CHE FINE FARÀ IL NOSTRO IO? – Intervista a Derrick de Kerckhove

25 Agosto 2021

CHE FINE FARÀ IL NOSTRO IO?

Riflessioni sul passaggio dell’uomo dalla cultura alfabetica a quella digitale

Intervista a Derrick de Kerckhove, sociologo, accademico e direttore scientifico della rivista digitale Media Duemila

di Marta Bettiol

Per concludere il Meeting 2021, l’incontro di oggi pomeriggio “Le reti, i social, il dilemma della comunicazione” (Sala Intesa San Paolo, ore 17) metterà al centro della discussione la trasformazione dell’io dalla cultura alfabetica a quella digitale. Per parlarne in modo più approfondito abbiamo intervistato Derrick de Kerckhove, sociologo, accademico e direttore scientifico della rivista digitale Media Duemila, autore de “Il sapere digitale” e “La rete ci renderà stupidi?”.

Com’è cambiata la nostra interazione, come individui verso la società, dall’avvento prepotente dei social?

A livello cosciente, i social e le reti hanno facilitato le nostre interazioni tra individui: ci permettono di scambiare emozioni, condividere, rassicurarci. Ci permettono di acquisire una visibilità che ci serve come conferma del nostro valore e convalida dell’identità che creiamo sui social, la nostra social identity. A livello di inconscio digitale, che ha un’influenza nel nostro destino ancora maggiore rispetto a quella che hanno i nostri genitori, gli individui rimangono prigionieri delle loro “echo chambers”, dove lasciano crescere questo inconscio. In parallelo, la società si riduce a due categorie, quella degli ‘amici’ online, che per la maggior parte non abbiamo mai incontrato, e quella delle persone veramente conosciute. Sì, il resto della società esiste, ma è una società lontana, come il caso del cambiamento climatico: ne facciamo esperienza attraverso uno schermo, distaccati, qualcosa che vive il nostro gemello digitale. L’idea propria di società, e più ancora di appartenenza alla società, che non è mai stata né definita ne precisa per la maggior parte della gente occidentale, sta divenendo ancora più vaga, come in via di sparizione.

Con il Covid il tema della privacy è passato spesso in secondo piano, tra tracciamenti, generazione ed esposizione dei dati: si è ormai rotto un ulteriore soffitto di cristallo o esiste un punto di ritorno?

Anni fa, Mark Zuckerberg cinicamente ha dichiarato «Privacy is over, get over it!» («La privacy è finita, fattene una ragione!»). La cosa che la gente continua ignorare è che la privacy è un prodotto antico, nato dalla lettura silenziosa, che ha creato uno spazio mentale esclusivo. Però temo che abbiamo ben passato il punto di non ritorno: il nostro rapporto sempre più stretto con gli schermi ci porta ad esternalizzare le nostre funzioni cognitive, tipo memoria, giudizio, scelte ponderate. La lettura silenziosa, e l’inserimento del linguaggio come strumento di pensiero articolato, con la conseguente accumulazione di conoscenze, hanno formato e dato consistenza e permanenza al nostro “io”. Dobbiamo sempre ricordarci che l’io non è di natura, ma è di cultura. Il Covid è stato il più grande aiuto per la digitalizzazione, perché ha costretto al distanziamento sociale ed al riavvicinamento digitale: abbiamo trovato altri modi di esprimere noi stessi, ed erano tutti interamente online. La nostra sensorialità, fondamentale per i nostri legami, si è ridotta al visivo e uditivo. Il problema è che non c’è resistenza, perché non è più nella natura dell’individuo essere privato e non pubblico. Ma non siamo coscienti di questa cosa. Per accedere ad app, servizi, piattaforme etc stiamo rinunciando alla nostra interiorità. Non è vero che abbiamo un io di natura, non dobbiamo darlo per scontato, dobbiamo essere capaci di criticare, di mettere in dubbio questo concetto. Non c’è un punto di ritorno, è necessario ripensare lo statuto dell’uomo all’interno della rivoluzione digitale.

Social ed echo chambers: quanto c’entrano gli algoritmi con la radicalizzazione dell’opinione pubblica? E quanto con la banalizzazione del pensiero individuale?

A partire da Cambridge Analitica, avremo dovuto intuire quanto le opinioni pubbliche sono profondamente influenzate dagli algoritmi, ma d’altro canto sono gli stessi algoritmi che creano divisioni, correnti di fake news, e di conseguenza opinioni polarizzate che portano alla radicalizzazione del pensiero pubblico. Il livello cognitivo e critico si sta abbassando, a causa dell’impatto dei media digitali, su questo non c’è dubbio. I social hanno messo al centro della discussione le emozioni e le opinioni, di più facile consumo, rispetto al pensiero critico, che ormai non viene più sviluppato. Siamo nella più grande crisi epistemologica della storia! Al digitale non interessa né del significato letterario né del senso. Un chiaro esempio è Google Translate: possiamo tradurre tutte le lingue del mondo, ma Google, effettivamente, non conosce nessuna lingua. Questo perché non genera senso, ma solo ordine di dati. Ed è qui che stiamo regredendo, perché ogni essere vivente deve passare attraverso del significato e del senso per riuscire ad elaborare la realtà che lo circonda. L’algoritmo non è fatto per questo, mette ordine tra parametri dati, ma c’è una sostanziale differenza nell’arrivare ad una conclusione attraverso l’interpretazione di informazioni o arrivarci mettendo in ordine dei parametri.

Il quesito rimane aperto: come può passare l’uomo dalla cultura alfabetica alla cultura digitale, mantenendo integro il suo “io”?