Fisici e ingegneri e lo studio del cervello

Redazione Web

Rimini, 19 agosto – Come si fa a studiare il funzionamento del cervello? Cosa facciamo delle immagini che ricaviamo dagli studi del cervello? In Arena Brain D3, Claudia Gandini Wheeler Kingschott, professor of MR Physics, University College London (UK) e Università di Pavia, e Alessandra Pedrocchi, professore associato al Dipartimento di Elettronica, Informazione e Bioingegneria, Politecnico di Milano, hanno continuato ad approfondire la meraviglia del cervello umano, introdotte alla gremita platea da Nicola Sabatini del Camplus College Lambrate.

Un chilogrammo e mezzo di tessuto, cento miliardi di cellule, cento mila miliardi di sinapsi: a che cosa serve studiare il cervello umano? Spetta alla fisica il compito di descrivere il contesto, perciò Claudia Gandini ha introdotto il tema con la spiegazione chiara e completa del funzionamento del cervello umano: «Vedere il funzionamento delle normali trasmissioni ci permette di stabilire quando un cervello è attivo o meno». La scienziata, grazie alle immagini derivate dall’uso della risonanza magnetica, ha mostrato ciò che succede nel cervello all’attivazione di uno stimolo motorio e ha detto: «L’uomo è un io, perciò allo stimolo sempre corrisponde l’attivazione delle aree cognitive responsabili anche degli aspetti emozionali». È proprio l’esperimento con uno stimolo musicale che ha messo in evidenza l’attivarsi delle aree cognitive in pazienti in stato vegetativo. «Non sappiamo ancora perché succeda in alcuni, ma sappiamo di certo che il cervello umano rappresenta un mistero che rimane ancora insondabile».

A questo punto la trattazione è passata sul piano tecnico. Alessandra Pedrocchi, con altrettanta chiarezza e passione, ha descritto il rapporto che intercorre tra controllo motorio e apprendimento motorio, fattore cruciale, quest’ultimo, per la riabilitazione. «Il cervello umano presenta molteplici possibilità di riattivazione delle connessioni che si possono interrompere: la riabilitazione ha il compito di aiutare il cervello a rafforzare quello che rimane di sano per recuperare il movimento». La professoressa ha quindi descritto le fasi di lavoro che ha portato il suo gruppo di ricerca al progetto Retrainer, una piattaforma per la riabilitazione del braccio e della mano per pazienti colpiti da ictus, co-finanziata nell’ambito del Programma europeo Horizon 2020: «La piattaforma integra un esoscheletro passivo per il sostegno del peso del braccio, che può essere montato su una normale sedia o sulla carrozzina del paziente, una neuro-protesi per i muscoli del braccio controllata direttamente dall’ attività elettromiografica residua del paziente e una seconda neuro-protesi per il recupero delle funzioni della mano». Gli esercizi riabilitativi prevedono l’utilizzo di oggetti interattivi che riconoscono in modo automatico il raggiungimento delle posizioni target. Il terapista sceglie gli esercizi e ne imposta i parametri in base alle esigenze del singolo paziente grazie all’utilizzo di un interfaccia grafica che guida anche il paziente durante l’esecuzione degli esercizi e gli fornisce feedback in tempo reale». Lo studio si sta svolgendo al centro di riabilitazione Villa Beretta di Costa Masnaga in provincia di Lecco.

Dopo alcune domande dal pubblico sul tema della riabilitazione, Pedrocchi ha concluso: «Il desiderio di vita che anima l’uomo ha una grande parte nella riabilitazione, perché la scienza non può colmare quello che solo la clinica può».

(G.L.)

 

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