Curiosità e passione hanno portato l’uomo sulla luna

Sofia Bronzetti Home, News

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Marco Bersanelli, professore ordinario di fisica e astrofisica all’Università degli studi di Milano, lo scorso 24 agosto, ha aperto l’incontro “I 50 anni del primo sbarco dell’uomo sulla luna” con una considerazione affascinante: «Se c’è qualcosa che l’uomo ha sempre guardato è il cielo, e nel cielo, l’astro più splendente, la luna. Quando avete sentito nascere in voi l’impulso ad orientare verso gli astri la vostra vita?» ha chiesto ai relatori.

Paolo Nespoli, astronauta, ha ricordato che la notte dello sbarco nel 1969 «avevo 12 anni ed ero in colonia a Cattolica, mi vennero a trovare i genitori e mi portarono la sera con loro ad assistere all’evento in televisione. Mi accorsi dell’eccezionalità del fatto solo constatando la partecipazione emotiva degli adulti, che mi colpì al punto che, allora, decisi di fare l’astronauta. E ci ho messo 40 anni, per conseguire il mio scopo».

Roberto Battiston, professore ordinario di fisica sperimentale all’Università di Trento, invece, fu «colpito dal dibattito, anch’esso in televisione, tra Tito Stagno e Ruggero Orlando». Bersanelli ha chiesto quali siano stati gli aspetti più significativi della missione dell’Apollo 11, quella del primo uomo sulla luna. «L’equipaggio dell’Apollo 11 rimase nello spazio otto giorni in tutto – ha reagito Nespoli – io da solo oltre 300 giorni ed altri astronauti anche più di 800, ma la differenza fu che quelli dell’Apollo furono i primi, tracciarono una strada che poi è stato meno difficile percorrere, loro sfondarono le porte della conoscenza».

«Fu una scelta, non so quanto consapevole di Kennedy – ha raccontato Battiston – che in un discorso famoso, nella quasi indifferenza del suo staff, lanciò questa sfida, “non perché semplice – disse – ma perché difficile e perché impegnerà il meglio del nostro paese per anni” così varando un investimento destinato a distribuire i suoi benefici per molte generazioni future».

Bersanelli ha chiesto a Nespoli di raccontare la storia della sfida verso lo spazio. «Ho 450 slide da commentare e 20 minuti di tempo – ha risposto Nespoli – scusate se andrò un po’ di fretta. Paradossalmente tutto iniziò con la seconda guerra mondiale, con le V1 e le V2 tedesche e poi con la guerra fredda e la ricerca della supremazia mondiale da parte di Urss ed Usa. I sovietici partirono meglio ma poi gli americani, come detto grazie a Kennedy, seppero colmare lo svantaggio e superarli. Alla fine però, gli americani si fecero portatori della sfida non solo per la loro nazione, ma per tutto il genere umano, tanto è vero che nello stemma dell’Apollo 11 non c’era né la bandiera Usa né i nomi degli astronauti dell’equipaggio».

«I costi dell’esplorazione spaziale costituiscono investimenti che rendono anche otto volte la loro spesa – ha rivelato Battiston – pensate che sono conseguenza degli studi aerospaziali una miriade di prodotti utilissimi nella nostra vita quotidiana: computer, tessuti, sistemi anti intrusione, utensili a batteria, teli termici, orologi al quarzo e talmente tanti altri che potrei continuare l’elenco per ore. E dunque chiaro che la ricerca spaziale, in ultima analisi, è utile alla terra».

Bersanelli ha chiesto ai relatori dove possa incontrarsi la sorgente della grande motivazione necessaria ad accettare sfide così grandi. Secondo Nespoli «è la passione, che io definisco come un motore interno, che ti dà la forza e la costanza per dedicarti a ciò che più ami. Pensate che sono diventato astronauta a 40 anni ed ho fatto il primo volo a 50» ha spiegato. Battiston ha declinato il concetto di passione in altri termini «la passione è figlia della curiosità, è quest’ultima che muove l’uomo e lo spinge a dedicarsi ad un obiettivo preciso. Ma attenzione a non trascurare l’educazione, perché solo se correttamente educata la curiosità diventa passione» ha concluso.