ANGLI O ANGELI? - Meeting di Rimini

ANGLI O ANGELI?

Da Newman a Chesterton: un percorso nella cultura inglese tra letteratura e musica.
Con Paolo Gulisano (relatore e narratore), Carlo Pastori (fisarmonica), Giovanni Scarpanti (chitarre), Ermes Angelon (percussioni), Franco “Furbo” Svanoni (percussioni), Francesco De Chiara (cornamusa e flauti).

 

PAOLO GULISANO:
Angli o Angeli? E’ una domanda che si fece qualche secolo fa nientemeno che un Papa, Gregorio Magno, quando vide a Roma i primi abitanti dell’Inghilterra arrivati dalla città santa. Vide questo loro aspetto straordinario, questi volti che trapelavano una grazia, e disse: “Ma chi sono questi?”. Gli risposero: “Angli!”. E lui: “Angli o angeli?”, perché sembravano veramente degli angeli. Sono passati tanti secoli, e molte cose sono cambiate anche nella vecchia Inghilterra, basta entrare in un pub come questo, L’osteria volante, prendere in mano il giornale e leggere le notizie pazzesche come quella di una tale Caroline Petri, infermiera, sospesa dal lavoro perché aveva chiesto ad un paziente terminale di pregare insieme a lei. Oppure, guarda qua, Shelley Chaplin, magari è pure una discendente, che portava al collo il crocifisso ed è stata sospesa dal lavoro. È pazzesco. Eppure, non è la prima volta che il paese degli Angli-angeli fa cose strane: alla fine del Medioevo, questa nazione che era stata produttrice di cavalieri e di santi, vide un re ebbro di potere cancellare la presenza della Chiesa, metterla fuorilegge, perseguitarla fino al sangue. Era Enrico VIII, e poi la Chiesa finì alle catacombe; per più di tre secoli fu una Chiesa clandestina. Poi arrivò l’Ottocento, e si decise di tirare fuori la Chiesa dalle catacombe, tanto, a chi faceva più paura? Quel cattolicesimo che credeva in cose da fiabe, come la verginità di Maria, la transustanziazione del pane, l’infallibilità del Papa, era una chiesa così decisamente fuori dal tempo che non faceva più paura a nessuno. E allora, che venissero pure fuori i cattolici dalle catacombe! Venissero pure fuori e si prendessero il ridicolo della storia! Perché questa Inghilterra meravigliosa dell’età Vittoriana è l’Inghilterra che domina sul mondo intero, è l’Inghilterra del razionalismo, è l’Inghilterra di un potere immenso. È un’Inghilterra che non ha paura di nessuno, è un’Inghilterra che trionfalmente grida: “Dio salvi la regina!”, e magari pure il re.

Musica

Ecco l’orgogliosa, potente Inghilterra che domina i mari, che non ha paura di nessuno, che elabora la scienza positivista e razionalista nelle sue Università. Ma in una delle sue Università, compare sulla scena un giovane studioso, un giovane professore e pastore della chiesa anglicana: si chiamava John Henry Newman. John cercava la verità.

CARLO PASTORI:
Lui è un medico chirurgo, non è un uomo di spettacolo

PAOLO GULISANO:
Non è vero

CARLO PASTORI:
Però, è uno spettacolo di uomo! Questa non è mia, eh, l’ho letta sulla maglietta. Diciamo che tra lui, io e l’altro siamo tre artisti di un certo peso che stiamo sul palco con leggerezza.

PAOLO GULISANO:
Allora, Newman era un vero cercatore di verità, non gli bastava certo la verità ufficiale dell’Università inglese, e tanto meno gli bastava o lo accontentava quel liberalismo religioso che dominava la sua Chiesa per cui tutte le verità sono buone. In tutte le Chiese c’è qualche cosa che va bene, basta prendere quello che si vuole a propria misura. E poi, nell’Università vigeva il primato del dubbio, il dubbio sopra ogni cosa: mettere in dubbio ogni cosa. Beh, invece il giovane John Henry non era affatto convinto dell’utilità del dubbio, anzi. Un giorno scrisse: “Mille obiezioni non fanno un dubbio”. Ecco, John Henry cercava più di ogni altra cosa la verità. Cercava anche un’altra cosa: la santità. Anche se questo non lo lasciava stare in pace. Un giorno scrisse ancora: “La santità prima di qualunque altra cosa, la santità prima della tranquillità”. E così non se ne stava tranquillo, ricercava, indagava, era incuriosito dalla Chiesa delle origini, la Chiesa dei padri, perché lui, anglicano, diceva: “In fondo, in questi secoli la Chiesa ha aggiunto un sacco di orpelli a quello che è invece il messaggio originario della Chiesa dei padri. Andiamo a cercare, andiamo a frugare in quella Chiesa delle origini, per ritrovare la Chiesa genuina”.
La cercò nei libri e poi andò a cercarla anche nelle pietre, nelle testimonianze di un passato. E quindi fece, a metà dell’Ottocento, un viaggio nell’Italia del Sud, nella Magna Grecia, andò a cercare le vestigia di un passato antico. E nella sua ricerca scoprì un’isola straordinaria, una bellezza che non aveva mai visto prima. Quell’isola si chiamava Sicilia. Un’isola dove il cielo sembrò al nostro John Henry di un azzurro incredibile, unico, azzurro come poteva essere soltanto il manto della Madonna.

Musica

Grazie a Maria Consigli che è venuta a trovarci. Maria Consigli, la Signora Stracciona che è rappresentata su questo palco, con la sua formazione a metà. C’era scritto Scarpanti, lui non c’è però vi saluta ed è invece al mio fianco Walter Giorgio Muto, il nome intero, perché è proprio così che abbiamo firmato le liberatorie di gratuità. Un applauso per la parola gratuità! Siamo qua a suonare gratis! Vogliamo salutare gli amici che sono fuori, non in senso lato, proprio quelli fuori dalla sala. Quelli veramente fuori sono dentro. Poi vi presento gli altri amici. Un biglietto della lotteria a chi ci porta un cavatappi perché. Eccolo, sotto il giornale, giusto. Grazie. Prego, maestro. Non ve l’aspettavate, eh, la canzone siciliana? Uno dice: “Vengo qua, c’è la cornamusa, si parla di Newman, di Chesterton, Irlanda, Scozia. E invece la musica siciliana, quella Sicilia che non solo incantò di bellezza Newman ma lo toccò”.

CARLO PASTORI:
Senti la birra della Piazza dei Mestieri, ci hanno regalato questa birra pazzesca. Perché la Peroni è buonissima, però ci hanno regalato questa birra pazzesca della Piazza dei Mestieri e noi l’abbiamo tenuta in serbo per questo momento. La beviamo alla vostra salute. Io vado di Guinness, fedele alla mia identità. Fresca, anche: l’hanno messa in frigo ma non hanno messo la spina, sembra che sia stata in una scarpiera. Siamo ai primi giorni, dai!
In Sicilia, però, a John Henry accade anche una cosa terribile, si ammala gravemente e sta quasi per morire. Ed è proprio in questa notte oscura del corpo e dell’anima che ha una sorta di visione, una visione che poi racconterà in una poesia che è quasi una preghiera, si chiama: “Guidami luce gentile”. “Guidami luce gentile, conducimi nel buio che mi stringe, la notte è scura, la casa è lontana, guidami tu luce gentile”. Cos’era questa luce che John Henry aveva incontrato? Era la luce della verità! Torna in Inghilterra, torna a Oxford, dalla Sicilia a Oxford, e ricomincia il suo lavoro, ma qualcosa dentro di lui è cambiato. Lentamente ma inesorabilmente, si lascia abbracciare dalla evidenza che la verità che lui sta cercando da tanto tempo, in questo modo così appassionato, c’è. È nella Chiesa cattolica. Newman decide di diventare cattolico. Lo fa, facendo la sua professione di fede davanti ad un umile padre passionista italiano, missionario in Inghilterra. È a lui che il grande intellettuale di Oxford apre il suo cuore, è da lui che riceve il battesimo nel 1845. John, a questo punto, decide non solo di diventare cattolico ma anche prete cattolico. Va a Roma, va dal Papa, viene ordinato sacerdote e poi viene tirato da tanti per la giacchetta. Vieni da noi, gli dicono i Gesuiti, sei un grande intellettuale! Vieni da noi, dicono i Domenicani, a loro volta grandi cercatori di verità. E così via.
Invece, John Henry decide di entrare nell’ordine di san Filippo Neri. L’ordine dell’oratorio, san Filippo Neri, il santo dell’allegria. Pippo buono, come lo chiamavano nella Roma rinascimentale, un santo che aveva fatto della bontà il suo metodo. Un santo che Newman scelse per la sua gentilezza. La gentilezza non è questione di carattere, la gentilezza sta nell’essere, nel farsi toccare dalla Grazia. E poi, appunto, Newman ne aveva vista tanta, di tristezza, aveva voglia di un cristianesimo che fosse gioia, che fosse l’espressione di un cuore buono, che fosse l’espressione di gente allegra. San Filippo Neri aveva detto, infatti: “Il diavolo ha paura della gente allegra”.

Musica

PAOLO GULISANO:
E allora, John Henri Newman tornò in Inghilterra e portò l’ordine di san Filippo. Cominciò la sua grande battaglia culturale contro chi lo diffamava, contro lo scandalo che aveva suscitato la sua conversione. Fu un grande teologo, certamente, ma la sua teologia era espressa dal suo motto che in latino suonava: “Cor ad cor loquitur”, cioè il cuore parla al cuore, questo era il suo metodo. Cosa vuol dire “il cuore parla al cuore”, che sembra un po’ anche lo slogan del Meeting? “Il cuore parla al cuore” significa che bisogna tradurre in pratica quello che ci dice il Vangelo. Lui, che era un grande teologo, era stato professore a Oxford, aveva un modo semplice di spiegare questo concetto. Diceva: “Vedete, per far capire che il pane è qualcosa di straordinariamente buono, ci sono due metodi: uno, si può tenere una conferenza per spiegare com’è fatto il pane, quali sono le sue componenti chimiche, organigrammi che, eccetera. L’altro metodo per far capire quanto è buono il pane è mangiarlo e farne mangiare ai propri amici”. Ecco, questo era il motto di Newman, questo era il suo “cor ad cor loquitur” il cuore parla al cuore.
Così visse per tanti lunghi anni, non senza essere contrastato, non senza essere frainteso. Andò anche in Irlanda, nella vicina Irlanda, lui inglese, a dire: “Amici irlandesi, io vi aiuterò a rinascere da quello che vi abbiamo combinato”. E fondò una Università, l’Università Cattolica di Irlanda. Poi tornò in Inghilterra e visse – lui che sembrava fatto di niente, gracile, esile – fino a quasi novant’anni. E poco prima di morire venne anche fatto Cardinale. Ma il senso di tutta la sua vita fu questa ricerca, questa ricerca infinita di qualcosa che non si poteva nemmeno trovare con gli occhi. Newman amava una frase di Sant’Agostino, che dice: “Dio è invisibile agli occhi, ma lo si può trovare con il cuore”. Dopo Newman, niente fu più lo stesso in Inghilterra, l’Inghilterra non fu più la stessa. Cambiamenti, conversioni, anche le più incredibili, quelle che nessuno vi ha mai raccontato, come quella di Oscar Wilde. Oscar Wilde, che andava a sentire Newman e rimaneva colpito e che, poco prima di morire, proprio lui, il trasgressivo, l’icona della trasgressione, disse: “Io voglio morire cattolico, voglio entrare nella Chiesa cattolica, perché il protestantesimo va bene per le persone per bene. Ma per i santi e i peccatori ci vuole la Chiesa cattolica”. E nei giardini di Kensington, James Matthew Barrey scriveva Peter Pan e nel frattempo scriveva: “La memoria ci serve perché ci fa avere presenti le rose anche in dicembre”, la memoria al servizio della fantasia.
Dopo Newman, anche la fantasia non era più la stessa. Scrittori dotati di fantasia la applicavano al Vangelo, a testimoniare quel Dio che guarisce tutto, che sistema tutto, come diceva George McDonald, scozzese delle Highlands disceso in Italia, in Liguria, a scrivere storie di fiabe e di fate che avrebbero ispirato Lewis e Tolkien. “Dio sistema tutto, anche le papere” diceva George McDonald. Ma il bello doveva ancora venire, il bello doveva venire ancora. Doveva venire un uomo che avrebbe cantato, sì, la fede, avrebbe cantato, sì, l’ortodossia, ma avrebbe cantato le cose strane, i paradossi, l’eccesso – l’eccesso buono -, avrebbe cantato gli eroi, avrebbe cantato il napoleone di Notting Hill, avrebbe cantato Patrick Dalroy, l’uomo de L’Osteria Volante, Gilbert Keith Chesterton. A lui dedichiamo questa canzone che ha un titolo incredibile in gaelico, ma in inglese è semplicemente “Our Hero”, il nostro eroe. Credo che questa canzone sia proprio la colonna sonora di un uomo straordinario come Gilbert Keith Chesterton.
Chesterton, che nasce sul finire dell’epoca vittoriana, era un ragazzo straordinario, di una grandissima sensibilità. Pensate, lui che, leggendolo, trasmette quella voglia di vivere, quell’umorismo incredibile che non può non strappare un sorriso, nella sua giovinezza aveva conosciuto la tristezza, anche la disperazione. Era finito nel tunnel della disperazione. Aveva iniziato l’Università e non riusciva a finirla. Si sentiva un fallito, gli facevano sentire che era un fallito, un buono a nulla, come Placido. Ma Gilbert, quando era in questo tunnel, dove a un certo punto aveva perfino accarezzato la tentazione del suicidio, trovò qualcosa che lo fece uscire, come la luce che aveva visto in Sicilia Newman. Gilbert rifletté su Giobbe, sul Libro di Giobbe. Giobbe è un uomo che subisce una specie di terribile sfida tra Dio e il Diavolo, perché Giobbe è un uomo devoto, buono, bravo. E il diavolo dice a Dio: “E’ troppo facile essere così buoni quando tutto ti va bene. Vediamo cosa ti succede quando vieni sommerso da una montagna di sfiga. Cosa fai? Sei ancora capace di dire che la vita è bella? Sei ancora capace di dire: Viva tutto?”. Beh, questo è quello che succede a Giobbe e Chesterton su questo riflette. In quel libro, trova un modo per uscire fuori da quel suo tunnel e lo fa esprimendosi nella scrittura. E comincia a raccontare tutto quello che gli è successo. E ha raccontato tanto che non si possono riassumere qua tutti i suoi libri, come quelli del suo personaggio più famoso, quel Padre Brown che è un indagatore del Mistero. Non è soltanto un detective come tanti altri, non è uno Sherlock Holmes con la tonaca nera, è qualcosa di più. È uno che indaga il Mistero. E poi, alla fine, indagando indagando, riesce perfino a scoprire dei grandi segreti. Chesterton dice: “Sapete qual è lo straordinario segreto del Cristianesimo? È la gioia”.

CARLO PASTORI:
La misura di ogni felicità è la riconoscenza. Tutte le mie convinzioni sono rappresentate da un indovinello che mi colpì fin da bambino. L’indovinello dice: “Che disse il primo ranocchio? Signore, come mi fai saltare bene”. In succinto, c’è tutto quello che sto dicendo io: Dio fa saltare il ranocchio e il ranocchio è contento di saltellare, come è giusto!

PAOLO GULISANO:
E anche Chesterton, come Newman, si convertì al Cattolicesimo, non solo leggendo libri, non solo per il Libro di Giobbe. Fu soprattutto grazie agli amici. Gli amici sono una cosa molto importante: noi qui su questo palco siamo tutti amici. Tutti?

CARLO PASTORI:
Tutti.

PAOLO GULISANO:
Non è che sia indispensabile essere amici per lavorare insieme.

CARLO PASTORI:
Però aiuta.

CARLO GULISANO:
Aiuta.

CARLO PASTORI:
Aiuta molto.

PAOLO GULISANO:
Chesterton, di amici ne aveva. Uno, grandissimo, che si chiamava Hilary Belloc, forse il suo migliore amico. Un franco-inglese o anglo-francese che dir si voglia, con cui faceva il giornalista e che gli spalancò la mente, appunto, su ciò che era veramente il Cattolicesimo. Gli spiegò che appunto gli uomini, nella storia, sono passati dalla adorazione di Dio e dei Santi all’adorazione di se stessi, e non è un buon affare. L’altro grande amico di Chesterton era un padre domenicano irlandese di nome Vincent McNabb. Non distrarmi troppo il pubblico! Vicent McNabb era un domenicano di Belfast, nato nella tragica città dell’Irlanda del Nord che ha dato i natali anche a Mary McAleese, che avete sentito ieri, spero! Padre McNabb, che era il decimo di undici figli, diventò grande amico di Chesterton. Il motto dei padri domenicani è Veritas, la verità. Beh, padre McNabb, la verità, andava a predicarla dappertutto, andava perfino in Hyde Park, o là dove andavano i matti, i tipi strani. In Hyde Park, a metà dell’800, andava anche un tizio che si chiamava Carl Marx e cominciò lì – ahimè – a concionare alla gente. Padre McNabb, ogni domenica che il Signore mandava, prendeva e andava in Hyde Park con la sua straordinaria, bellissima, veste candida domenicana, e parlava a quella Londra sempre più lontana da Dio e sempre più Babilonia, Babilondon.

CARLO PASTORI:
La più semplice verità per l’uomo è che egli è un essere veramente strano: strano nel senso che è straniero su questa terra. Solo fra tutti gli animali, è scosso dalla benefica follia del riso. Quasi avesse afferrato qualche segreto di una più vera forma dell’universo e lo volesse celare all’universo stesso. God bless Ireland! Con le mani, con le mani! Stop, stop, stop! Non il casino: facciamo casino ordinato. Quando noi suoniamo e basta, mani, casino. Quando noi cantiamo, no: così si sente la voce dei cantori alternata alle mani.
Approfittando di questa breve pausa, vi presento i percussionisti di questo gruppo che sono Franco “Furbo” Svanoni – avrete modo di ascoltare le sue gesta e le sue performance anche nei prossimi giorni con Bryan Kazzaniga e la serata finale con Out of Size -: è la prima volta che dico delle parole in inglese senza incespicare. Ermes Angelon: studia tamburello ma il suo maestro abita a Lecce. E’ un po’ scomodo, tre volte alla settimana, però lui sta insistendo per ‘sta cosa, grazie anche alle ferrovie con i treni veloci. A proposito di ferrovie e treni veloci, vi aspettiamo – purtroppo non c’è più neanche un posto – fuori dalla sala D2 dove questa sera, alle 19 e 45, cioè tra qualche minuto, avremo l’onore di rappresentare sulle scene Prima che venga notte, dai testi di Marina Corradi, con me, Walter Muto e le tre bravissime attrici di Almadeira. Grazie anche a quelli che non sono riusciti a comprare i biglietti, grazie lo stesso. Allora, quando noi cantiamo no, quando noi suoniamo, potete battere le mani a ritmo. Vai! Stop, stop! State contando. Non sono mica scemo, eh? Vedo gente così: prima attenti, poi hanno capito. Non va bene. Attenti! Stanno contando, stanno contando! Ehi, Gino, stanno contando, vuoi la prova?

PAOLO GULISANO:
Chissà se la cantavano così, a L’Osteria Volante, Chesterton, Belloc, McNabb. Secondo me, sì. E fu proprio in quelle serate, tra l’altro, più che serate, giornate! Chesterton passava le giornate al pub. Che ci faceva al pub? Beveva, sì, ma scriveva! I suoi libri li ha scritti al pub.

CARLO PASTORI:
Come stai?

PAOLO GULISANO:
Reggo ancora

CARLO PASTORI:
C’è qualcuno che ha un cardiotonico, per favore? L’ossigeno!

PAOLO GULISANO:
Era lì che Chesterton scriveva, ha scritto i suoi capolavori. Dicevamo della sua conversione. Beh, a un certo punto, come quella di Newman, anche la conversione di Chesterton fa un grande scalpore. Chesterton non era solo un romanziere, un saggista, un giornalista. Era una delle penne più brillanti di tutta l’Inghilterra. E diventò cattolico. E la gente, i colleghi, gli intellettuali, gli dicevano: “Ma sei impazzito?”. Allora Chesterton prese carta e penna e scrisse un articolo su un giornale, spiegò perché era diventato cattolico. “Quando la gente mi chiede: perché vi siete unito alla Chiesa di Roma?, la prima risposta essenziale, anche se in parte incompleta, è: per liberarmi dai miei peccati. Perché non c’è nessun altro sistema religioso che dichiari veramente di liberare dai peccati. Il peccato confessato e pianto adeguatamente viene di fatto abolito, e il peccatore comincia veramente di nuovo, come se non avesse mai peccato. Orbene, quando un cattolico torna dalla confessione, entra veramente, per definizione, nell’alba del suo stesso inizio. Egli crede che in quell’angolo oscuro, in quel breve rito, Dio lo abbia veramente rifatto a Sua immagine. Egli è ora un nuovo esperimento del Creatore, è un esperimento nuovo tanto quanto lo era a soli cinque anni. Egli sta nella luce bianca dell’inizio, pieno di dignità, della vita di un uomo. Può essere grigio e gottoso, ma è vecchio soltanto di cinque minuti. Perché mi sono fatto cattolico? Perché ho trovato soltanto una religione che osasse scendere con me nella profondità di me stesso”.

CARLO PASTORI:
La mia prima e ultima filosofia, quella alla quale ho creduto con ininterrotta certezza, l’ho imparata da bambino. Le cose in cui credevo e credo più fermamente, allora come adesso, sono le cosiddette fiabe. Non sono fantasie. Al loro confronto, ogni altra cosa è fantastica. Se paragonate a loro la religione e il razionalismo, sono anormali, per quanto la religione sia anormalmente giusta, e il razionalismo anormalmente errato. La terra delle fate non è altro che l’assolato paese del buon senso. “La terra delle fate non è altro che l’assolato paese del buon senso”: finisce così? Finisce così? Walter, finisce così?

WALTER MUTO:

PAOLO GULISANO:
Non finisce così, perché abbiamo ancora da rispondere a una domanda: angli o angeli? Abbiamo cercato di raccontarvelo attraverso Newman, Newman che sulla sua tomba vuole una strana frase, in latino: “Ex umbris et imaginibus, in veritatem”, che vuol dire “andiamo verso la verità attraverso ombre e immagini, apparenze, momenti fugaci, parvenze di verità”; ma poi questa verità non siamo noi che dobbiamo afferrarla o dobbiamo farci afferrare da lei. Questa frase la vedeva, tutte le mattine andando a scuola, un bambino di Birmingham che si chiamava John, come Newman: si chiamava John Ronald Tolkien e imparò quello che doveva imparare da Newman. E allora: angli o angeli? Angeli, angeli, ma angeli come ce lo spiega Chesterton. Chesterton diceva: “Sapete perché gli angeli volano? Perché si prendono alla leggera”.

CARLO PASTORI:
Siamo già oltre due incontri che hanno saltato prima. Questa è solo l’inizio di un’avventura che speriamo sia come ciò che è accaduto con lo spettacolo legato alla mostra di Guareschi. Partì proprio dal Meeting di due estati fa, cioè tre edizioni fa, compresa questa: era nato un po’ come uno scherzo, come un gioco tra amici. Non c’era “la botte”, c’era Enrico Beruschi, che però, più o meno… Anzi, Enrico è venuto anche in giro con noi, con me e con Walter. Questa cosa che avete visto è l’inizio di una produzione bibliotecario-teatrale-alcolistica, a una condizione, che la birra o ce la portiamo noi o ce la fate trovare buona. Ovviamente, non con questa formazione così grossa e con questi amici, che ringrazio davvero per la disponibilità. Sono venuti a suonare gratis, perché è come per noi fare la militanza, come i ragazzi che ringrazieremo sempre, non ci stancheremo mai. Solo che noi abbiamo l’ambizione e la supponenza di dire che siamo più capaci di fare queste cose che di vendere i biglietti della lotteria o di far parcheggiare le macchine. Io farei dei casini, farei dei disastri: cercherei di rimborsare in biglietti della lotteria le macchine incidentate dei miei parcheggi. Allora, davvero, c’è questa possibilità. Se siete interessati, lasciateci il vostro indirizzo mail oppure venite sul sito www.carlopastori.it dove troverete tutte le indicazioni per questo spettacolo che gira a pagamento, purtroppo. Non è che veniamo gratis in tutto il mondo. È il nostro lavoro, non so se l’avevate capito. Che Dio vi benedica tutti. Devo dire una cosa di Paolo: sia per Guareschi che in questa situazione, ma in tutte le altre a venire, lui è proprio uno che è innamorato delle cose di cui parla. Questo è il motivo per cui, anche se fa cagare come ballerino, abbiamo accettato di stare con lui sul palco! Professor Paolo Gulisano!

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

23 Agosto 2010

Ora

15:00

Edizione

2010

Luogo

Sala A4