“CHIAMATI DA CIÒ CHE ANCORA NON È”. Lo sguardo di Romano Guardini all’esistenza del cristiano - Meeting di Rimini
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“CHIAMATI DA CIÒ CHE ANCORA NON È”. Lo sguardo di Romano Guardini all’esistenza del cristiano

“Chiamati da ciò che ancora non è”. Lo sguardo di Romano Guardini all’esistenza del cristiano

Interviene Hanna-Barbara Gerl-Falkovitz, Professore Emerito di Filosofia delle Religioni e Scienze Religiose Comparate all’Università di Dresda. In occasione dell’incontro intervento di saluto di Francesca Meneghetti, Presidente della Scuola di Cultura Cattolica di Bassano del Grappa. Introduce Monica Scholz-Zappa, Docente di Scienze Linguistiche e Culturali all’Università Albert-Ludwig di Friburgo in Brisgovia.

 

Ore: 17.00 Sala Neri UnipolSai
“CHIAMATI DA CIÒ CHE ANCORA NON È”. Lo sguardo di Romano Guardini all’esistenza del cristiano

Interviene Hanna-Barbara Gerl-Falkovitz, Professore Emerito di Filosofia delle Religioni e Scienze Religiose Comparate all’Università di Dresda. In occasione dell’incontro intervento di saluto di Francesca Meneghetti, Presidente della Scuola di Cultura Cattolica di Bassano del Grappa. Introduce Monica Scholz-Zappa, Docente di Scienze Linguistiche e Culturali all’Università Albert-Ludwig di Friburgo in Brisgovia.

MONICA SCHOLZ-ZAPPA
Benvenuti a questo incontro dal titolo: CHIAMATI DA CIO’ CHE ANCORA NON È. Lo sguardo di Romano Guardini all’esistenza del cristiano.
Noterete e vi chiederete tutti il perché dell’assenza della protagonista di questa serata, la professoressa Hanna-Barbara Gerl-Falkovitz.
Frau Gerl-Falkovitz ha avuto un malore e ha dovuto essere ricoverata in clinica dove si trova adesso per degli accertamenti. È dispiaciutissima, perché ci teneva molto ad essere qui presente tra noi e spera nella vostra comprensione. Tuttavia la sua è solo un’assenza fisica, perché se tutto funziona, ci sta guardando in streaming. Quindi ci ascolta e ci vede.
E quindi, come lei mi ha chiesto di portare i suoi saluti a tutti voi, così anche noi ti la salutiamo e le auguriamo una pronta e completa guarigione.
Do il nostro benvenuto anche alla dottoressa Francesca Meneghetti che è la Presidente della Scuola di Cultura Cattolica di Bassano del Grappa, che a breve ci renderà partecipi di un annuncio molto importante.
Nonostante il suo impedimento, Frau Gerl-Falkovitz ha voluto che assolutamente questo incontro avesse luogo e mi ha pregato di leggervi il suo intervento che ascolterete appunto tra poco. Noi stasera vogliamo rispettare questo suo desiderio e accoglierlo con cordialità. Il gesto di consegnarci e di affidarci questa sua riflessione indica a mio parere l’atteggiamento di Frau Gerl-Falkovitz per un bene comune e cioè un modo di concepire la scienza non autoreferenziale ma come testimonianza al servizio di tutti e le siamo molto grati di questo gesto. Frau Gerl-Falkovitz è professore emerito di Filosofia delle religioni e Scienze religiose comparate all’Università di Dresda. Ha conseguito il dottorato in Filosofia nel 1971 e l’abilitazione nel 1979 a Monaco di Baviera. È stata poi visiting professor all’Università di Bayreuth, Tubinga, Eichstätt e Monaco di Baviera e dall’’89 al ‘92 ha ricoperto la cattedra di filosofia presso la Pädagogischen Hochschule. È stato ordinario dal ‘93 al 2011 di filosofia della Religione e Scienze religiose comparate alla Technischen Universität di Dresda. Nel 1996 ha ricevuto il dottorato honoris causa di Teologia dall’ Istituto superiore teologico-filosofico di Vallendar. È dal 2011 tra i responsabili dell’Istituto europeo di Filosofia della religione alla facoltà di Filosofia e Teologia della Philosophisch-Theologischen Hochschule Benedikt XVI, presso Vienna, nelle vicinanze di Vienna. I suoi interessi sono rivolti in particolare alla filosofia della religione, alla fenomenologia contemporanea, ai temi della secolarizzazione post-moderna, all’antropologia anche in riferimento a dibattiti legati al tema del gender. Collabora all’opera omnia di Edith Stein e all’opera omnia di Romano Guardini. Altri autori da lei studiati e ai quali ha dedicato diverse monografie sono Paul Claudel, John Henry Newman, Kierkegaard, Nietzsche, Simone Weil e Jean Luc Marion.
Possiamo vedere come gli interessi di Frau Gerl-Falkovitz hanno al centro l’uomo, nel suo travaglio con la modernità e post-modernità. In questo senso, con grande stima e senso di apprezzamento, do immediatamente la parola a Frau Meneghetti.

FRANCESCA MENEGHETTI
Buonasera a tutti. Vi ringrazio di questa grande attenzione che avete manifestato nei nostri confronti e ringrazio soprattutto il Meeting di questo spazio che ci fornisce. In queste poche parole che dirò a breve, vorrei presentarvi quello che è la nostra realtà e anche il motivo, e questo è il cuore dell’incontro, di questo premio alla cultura cattolica. La Scuola di cultura cattolica di Bassano del Grappa nasce nel 1981. L’intento iniziale è di fornire degli strumenti di aggiornamento e di catechesi (da cui il nome “scuola”), inserendosi nel dibattito culturale con delle voci autorevoli che siano fedeli al magistero della Chiesa. Con questo scopo noi organizziamo dal 1981 un cinque, sei incontri ogni anno con personalità che ci guidano in questa scoperta nella visione del mondo cristiana. Ma questo non bastava e nel 1983 si è deciso di mostrare al pubblico e pubblicizzare dei personaggi che erano particolarmente insigni in questa missione mediante l’assegnazione di un “premio”. Il premio alla cultura cattolica è la volontà di mostrare al mondo quelle che possono essere le nostre guide, per cui, ogni anno, vengono scelte, all’interno del mondo religioso, politico, accademico o anche artistico, economico, delle figure veramente importanti. È stato così nel 1985 con monsignor Luigi Giussani, poi per esempio ve ne cito alcuni: nel 2000 Eugenio Corti, nel 2005 Angelo Scola, nel 2010 Carlo Caffarra, nel 2014 padre Romano Scalfi. Ecco, tutta una serie di personalità che, per noi e per il nostro fondatore, sono particolarmente significative. Don Didimo Mantiero è il nome del nostro fondatore: è un prete del vicentino e ha fondato, oltre alla Scuola di cultura cattolica, anche La “Dieci” e il “Comune dei giovani”, due realtà che si rivolgono a due fette diverse di pubblico. La Scuola di cultura cattolica” è pensata per i giovani e gli adulti e per la formazione continua, mentre il “Comune dei giovani” è una associazione che organizza il tempo libero dei ragazzi con la forma della autoresponsabilità. La “Dieci”, infine, è un gruppo di preghiera che si occupa di pregare, con la libera offerta della preghiera e delle azioni quotidiane, per la salvezza della città, per la salvezza dei giovani e per la santificazione dei sacerdoti. Questa realtà plurisfaccettata è stata presentata qui al Meeting di Rimini, nel 2012, con una mostra che celebrava i 50 anni di vita del “Comune dei giovani”, sorto nel 1962. Il Meeting ci è molto caro e c’è caro anche perché qui si vive quello spirito di servizio, che si può notare passeggiando all’interno della fiera, che è uno dei cardini della nostra realtà. Ho ritrovato questa visione del servizio come una forma di potere responsabile in un alcuni scritti di Romano Guardini, grazie anche alle letture fatte dalla professoressa Falkovitz. Guardini dice che il servizio è fare ogni singola cosa cosi come essa deve essere fatta, secondo la sua verità e solo così il potere diventa veramente responsabile, lo dice ne La fine dell’epoca moderna, il potere del 1951.
È cosi che siamo arrivati ad Hanna-Barbara Gerl-Falkovitz, un nome che ha, all’unanimità, accontentato tutta la giuria del premio, con grande entusiasmo, per i 50 anni che ricorrono quest’anno dell’ anniversario della morte di Guardini.
Il fatto di premiare Hanna-Barbara Gerl-Falkovitz, si inserisce all’ interno di uno stile della Scuola di cultura cattolica, che è quello di dialogare sulla contemporaneità alla luce della tradizione della Chiesa. Hanna-Barbara non può che essere un esempio, e una maestra in questo: la sua visione del mondo cristiana si inserisce pienamente in quella che è anche la volontà e lo stile della Scuola di cultura cattolica. Vi do solo alcuni assaggi della motivazione che il prof. Lorenzo Ornaghi, presidente della giuria del premio, ha stilato per spiegare i motivi che hanno fatto sì che la scelta sia caduta su di lei quest’anno.
L’ha definita, non solo l’erede intellettuale del filosofo e teologo tedesco, ma quasi una figlia spirituale, una testimone autorevole dell’ indispensabilità e vitalità del pensiero cattolico per l’intera cultura europea e per il futuro stesso dell’ Europa.
In particolare, il prof. Ornaghi, nella motivazione che leggeremo durante il premio, ha illustrato come la prof.ssa Falkovitz abbia riflettuto, per esempio, sull’ antropologia dei generi, con una visione assolutamente originale, che riscopre un’idea di spirito femminile che è già presente in Guardini, criticando poi le costruzioni ideologiche che vogliono cancellare questa concezione di donna e di uomo propria dell’occidente cristiano.
Vi do lettura delle ultime righe della motivazione, che spero vi creino l’acquolina per venire a Bassano.
«Hanna-Barbara Gerl-Falkovitz, con intelligenza e passione, propone alla cultura dell’Europa la visione del mondo cattolica, quale criterio di vita personale e collettiva, quale comprensione della realtà odierna nelle sue insicurezze, ma anche nelle sue positive opportunità, quale costruzione ragionevole e aspettativa fiduciosa di un domani che è già parte costitutiva del tempo in cui viviamo».
Noi vi aspettiamo a Bassano del Grappa venerdi 9 novembre alle 20.30 presso il Teatro “Remondini”, dove celebreremo il premio alla Cultura cattolica. Sarà il modo, credo, anche di realizzare questo sogno, che rimane un po’ sospeso, di un incontro con lei, qui in Italia, a breve. Vi aspettiamo con calore e affetto come sappiamo fare noi bassanesi, grazie.

MONICA SCHOLZ-ZAPPA
Quindi, se ci ascolta in diretta, congratulazioni prof.ssa.
Questo incontro come avete ascoltato si inscrive nel cinquantesimo anniversario della morte di Romano Guardini avvenuta il 1 ottobre 1968 a Monaco di Baviera. Romano Guardini, un teologo, ma soprattutto un uomo che ha vissuto intensamente una lotta personale, corpo a corpo con il destino, con la verità. Ed è da tale esperienza e da tale lotta che è scaturita tutta la sua riflessione e la sua opera. Romano Guardini è, è stato e resta una personalità complessa, in parte misconosciuta, forse perché rinchiusa in certi canoni esegetici dai tratti pietistici e che al contrario si sta rivelando una personalità nuova, direi quasi un silenzioso rivoluzionario, un uomo contro corrente, profetico. Guardini non ha mai messo da parte se stesso, non ha censurato nessuna domanda, neppure la più banale o scontata e non ha nascosto il proprio limite, anzi i propri limiti sono stati la sua risorsa, come potrete vedere nella mostra a lui dedicata quest’anno al Meeting. Si parla spesso dell’attualità di un personaggio ma qual è l’unità di misura per definire tale attualità? Forse una coincidenza di giudizi oppure di tematiche, ma non è piuttosto l’attualità quel punto di verità vissuto dalla singola persona nel quale ci possiamo riconoscere? In questo senso Guardini è ed è stato attuale per generazioni di giovani e di teologi sensibili al dramma della verità dell’uomo e della storia. Ne cito solo alcuni, anche tra i suoi diretti discepoli, come von Balthasar, Ratzinger, Giussani e lo stesso papa Francesco. In questo senso non basta solo un genio, occorre anche il genio in grado di leggerlo e di interpretarlo. Per questo siamo grati a Frau Falkovitz, colei che più di ogni altro si è inoltrata nei meandri della personalità di Guardini con coraggio, anche lei controcorrente, come dimostra il titolo dell’incontro di questa sera, “Chiamati da ciò che ancora non è, lo sguardo di Guardini sull’esistenza del cristiano”, un titolo intrigante che suscita, penso, molta curiosità. Lasciamoci sorprendere.
«Solo chi conosce Dio, conosce l’uomo». Così recita il titolo del tema scelto da Guardini per il Katholikentag (il raduno biennale dei cattolici tedeschi) tenutosi a Berlino nel 1952. La citazione è nota e (per questo motivo) non vi si presta più attenzione. Ma, chi conosce veramente Dio?
Pensando più in profondità: Chi potrebbe pronunciare una tale frase, così lapidaria, senza essere entrato nel raggio di Dio? Senza presunzione, ma per la familiarità con l’opera di Guardini, mi è possibile dire che tutta la sua persona e il suo pensiero sono stati “protesi verso di Lui”. Come ci testimonia il suo amico Heinrich Kahlefeld: «Ha taciuto a tanti, con quale profondità egli abbia adorato Dio Padre e quanto gli fosse familiare la bellezza di Cristo». Anche la molteplicità e la profondità dei lavori di Guardini dimostrano proprio che in questa sua posizione di tensione (in questo suo essere proteso), viene alla luce qualcosa di molto grande e degno di stupore.
In questo senso, si impone sempre la domanda: in cosa consiste veramente la specificità tematica dell’opera di Guardini, in cosa consistono le sue motivazioni fondamentali, perché era in grado di coinvolgere le persone più diverse, e in quale numero!, e verso quale scopo il tutto converge?
La proposta qui oggi è la seguente: Guardini ha pensato e sperimentato il Dio vivente come forza del divenire stesso. Cioè, come forza dell’inizio – dell’iniziativa, come inizio della creazione ma, ancora di più, come inizio della salvezza – Salvezza che è «più grande della creazione»: «E se già il creare, il quale fa sì che quanto non esiste cominci ad esistere, è un impenetrabile mistero, così è sottratto ad ogni sguardo e ad ogni misura umana quanto significa che Dio faccia del peccatore una persona che si presenta senza colpa. È una creatività che viene dalla pura libertà dell’amore. Nell’intervallo fra i due stati v’è una morte, un annientamento. [… quell’] incomprensibilità tocca il cuore».
Da questo secondo, “altro inizio”, viene disegnato il divenire dell’uomo, che si lascia inserire nell’”opera” di Dio – e il dipanarsi dell’esistenza cristiana durante tutta la vita. “Opera” – una parola, sulla quale si è basato il suo impegno alla Burg Rothenfels; una parola, nella cui dinamica e prospettiva escatologica, Guardini coinvolgeva i giovani, gli studenti e uditori all’università.
Nel divenire è la libertà, nella libertà si decide il destino, e Guardini osava parlare del destino di Dio negli uomini. Ma anche del destino dell’uomo in Dio, dell’uomo che si confronta con Dio.
Da ciò è nata viva la passione di Dio, – il patire e la passione (Leiden und Leidenschaft) -, in cui anche l’uomo, che si inserisce nel raggio di luce della Sua iniziativa, è divenuto vivo. «Dio non è Colui che contrappone una realtà già fatta e delle richieste da eseguire. Egli ha generato la pienezza di una realtà che sfida e tutte quelle possibilità da ricercare e da cogliere con la giusta iniziativa e forza creativa. Il mondo diventa di fatto così, come l’uomo lo fa». Alcuni uomini riescono a cogliere la sfida del Nuovo, altri invece no. «Il significato dei santi – dice Guardini – consiste proprio in questo, che nella loro esistenza il processo del divenire nuovi – che per noi è dappertutto coperto e disturbato – emerge con particolare chiarezza, energia e con la forza della promessa».
Fino alla sua ultima opera incompiuta – L’esistenza del cristiano -, una domanda lo ha particolarmente accompagnato: a quale trasformazione sono veramente sfidati, chiamati e di quale trasformazione sono capaci la coscienza cristiana e l’agire cristiano?
Tale “divenire” accade già nella preghiera vera: «Conoscere qualcosa di Cristo o rimanere nella vicinanza del Signore è già in sé un atto santo. Ogni volta che un tratto della sua santa figura diventa vivo o una sua parola ci tocca, questo significa già un divenire interiore».
Alla luce di questo “divenire nuovo”, la teologia di Guardini – diversamente da tanti altri – non è prima di tutto antropologia, ma prima di tutto parola del Logos divino, prima di tutto Parola della Rivelazione, prima di tutto Parola del Mistero che si comunica. Di fronte a Dio l’uomo deve inginocchiarsi e diventare in Lui glorioso. Nel Dio rivelato l’uomo si rivela a se stesso.
La forza dell’inizio
Dalla Rivelazione si desta qualcosa di insondabile: Il Mistero del nuovo inizio, Dio stesso come inizio. Guardini ama la parola inizio, la usa nove volte nei suoi titoli, la riformula come “forza dell’inizio”, addirittura come “forza di novità”. Inizio è qualcosa di enorme, di mostruoso, di non- e mai comprensibile. Inizio inteso come: “Ur-Sprung” = salto originario, “Ur-Neues” = novità originaria – gratuito, semplicemente lì, presente. Ma tutto ciò che è senza motivo, gratuito è Mistero; anche il bambino appartiene a questo Mistero, così come la fonte, così come il seme, così come tutto ciò che prima non c’era ed improvvisamente appare piccolo per poi diventare qualcosa di grande. «Questo è il mistero del bambino: profondità d’inizio, pienezza di futuro, insieme dono e inizio della potenza di vita».
Il penetrare di Guardini in questa “profondità d’inizio” si trova fin da subito in una densa rete di pensieri: sempre nuovi archi di tensione diventano, nel loro susseguirsi, trasparenti. Magistralmente, e con sicuro talento e disciplina di riflessione, Guardini dipana ciò che altrimenti verrebbe vissuto, ma raramente illuminato nella sua non scontentezza.
Cos’è “inizio”? L’inizio dell’uomo è più di un punto di partenza, che viene subito abbandonato. Già questo, nel pensiero quotidiano, non è scontato. Così come, seguendo lo stesso inaspettato movimento di pensiero, anche la fine non è semplicemente punto e interruzione. «Iniziare passa attraverso tutta la sua vita (la vita dell’uomo) e il finire già inizia con il primo respiro».
Certamente c’è un inizio, che immediatamente sparisce, quando è fatto: In latino si chiama initium, lo start temporale. Ma Guardini guarda all’inizio “permanente”: Questo in latino si chiama principium, che domina tutto ciò che verrà. «La vita sorge non solo nella prima ora, quasi una volta per sempre, cosi da andare poi avanti in una direzione lineare, ma risorge continuamente dalla profondità, dal nascosto all’aperto; da ciò che ancora non c’è al reale».
La forza della chiamata
Quale profondità misteriosa viene qui intesa? Questa domanda ci porta nel cuore dell’esistenza, nel suo “ambito originario” (“Urbereich”). Guardini chiama il destino più profondo dell’uomo “essere chiamato” (così il senso della parola persona). Inizio è chiamata. E ciò che chiama è una volontà, non semplicemente un informe potere primordiale, una natura generale, ottusa e incosciente. È una enorme volontà che mi crea chiamandomi, cosi come sono, beato di essere. In questa chiamata non sono una copia, uno schiavo, sostituibile da mille altri, bensì sono libero, unico, «dato nel suo essere sé».
Questa volontà è felicità, inaudita beatitudine. È la beatitudine di essere voluti, per la quale Guardini usa la parola «grazia», non intendendo questa parola come una pia arbitrarietà, ma come “dono”, senza calcolo, gratuito. «Questo amore non ha nessuna ‘ragioné. È ragione a se stessa. Quando si manifesta, a chi si indirizza, non viene più da chiedere un perché – se non per avere una occasione di ringraziamento e di risposta all’amore». Questo dono originario (Ur-Geschenk) è una «intima certezza di sé», la felicità di essere. Questo «inizio è inesauribile», infinitamente potente.
Dalla Sua infinità discende tutto ciò che inizia, la Sua forza rende la vita possibile. Ogni nuovo mattino si desta dalla stessa forza – in generale, dove c’è novità, sorpresa, irruzione, risveglio, essa vive dal primo, intramontabile, “perdurante” inizio. – da ciò l’importanza del mattino per la liturgia, per il lavoro, per l’esistenza in generale. È possibile formulare questo pensiero in modo significativo anche partendo dal suo altro capo: Dovunque il futuro, inteso come novità, come sorpresa, come qualcosa di non calcolabile, venga pianificato fin nel dettaglio, – dove, per esempio, non venga più accettato il bambino come simbolo dell’inaspettato Nuovo -, questa forza primaria, che tutto porta e tutto vuole, viene esclusa e diventa inefficace. Lì non regna più il soffio vitale di un futuro donato, ma la vacuità della chiusura.
La perdita dell’inizio
E la chiusura è possibile: Certamente non è possibile difendersi dal fatto originale di essere donati a se stessi; o detto in un altro modo: non ci si può difendere dalla beatitudine di essere voluti – ma, ciononostante, proprio questo viene tentato, da ogni uomo, a partire da Adamo.
Per quale motivo questo succeda e come ciò sia possibile, appartiene all’ambito indecifrabile del peccato. Nella sua con-sistenza originaria (Urbestand) (che non re-siste) essa è “indignata finitezza”. Indignazione, cioè, contro l’essere donati, indignazione contro la gratitudine. Da ciò consegue l’abbandono, l’abiezione, la paura. Guardini ha sempre contestato la paura come “esistenziale fondamentale” dell’uomo a differenza della filosofia esistenziale che, invece, la affermava come paura primordiale (Urangst) dell’“essere gettato” (Geworfensein). La paura è, piuttosto, ciò che viene come secondo, dopo il rifiuto di essere amato; il Primo è, invece, essere amato e riamare. Si legge testualmente: «(L’amore) è la forza dell’inizio per eccellenza»
Il divenire dell’uomo: nel nuovo inizio
Ogni divenire ha la sua origine nella vitalità del Creatore, più precisamente: nella vitalità del Logos, che chiama creando, irradia il mondo, si offre all’incontro. Dio non è semplicemente “essere”, Egli è più di questo: «Nessun concetto è applicabile tout court a Dio, neanche l’”esse” nella sua forma più semplice. L’essere significa in Dio qualcosa di diverso». Già da sempre è opera e realtà: «È, ma è anche continuo divenire», si legge nella teoria degli opposti.
Nell’operare manifesto sorge il nuovo, l’altro inizio, la “seconda creazione”, l’”uomo nuovo”: «Cosa vuol dire fede? Essere convinti che a partire da Cristo, da una Parola, dalla Sua immagine, dalla Sua vita, dalla forza della Sua morte salvifica e dalla Sua resurrezione, il mondo non è come sembra apparire. È anche questo, ma è al contempo più di questo. Non è sigillato in questo, ma attraverso la Redenzione in esso è accaduto un nuovo inizio. Da lì si sviluppa una seconda creazione. La fede ha osato ed è certa che questo divenire della seconda creazione può realizzarsi in ogni uomo, attraverso ogni parola, attraverso ogni avvenimento. Trasversalmente a tutto, il divenire dell’uomo nuovo, che si forma secondo l’immagine di Cristo, si compie verso la gloria dei figli di Dio. Il credente, però, mette il suo essere vivente a disposizione di questo divenire. Lo accoglie nella sua responsabilità. Lui stesso lo realizza, ‘insiemÈ a Dio. Perché non deve semplicemente accadergli, ma può realizzarsi solo attraverso la libertà; certamente operato da Dio, ma all’interno del vivo volere e operare dell’uomo, cioè nella sua fede».

Incontro incarnatorio: il divenire del mondo nell’uomo
In questo modo, mondo e uomo, inseriti nell’ampiezza della Rivelazione, si sono profondamenti familiari: nell’origine, nella caduta, nella Redenzione, nel futuro da realizzare pneumaticamente. Ma tutte queste dinamiche non succedono a prescindere dalla creatura. Formulato in senso cristiano: Nell’incontro dell’uomo salvato con il mondo, si realizza una Incarnazione, l’incarnazione di qualcosa che non è ancora stato. «Il mondo non è bell’ e compiuto. E non solo perché dovrebbe svilupparsi ancora oltre, diventare questo e quello. È qualcosa da intendere in profondità. “Il mondo” non sono le cose soltanto per se stesse là fuori, ma qual che nasce dall’incontro tra l’uomo ed esse. […] un “fuori” che nasce nell’interiorità, e un’interiorità che è portata all’esterno. […] È mano, che diviene se stessa soltanto in rapporto al frutto che essa afferra; terreno che si fa campo solo quando l’uomo lo ara e lo semina. […] E neppure soltanto “la cosa” e “l’uomo”; che non esistono in verità. Esistono questi cipressi sul pendio, dove la brezza, che scende sempre la sera, li colpisce di lato. […] In ciò consiste il servizio creativo, in cui Dio ha chiamato l’uomo: che incessantemente, nel suo incontro con le cose, sorga il mondo autentico. Che lui stesso si formi solamente in quanto entra in contatto con le cose; contempla, comprende, ama, tra a sé e respinge, crea e foggia. Che le cose divengano per intero se stesse, quando giungono nell’ambito dello spirito dell’uomo, del suo cuore e della sua mano. Questo mondo si costituisce senza posa; appare risplendendo e torna ad estinguersi».
Mondo, anche per Guardini, è sì da pensare ontologicamente, ma non in senso statico; si sviluppa, piuttosto, secondo una ontologia relazionale, in un essere in movimento. Guardini è nel più profondo un pensatore del divenire, dell’Apocalisse: del rivelarsi. Di fronte a cui, l’uomo si mette a disposizione con audacia e responsabilità, con intuizione, con creatività, nel «comprendere l’unicità; nel ricercare ciò che possibile qui e solo qui; nel sentire ciò che ancora non è. Anche la libertà assume un altro carattere. L’iniziativa interiore si mette a disposizione dell’accordo; si libera per il nuovo, indovina e crea. L’immagine valoriale, che qui emerge in modo decisivo, viene così determinata dalla responsabilità verso ciò che non ancora non è, dal rischio e dalla scoperta». Il mondo non è semplicemente “qui”, ma viene compreso in modo compiuto, diviene se stesso nella carattere dell’incontro: della reciproca attrazione e della fecondazione attraverso l’uomo, e precisamente dell’uomo redento da Cristo.
Questo divenire non è perciò semplicemente una capacità propria, né tanto meno espressione della incerta e compensatoria posizione dell’uomo nel mondo (come lo vede l’antropologia di Scheler e di Gehlen). Divenire è chiamata, e precisamente chiamata alla libertà; divenire è compito, imperativo e volontà del Creatore, che vuole vedere la sua creatura forte ed operante. L’uomo è omnipotentia sub Deo, “onnipotenza sotto Dio”, come Guardini cita -confermando Anselmo di Canterbury.
La fatica della libertà
Perché il divenire sia possibile occorre, prima di tutto, la tensione umana fra il reale, che ci lega nella sua irriducibilità, e il possibile, in cui è dato di poter introdurre dei cambiamenti. Il divenire implica la libertà.
«Dappertutto l’uomo è prigioniero, ci sono leggi, necessità, […] quando il tempo è pesante bisogna farsene carico coraggiosamente, non vi si può cambiare niente. L’uomo è rinchiuso in abitudini e doveri quotidiani e, ciononostante, vi è in lui la forza misteriosa della libertà. Certamente la vita è abitudine, come una costrizione, come un orologio, ma sempre di nuovo arriva il momento della decisione, posso andare a destra e posso andare a sinistra. In certi casi la decisione è molto importante. Questo è forza dell’inizio. Un uomo mi viene incontro, dice qualcosa, posso rispondergli in modo o in un altro, posso ricambiare una gentilezza in un modo o in un altro. Questo è forza di novità, nasce dallo spirito, dal cuore».
Con questo tocchiamo in Guardini la sua comprensione di “cuore”: Il cuore è il luogo del divenire, della decisione, il luogo del cambiamento, ma anche del fallimento. Nell’uomo esiste la stupenda capacità di uscire da sé, verso il bene o verso il male. L’uomo può decidersi – per e contro qualcosa, e con ciò, allo stesso tempo, per sé o contro di sé, più precisamente: per o contro la sua origine. La libertà è il fianco aperto dell’uomo, in cui vi è anche la libertà di perdere tutto.
Perciò vive nell’uomo una tragica possibilità – non perché sia stato pensato piccolo da Dio, ma perché è stato pensato grande. La sua grandezza è la sua tentazione; niente gli è stato rifiutato.
«Ciò significa che l’uomo è fatto dal mondo verso l’altezza di Dio e da Dio verso la profondità del mondo. Una esistenza meravigliosa e tremenda. Secondo la modalità del ponte è stato costruito l’uomo. Non è un essere naturale, ma neanche un angelo. Un disegno verso qualcosa di enorme, un piano per un’opera del divino potere creativo. Intuiamo il primo uomo come mistero meraviglioso, freschezza intatta, pura forza, luminosa bellezza, ricco di tutte le promesse. […] Come Esseri grandi, magnifici. Devono aver avuto in sé qualcosa che è stato poi chiamato con il nome “dei”, qualcosa proveniente da altre parti, qualcosa di mitico.
Sarebbero stati in grado di schiacciarci con la potenza della loro esistenza. […] È qualcosa di molto profondo, quando il pensiero dei primi uomini diventa realmente vivo…».
Fatica e benedizione della decisione: la lotta di Giacobbe
Perché il Creatore ha -potremmo dire – osato mettere nelle mani della sua creatura lo strumento della libera decisione? In un passaggio risalente ad una produzione più remota, Guardini ha tentato una meravigliosa interpretazione di questa domanda, che ci introduce in una più ampia visione dell’uomo. Una concezione che si dispiega attraverso la lotta di Giacobbe con Dio.
Questa lotta, al capitolo 32 della Genesi, svela un misterioso rapporto che, ad una prima comprensione, sembra comunicare poco. Eppure il testo rimane impresso; è rimasto impresso fino ai nostri giorni nel nome stesso di “Israele” = cioè di “colui che lotta con Dio”. Secondo la discendenza spirituale, tutti sono figli di Giacobbe, figli della elezione: tutti sono nati dalla lotta del progenitore e con lui benedetti. La lotta di Giacobbe non racconta come essa sia stata, tanto tempo fa, in un periodo molto lontano, ma quale sia l’impronta permanente sulla generazione dei lottatori con Dio, il sigillo, sotto il quale si presentano tutti quelli che verranno in futuro. Una tale storia è avvenimento continuo, che riguarda tutta la casa di Giacobbe ed è cosa buona considerare la forza di questo avvenimento come la grande linea sotto la quale i figli di Giacobbe verranno mandati nel futuro. Potendosi, tuttavia, perdere.
Decifriamo con Guardini il racconto: Giacobbe, fuggito da Esaù, il fratello ingannato, dopo anni di lontananza ritorna ricco nella sua patria, la benedizione di suo padre Isacco ha avuto il suo effetto: donne, figli, greggi dimostrano visibilmente la benevolenza di Dio; la ricchezza si è riversata in abbondanza. Esaù, che non può dimenticare l’inganno, gli va incontro e Giacobbe si ferma sulla sponda sicura, ha il presentimento della lotta e la teme. Ora si dimostrerà se la visibile benedizione perdurerà o se Giacobbe verrà ucciso. Ma, invece del fratello, improvvisamente – come spuntato dalla terra – uno sconosciuto lotta con lui – un angelo, un messaggero? O Dio stesso? È nella natura di questo sconosciuto che questa domanda resti aperta, che non trovi risposta neanche alla fine.
La lotta è strana: «un intreccio oscuro fra superiorità e debolezza al contempo». Giacobbe vince in questa notte infinita, ma zoppica, perché l’altro ha facilmente dimostrato la sua superiorità – doveva soltanto toccare Giacobbe. Ma anche viceversa: Giacobbe zoppica, ma vince, perché il potente sconosciuto si dimostra alla fine sconfitto. Il sole sorge e Giacobbe porta un nuovo nome: e con esso un nuovo destino in cui, una seconda volta, sottometterà il fratello, questa volta in modo legittimo, attraverso la conciliazione.
Giacobbe è, secondo Guardini, uno dei Grandi nelle tappe della salvezza, un uomo di forza e scaltrezza. Si imbatte nel mistero di Dio, nella vicinanza di Dio – una vicinanza difficile da sostenere – e in questo viene segnato. È il fondatore di una stirpe regale e zoppicante, che perdura fino ai nostri giorni.
Ma si può realmente lottare con Dio? Esiste realmente una decisione per Lui o contro di Lui? Guardini vede nella tradizione biblica un duplice senso: da una parte essa conosce Dio come Colui di fronte al Quale nulla resiste. Ma lo conosce anche come Colui che può ritirare la sua superiorità. Il Sovrano arriva implorante, come a Nazareth; arriva secondo la misura dell’uomo, si lascia porre domande e dà risposte. Nella storia di Giacobbe ambedue le cose sono connesse: l’irresistibile e il domabile. Cosa significa che Egli arriva nella lotta o manda il Suo messaggero per lottare, e poi vince e tuttavia non vince? Evidentemente Dio vuole – secondo Guardini – che l’uomo lotti con Lui, anzi che misteriosamente Lo vinca. Qui Guardini fa una affermazione meravigliosa su Dio e sull’uomo: Dio vuole vedere l’uomo lottare – proprio perché l’ha creato a Sua immagine. Anche questo fa parte della somiglianza con Lui: non un essere creato come marionetta, uno che riceva comandi, con il quale Dio avrebbe gioco facile, ma come un essere libero, un essere forte per vivere, creare, plasmare ciò che serve alla propria vita. In questo sta la stupenda sfida alla decisione: L’amore vuole che si lotti con lui, che si lotti per la chiarezza della propria vita, che ci si imbatta con tutte le domande in Dio, lottando. L’amore non vuole l’uomo solamente come bambino. Naturalmente esiste l’essere bambini, cui Dio è vicino e in cui si comunica in modo puro e compiuto. Certamente occorre pensare in questo modo ai bambini che muoiono presto: Guardini suppone che in questo caso Dio completi qualcosa all’adempimento della loro vita, oppure che una tale vita venga vissuta e raccolta come puro dono.
Ma l’esistenza normale non conosce questa forma del prematuro talento e compimento. La normalità consiste nell’imbattersi in resistenze, fastidi, ostacoli, anche nel proprio cuore. La natura ricevuta, la relazione con amici e avversari deve attestarsi e questo da una parte affatica, dall’altra provoca una forza che altrimenti non si sprigionerebbe. La storia di Giacobbe rende chiaro che negli ostacoli -dapprima si aspetta solo il fratello e nemico Esaù – è un altro che ci colpisce e ci salta addosso: Uno misterioso che non alza la visiera. E mostra il suo potere: se solo volesse, noi saremmo sconfitti, eppure dimostra anche di essere domabile; se noi volessimo, potremmo lottare tutta la notte e chiedere a Lui la benedizione. Questo intreccio tra sfida e benedizione, tra resistenza e vittoria, tra notte e alba è un messaggio sull’essenza di Dio e sull’essenza dell’eletto. Ciò che arriva come ostacolo e apparente distruzione, arriva – quando è stata combattuta la buona lotta – come benedizione. La potenza di Dio non arriva distruggendo Essa pretende una forza estrema, un optimum virtutis, ma non vuole sopraffare. Nella forma dell’ostacolo essa (la potenza) vuole essere accolta come amore.
Ciò valga come incoraggiamento per le generazioni future, di resistere nella notte della lotta – come Giacobbe -, fino al sorgere del sole. Tutto è già stato ottenuto nella lotta contro di Lui e con Lui. «Il suo pensiero creativo: questo è il mio inizio. […]. Le radici della mia essenza sono nel beato mistero, che Dio ha voluto, che io sia».
Proprio in questo Dio provoca l’uomo ad “accettare se stesso”, ad accettare una crescita verso la grandezza, ad accettare la lotta con la propria origine. Che l’uomo non sia condannato ad un automatismo, ma che possa decidersi, che possa utilizzare la propria forza: tutto ciò viene visto da Guardini come uno dei più imponenti tra i grandi doni della somiglianza con Dio.
Da qui ancora uno sguardo al disegno paradisiaco originario e alla tragicità umana, che si lascia penetrare e che è già stata penetrata da Cristo. «Il mio inizio – dice Guardini col pensiero rivolto ai santi – sono certamente quelle figure di amorevolissima gloria. In loro io ho cominciato. La pienezza luminosa delle loro promesse è il punto di partenza della mia esistenza … Com’è possibile solo esprimere quella ineffabilità, che dal centro della propria essenza vibra verso di loro? […] In me, come colui che ora è, si trova ancora ciò che un tempo già fu, la pienezza dell’innocenza, della forza bella e luminosa, della santa esistenza di allora, ma ora persa … […] a questa esistenza appartiene e sfugge qualcosa di ineffabile. […] Dentro tutto ciò Cristo pronuncia la sua parola. È solo Lui che scioglie l’incomprensibile, oscuro Mistero di come io sono, mostrando in lui stesso, ciò che deve essere e ciò che diverrà».
Mettersi in cammino da questa oscurità vuol dire immettersi nel movimento di Cristo, volere il divenire verso di Lui. Con tutta la forza – perché è della grandezza della Grazia, che Essa desideri la nostra collaborazione. Questo mi sembra tocchi il nucleo del pensiero di Guardini: Il suo sguardo escatologico sulla lotta di Dio con l’uomo.

MONICA SCHOLZ-ZAPPA
A nome di tutti dico il nostro più sincero grazie alla professoressa Gerl-Falkovitz per questa potente lezione. Così come per l’episodio di Giacobbe, penso che, allo stesso modo, non possano non essersi impresse in noi alcune affermazioni, alcune immagini che ci piacerebbe sviluppare, approfondire e quindi speriamo sinceramente nell’occasione di un futuro dialogo con la professoressa Gerl-Falkovitz, che è stata mirabilmente in grado di cogliere questo afflato di Guardini per l’uomo, che si inserisce in modo originale nel tema del Meeting di quest’anno.
Grazie anche alla professoressa Meneghetti che ha scelto il Meeting per dare l’annuncio del premio Cultura cattolica, alla professoressa Gerl-Falkovitz e, non da ultimo, a voi tutti.
Buona serata a tutti e grazie ancora!

Trascrizione non rivista dai relatori

Data

19 Agosto 2018

Ora

17:00

Edizione

2018

Luogo

Sala Neri UnipolSai
Categoria
Incontri