L’assistenza ai pazienti con cronicità. Sistemi a confronto

Redazione Web

Rimini, 20 agosto – Implicarsi mettendosi in gioco, raccontando e facendo la propria parte nel campo della salute è stato lo scopo del convegno introdotto da Carmelo Ferraro, portavoce MI’mpegno, nell’Arena Meeting Salute C3, «dove le persone si possono confrontare su cosa aiuta l’uomo a vincere e superare la sofferenza di uno stato di cronicità che può aver bisogno di cure che durano una vita intera».

Gli ha fatto eco Monica Calamai, direttore UO Igiene Ospedaliera e direttore Ospedale Misericordia Grosseto USL sud est Toscana, precisando che «parlando di cronicità, mondo articolato e complesso, è necessario sottolineare l’identità del tema, che non vuol dire solo anziano e non si risolve solo con la risposta sanitaria». Per prendere in carico la cronicità si deve avere un sistema universalistico, senza il quale non saremmo in grado di gestire un sistema gratuito ed equo, con un livello di relazione che acquisisce un senso fondamentale per la presa in carico della famiglia e della società. La cronicità non è solo la parte sanitaria in senso stretto e deve essere affiancata da un sistema informativo solido con forti linee guida che possono permettere l’uso della telemedicina, dove la parte del sociale diventa sempre più potente. «Oggi abbiamo un pensiero debole, leggi deboli forse perché non si lavora al servizio degli altri e quindi alla relazione con l’uomo».

Ha proseguito Tonino Aceti, portavoce FNOPI, che ha spostato l’attenzione sugli infermieri, coloro che hanno il primo e maggiore contatto con la cronicità. Il tema cardine della società infermieristica si scinde in politico e sanitario. Questo fa sì che ci siano per i pazienti e per i loro familiari le stesse risposte di assistenza socio-sanitaria territoriale in tutte le parti della nostra penisola. Il relatore ha denunciato che dopo tre anni sono soltanto sedici le regioni che hanno recepito il Piano Nazionale. Aceti ha inoltre indicato la figura cardine, per la presa in carico delle cronicità, che può diventare un’opportunità per tutto il paese e non soltanto per poche regioni: «L’infermiere di famiglia è quel professionista che si prende cura della salute della famiglia, che la fa uscire da quel senso di solitudine nella quale piomba ogni volta che si incontra una patologia cronica. Entra nelle case delle persone, chiede come stanno, le aiuta a segnalare il proprio disagio e se ne fa carico. Ha l’importante funzione di portare all’interno delle case il servizio sanitario pubblico». L’infermiere di famiglia ha anche l’importante funzione di portare assistenza nelle aree interne del paese, dove i servizi pubblici arrancano o stanno sparendo: «L’infermiere è un elemento di coesione, un professionista pivot, che non gioca da solo come un battitore libero, ma in un team multidisciplinare che guarda i bisogni delle persone».

E, come sottolinea Giulio Gallera, assessore Welfare Regione Lombardia, i bisogni dei pazienti con cronicità hanno accezione quasi positiva, perché vuol dire che ci sono una serie di malattie che grazie a macchinari e farmaci innovativi superano la fase acuta. «Il tema della cronicità è legato quindi al tema complessivo della salute e a come noi conviviamo e viviamo in relazione agli altri e al nostro ambiente». La nostra è una società del benessere e deve concentrarsi su come è possibile superare la sofferenza. Il tema della prevenzione è legato al tema della cronicità. Si diventa cronici perché non si ha una buona prevenzione e ci si ammala. «Il tema della salute», ha spiegato Gallera, «non riguarda solo gli “addetti ai lavori”, ma tutti. Bisogna cambiare totalmente il paradigma e mettere al centro il paziente e prima ancora il cittadino».

Su quest’ultimo punto si è focalizzato l’intervento di Antonio Magi, segretario generale SUMAI: «Il cittadino malato cronico non è un malato che si va a ricoverare, ha necessità si avere un punto di riferimento territoriale che segua il suo percorso». «I pazienti, le persone sono un po’ stanche di essere al centro», ha ribadito Sara Mintrone, strategic marketing executive Dedalus Spa, «nel senso che il centro è chiuso, si sentono circondate. Le persone vogliono essere protagoniste del loro percorso e delle soluzioni. Questo è possibile grazie alla tecnologia che distingue il concetto di domanda di salute da quello di bisogno di salute». Con la tecnologia è possibile aiutare il team, che lavora intorno al paziente, fornendogli degli strumenti di collaborazione clinica oltre a quelli condivisione sanitaria.

Marco Trabucchi, presidente AIP (Associazione Italiana di Psicogeriatria), ha concluso, in pieno consonanza col titolo del Meeting, che «la cronicità curata, presa in carico dalle persone e dalle comunità, valorizza sia il nome di chi fissa che il nome di quello che è fissato. Ha davvero senso prendersi cura della cronicità se contemporaneamente dà senso e significato alla vita di chi presta assistenza in tutte le varie forme e di chi viene fissato. Chi soffre a causa di una cronicità, se viene fissato con questo spirito, riuscirà almeno in parte a lenire il suo dolore».

 

(B.M.)

 

Responsabile Comunicazione Eugenio Andreatta tel. 329 9540695 eugenio.andreatta@meetingrimini.org

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