ABRAMO: UNA BIOGRAFIA NON AUTORIZZATA - Meeting di Rimini
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ABRAMO: UNA BIOGRAFIA NON AUTORIZZATA

Partecipa Joseph Weiler, Presidente EUI (European University Institute). Introduce Stefano Alberto, Docente di Teologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

 

STEFANO ALBERTO:
Buongiorno. Benvenuti a tutti. Innanzitutto un’osservazione logistica, non è proprio la location ideale rispetto a quello spazio aperto, vi ricordate?

JOSEPH WEILER:
Abbiamo protestato, però…

STEFANO ALBERTO:
Joseph Weiler non ha bisogno di presentazioni, anzi. Ma potreste chiedervi, dopo l’incontro tra Carbajosa e Buccellati, il secondo giorno del Meeting, dopo lo straordinario incontro di ieri che ha visto Joseph protagonista insieme a Carrón: perché insistere ancora sulla figura di Abramo? Che cosa c’è ancora da dire? Biografia non autorizzata ci lascia intravedere il rischio che abbiamo più volte sottolineato, che per esaltare Abramo lo si idealizzi, lo si collochi quasi in un mondo irreale. La vita di Abramo è una vita veramente umana, intessuta di prove, di limiti e di errori. Non ci sono solo i grandi episodi dell’elezione, Genesi 15, dell’alleanza, Genesi 18, la prova con la richiesta del sacrificio di Isacco. Negli altri capitoli, c’è tutto un movimento di umanità attraverso cui la promessa che Dio continuamente rifà e a cui resta fedele, deve farsi a volte strada. Consentitemi, prima di dare la parola a Joseph, visto che oggi abbiamo un programma condizionato giustamente dalla visita del Presidente del Consiglio, quindi dobbiamo chiudere alle 12.30, magari un po’ prima, di dire qualche cosa su questo momento, perché più passa il tempo più ho il privilegio di accompagnare Joseph, più capisco quello che lui dice sempre: io vengo al Meeting e ci tengo soprattutto per questo momento che, attenzione, non è come ieri un dialogo, è proprio un momento in cui Joseph Weiler, ebreo, ci dice tutta la profondità e la bellezza della sua fede. Non siamo qui per attenuare politicamente le diversità ma per imparare dalla vicenda umana, quindi profondamente religiosa. L’abbiamo sentito ieri: la vera libertà da ogni potere è la religiosità vissuta di un uomo. E’ un momento molto particolare, questo, perché è solo in un posto come il Meeting che questa possibilità può accadere, dove noi, ripeto, senza censurare le diversità, però possiamo imparare da chi sentiamo ormai da tanto tempo, Dio sia benedetto per questo, non semplicemente amico ma compagno di cammino e maestro.

JOSEPH WEILER:
Grazie. Come ha detto don Pino, è la verità che questa è la parte del Meeting che mi piace più di tutto. Fra Carrón e Renzi, facciamo la nostra piccola lezione della Bibbia. Non dimenticate, ogni giorno della vostra vita, di leggere un capitolo della Bibbia. Lo dico ogni anno, nessuno mi segue, bisognerebbe ripeterlo. Incomincio con il grande re Davide. Chi è più grande di Davide? L’autore dei salmi è lo stesso Davide che un giorno vede una donna bagnarsi davanti alla sua casa e fa una cosa terribile, tremenda. Lei è sposata, suo marito era un alleato, un amico fiducioso di Davide: e lui lo manda in guerra dando l’ordine di metterlo in prima linea, così viene ucciso e Davide può prendere sua moglie come sposa, Betsabea (una delle mie figlie si chiama così). Perché comincio con Davide, se il soggetto è Abramo? Per ricordare quello che ha detto don Pino, che una delle cose più belle della Bibbia è che non idealizza, è la vita vissuta: è più facile identificarsi con una grande persona, quando si vedono anche le sue debolezze e si capisce che non sono al di là della nostra portata. Anche nella storia di Davide, bisogna ricordare che a Dio non è piaciuto per niente, che è stato punito: non poteva costruire il tempio, non è che quello che ha fatto sia passato così. Ma comincio con il re Davide anche perché vorrei discutere – abbiamo poco tempo, so che la gente fa la coda per vedere il san Matteo dei nostri giorni – due episodi nella vita di Abramo, se abbiamo tempo può darsi anche un terzo. Io penso che Abramo, come tanti grandi leader, abbia dato attenzione al suo ruolo pubblico e sia stato carente nella vita familiare. Non è una cosa rara, vorrei soffermarmi sul rapporto fra Abramo e sua moglie, Sara. Leggiamo la prima frase: “Abram e Nacor si presero delle mogli; la moglie di Abram si chiamava Sarai”. Poi Abramo è diventato Abrahamo, Sarai è diventata Sarah, nome di Dio. Che cosa manca in questa frase? E’ una cronaca normale, qui già si vede una bella differenza fra Abramo da una parte e Isacco e Giacobbe dall’altra. Cosa manca in questa frase: il matrimonio di Abramo con Sarai? Che parola manca?

Il pubblico interviene.

Noo, troppo burocratico, non siamo l’ufficio anagrafico. Che parola manca? Amore, giusto. Quando Isacco prende Rebecca, è un grande amore. Si dice che con Rebecca abbia superato il dolore di perdere la sua mamma. E fra Giacobbe e Rachele fu amore a prima vista, un colpo di fulmine: ha aspettato sette anni per sposarla. Chi di voi avrebbe aspettato sette anni, un corteggiamento di sette anni per sposare la fidanzata? Invece, quello che noto in questa prima frase fa troppo ufficio anagrafico. “Ha preso Sarah come moglie”: la parola che manca è amore. Infatti, anche se prendete una lente d’ingrandimento, leggendo tutta la narrativa del rapporto fra Abramo e Sara, non troverete la parola amore: grande rispetto, però il sentimento affettivo è carente. E ora andiamo a due episodi molto difficili, che proprio vorrei discutere. Don Pino, se puoi leggere, il mio cattivo italiano non distruggerà la bellezza del testo.

STEFANO ALBERTO:
“Venne una carestia nel Paese e Abramo scese in Egitto per soggiornarvi, perché la fame era grande nel Paese. Come stava per entrare in Egitto, disse a Sarai sua moglie: «Ecco, so che sei una donna di bell’aspetto, quando gli egiziani ti vedranno, diranno: “E’ sua moglie”. Mi uccideranno ma a te lasceranno la vita. Dì dunque che sei mia sorella, perché io sia trattato bene a motivo di te e la vita mi sia conservata per amor tuo». Quando Abramo giunse in Egitto, gli egiziani osservarono che la donna era molto bella. I principi del Faraone la videro, ne fecero le lodi in presenza del Faraone. E la donna fu condotta in casa del Faraone. Questi fece del bene ad Abramo per amore di lei e Abramo ebbe pecore, buoi, asini, servi, serve, asine e cammelli. Ma il Signore colpì il Faraone e la sua casa con grandi piaghe, a motivo di Sarai, moglie di Abramo. Allora il Faraone chiamò Abramo e disse: «Che cosa mi hai fatto? Perché non mi hai detto che era tua moglie? Perché hai detto “E’ mia sorella?”. Così io l’ho presa per moglie. Ora, eccoti tua moglie, prendila e vattene!». E il Faraone diede alla sua gente ordini relativi ad Abramo, ed essi fecero partire lui, sua moglie e tutto quello che egli possedeva. Abramo partì di là andando verso la regione meridionale, si stabilì fra Cades e Sur; poi abitò come straniero in Gherar. Abramo diceva di sua moglie Sara: «E’ mia sorella» e Abimèlech, re di Gerar, mandò a prendere Sara. Ma Dio venne da Abimèlech di notte, in sogno, e gli disse: «Ecco stai per morire a causa della donna che tu hai presa; essa appartiene a suo marito». Abimèlech, che non si era ancora accostato a lei, disse: «Mio Signore, vuoi far morire anche la gente innocente? Non mi ha forse detto: “È mia sorella?”. E anche lei ha detto: “È mio fratello”. Con retta coscienza e mani innocenti ho fatto questo». Gli rispose Dio nel sogno: «Anch’io so che con retta coscienza hai fatto questo e ti ho anche impedito di peccare contro di me: perciò non ho permesso che tu la toccassi. Ora restituisci la donna di quest’uomo: egli è un profeta: preghi egli per te e tu vivrai. Ma se tu non la restituisci, sappi che sarai degno di morte con tutti i tuoi». Allora Abimèlech si alzò di mattina presto e chiamò tutti i suoi servi, ai quali riferì tutte queste cose, e quegli uomini si impaurirono molto. Poi Abimèlech chiamò Abramo e gli disse: «Che ci hai fatto? E che colpa ho commesso contro di te, perché tu abbia esposto me e il mio regno ad un peccato tanto grande? Tu hai fatto a mio riguardo azioni che non si fanno». Poi Abimèlech disse ad Abramo: «A che miravi agendo in tal modo?». Rispose Abramo: «Io mi sono detto: certo non vi sarà timore di Dio in questo luogo e mi uccideranno a causa di mia moglie. Inoltre essa è veramente mia sorella, figlia di mio padre, ma non figlia di mia madre, ed è divenuta mia moglie. Allora, quando Dio mi ha fatto errare lungi dalla casa di mio padre, io le dissi: Questo è il favore che tu mi farai: in ogni luogo dove noi arriveremo dirai di me: è mio fratello»“.

JOSEPH WEILER:
Grazie. E’ una storia difficile, eh? E lui si ripete. Lo fa una volta in Egitto e lo fa una seconda volta anche quando torna alla Terra Promessa. Allora, una contestazione: Sarah ne esce alla grande. Giusto? Prima si dice che lei per amore di Abramo è pronta a sacrificarsi, è leale fino al punto che, non so se si deve fare ammirare, ma ne esce alla grande, da questa storia. Può darsi anche che abbia esagerato, poteva protestare un po’. Però la condotta di Abramo è più complessa. Vorrei valutare insieme la condotta di Abramo. Cominciamo dalla fine, quando Abramo dice: “E’ comunque veramente mia sorella. E’ una mezza cugina”. Lascia un po’ il gusto amaro in bocca, questa risposta, perché è la sua sensibilità e non quello che ha fatto a Sarah. Per non dire che ha raccontato una bugia, dice: “Non era una bugia”. Però, non è la bugia che ci offende. Quello che ci offende è che quando va in Egitto, per essere un po’ volgare, per essere un po’ duro, quasi quasi è pronto a prostituire sua moglie per salvare la sua vita e ne approfitta per diventare, grazie a questo legame con il Faraone, un uomo ricco, benestante, perché sua sorella è la sposa del Faraone. Questo può lasciarci perplessi: ci sono tanti commentatori pronti anche a criticare Abramo per questo comportamento. Non tutti, c’è anche una linea apologetica. Cerchiamo di capirlo meglio. La prima cosa che possiamo chiederci è se la paura di Abramo era fondata. Nella cultura esistente al tempo, se Sarah fosse stata sua moglie, la sua vita sarebbe stata veramente a rischio? Cosa ne pensate, sì o no? Sembra di sì. E’ una delle ragioni: avete visto che anche il nostro re David, per ottenere la moglie di un altro era pronto a farlo fuori. Figuriamoci il Faraone e gli altri! Abramo ha veramente corso un rischio reale. Qual è il problema? Non si risolve tutto così: il fatto che la sua vita fosse a rischio, giustifica o no la sua condotta? Chi vuole dire no? Non facciamo un sondaggio, vorrei un ragionamento. Chi vuole spiegare perché no? Cosa doveva fare? Non è una sfida, è una domanda. Per giudicare qualcuno moralmente, tu dici: quella condotta non va bene. Dobbiamo dire cosa invece doveva fare, cosa poteva fare.

Il pubblico interviene.

Allora doveva sacrificare la sua vita? Doveva avere fiducia in Dio. Posso raccontare una barzelletta? Mi conoscete, può darsi che l’abbiate già sentita però è molto a tema. C’è una nave, una persona cade in mare e sta annegando. Allora gli buttano una corda per salvargli la vita. Lui dice: “Io non prendo la corda perché ho fede in Dio. Dio mi salva”. Gli buttano un salvagente ma lui dice: “Io ho fiducia in Dio. Dio mi salva”. Mettono una barca in mare per salvarlo e lui rifiuta di entrare perché dice: “Dio mi salva”. E annega. Gli angeli vanno da Dio e gli dicono: “Come hai potuto lasciare morire una persona di così grande fede!”. E Dio risponde: “Cosa volete da me? Gli ho mandato una corda, gli ho mandato un salvagente, gli ho mandato una barca!”. Da noi si dice: non aspettiamoci miracoli, bisogna prendersi la responsabilità della propria vita. Se la vita di Abramo era a rischio, non poteva dire: mi fido in Dio e quello che accade, accade. Però forse poteva comportarsi in maniera diversa. Cosa poteva fare invece di mandarla dal Faraone?

Il pubblico interviene.

Mandare una serva. La serva può morire o prostituirsi, ma non sua moglie?

Il pubblico interviene.

Ah ecco! Perché Abramo andava in Egitto? Perché, come don Pino ha letto, c’era carestia. Ma anche nel periodo di Giacobbe c’era carestia e Giacobbe, invece di andare lui stesso, ha mandato un altro per comprare cibo. Se Abramo sapesse che a causa della bellezza di sua moglie l’alternativa è la morte o che sua moglie si prostituisca con il Faraone, forse non correrebbe il rischio di mandare qualcun altro per portare il cibo. Che altro poteva fare? Andare da solo, per esempio. Non so se Sarah sarebbe stata così felice, però poteva andare da solo, arrangiarsi e poi tornare e non mettere a rischio l’onore, l’integrità e la vita di Sarah. Seconda alternativa. C’è anche una cosa che ci fa pensare, sempre in maniera realistica, critica. Diciamo che non c’era alternativa, che non poteva lasciarla, perché cosa avrebbe fatto Sarah lì da sola? Doveva darla al Faraone: “Fai come se fosse mia sorella”. Però, c’è un fatto che ci disturba.

Il pubblico interviene.

Ah, doveva discuterne con lei? Ma ne ha discusso con lei, era anche molto gentile: “Per il tuo amore, salva la mia vita”. L’ha fatta complice e lei, molto amorosa, molto fedele, ha fatto quello che lui ha chiesto. Forse troppo. Ma quello che mi lascia perplesso, anche se posso accettare che, per salvare la vita a lui, si possa sacrificarsi come ha fatto Sarah, è che lui ha continuato. E’ diventato ricco, ha preso i beni, le pecore, ecc. Ma a quel punto si doveva ritirare, scappare via. Invece, sembra che abbia goduto della situazione finché Dio è intervenuto. E questa è forse la critica a cui Abramo non può rispondere. Perché una cosa è dire: “Guarda, non avevo alternativa: lasciarla non potevo, rischiare la mia vita… Dovevo farlo”. Ma dove non vedo una risposta convincente? Abramo sembrava approfittare della situazione, aspettava che Dio intervenisse con il Faraone. No! Come ha preso il suo destino nelle mani e ha detto: “Va bene, fai finta di essere mia sorella”, così doveva prendere il destino in mano e al momento giusto scappare via, senza aspettare che Dio salvasse Sarah. Secondo me, dobbiamo giudicarlo severamente. D’accordo o no?

Il pubblico interviene.

Il popolo vale più della moglie: questa è un’affermazione molto profonda. Se vogliamo essere generosi con Abramo, possiamo dire che lui ha sentito il peso del destino che gli era stato affidato da Dio. E che il sacrificio di Sarah era anche il suo sacrificio. Non lo ha fatto con leggerezza ma pensando veramente alla responsabilità che aveva verso l’umanità. Questa è un’interpretazione generosa. Dire che Abramo ha sofferto molto a farlo ma l’ha fatto, perché sentiva che la missione era più importante della sua vita privata. Io comunque rimango un po’ scettico, avrei voluto che fosse stato lui a terminare il rapporto senza aspettare che lo facesse Dio. Lui doveva tornare nella Terra Promessa senza aspettare l’intervento di Dio. E poi, la cosa che mi lascia un pochino a disagio, è quello che in inglese si chiama serial offender, uno che si ripete, seriale. Perché anche quando torna e c’è Abimèlech, non sembra che abbia la stessa giustificazione. E’ giusto che lui dica: non sapevo se questo è un popolo che crede. Però si vede che questo Abimèlech è una persona giusta. Allora, è la seconda volta che sembra che Abramo la prenda alla leggera per fare il suo comodo, pare una scusa ricordare il sentimento della missione, ecc. Non dobbiamo giudicare. Ricordiamo chi può gettare il primo sasso: non gettiamo il primo sasso, non giudichiamolo. Però la morale di questa vicenda che abbiamo letto è che quella di Abramo è una storia complessa: non è del tutto santo, è un uomo dagli aspetti complicati, il suo comportamento a volte lascia aperte delle domande. Per me non cambia nulla, perché io accetto che, in fondo, nessuno tranne Dio sia perfetto. Anche il grande Abramo aveva i suoi difetti e rendersene conto dà credibilità agli altri aspetti della sua vita. Abbiamo ancora un pochino di tempo. Andiamo alla vicenda centrale, quella su cui ieri ho posto una domanda anche a don Carrón, la storia con Isacco. Se questo era un episodio a proposito di Abramo e sua moglie, ora vediamo Abramo con suo figlio, la famosa prova.

STEFANO ALBERTO:
“Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo!». Egli rispose: «Eccomi». E Dio disse: «Prendi ora tuo figlio, il tuo unico, colui che ami, Isacco, e va’ nel Paese di Moria, e offrilo là in olocausto sopra uno dei monti che ti dirò»“.

JOSEPH WEILER:
Aspettiamo un minuto, perché questa è una storia che conosciamo. Come si può dimenticare? E ribelliamoci, anche. Se oggi qualcuno arriva e dice: “Ieri Dio mi è apparso e mi ha detto «prendi il tuo figlio amato, unico, e fanne un olocausto sul monte»“, diciamo: fai un altro passo in questa direzione e vai in galera per tentato omicidio. E’ una storia complessa ma nella complessità globale c’è anche una complessità molto interessante. Cosa vuol dire: “Dio mise alla prova Abramo?”. E alla fine della storia, leggiamo che Dio dice: “Ora so che…”. Dio non è soltanto onnipotente ma anche onnisciente, deve mettere alla prova Abramo per sapere quello che succede? Allora, in che senso questa è una prova?

Il pubblico interviene.

Allora, un’ipotesi, e un’ipotesi seria, è dire: Dio ci ha creato con la libertà di scelta morale, possiamo dire sì o no. Dio fa la proposta, noi possiamo dire sì o no a Dio. Se lo prendiamo veramente sul serio, neanche Dio sa quello che andiamo a fare. Però questo limita l’onniscienza di Dio, perché è un mistero del rapporto dell’uomo con Dio il fatto che noi abbiamo la libertà di scegliere e che, allo stesso tempo, Dio sia onnisciente. Come risolvere questo paradosso? Non facciamolo ora, questa è una possibilità: dire che anche Dio non lo sa. Io preferisco il Dio onnisciente, il Dio che sa come va a finire. Allora, in che senso è una prova?

Il pubblico interviene.

Giusto, anche in italiano, come in ebraico e in tedesco, ha un significato doppio: è una prova per vedere, ma si dice anche che è una prova di fuoco e acqua. Cioè, la persona che passa attraverso un’esperienza fondamentale e seria, dice: era una bella prova. Abramo è cambiato dopo avere passato questa prova: non serviva per sapere se era leale o meno ma per cambiare Abramo. Abramo prima e dopo sono due persone diverse. Era importante per Dio far capire ad Abramo cosa significasse il nuovo rapporto di alleanza, cosa volesse dire avere questo Dio. Perché teoricamente possiamo sapere tante cose, ma leggere il libro bellissimo di una storia d’amore non è la stessa cosa che innamorarsi, giusto? Si capiscono le cose in maniera diversa: una maniera è cognitiva, l’altra esperienziale. Per Abramo, dire: “sono leale a Dio” è una cosa, passare veramente attraverso questa esperienza è altro. Andiamo avanti, don Pino.

STEFANO ALBERTO:
“Abramo si alzò la mattina di buon’ora, sellò il suo asino, prese con sé due servi e suo figlio Isacco, spaccò della legna per l’olocausto, poi partì verso il luogo che Dio gli aveva indicato. Il terzo giorno Abramo alzò gli occhi e vide da lontano il luogo”.

JOSEPH WEILER:
Perché tre giorni? Potete dire che sia per la cronaca: ci volevano tre giorni? No. Nella Bibbia non c’è la cronaca, ogni parola ha qualche significato. Perché tre giorni? Potevano essere due, quattro, ma perché? Perché la narrativa ci dice che ci volevano tre giorni? In che senso il tempo è importante? Certo che è importante.

Il pubblico interviene.

Per la coscienza di Abramo, per questa decisione. Per dargli tre giorni di sofferenza, di pensieri: lo faccio o non lo faccio? Nel Midrash si dice che Satana viene a tentarlo: non farlo, non farlo. C’è il numero dei giorni per fare capire a noi lettori che non era una decisione presa alla garibaldina: vai a farlo, fatto e poi, cosa ho fatto? No! Aveva tre giorni di camminata con suo figlio, per pensare e ripensare e ripensare, e comunque farlo. Non è importante soltanto per il dramma, è importante per noi lettori capire che questa era una decisione pensata, deliberata, non solo spontanea, dettata dall’impressione di Dio che parla. Aumenta la nostra perplessità, perché aveva tre giorni anche per dire “non vorrei farlo”. Ieri notte, dopo l’incontro, abbiamo fatto una cena con don Carrón, don Pino e alcuni altri, per approfondire i temi dell’incontro. Una delle domande era: come si spiega Abramo? Da una parte, quando Dio gli dice: “Vado a distruggere Sodoma e Gomorra”, Abramo, coraggioso, protesta e dice: “Non è possibile! Tu, Dio della giustizia, vai a distruggere gli innocenti insieme ai colpevoli? Il giudice di tutta la terra, lui stesso non farà giustizia?”. Abramo sa protestare anche davanti a Dio e sa protestare anche quando si tratta di altri. Non aveva un interesse e l’ha fatto con coraggio. Come si spiega questa personalità? Quando Dio gli dice: “Vado a distruggere Sodoma e Gomorra”, Abramo gli risponde: “Basta un innocente e non puoi farlo”. E quando Dio gli dice: “Vai ad uccidere il tuo proprio figlio”, zitto. Sembra quasi non sia la stessa persona. Chi vuole tentare di riconciliare questi due lati di Abramo? Sì, signora.

Il pubblico interviene.

C’è un’evoluzione nel rapporto di Abramo con Dio, forse il testo vuole farci vedere che il rapporto tra Abramo e Dio cambia, si evolve e diventa più personale, più intimo. Secondo te, cosa è venuto prima? Sodoma e Gomorra o il sacrificio? Prima il sacrificio di Isacco. Allora tu dici che se fosse venuto dopo Abramo avrebbe detto di no? Sei sicuro? Andiamo avanti un pochino, don Pino, verso la fine.

STEFANO ALBERTO:
“Allora Abramo disse ai suoi servi: «Rimanete qui con l’asino; io e il ragazzo andremo fin là e adoreremo; poi torneremo da voi». Abramo prese la legna per l’olocausto e la mise addosso a Isacco suo figlio, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono tutti e due insieme. Isacco parlò ad Abramo suo padre e disse: «Padre mio!». Abramo rispose: «Eccomi qui, figlio mio»“.

JOSEPH WEILER:
Ci si spacca il cuore per la tenerezza fra questi due, Isacco da una parte, Abramo dall’altra. Non è indifferente, Abramo.

STEFANO ALBERTO:
“E Isacco: «Ecco il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto?». Abramo rispose: «Figlio mio, Dio stesso provvederà l’agnello per l’olocausto». E proseguirono tutti e due insieme. Giunsero al luogo che Dio gli aveva detto. Abramo costruì l’altare e vi accomodò la legna; legò Isacco suo figlio e lo mise sull’altare, sopra la legna. Abramo stese la mano e prese il coltello per scannare suo figlio. Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e disse: «Abramo, Abramo!». Egli rispose: «Eccomi». E l’angelo: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli male! Ora so che tu temi Dio, poiché non mi hai rifiutato tuo figlio, l’unico tuo»“.

JOSEPH WEILER:
Vede, signora, che il testo non giudica Abramo male. Dà un giudizio positivo Se pensi che Abramo avrebbe dovuto dire di no, sembra che il testo dica invece che doveva dire di sì. Perché Dio dice: “Ora vedo che tu, ecc”.. Difficile, eh? Difficile. Allora, ritorno alla mia domanda: come si concilia l’Abramo che protesta e dice a Dio: “Il giudice di tutta la terra non farà lui giustizia?” con questo? Questa di sicuro non è giustizia, fare ammazzare a un padre il proprio figlio. Sì, signore.

VOCE DAL PUBBLICO:
Perché con Sodoma e Gomorra, quindi nel rapporto tra colpevoli e innocenti, Abramo percepisce un’ingiustizia che respinge. In rapporto a suo figlio, che è la discendenza che gli ha dato Dio, non percepisce la stessa ingiustizia: è la discendenza che gli ha dato Dio e che non gli appartiene fino in fondo. Poi, nei tre giorni…

JOSEPH WEILER:
Ma scusa, Isacco è sempre innocente.

VOCE DAL PUBBLICO:
E’ innocente ma è di Dio, gli è stato dato, questa è la sottolineatura. Ho sempre pensato che Isacco fosse il rinnovarsi dell’alleanza. In Isacco, Abramo è costretto a rivedere tutta la forza e la potenza di Dio che stravolge l’idea che si era fatto di paternità con Ismaele. Questa richiesta che gli fa Dio è come se la facesse nel cuore più profondo di se stesso, perché Isacco è il legame con Dio, mentre l’episodio di Sodoma e Gomorra lo fa essere protagonista di una possibile giustizia. Mi sembrano, nella natura, due esempi completamente diversi.

JOSEPH WEILER:
Mi ribello all’idea che uccidere Isacco non sia un’ingiustizia, a prescindere che è rapporto con Dio, ecc. E’ un innocente che viene ucciso, non possiamo evitare questa affermazione. Posso provocarvi? Ieri ho detto che la prima rivoluzione abramica è la natura del rapporto fra Dio e l’uomo che è alleanza. Voi siete di poca fede. Pensate alla nozione di alleanza, alla nozione di fiducia, alla nozione di promessa reciproca e cerchiamo di conciliare di nuovo l’Abramo di Sodoma e Gomorra con l’Abramo con il coltello sopra Isacco.

VOCE DAL PUBBLICO:
Sono due cose diverse, non bisogna conciliarle. La prima non è la storia dell’uccisione di un figlio, è un sacrificio. E’ una storia a sé, raccontata fino alla fine: noi sappiamo che non sarà ucciso, quindi non bisogna interpretare la storia a pezzi. E poi il figlio, nella cultura ebraica, rappresenta il futuro, Dio gli ha dato un futuro e poi gli chiede se è disposto a mettere il futuro nelle sue mani. Quindi è un’altra interpretazione.

JOSEPH WEILER:
Per me Isacco non è spirituale, è un uomo in carne, ossa e sangue, però ci avviciniamo. Ci sono tante interpretazioni, ci avviciniamo all’interpretazione dell’alleanza come promessa reciproca. Posso aiutarvi, anche vedendo che i tempi stringono. Cambiamo un pochino il testo, prendiamoci una libertà: “E Dio ha messo Abramo alla prova”. Vedendo che è un rapporto di alleanza, aggiungiamo una frase: “E allo stesso tempo Abramo ha messo Dio alla prova”.

VOCE DAL PUBBLICO:
Il sacrificio di Isacco, Dio non lo chiede per fare giustizia ma per metterlo alla prova. Quindi Abramo capisce che è una prova e non è questione di fare giustizia.

JOSEPH WEILER:
Mi sembra che tutti qui avrebbero ucciso il proprio figlio. No, è una battuta. Io vorrei difendere un pochino più Abramo. Quando morì una delle sue figlie, Davide disse: “Magari io, e non mio figlio”. Abramo poteva dire a Dio: “Uccidi me e non mio figlio, anche perché mio figlio è il destino del popolo”. Ma Abramo poteva anche dire un’altra cosa: “Tu, Dio, mi hai promesso che in questo figlio è la discendenza, Isacco è la tua parte dell’alleanza”. Mi ha dato questo figlio con la promessa di Dio che in lui ci sarà la discendenza di un grande popolo. E allora, ricordate, ho un cambiato un po’ il testo. Ho detto: “E Abramo ha messo Dio alla prova”.

VOCE DAL PUBBLICO:
Il terzo giorno Dio provvede. E’ chiaro che Abramo voleva avere un riscontro da Dio: Dio provvede il terzo giorno.

JOSEPH WEILER:
Giusto. Abramo ha detto: “Io sono pronto”. E poi immaginate che Abramo dica: “La mia parte sono pronto a farla, la sto facendo”. E Dio dice: “Anche io faccio la mia parte: non farlo, perché in questo figlio…”. In questa interpretazione, non è a tema l’ubbidienza cieca, Dio dice “rana” e Abramo salta. Non è l’ubbidienza cieca, è la fede di Abramo nell’alleanza, nella promessa, nella parola di Dio. Se tu mi hai detto che in questo figlio sarà la mia discendenza, da questo figlio verrà Giacobbe che diventa Israele, io ho piena fiducia nella tua promessa e sono sicuro. Non so in che modo, ma non è possibile che Dio non faccia giustizia, non è possibile che Dio non mantenga la sua parola. Come ha detto Giovanni Paolo II, Dio non fa un’alleanza a buon mercato. Allora, la fede di Abramo non è una ubbidienza cieca, è la fede nell’alleanza, in questo nuovo rapporto: “Tu mi hai promesso questo figlio, guarda, lo sto facendo”. E quando Dio dice: “Ora vedo che tu sei stato pronto e vedi anche tu che mantengo la mia parola”, usciamo da questa storia con due vincitori. E’ proprio la natura dell’alleanza, uno pronto a fare il sacrificio massimo pur sapendo che qualcosa deve accadere, perché Dio ha dato la parola dicendo: “Questo è il figlio da cui verrà un grande popolo”. Ecco perché ho detto un po’ giocoso: “Guarda, Dio, sto facendo, sto facendo”. E alla fine Dio dice: “Non farlo”. Non vorrei finire qui, perché vorrei tornare all’aspetto umano. Andiamo proprio in fondo, ultima frase.

STEFANO ALBERTO:
“Poi Abramo tornò dai suoi servi. Essi si levarono e insieme andarono a Beer-Sceba. E Abramo abitò a Beer-Sceba”. Perché ho chiesto a don Pino di leggere? Di nuovo sembra la cronaca. La Bibbia si legge con attenzione, tutto è pieno di significato. Come nella prima domanda, quando Abramo sposò Sara, ho chiesto: “Che cosa manca?”. Anche qui, c’è qualcosa che manca, questa frase parla di quello che non c’è.

VOCE DAL PUBBLICO:
Isacco!

JOSEPH WEILER:
Isacco, manca, esattamente. Andando sulla montagna, è pieno di tenerezza: padre mio, figlio mio. Se la raccontiamo non in maniera abramocentrica ma in maniera isaccocentrica, Isacco è rimasto male, non ritorna da suo padre. Abramo torna solo con i servi e Isacco non si sente. Questo per tornare all’umanità. A volte, anche i gesti più nobili come affermare l’alleanza, lasciano vittime umane. In questo senso, Isacco può darsi che sia una vittima umana, perché la fiducia di Abramo in Dio è affermata alla grande in questa storia, ma la fiducia tra figlio e padre… Cosa è rimasto di questa fiducia? Per me significa che quando Abramo ritorna, parla con i servi e Isacco sparisce dalla storia. Vi lascio riflettere. Mille grazie, signore e signori. Ho fatto una richiesta personale a don Carrón, può darsi che l’anno prossimo si metta nel bersaglio Giacobbe.

STEFANO ALBERTO:
Pensate che noi cristiani nella liturgia ogni giorno, almeno due volte, abbiamo davanti agli occhi e sulla bocca Abramo, nel Benedictus e nel Magnificat, la preghiera principale del mattino e della sera. Ma lui ci ha detto, un po’ ridendo e un po’ serio, “la vostra fede”…. Perché questa è la novità sconvolgente della nostra storia, iniziata con quella alleanza che per noi continua in Cristo. Lui dice: quell’alleanza, l’unica alleanza. Questo rapporto mai accaduto prima, di una familiarità inaudita, tra Dio e un uomo. Questo dialogo, questo Dio che ha bisogno di un’alleanza con l’uomo, non di una obbedienza cieca ma di un uomo che dica, con tutta la sua fragilità, con tutti i suoi enormi limiti umani, con tutta la sua furbizia: “Sì”. Ha bisogno di sentire la liberà dell’uomo, la libertà di quell’io che vibra quasi da pari a pari. Mi viene in mente quello che diceva qualche giorno fa, nella relazione fondamentale, l’Abate Lepori: “Di che mancanza è questa mancanza, cuore: in ciascuno di noi, nel nostro cuore, vibra la sete, la mancanza di Dio, il bisogno di Dio, il bisogno della sua alleanza”. Ma questa mattina, ancora una volta, passo passo, da vero maestro, Joseh Weiler ci ha fatto vibrare di questa cosa altrimenti inimmaginabile al di fuori del cammino giudeo-cristiano, che la mancanza che il nostro cuore avverte di Dio, il bisogno di Dio, è il segno che Dio vibra del suo bisogno del nostro sì. Da uomini liberi, da liberi amanti di lui che è il Signore fedele per sempre. Grazie a tutti voi, grazie a Weiler.

Data

25 Agosto 2015

Ora

11:15

Edizione

2015

Luogo

Sala Poste Italiane C2
Categoria
Incontri