rispetto agli insegnamenti trasmessi da Gesù. Oggi la Chiesa Cattolica con le sue cattedrali maestose, le sue splendide chiese, le sue abbazie, conventi, scuole, università e ospedali, appare come molto ricca. A volte queste comunità sono ricche di beni e a corto di liquidità per le attività quotidiane. La chiesa è ancora fedele agli insegnamenti di Gesù su povertà e ricchezze o forse invece questo atteggiamento è cambiato nel corso dei secoli? Ebbene alcune nozioni logiche di base ci aiuteranno ad affrontare queste domande. Il filosofo greco Eraclito distinse tra i cambiamenti sostanziali come la morte di una persona e invece i cambiamenti accidentali, fortuiti, quelli che riguardano quantità, qualità o capacità o entità delle cose. Quindi dal seme germoglia una pianta e un bruco diventa crisalide poi farfalla. Dio non cambia, così come le realtà matematiche non cambiano, anche quando la nostra comprensione di questi principi deve essere modificata alla luce di nuove conoscenze acquisite. Comunque dovremmo cominciare a riconoscere che le dottrine religiose cattoliche centrali non cambiano in modo sostanziale anche quando intervengono cambiamenti fortuiti, così come quando l’acqua si trasforma in ghiaccio o in vapore. Sono rimaste celebri le parole del cardinale J. H. Newman che parlò dello sviluppo della dottrina che vale sia quando capiamo in modo più chiaro e completo la natura della sostanza immutata della dottrina sia quando riusciamo a spiegarci nel dettaglio le conseguenze di questi principi. Gli insegnamenti dei primi consigli ecumenici nel IV e V secolo spiegarono come Gesù era contemporaneamente umano e divino: questo è l’esempio più famoso di questo processo di teologizzazione. Alla luce di queste distinzioni, possiamo tornare al nostro tema di Dio e delle ricchezze della Chiesa e del denaro e riformulare le nostre domande. Gli insegnamenti originali del Nuovo Testamento sulle ricchezze e la povertà mantengono la loro verità e importanza? La dottrina della Chiesa sull’accumulo di ricchezze è cambiata? Questo è stato uno sviluppo autentico o una sorta di negazione del passato? Il ruolo del denaro, almeno nelle società occidentali, ha cominciato a cambiare verso l’XI secolo. Vediamo quindi che le dottrine delle Sacre Scritture, gli insegnamenti di Gesù sul denaro, la povertà e le ricchezze hanno le loro radici nell’Antico Testamento e sono insegnamenti originali provocatori e sfaccettati, che travalicano gli insegnamenti dei profeti. La storia del giovane ricco è un ottimo punto da cui cominciare. Gesù disse a lui che se voleva essere perfetto avrebbe dovuto disfarsi di tutti i suoi beni e dare il ricavato ai poveri. Il giovane però non fu in grado di raccogliere questa sfida perché era davvero molto ricco. Gesù continuò e raccontò ai suoi discepoli stupiti che era più semplice per un cammello passare per la cruna di un ago piuttosto che per un uomo ricco entrare nel regno di Dio. Ma Dio poteva rendere questo possibile, anche se era impossibile riuscire nell’impresa senza l’aiuto di Dio. Gesù si servì con grande bravura delle iperboli, utilizzando immagini efficaci per catturare l’attenzione dei suoi ascoltatori, con queste immagini riusciva a far sì che le persone si confrontassero con verità scomode e capire che cosa significavano rispetto alla loro vita e alla società in generale. La cruna dell’ago è un esempio chiarissimo ed emblematico di questo uso delle immagini, che per oltre duemila anni ha sempre provocato discussioni e dibattiti. Con la crisi economica nel mondo occidentale dopo il 2007/2008 e con anche le ultime notizie che conosciamo, forse dobbiamo chiederci se è necessaria oggi un’azione meno difensiva rispetto a questo terribile flagello che segue le beatitudini. “Guai a voi ricchi che ora avete la vostra consolazione”. Continuiamo a lottare contro queste calamità e disgrazie.
Qui Gesù fa capire e insiste sul fatto che i valori del Regno non fanno parte di questo mondo e non fanno quindi parte del cosiddetto buon senso pagano: “Non accumulate ricchezze sulla terra ma fatevi tesori in cielo, dove né tignola né ruggine consumano”. Gesù capiva il denaro e capiva il potere che aveva sulle persone. Riusciva ad affascinarle, a corromperle, a catturare il cuore umano. Tutti devono fare una scelta: giovani o anziani, ricchi o poveri, religiosi e non religiosi, laici, sacerdoti o religiosi, nessuno può essere schiavo di due padroni. Non si può servire Dio e mammona. E il miraggio delle ricchezze può soffocare la parola di Dio, così che ogni giorno si fa sempre meno per il Signore. Gesù mette in guardia dall’avidità, perché la vita non è definita da quello che possediamo. Invece il valore di una vita consiste nell’essere ricco per Dio. Il tempo è molto importante nelle parabole di Gesù, e Gesù utilizza quindi figure inaspettate, attività inaspettate per attirare l’attenzione degli ascoltatori. Ad esempio loda l’amministratore infedele per la sua astuzia e invita i suoi seguaci ad utilizzare quel denaro, anche se disonesto e corrotto: “Procuratevi amici con la disonesta ricchezza perché quando vi verrà a mancare vi accolgano nelle dimore eterne. Ma se non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera?”. Mentre è necessario un cuore aperto, è necessaria anche una semplicità di spirito per accettare la buona novella di Gesù Cristo e il suo invito alla conversione. Gesù si rese conto che non tutti si sentivano chiamati verso la perfezione e non erano pronti quindi ad abbracciare la povertà e a unirsi al suo circolo di discepoli. Maria, Marta e Lazzaro, probabilmente sufficientemente prosperi, ad esempio, mantennero i loro possedimenti durante la vita di Gesù, così come Giuseppe di Arimatea che fu descritto come un discepolo di Gesù e fornì anche il suo sepolcro. Quello che veniva chiesto a ciascuno, soprattutto al ricco, era la generosità: utilizzare la sua ricchezza per aiutare gli altri, per agevolare il lavoro del Regno e non chiudere il proprio cuore verso coloro che soffrono. La parabola di Lazzaro mostra chiaramente quello che è necessario in questa vita e quello che invece sarà ricompensato o punito nell’aldilà. L’uomo ricco aveva vesti di porpora e di bisso e faceva un pasto sontuoso ogni giorno. Ignorava completamente Lazzaro coperto di piaghe, piaghe leccate dai cani, che viveva ai margini della sua residenza e si nutriva dei resti dei suoi sontuosi banchetti. Quando entrambi i personaggi morirono, Lazzaro fu accolto in seno ad Abramo mentre il ricco fu condannato ai tormenti dell’Ade e separato da quelli dall’altra parte da una grande voragine. Ebbene la lezione è chiara. Gesù lavorava con individui che erano ricchi purché fossero giusti e generosi. Accettò anche l’invito di Zaccheo di cenare con lui. E fu proprio Margaret Thatcher, Primo Ministro della Gran Bretagna negli anni ’80 e vera e propria precorritrice delle riforme economiche del libero mercato, a sottolineare che senza un capitale sufficiente, senza una ricchezza significativa, il buon samaritano non sarebbe stato in grado di aiutare l’uomo che era stato picchiato, derubato e lasciato sul bordo della strada. Ovviamente Gesù si era basato sugli insegnamenti morali del Vecchio Testamento sul denaro e i possedimenti. Tuttavia il Vecchio Testamento non guardava la povertà come un ideale da essere scelto. La terra promessa doveva essere fertile, traboccare di cose buone, di latte e di miele. Dio arricchisce le persone che ama come Abramo, Isacco, Giacobbe e anche Giobbe torna alla prosperità dopo le sue sofferenze e patimenti. Come nella Grecia di Omero, le ricchezze rappresentavano la nobiltà personale per gli ebrei. E fu una novità quando Gesù fece un confronto tra il Regno dei Cieli e un tesoro nascosto in un campo, e le perle preziose, incitando i suoi seguaci a vendere tutto per poter accedere a questi tesori. Il Vecchio Testamento non aveva un insegnamento equivalente alle abitudini. “Benedetti siate voi che ora siete affamati, beati voi poveri perché vostro è il Regno dei Cieli”. Ebbene, questi erano concetti rivoluzionari. Non abbiamo ora il tempo per analizzare tutti gli altri insegnamenti del Nuovo Testamento sul denaro, salvo citare l’ostilità verso la ricchezza che si trova nella lettera di san Giacomo: “Il ricco sarà umiliato e passerà come fiori d’erba”. Questo tema viene ripreso anche nel capitolo 5 in modo ancora più vigoroso. La ricchezza dell’abbiente è qualcosa che provoca la decadenza e la ricchezza viene perciò condannata. Non si tratta soltanto di avere accesso a un accumulo di beni ma anche di uccidere l’onesto, il retto. Giacomo non affronta esplicitamente il fatto delle persone ricche che invece sono giuste e buone, ma dubito che sarebbe mai diventato un sostenitore dell’economia di mercato. Durante la storia della Chiesa sono passate varie epoche. Per i primi tre secoli non c’è stata libertà religiosa e quindi non c’erano luoghi di culto pubblici. Poi con Costantino questo cambiò. Innanzitutto arrivò la libertà religiosa e poi ci fu anche il supporto alla Chiesa e alle sue attività. Alla fine la Chiesa cominciò a diventare piuttosto prospera. Poi con l’arrivo dei barbari in molti luoghi i vescovi divennero di fatto leader e anche sostenitori nelle loro regioni. L’ho vissuto personalmente nel ’94 in Papua Nuova Guinea, a Rabaul, quando un’eruzione vulcanica distrusse con una nuvola di ceneri buona parte della città di Rabaul. Per una settimana o dieci giorni non ci fu nessun’attività governativa. Fu l’arcivescovo cattolico, un grande missionario tedesco, l’unica autorità pubblica efficace, in grado di aiutare le comunità locali fornendo cibo, medicine e alloggi. Altri grandi cambiamenti arrivarono con i monasteri benedettini. Poi ci fu la scoperta del Nuovo Mondo, la riforma protestante e anche l’avvento del capitalismo. Tuttavia vorrei analizzare un unico esempio che riguarda la legittimazione del concetto di interesse. Oggi solitamente definiamo l’usura come l’applicazione di un tasso di interesse esorbitante su un prestito. Tutto questo viene considerato come moralmente inaccettabile, viene menzionato brevemente e condannato nel Catechismo della chiesa cattolica e in modo più prolungato nel Compendio di dottrina sociale della chiesa. Tuttavia qualsiasi versamento di interessi era proibito nelle chiese cristiane, e più in generale questo fu proibito fino al XIX secolo. A volte si afferma che ci fu un divieto assoluto sull’applicazione di interessi ma si tratta in realtà di un’esagerazione, almeno rispetto ai tempi del Vecchio Testamento. Ezechiele sicuramente denuncia il prestito a interesse come un crimine orribile, al pari dell’adulterio, del culto di idoli, soprattutto quando i poveri e i deboli venivano sfruttati in modo indecente. Analogamente gli ebrei potevano applicare degli interessi sui prestiti ai non ebrei, come gli egiziani e i babilonesi, e il prestito invece senza interessi veniva encomiato, così come invece veniva condannata l’oppressione dei poveri. In generale anche i greci e i romani pensavano che il denaro fosse sterile, fosse solo uno strumento di scambio. Aristotele in particolare fu il filosofo più importante che ebbe la maggiore influenza su pensatori cristiani, come san Tommaso d’Aquino, e sosteneva che il denaro non si riproduceva e non poteva quindi riprodurre la propria specie, a differenza invece delle scimmie o degli alberi. Non esiste un albero del denaro. Il denaro non è fertile e quindi per un banchiere accumulare ricchezza da un prestito era contrario alla natura. Quindi applicare interessi su un prestito era applicare qualcosa in cambio di nulla. I modelli di scambi commerciali basati su meccanismi di scambio di oro e argento continuarono almeno dai tempi precristiani fino al medioevo. Dopo il crollo dell’impero romano l’Europa occidentale non era economicamente avanzata come l’Impero cristiano d’Oriente e anche i regni dell’Islam. Tuttavia, più avanti nel medioevo, con la diffusione delle riforme cluniacensi dei benedettini in Europa, la rivitalizzazione del papato e l’espansione dei Normanni in Terra Santa, in Inghilterra, verso l’Italia e poi in Sicilia, ci fu anche un aumento degli scambi commerciali e questo portò una scarsità di argento e oro. A quell’epoca era pericoloso e difficile trasportare metalli preziosi per centinaia e migliaia di chilometri. Quindi coloro che scambiavano monete dovevano garantire che non venissero svalutate. Anzi, tenevano dei depositi per i loro clienti e quindi tenevano una sorta di contabilità sui vari scambi commerciali per i loro clienti. L’aritmetica espressa in banconote cominciò a sostituire le monete vere e proprie. Questo richiedeva anche fiducia e così nacque il sistema bancario. Quest’eccedenza di denaro, quindi il capitale, di una piccola élite, non veniva più accumulato in modo improduttivo ma veniva messo a disposizione di altri per poter essere utilizzato. Molti monasteri benedettini, nel corso dei decenni, furono esempi di questa forma di capitalismo del lavoro allo stato embrionale. Le città e anche le università cominciarono a svilupparsi intorno e a partire dai monasteri stessi. Per utilizzare questo denaro i bancari applicavano una commissione per il loro servizio, ma questa commissione non veniva descritta né come interesse né come usura. In queste condizioni mutate, i pensatori cominciarono a rendersi conto che il denaro effettivamente poteva essere fertile e avere un valore temporale. Se ‘X’ presta 1000 euro per un anno, perde l’opportunità di utilizzare quel denaro lui stesso. Quindi è appropriato imporre un costo di opportunità a chi prende in prestito quel denaro. Ogni volta che si presta quel denaro c’è sempre il rischio che il prestito non venga restituito interamente o in tempo. C’è sempre un rischio, incorso da chi presta il denaro, legato alla transazione e si fissa un prezzo per compensare quel rischio. La vita intellettuale della società medioevale in occidente era dominata dal clero, così come le diocesi, i monasteri e le corporazioni erano forze economiche altrettanto potenti a quei tempi. La nascita quindi di una forma rudimentale di pensiero morale cristiano sull’economia non era inevitabile, ma non deve sorprendere che tutti questi sviluppi e anche queste svolte intellettuali furono fatte dal clero stesso. Non dovremmo dimenticare che tutto questo fermento cominciò e continuò anche sullo sfondo di insegnamenti ufficiali della chiesa, ostili all’usura.
L’applicazione di interessi sui prestiti veniva proibito dal clero e questo già dai tempi del Concilio di Nicea del 325, ma diverse centinaia di anni dopo la pratica fu condannata al III Concilio Laterano nel 1179; ci fu poi il Concilio Laterano IV del 1215 che consentì la pratica agli Ebrei. Una approvazione ufficiale fu anche espressa dal Papa Benedetto XIV nel 1745 e continuò anche nel XIX secolo. All’inizio di questa forma di proto-capitalismo, l’ascesa e la diffusione delle banche è simile a quella che oggi potremmo paragonare a un’economia di mercato e ci sono in particolare due sviluppi che vanno citati e descritti perché inaspettati e degni di nota. Fui molto sorpreso dallo scoprire che molti dei primi teorici economici furono dei francescani seguaci di San Francesco d’Assisi, il poverello, il santo davvero conosciuto forse più di tutto per la sua povertà personale, la sua scelta radicale. Secondariamente, ogni banca in Europa occidentale, per duecento-trecento anni, fino al XV secolo, era in Italia o era una sede di una banca italiana e c’era quindi un intero monopolio dell’Italia sul sistema bancario di allora. Nel 1231 ci sono sessantanove filiali bancarie italiane in Inghilterra. Il francescano Pietro Olivi, che morì nel 1298, scrisse nel De contractibus usuraris: la proprietà o il denaro utilizzati per generare un guadagno ha “una certa qualità seminale di generare del profitto”, qualcosa che chiamiamo comunemente capitale e quindi non solo bisogna restituire il valore dell’oggetto, ma bisogna anche restituire un valore aggiunto. Un secolo o quasi dopo, San Bernardino da Siena, un pastore anche operatore di miracoli, scrisse che era legittimo per i creditori applicare interessi sui prestiti, adottando a poco a poco il pensiero di Olivi, quindi il profitto o, meglio, il cosiddetto costo di opportunità. Dal XIV secolo in poi i francescani misero in pratica quello che insegnavano, creando delle società di prestito che davano ai poveri piccoli prestiti, si chiamavano mons pietatis e originariamente furono fondati grazie a donazioni di ricchi cristiani. Poi andarono oltre, si svilupparono di più e cominciarono ad applicare interessi spesso tra il 4% e il 12%, e allora le polemiche si accentuarono. Furono difesi dal Beato Bernardino da Feltre, che morì nel 1494, che spiegò che l’applicazione di interessi era essenziale per rendere il modello autosostenibile, e Papa Paolo II approvò questo mons originario a Perugia nel 1472. Alla fine furono create centinaia di questi Monti, queste unioni creditizie in tutta Europa. Il Monte dei Paschi di Siena fu fondato nel 1472 e continua oggi come una delle più grandi banche italiane. Tutto questo costituì un importante contributo iniziale allo sviluppo degli strumenti per creare la prosperità moderna. L’insegnamento di Gesù ha un riferimento interessante al tema degli interessi: Lui, come dicevo, provocava il pensiero e le sue parabole erano popolate da figure come esattori, amministratori disonesti, giudici cinici, samaritani. Queste figure catturavano l’attenzione di chi lo ascoltava e obbligavano queste persone a riflettere. Nella parabola dei Talenti, il padrone rimprovera e redarguisce il servo; lo rimprovera come pigro, depravato, perché aveva seppellito il suo talento senza fare nulla. Non era stato sprecato, né gettato via, semplicemente conservato. Il padrone lo redarguì dicendo: “Avresti dovuto depositare il denaro presso i miei banchieri, cosicché avrei potuto recuperare il mio capitale con un interesse. Ebbene prendi il talento e dallo all’uomo che ha dieci talenti”. Considerando l’uso regolare fatto da Gesù di questi esempi inusuali nelle sue parabole, non possiamo concludere che egli approvasse l’applicazione di interessi, ma comunque era sicuramente a conoscenza di questa pratica. Lo sfruttamento del povero ovviamente è condannato, ma il Nuovo Testamento non sviluppa nessun insegnamento specifico sull’applicazione di interessi sull’usura. Che cosa ci può dire l’insegnamento di Gesù come individui e come comunità? L’insegnamento di Cristo sull’importanza della povertà e della semplicità di spirito ha sempre avuto conseguenze profonde anche tra i suoi discepoli e seguaci e soprattutto tra coloro che volevano seguire l’esempio di Gesù e avevano plasmato la sua vita in base al suo esempio e ai suoi insegnamenti. Negli ordini religiosi l’impegno verso la povertà personale da parte dei suoi membri rappresenta solitamente uno dei tre voti tradizionali, insieme all’obbedienza e alla castità. La povertà di spirito quindi viene apprezzata dentro e fuori la Chiesa cattolica e l’impegno molto serio di Papa Francesco, anche nei decenni della sua vita come gesuita e come vescovo, rispetto a uno stile di vita semplice, è anche uno dei motivi principali della sua grande popolarità. Ma i cristiani non sono manichei, non pensano che la materia o la carne siano il male; fanno parte della creazione divina. Mentre Gesù insisteva regolarmente sul primato della sfera spirituale, sull’importanza dell’aldilà, né le ricchezze né l’arricchimento sono vietati: le ricchezze sono una benedizione ambigua, pericolosa, seduttiva. Il denaro è corrotto e molti diventano avidi a causa del successo finanziario. L’avidità può cominciare a farsi strada in modo silente e surrettizio, lentamente. E spesso la generosità è la migliore risposta a questa tentazione, all’insorgenza silente di questa cecità e insensibilità. Ecco perché ogni individui e ogni comunità devono scegliere Dio o il denaro, il povero così come il ricco. L’invidia veniva vietata dai comandamenti di Mosè, così come la menzogna, il furto e qualsiasi altra attività illegale, che non sono permesse anche perché potrebbero generare un profitto. Gli obblighi della famiglia religiosa sono due esempi che racchiudono valori alti e nessuno di questi elementi dovrebbe essere ignorato e danneggiato dalla ricerca del benessere e della prosperità. Il Nuovo Testamento, quindi, non sembra incoraggiare le persone a seguire Cristo con la promessa di diventare ricchi o almeno meno poveri. Per i cristiani la prosperità non è un segno certo della benedizione divina; sebbene le persone oneste che lavorano sodo e che hanno buon senso si trovano tra i cristiani seri e anzi si possono trovare tra coloro che sono più prosperi. Le attività quindi che contribuiscono allo sviluppo umano più genuino devono essere incoraggiate e lodate. La povertà promossa da Gesù spesso viene citata come povertà di spirito: si tratta di un indicatore utile poiché Dio non loda la miseria, la crudeltà o lo sfruttamento. I cristiani, ad esempio, si oppongono fermamente alla schiavitù e alla tratta degli esseri umani. La povertà che viene raccomandata riguarda la semplicità della vita, dove i confort rudimentali sono stati definiti in modo diverso durante le varie epoche e secondo il livello e la natura delle penitenze, che potevano variare in base alle varie spiritualità. Coloro che praticano la povertà possono essere ricchissimi spiritualmente, ricchi di intuizioni, idee, saggi, guide efficaci di Dio e di Cristo nella preghiera. Ma, dall’altro lato, abbiamo anche dei cristiani che possono mancare di queste intuizioni e di queste idee, i cosiddetti santi folli che Santa Teresa di Avila aveva invitato a evitare. La povertà intellettuale, però, pone una sfida diversa: se vogliamo seguire Cristo da vicino, significa forse che siamo scoraggiati da un’istruzione superiore? Quindi è meglio essere fedeli, devoti e ignoranti rispetto anche alle verità teologiche e intellettuali, piuttosto che fedeli devoti e avere un’istruzione superiore? L’istruzione è una forma di ricchezza; è positiva, ma è una forma di ricchezza e questo può allontanarci dall’ideale di semplicità. Invece può sembrare difficile da credere, ma l’istruzione è necessaria in un sacerdote. Ad esempio, potrebbe essere pericoloso per le persone avere un’istruzione nelle discipline secolari e quindi meritorio avere un livello di istruzione rispetto alla comprensione religiosa equivalente a quella di un bambino di scuola primaria. Le persone istruite mantengono e sviluppano la loro fede, quindi puntano a una sorta di ingenuità secondaria, una semplicità santa che riconosce la gerarchia dei valori così come sono definiti dal Signore. Il punto più elevato della saggezza consiste nell’essere semplici e giudiziosi (San Giovanni Crisostomo, citato anche da un Pontefice). Per gli ebrei e i cristiani l’istruzione è una benedizione, ma racchiude comunque delle tentazioni. L’insegnamento di Cristo sulla povertà e sulle ricchezze è importante anche per tutte le comunità cristiane, incluse le parrocchie, le diocesi e gli ordini religiosi e quindi bisogna essere attenti, essere consapevoli del fatto che i problemi si ripeteranno così come si sono ripetuti dai tempi del Nuovo Testamento. Il vangelo di Giovanni ci parla di Giuda Iscariota che tradisce Gesù ed è un ladro e negli Atti, capitolo 5, leggiamo di Anania e Saffira che nascosero una parte del ricavato dovuto alla comunità e ne soffrirono e patirono le conseguenze. In una delle parrocchie in cui servii nei primi anni, scoprii che due persone rubavano regolarmente dalle collette settimanali. Nei miei anni in varie parrocchie ho poi cercato di fare in modo che nessuno venisse lasciato da solo con la colletta. A volte però l’importo delle collette settimanali variava a seconda della presenza o assenza di una delle persone che faceva la conta, ma forse questa era solo un coincidenza. In positivo possiamo dire che le comunità cristiane, sin dall’inizio, seguirono la tradizione ebraica di curare i poveri e soprattutto le vedove e i viandanti. Quando gli insegnamenti di Paolo furono approvati da Pietro, Giacomo e Giovanni, lui stesso disse che si era preso cura dei poveri a Gerusalemme. La tradizione di aiutare i poveri, i malati e i sofferenti è continuata ininterrotta per tutta la storia cristiana e, anzi, ha tenuto il passo anche con l’aumento enorme della ricchezza nelle nostre società. Un esempio sono le varie organizzazioni della Caritas in tutto il mondo.
La Caritas fa un bellissimo lavoro di aiuto e assistenza, soprattutto quando ci sono delle emergenze, e sostiene anche lo sviluppo, incoraggiando i destinatari, spesso d’oltreoceano, a utilizzare queste donazioni in modo produttivo, cercando di diventare autonomi e non di sviluppare un clima di dipendenza.
Ebbene, ancora una volta tuttavia il cristianesimo ha un approccio specifico diverso da quello dei filantropi non credenti. Gesù insegna che il primo comandamento è quello di amare l’unico vero Dio, trascendente, invisibile, mentre il secondo ci chiede di amare il nostro prossimo con le azioni.
Questo comandamento è come il primo e deriva proprio da questo il fatto che non si può sostituire la preghiera con qualsiasi attività umana, come la giustizia sociale. La giustizia cattolica e il lavoro caritatevole sono sempre cristocentrici. Da una prospettiva cristiana quindi il lavoro buono è insufficiente quando Dio viene eliminato. La vita economica oggi è più complicata di quanto non lo sia stata mai in passato, ecco perché il diritto canonico richiede la presenza di almeno tre Christi fideles, tre esperti economici laici in ogni consiglio finanziario diocesano. Tuttavia, è pericoloso e moralmente sbagliato quando un leader della chiesa, che si tratti di un sacerdote, di un vescovo o di un superiore religioso, sia soddisfatto dal semplice fatto di non curarsi dell’aspetto economico perché afferma di non capire il denaro. Questo lascia il campo sgombro agli incompetenti e ai furfanti. Un leader della chiesa non deve per forza essere esperto in materia finanziaria, ma deve essere capace di fiutare quando qualcosa non quadra, quindi fornire un giudizio personale, realistico anche su come il denaro viene utilizzato nell’ambito della sua chiesa.
Quando riconosciamo la natura universale del peccato originale, e anche della crudele persistenza delle ragioni umane, possiamo capire meglio come sia prudente per le diocesi e gli ordini religiosi possedere le proprie chiese, monasteri e scuole. Questo fornisce sicurezza nel corso delle generazioni; solo un numero limitato di errori morali può vivere in povertà radicale, e anche le migliori associazioni religiose contengono sempre un mix morale. E’ importante che l’istituzione venga distinta anche dall’individuo, così ad esempio che un sacerdote non tratti i possedimenti della parrocchia come propri.
Il patrimonio della chiesa non appartiene a un’unica generazione: al di là dei tempi di crisi come le guerre e le carestie, la ricchezza che viene tramandata dovrebbe essere utilizzata per finanziare le attività della chiesa e non essere utilizzata nel corso di un’unica generazione.
La mia ambizione come arcivescovo è sempre stata quella di utilizzare il denaro della chiesa intensamente per perseguire gli scopi della chiesa e anche di passare ai miei successori quello che io avevo ricevuto. Ma questa non è una legge ferrea, poiché un vescovo può anche concludere che la sua diocesi abbia tantissime risorse e proprietà e che magari una parte di questi beni debba essere venduta e i fondi riutilizzati in altri modi. Ma il principio del mantenimento del patrimonio è di base un buon principio.
Fortunatamente non mi sono mai trovato in una situazione in cui la mia diocesi fosse per così dire ricchissima di edifici storici oppure che richiedesse risorse che non erano più sostenibili. Sarebbe stato molto triste doversi disfare di alcune proprietà ma sicuramente i bisogni pastorali delle persone devono sempre avere la priorità.
Nel Vaticano stiamo cercando di mettere in pratica gli insegnamenti cristiani sulla proprietà, la ricchezza e anche l’assistenza ai sofferenti e ai poveri. I metodi moderni di contabilità sono positivi, probabilmente i migliori, il miglior modo per garantire l’onestà e l’efficienza.
Questo richiede anche una competenza laica di alto livello e l’adozione del principio di trasparenza, soprattutto quando si deve rendere conto alla comunità più ampia, compreso appunto il laicato cattolico, di quello che è stato fatto col denaro della chiesa. E’ quindi importante per chi utilizza questo patrimonio essere in grado di rendere conto di quello che è stato fatto in questo mondo e non solo a Dio.
Quando la chiesa possiede investimenti e proprietà, le autorità della chiesa hanno l’obbligo morale di conseguire livelli appropriati di ritorno finanziario. Quando questo non viene raggiunto, spesso significa che qualcun altro trarrà un profitto.
In una delle mie diocesi, ad esempio, un parroco aveva affittato un grande edificio per un canone di affitto insufficiente. Il suo affittuario aveva subaffittato parte della proprietà per una cifra di gran lunga superiore a quella che pagava al sacerdote per l’intero edificio. La locazione delle proprietà che ci vengono date in locazione sulla base della fiducia e quindi a canoni sotto il valore di mercato è sbagliato, è moralmente sbagliato.
Ora è giunto il momento di mettere in ordine tutte le attività e di organizzarle in modo che si possa dimostrare e rendere conto di tutto al mondo esterno.
E’ possibile che la prossima ondata di attacchi alla chiesa possa proprio essere generata da irregolarità finanziarie. Quello che stiamo cercando di fare nel Vaticano, diventa quindi una lezione per la Chiesa in senso ampio. Una principessa europea una volta mi disse che alcuni consideravano il Vaticano come un’antica famiglia nobile in decadenza, che stava perdendo tutto il suo denaro e che veniva considerata come incompetente, stravagante e preda facile per ladri e mascalzoni.
Ebbene, stiamo tutti lavorando duramente presso la Santa Sede, sotto la leadership di papa Francesco, per cambiare questa immagine.

ROBERTO FONTOLAN:
Grazie Eminenza perché in questo grande affresco, in questo grande viaggio nella storia ci ha fatto capire che l’uomo conquista una consapevolezza delle risorse, dei beni, attraverso uno sforzo, una lunga elaborazione e che non tutto è dato, è acquisito fin dall’inizio. E perciò la responsabilità umana in tutto ciò, in questa storia e quindi anche nell’uso del denaro, è fondamentale. Mi sembra questo il sottotraccia dell’intero suo testo, il tema dell’indispensabilità del pensiero sull’elaborazione umana di tutto ciò che Dio ha messo a disposizione.

S. EM. CARD. GEORGE PELL:
Sì, certamente noi dobbiamo trattare bene il denaro. Parlando come Prefetto dell’economia, io capisco che questo è un impegno molto importante ed anche importante in questo momento. Nel Conclave, prima dell’elezione di papa Francesco, la grandissima maggioranza dei cardinali ha detto chiaramente che avremmo dovuto organizzare le cose in modo migliore. Dobbiamo pulire la casa, dobbiamo avere, come diciamo adesso, efficienza e trasparenza e noi lavoriamo per questo.
Questa riforma sarebbe assolutamente impossibile senza l’appoggio del Santo Padre, senza papa Francesco. E davanti a tutti voglio ringraziare il Santo Padre per il suo appoggio ai nostri lavori.
Noi abbiamo fatto un progresso sostanziale, abbiamo nel Consiglio per l’economia cardinali, laici, esperti di tutto il mondo, abbiamo un revisore generale, un personaggio laico di alto livello, che può entrare dovunque nei nostri sistemi per vedere che le cose vadano bene, che non ci sia corruzione. Abbiamo la nostra agenzia contro il riciclaggio, per la banca. Questi sono progressi sostanziali. C’è molto da fare, abbiamo preparato, forse per la prima volta nella storia, un bilancio di tutto il denaro, le proprietà del Vaticano, comprensivo e, mi sembra, accurato. E abbiamo scoperto che c’erano un miliardo e trecento milioni che non erano visibili nei bilanci precedenti: questo è interessante.
C’è molto da fare. C’è un disavanzo, c’è un deficit negli ultimi due anni e probabilmente questo continuerà. Il nostro fondo pensione è adeguato per dieci, quindici anni ma dobbiamo fare qualcosa di serio perché da venti, venticinque anni da adesso, i fondi saranno insufficienti.
Mi sembra che sarebbe quasi impossibile andare indietro, ritornare al vecchio sistema, per cui dobbiamo continuare a implementare questo progresso, continuare a fare queste riforme.
E’ un onore per me partecipare così, ma non è la cosa più difficile: tante volte ho detto che è molto più semplice organizzare le finanze del Vaticano che provocare una conversione.

ROBERTO FONTOLAN:
Con questo applauso ringraziamo Sua Eminenza, il Cardinale Pell, che è stato con noi per questa Lectio magistralis, se possiamo dire, ed è uno dei modi con cui possiamo toccare con mano quanto la Chiesa sia realmente maestra di vita, non solo perché insegna ma perché tutto ciò che insegna lo impara. Ringraziandolo ancora una volta, augurandogli buon lavoro per tutte le responsabilità che ha, vi auguro buona serata, ricordando che, nel suo piccolo, il Meeting chiede un sostegno per la costruzione di questa realtà, di questo luogo che da oltre trent’anni testimonia e racconta una cultura dell’incontro, una cultura dell’amicizia. E’ un modo con cui il denaro può fare bene. E con la propria donazione si entra a far parte della Community Meeting. Si può donare in vari punti della Fiera (Hall Sud, Padiglione C1, A1, A3, C5) oppure andando sul sito del Meeting www.meetingrimini.org. Buona serata e buona continuazione con il Meeting.

Data

22 Agosto 2015

Ora

17:00

Edizione

2015

Luogo

Auditorium Intesa Sanpaolo B3
Categoria
Incontri