menu
menu
Iscrizione newsletter

“MI PIACE UNA CHIESA ITALIANA INQUIETA, SEMPRE PIÙ VICINA AGLI ABBANDONATI, AI DIMENTICATI, AGLI IMPERFETTI”. La Chiesa italiana dopo il convegno di Firenze

Incontri Sala Illumia B1
Partecipa S. Ecc. Mons. Matteo Maria Zuppi, Arcivescovo di Bologna. Introduce Davide Perillo, Direttore di Tracce.

Trascrizione dell'evento

Personaggi intervenuti

Documenti

Video

Trascrizione dell'evento

DAVIDE PERILLO:
Buongiorno a tutti, benvenuti a questo incontro che cominciamo avendo testa e cuore rivolti a quello che è successo questa notte, rivolti alle vittime, alle persone che stanno soffrendo. Quello che accade è una provocazione grande perché ci fa accorgere ancora di più che siamo bisognosi, che abbiamo bisogno della misericordia di Dio. Allora io chiederei al nostro ospite, che ci fa la grazia e il dono di essere qui con noi, Monsignor Zuppi, arcivescovo di Bologna, di iniziare questo incontro con un momento di preghiera per chi sta soffrendo per il terremoto di questa notte.

S. ECC. MONS. MATTEO MARIA ZUPPI:
Chiediamo la misericordia del Signore, in particolare per coloro che lottano tra la vita e la morte, per chi è stato colpito, che il Signore accolga nella sua misericordia quanti hanno perso la vita.
“Padre Nostro che sei nei cieli…”.
Invochiamo anche l’intercessione di Maria.
“Ave Maria piena di grazia…”.

DAVIDE PERILLO:
Credo che siamo richiamati tutti ad una serietà ancora maggiore di fronte alla vita. Il motivo per cui abbiamo invitato Mons. Zuppi è che vogliamo imparare da lui una cosa importante, partendo da un momento fondamentale per tutta la Chiesa ma soprattutto per la Chiesa italiana, che è stato il convegno della CEI, il Convegno ecclesiale di Firenze dello scorso anno e soprattutto l’intervento del Papa a quel convegno. Era il novembre 2015, poco prima che iniziasse l’Anno della Misericordia, e il discorso del Papa fu potentissimo, con quel suo sbaragliare, spiazzare un contesto che tante volte è formale e che lì non ha potuto esserlo. Ricordiamo le cose fondamentali di quel discorso, l’invito a guardare il volto di Cristo, l’ “ecce homo” della cupola di Santa Maria del Fiore, quel Dio svuotato che ha assunto la condizione di servo: se non si parte da lì, si fa poca strada. Ricordiamo i tratti dell’umanesimo cristiano che ha ripercorso il Papa, l’umiltà, il disinteresse e la beatitudine; il richiamo alla Chiesa a non essere ossessionata dal potere, anche quando è utile e funzionale. E le due eterne tentazioni che richiamava il Papa: la tentazione pelagiana, quella di riporre tutta la nostra fiducia nelle strutture, nelle organizzazioni - che pur buone, non bastano -, e la tentazione dello gnosticismo, ossia “confidare tutto nel ragionamento logico, chiaro, che però perde la tenerezza della carne del fratello”. Quel discorso ci ha spiazzati. Lo diceva il Papa stesso, proprio durante l’intervento. A un certo punto, ricorderete, ha detto: “Ma allora cosa dobbiamo fare, direte voi, cosa ci sta chiedendo il Papa?”. Però è un discorso programmatico, serio, profondo, perché la richiesta che fa è il titolo che abbiamo dato all’incontro di oggi: “Mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti”.
Monsignor Zuppi, che è Arcivescovo di Bologna dall’ottobre scorso e prima è stato a lungo parroco a Roma, a Trastevere, è stato assistente spirituale della Comunità di Sant’Egidio, ma anche da Vescovo continua ad essere parroco per la modalità con cui si muove vicino al suo popolo. Ed è un parroco che continua ad essere inquieto, vicino agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. E allora l’abbiamo invitato per chiedergli proprio questo, in sostanza: che cosa ci sta chiedendo il Papa? Prego, Eccellenza.

S. ECC. MONS. MATTEO MARIA ZUPPI:
Grazie. Anzitutto grazie per il tema di quest’anno, che aiuta tutti a trovare il tu e a riconoscere il bene che è per me. Quindi, ci fa trovare la gioia che si ha quando si scopre un bene! Senza il tu restiamo prigionieri dell’io perché, come dice Bauman, la solitudine è la grande minaccia in questi tempi d’individualizzazione. E in fondo il relativismo ha la sua religione pratica in quella che De Rita chiama l’egolatria, così pervasiva che ci fa credere finalmente padroni di noi stessi, che rende prigionieri del materialismo, che deforma l’individuo riducendolo a isola, cancellando la dimensione trascendente. E non si capisce la terra senza guardare al cielo. Se nel recente passato abbiamo vissuto la tentazione di un io che doveva annullarsi in un noi totalizzante (e certi rigurgiti di nazionalismo o etnicismo rivelano un inquietante potere di attrazione e di annullamento della persona in cambio di una qualsiasi identità che dia sicurezza), oggi siamo tanto prigionieri di un io che diffida del noi, che cerca se stesso nel benessere individuale, che si accontenta di un noi virtuale e s’infastidisce quando si deve misurare con la concretezza dell’altro. Solo nella relazione l’io trova se stesso; solo specchiandosi in un tu l’io trova la sua vera immagine. Dio è il primo e ultimo Tu. Sì, davvero “tu sei il mio bene”.
Il bene (parola che potrebbe apparire vaga, in alcuni casi ingenua, eppure è decisiva e chiara in maniera radicale) lo troviamo, in quest’anno così straordinario, solo guardando il mondo e gli uomini con gli occhi della misericordia, quelli (gli unici!) capaci di riconoscerlo anche se è nascosto o giudicato impossibile. Guardando con questi occhi anche un profugo sarà il mio bene! E lo diventa! Sarà il mio prossimo, il più vicino, il mio amico, figlio, nipote, fratello! Non è avvenuto già così quando abbiamo creduto all’accoglienza, alla solidarietà, quando abbiamo cercato il bene e lo abbiamo costruito con pazienza? La misericordia è come un collirio che permette di vedere la realtà, perché libera dalla paura, dalla diffidenza, dalla eterna tentazione di cercare e fermarci alla pagliuzza. Solo la misericordia stabilisce la relazione con un tu e non con un’ombra o un nemico da verificare all’infinito. E la misericordia aiuta il prossimo a scoprire che è un bene, che ha un bene, perché solo l’amore di qualcuno fa scoprire il dono che io sono. E c’è in tutti! Se non vediamo il bene rimane solo il giudizio, grande tentazione coltivata da quel fariseo che c’è dentro ognuno di noi e che guarda subito quello che appare negativo, che “giudica” credendo di capire la realtà mentre non la sa discernere. Chi vedeva bene, il padre misericordioso o il fratello maggiore? Chi vedeva il futuro del ragazzo, il padre ingenuo o il fratello maggiore realista tanto da essere volgare e da annullare qualsiasi legame con lui? Se io non so trovare il bene anche io non sto bene e tutto finisce per essere sporco, per non valere la pena, per lasciarmi sempre insoddisfatto! E cercherò il bene nelle cose, nel mio “ben-essere”, nei prodotti finti del consumo, in un prossimo ridotto a possesso. Tanta violenza e tante patologie nascono da qui. Pensiamo solo alle donne uccise da uomini che si sentono padroni defraudati.
Infine. Mi sembra che in questo Meeting c’è forte l’invito a non cercare solo un bene individuale e nemmeno uno di gruppo, ma quello che è di e per tutti. E quindi si può cercare solo insieme ad altri, con intelligenza, umiltà e visione! E’ il bene comune, affatto contrapposto a quello personale, anzi, l’unico in grado di garantirlo! Dobbiamo accettare la sfida della ricostruzione, come 70 anni or sono, perché tanto bene comune è stato distrutto, ad iniziare da quello più importante, indispensabile, decisivo che è la speranza. E le responsabilità delle macerie sono tante, figlie di dissennatezza, ignavia, indifferenza, presunzione, stordimento da benessere, furto, complice silenzio, ottimismo vuoto. Per cercare il bene comune dobbiamo confrontarci con il mondo così com’è, chiamando le cose con il proprio nome. La Chiesa ha una grande responsabilità (penso al nostro Paese e alle tante domande che esigono una risposta e ci sfidano a trovarla!) e deve in modo creativo esercitare il suo ruolo per aiutare la ricostruzione del nostro Paese. Non è un optional o un interesse per addetti ai lavori: è l’orizzonte nel quale pensare le nostre comunità, orizzonte a volte drammatico, soprattutto per chi viene dopo di noi, perché le opportunità non ci sono all’infinito e il tempo passa e, come cantava qualcuno, “il tempo perduto non si ritrova mai”. Abbiamo bisogno di una misericordia che Madeleine Delbrêl definiva “rivoluzionaria”. Diceva, negli anni della ricostruzione dopo la tragedia della seconda guerra mondiale, che “è necessario fare in modo che i cristiani non si lascino modellare da un ideale di misericordia al ribasso. Parlo di quei cristiani che sono medici o sono infermiere oppure operatrici sociali. E’ necessario che non si accontentino solo di un lavoro corretto che permetta loro di essere inseriti nelle categorie delle persone oneste e competenti. E’ necessario ritrovare il volto di Cristo in tutta la sua intensità. E’ necessario creare una misericordia rivoluzionaria all’interno di questa misericordia del giusto mezzo, da burocrati. Vale a dire che dal momento che si è cristiani non occorre aspettare di essere andato a Lourdes in pellegrinaggio nazionale per accorgersi che ci sono degli infermi, dei moribondi, degli esseri deformi; non occorre aspettare le inchieste sensazionali di qualche quotidiano per pensare che ci sta oggi una marea di sofferenza. Appena queste cose sono state comprese, poi, occorre sentire che abbiamo un cuore fatto per provare compassione, delle mani fatte per curare, delle gambe fatte per andare verso tutto ciò che soffre. Il mondo si contorce in mezzo a dolori quasi infiniti. Spetta alla Chiesa prendersene cura. La Chiesa è come una madre ansiosa alla porta di un ospedale in cui degli estranei curano i suoi figli. Da noi aspetta di potersi sedere accanto a tutti quei luoghi di dolore”. Sono parole che faccio interamente mie, con due considerazioni. Delbrêl ha fiducia nei cristiani, come Papa Francesco, che proprio nel Convegno nazionale di Firenze ricordava a tutti che abbiamo noi la metà della moneta con cui possiamo riconoscere il povero che è nostro figlio e che vogliamo riprendere con noi. Perché il povero ci appartiene, è figlio di questa madre che è la Chiesa e che siamo noi! E una madre non si da pace finché non ha trovato il suo figlio! Gli uomini nemmeno guardando le immagini di qualche quotidiano sembrano accorgersi dei dolori infiniti e scegliere di fare qualcosa! Noi non possiamo essere così! Pensate ad Alan, il bambino siriano di tre anni e adesso a Omran. Le loro foto sono un’icona, che ci comunicano tutto il dolore ingiusto dei bambini e dell’intero Paese, martiri innocenti di oggi. Sono immagini che hanno penetrato i nostri muri di protezione e distanza, ma sempre per poco tempo. La vicenda della Siria, di Aleppo, dei suoi cristiani e della convivenza, ci ammoniscono e ci sfidano ad essere più svegli, più forti, più determinati, più uniti, per avere una misericordia davvero rivoluzionaria, che cambia le cose, che lasci un’impronta (cfr Papa Francesco ai giovani a Cracovia) nella storia, liberandosi dal soggettivismo di un mondo narcisista, televisivo, sonnambulo, da “divano” ed entrare nella vita vera. Questa è misericordia! La seconda osservazione è che il cristiano affronta il male e le sue cause, le chiama per nome. Ad esempio non scappa dalla guerra, anzi dalle tante guerre, a pezzi, che possono fare illudere siano meno preoccupanti e che l’intelligenza di Papa Francesco ci aiuta a comprendere come ognuna sia in realtà mondiale. Ci sono tante macerie, conseguenze di una crisi terribile che ha ridotto molti alla povertà e i più poveri alla disperazione. Ecco, quando diciamo “tu sei il mio bene” vogliamo cercare il bene comune per un mondo pieno di sofferenze e per un’Europa che deve ritrovare il sogno di “un nuovo umanesimo europeo, cui servono memoria, coraggio, sana e umana utopia per essere capace di essere ancora madre, che si prende cura del bambino, che soccorre come suo fratello il povero e chi arriva in cerca di accoglienza perché non ha più nulla e chiede riparo”(Discorso in occasione del Premio Carlo Magno). Siamo in una svolta epocale e non possiamo porci con le misure modeste di sempre, con il fastidio della vita ordinaria o con prospettive mediocri! Dire “Tu sei il mio bene” ci richiede, e ci aiuta a trovare, sentimenti grandi, come quando siamo chiamati a difendere la vita, nei passaggi decisivi della nostra esistenza, di fronte alle grandi sfide. E forse questa prospettiva può liberare da una delle malattie frutto di una Chiesa che si chiude: quella dell’incapacità a parlarsi, di giudicare tutto e tutti con obsolete, ma resistentissime, geografie, comprese quelle di politica ecclesiastica. E sempre più mi sembra chiaro che la vera contrapposizione non è affatto tra conservatori e progressisti, ma tra la Chiesa prima di Pentecoste, chiusa e che non pensa di misurarsi con il mondo così com’è ed una Chiesa piena del fuoco dell’amore che la spinge ad uscire e parlare tutte le lingue del cuore degli uomini!
Questa ricerca del tu e del “bene” è la traduzione pratica della prospettiva per la Chiesa italiana indicata da Papa Francesco a Firenze. Vorrei, però, ricordare Benedetto XVI e rendere omaggio a questo Papa emerito (con buona pace a qualche irriducibile che non rende certo un buon servizio proprio a lui!), uomo coraggioso, che con intelligenza e libertà ha indicato una strada di rinnovamento, di lotta “alla sporcizia, alla superbia e all’autosufficienza” degli uomini di Chiesa, cercando di guardare al futuro. Negli ultimi mesi del suo pontificato volle celebrare il 50° anniversario del Concilio Vaticano II, constatando una “desertificazione spirituale, il vuoto diffuso” ed invitando proprio a partire dall’esperienza di questo deserto a “scoprire la gioia di credere, la sua importanza vitale per noi uomini e donne. Nel deserto si riscopre il valore di ciò che è essenziale per vivere; così nel mondo contemporaneo sono innumerevoli i segni, spesso espressi in forma implicita o negativa, della sete di Dio, del senso ultimo della vita. E nel deserto c’è bisogno soprattutto di persone di fede che, con la loro stessa vita, indicano la via verso la Terra promessa e così tengono desta la speranza”. Egli immaginava l’anno della fede, a 50 anni dal Concilio, come “un pellegrinaggio nei deserti del mondo contemporaneo, in cui portare con sé solo ciò che è essenziale: non bastone, né sacca, né pane, né denaro, non due tuniche - come dice il Signore agli Apostoli inviandoli in missione -, ma il Vangelo e la fede della Chiesa”. Ecco, rimetterci in viaggio.
Papa Francesco ci aiuta ad uscire e ci spinge a rimetterci in viaggio (perché senza uscire anche il viaggio diventa virtuale!). E’ una delle priorità che indica e sulle quali torna continuamente. Perché? Per le evidenti e diffuse resistenze a farlo, con tante e diverse giustificazioni; perché non vuole sia una delle tante esortazioni disattese o che vengono consumate rapidamente senza che incidano nel profondo, cioè nelle abitudini, negli schemi mentali, nei giudizi tanto più forti delle intenzioni e motivo del vero conservatorismo; per l’annacquare tutto vivendo senza priorità, agitandosi dietro a tante indicazioni e programmi tutti importanti, che diventano alla fine uguali e che ci lasciano uguali. Dobbiamo metterci in viaggio e vivere oggi, in un modo non celebrativo, la “rinnovata pentecoste”, la “sobria ebrietas” che fu dell’evento conciliare. A gennaio scorso, andai con alcuni preti di Bologna a trovare Mons. Capovilla a Sotto il Monte. Al termine del lungo colloquio, il centenario segretario di San Giovanni XXIII concluse, con una certa gravità unita sempre alla sua letizia confidente, che “non possiamo perdere quest’occasione, altrimenti la Chiesa diventa o un club o la Croce Rossa”.
Ogni Papa porta con sé un dono e offre un kairos. Viverlo non significa certo smentire chi lo ha preceduto o dire che non lo si era fatto prima. E’ la tentazione dei confronti e di cercare fratture ad ogni costo oppure, al contrario, ignorare le novità che si presentano come se tutto dovesse restare sempre uguale. Non a caso una delle preoccupazioni principali dell’Evangelii Gaudium è quella di una conversione pastorale capace di sconfiggere la tentazione del “si è sempre fatto così”. C’è un’opportunità oggi, nelle parole, nelle scelte, nel clima che le parole e i gesti di Papa Francesco hanno creato. La tentazione può essere quella di guardare con tiepidezza, di smorzare, di cercare la regola, di restare nel grigio, di non vivere la gioia del Vangelo e di questo momento di una nuova primavera. La regola è la passione per la Chiesa e per l’uomo! In fondo è il rischio di quei mai assenti “profeti di sventura”, che “annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo”, certo “accesi di zelo per la religione” ma che, chiariva San Giovanni XXIII, “non sono capaci di vedere altro che rovine e guai” mentre “sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza, che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini, e spesso al di là delle loro aspettative, e con sapienza dispongono tutto, anche le avverse vicende umane, per il bene della Chiesa”. Che senso ha restare a lamentarsi, rimpiangere il passato, credere di rianimarlo, chiudersi in spazi protetti? Nel mondo è nascosta la presenza di Dio e questa “non deve essere fabbricata, ma scoperta, svelata. Dio non si nasconde a coloro che lo cercano con cuore sincero, sebbene lo facciano a tentoni, in modo impreciso e diffuso” (EG 71).
Papa Francesco ci ammonisce di non essere collezionisti di novità e neppure di antichità. Cambiare oggi, cercare qualcosa di nuovo, non significa che prima abbiamo sbagliato tutto, ma che abbiamo capito di più o che oggi questo è il dono. Se la Chiesa ha al centro solo Cristo può guardare con occhi sempre nuovi la folla di uomini e donne alla quale deve dare da mangiare. Perché solo Gesù, con i suoi doni, ci aiuta ad avere un amore più forte delle nostre paure e delle misure, equilibrate o avare che siano. Vorrei leggere con voi alcune parole che disse Boulos Yazigi, vescovo greco ortodosso di Aleppo, e così rendere omaggio a lui e Mar Gregorios Ibrahim, vescovi di Aleppo, dei quali non si hanno notizie da quattro anni, rapiti non si da chi insieme, e a tutto quel popolo cui la guerra ha rapito la vita e la speranza. Diceva con grande saggezza evangelica: “Perché Caino ha ucciso Abele? Egli era suo fratello e senza dubbio gli indirizzava un certo amore, ma ha finito per esserne l’assassino! Caino amava il fratello. Ma amava di più se stesso. Non è importante che tu ami “molto”. Importa che tu “ami di più”. Si tratta maggiormente di donare che di ricevere. E’ la verità del dono più in favore dell’altro e meno per la propria soddisfazione. E’ l’amore casto che mira a donare e non a scambiare o a condizionare qualsiasi dono si faccia. E’ soltanto dentro un tale amore che diviene possibile l’amore per i nemici. Il fatto di amare veramente qualcuno non significa che lo amiamo “molto”, ma che lo amiamo, anche poco, ma “più” di noi stessi. Tu ami Dio? Allora ama come lui!”.
C’è urgenza di farlo. Dobbiamo vivere con la misericordia di una madre che vuole stare vicino al figlio che si contorce di dolore. Se dimentichiamo questo resteremo facilmente presi dalle logiche interne, diventiamo tutti (tutti) autoreferenziali. La Chiesa per sua natura non può vivere per se stessa, generata com’è da quel Dio che si è fatto dono e grazia. Tanto più in una generazione così segnata dall’individualismo che costruisce mondi chiusi, alla ricerca di muri e diffidente dei ponti. La Chiesa è un ospedale da campo perché il mondo è pieno di sofferenza. E vedere la sofferenza, ripeto, fa piangere e scegliere. Per questo dobbiamo stare vicino all’uomo: noi non capiamo il dolore se non lo tocchiamo e l’uomo ferito non sente la maternità della Chiesa, di cui ha un disperato bisogno, se non è raggiunto nei suoi sensi dall’amore di qualcuno. Occorre iniziare percorsi nuovi, per non restare - e sarebbe davvero paradossale - al chiuso, proprio parlando di periferie e di strada! In un’intervista alla Naciòn, Papa Francesco disse: “La Chiesa non vuole fare proselitismo perché la Chiesa non cresce per proselitismo ma per attrazione, come ha detto Benedetto. La Chiesa deve essere un ospedale da campo e uscire a curare ferite, come il buon samaritano. C’è gente ferita per disattenzione, per abbandono della Chiesa stessa, gente che sta subendo orrori. Mi piace usare l’immagine dell’ospedale da campo: ci sono persone ferite gravemente che stanno aspettando che andiamo a curare le loro ferite, ferite dovute a mille motivi. Bisogna uscire a curare queste ferite”.
Papa Francesco parla spesso della tentazione di stare nell’ospedale da campo però preoccupati solo di prendere la glicemia. E’ una Chiesa che non vuole salvare l’uomo ma svolgere un ruolo; che vive una misericordia mediocre, da funzionari; che vive il dovere e non la passione; che esce ma in fondo è come se stesse sempre al chiuso. Non guardiamo la sofferenza con gli occhi distanti del fariseo e del levita ma con quelli del samaritano nel primo ospedale da campo che fu la strada da Gerusalemme. I due erano per strada, in cammino, ma chiusi nelle loro regole e nelle abitudini. Si sentivano a posto, nonostante l’evidente indifferenza e il passare dall’altra parte di quel poveretto mezzo morto, proprio perché osservavano le regole! E poi, le cause di quella sofferenza, che dobbiamo combattere, le capisce solo chi se ne prende concretamente cura! Il samaritano avrà il coraggio di affrontare i banditi, perché ha fatto sua la sofferenza! Un attento e fine osservatore delle vicende della Chiesa mi domandava, alcuni mesi or sono, e lo faceva con una certa irritazione, quando sarebbe finito l’ospedale da campo e così finalmente la Chiesa avrebbe ripreso il suo ruolo. Ho avuto l’impressione che non si rendesse conto delle sfide umane poste ai cristiani, della sofferenza alla quale occorre fare fronte e di come per strada la Chiesa è sempre stata, non potrà mai essere assente ma senza che questo ne comprometta l’identità. Anzi. La Chiesa è certo maestra, ma proprio perché madre. E quando si mette a fare la maestra, ma non sa più essere madre, non genera più figli e li allontana! Un altro interlocutore, sinceramente preoccupato, si interrogava se non fosse pericoloso per l’identità stessa della Chiesa questo “perdersi” nella grandezza del mondo. Ma la nostra identità non è garantita da confini o verità astratte, ma dalla presenza di Gesù in mezzo ai noi, perché Lui, Lui solo è la verità. Papa Francesco ricorda spesso di evitare la tentazione di formule, programmi, sicurezze che pensiamo garantiscano noi e che in realtà ci allontanano assai dall’incontro con l’altro. Ha detto a Firenze: “Come pastori siate non predicatori di complesse dottrine, ma annunciatori di Cristo, morto e risorto per noi. Puntate all’essenziale, al kerygma. Non c’è nulla di più solido, profondo e sicuro di questo annuncio. Ma sia tutto il popolo di Dio ad annunciare il Vangelo, popolo e pastori, intendo”. La sua preoccupazione è quella di non fermarsi (Discorso alla CEI 19 maggio 2014) “sul piano - pur nobile - delle idee”, ma la Chiesa “inforchi occhiali capaci di cogliere e comprendere la realtà e, quindi, strade per governarla, mirando a rendere più giusta e fraterna la comunità degli uomini”. “Andate incontro a chiunque chieda ragione della speranza che è in voi: accoglietene la cultura, porgetegli con rispetto la memoria della fede e la compagnia della Chiesa, quindi i segni della fraternità, della gratitudine e della solidarietà, che anticipano nei giorni dell’uomo i riflessi della Domenica senza tramonto”. Non la salus idearum ma animarum!
Certo, avvertiamo istintivamente, confrontandoci senza difese con il mondo, come la Chiesa sia una minoranza. E qualche volta questa diventa quasi senza accorgersene un rifugio o una fortezza, orfana di una cristianità che non c’è più! Papa Benedetto XVI le chiedeva di essere creativa. Era sempre una scelta di non contrapposizione e di apertura alla secolarizzazione del mondo, nella convinzione che “la Chiesa ha un’eredità di valori che non sono cose del passato, ma sono una realtà molto viva ed attuale”. E’ facile chiudersi! A volte sembra indispensabile per non perdersi. Ci sentiamo sotto l’assedio della mentalità corrente e, per questo, sentiamo la necessità di confini certi, di distinzioni chiare per non essere confusi con altro o ridotti ad uno spazio individuale e soggettivo senza nessun rilievo nelle scelte comuni. Questi confini e queste distinzioni finiscono, però, anche con le migliori intenzioni, per diventare “un’ideologia vissuta” che, come dice Papa Francesco quando entra nell’intelligenza, del Vangelo non si capisce nulla”. “Così tutto viene interpretato nel senso del dovere piuttosto che nel senso di quella conversione alla quale ci invita Gesù. E quanti seguono la strada del dovere, caricano tutto sulle spalle dei fedeli. Gli ideologi falsificano il Vangelo. Ogni interpretazione ideologica, da qualsiasi parte venga, da una parte o dall’altra è una falsificazione del Vangelo. E questi ideologi — l’abbiamo visto nella storia della Chiesa — finiscono per essere intellettuali senza talento, eticisti senza bontà. E di bellezza non parliamo, perché non capiscono nulla”.
Invece la strada dell’amore, la strada del Vangelo è semplice: è quella strada che hanno capito i santi! I santi sono quelli che portano la Chiesa avanti, quelli che seguono la strada della conversione, la strada dell’umiltà, dell’amore, del cuore, la strada della bellezza”, disse in una omelia a Santa Marta. L’esperienza dimostra che la Chiesa, e quindi anche le nostre realtà, chiudendosi si ammalano e finiscono per essere molto più vulnerabili a quella che Newman chiamava la “religione del mondo”, la religione naturale in un’epoca civile, che Satana ha accortamente ornata e perfezionata fino a farne un idolo della verità”.
Già Paolo VI aveva indicato, nel suo discorso di chiusura al Concilio, come il sentimento verso il mondo era quello della “simpatia immensa”. “La religione del Dio che si è fatto uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? Uno scontro, una lotta, un anatema? Poteva essere; ma non è avvenuto. L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani (e tanto maggiori sono, quanto più grande si fa il figlio della terra) ha assorbito l’attenzione del nostro Sinodo. Anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo”.
Non è scontato. La simpatia verso tutto ciò che è umano non è compiacenza, giustificazione, passiva accettazione; non è non rendersi conto dei problemi o rinuncia a parlare al mondo o compiacerlo anche al prezzo di nascondere la verità (usata spesso piuttosto come arma, come corpo contundente credendo così di difendere o spiegare la nostra identità, rendendola invece solo antipatica e facendo allontanare da essa!). La simpatia permette di comunicare la nostra più grande verità che è l’amore. E la simpatia suscita simpatia, cioè richiesta, attenzione, fiducia; avvicina e si lascia avvicinare; apre un dialogo imprevisto e creativo e non già scritto come in un copione che sappiamo dove deve arrivare! A distanza di cinquanta anni, viviamo di nuovo proprio quell’entusiasmo e quella sfida. La proposta non è solo quella di una minoranza pur creativa ma di una Chiesa che si rimette a parlare con tutti, che allarga i confini perché nessuno è escluso, che vuole raggiungere tutti, che si pensa popolo.
La Chiesa in uscita, che ha trovato a Firenze un punto di partenza irrinunciabile, è segno di forte, mite e umile scelta di andare incontro all’uomo. Potremmo dire che indica la teologia dell’incontro e dell’incontro con tutti, credendo che tutti possano cambiare. Lo crediamo? E’ l’invito dell’apostolo che ricorda come Dio “vuole che tutti gli uomini siano salvati” (1Tm 2,4). L’incontro, di conseguenza, è con la persona e la sua realtà umana così come si presenta. Dobbiamo riconoscere che vecchi e nuovi muri hanno condizionato il nostro incontro con l’altro. I muri finiscono per farci credere vittime di assedi che non ci sono, ci fanno vedere l’altro come un nemico, ci fanno pensare necessario fare discorsi che non sono comprensibili e non aiutano. A Eugenio Scalfari, Papa Francesco, coltivando un dialogo per alcuni impossibile per altri inutile, scrisse che “la fede, per me, è nata dall’incontro con Gesù. Un incontro personale, che ha toccato il mio cuore e ha dato un indirizzo e un senso nuovo alla mia esistenza. Ma al tempo stesso un incontro che è stato reso possibile dalla comunità di fede in cui ho vissuto e grazie cui ho trovato l’accesso all’intelligenza della Sacra Scrittura, alla vita nuova che come acqua zampillante scaturisce da Gesù attraverso i Sacramenti, alla fraternità con tutti e al servizio dei poveri, immagine vera del Signore. Senza la Chiesa - mi creda - non avrei potuto incontrare Gesù, pur nella consapevolezza che quell’immenso dono che è la fede è custodito nei fragili vasi d’argilla della nostra umanità. Ora, è appunto a partire di qui, da questa personale esperienza di fede vissuta nella Chiesa, che mi trovo a mio agio nell’ascoltare le sue domande e nel cercare, insieme con Lei, le strade lungo le quali possiamo, forse, cominciare a fare un tratto di cammino insieme. Anche per questo la Chiesa e le nostre comunità non possono essere condomini oppure salotti dove l’urgenza è smorzata e l’inquietudine non spinge più ad andare incontro all’altro e ci sempre aspettare che sia lui a manifestare il suo bisogno” (19 gennaio 2014). Solo una rinnovata passione per uscire ci aiuterà “a mettere al posto della malizia l’innocenza, al posto della forza l’amore, al posto della superbia l’umiltà, al posto del prestigio il servizio”. Essere discepoli dell’Agnello significa non vivere come una “cittadella assediata”, ma come una città posta sul monte, aperta, accogliente e solidale. Vuol dire non assumere atteggiamenti di chiusura, ma proporre il Vangelo a tutti, testimoniando con la nostra vita che seguire Gesù ci rende più liberi e più gioiosi. La Chiesa dopo Firenze è invitata ad una lettura sinodale dell’Evangelii Gaudium, come programma “per i prossimi anni”. La sinodalità non è solo un obiettivo ma anche una scelta di comunione, prima che la ricerca di metodi di confronto (a volte ci piace fissarci più sul metodo, ma se non c’è comunione non è quello a garantirci uno spirito sinodale). Sinodalità significa coinvolgere tutti nella conversione pastorale che deve “trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di “uscita” e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia” (EG27). Credo che i movimenti abbiano rappresentato tanto questa realtà missionaria. Essi hanno la responsabilità, ma anche il carisma, cioè il dono, di aiutare tutta la Chiesa in questa conversione pastorale. Questo è possibile nella comunione, che mai limita l’identità di ciascuno, ma la pone in relazione con quel poliedro che è la Chiesa. Dobbiamo cercare, amare, difendere la comunione. Ce n’è ancora poca! Quanti protagonismi, soggettivismi, autosufficienze, la limitano e la rendono il regolamento triste di un condominio! Eppure resta una delle grandi consegne del Vaticano! Voi lo avete pure nel vostro nome!
Per questo occorre uscire. Ma non sarebbe meglio aspettare che vengano? Non ci indeboliamo? Non perdiamo autorità? Qual è la regola? Fino a dove?
Acutamente, proprio ai Cardinali Papa Francesco rivolse un discorso che ci aiuta a comprendere la sua prospettiva umana ed evangelica, capace di scandalizzare chi ha paura o non vuole cambiare niente, chi difende i sani e allontana i malati. (15 febbraio 2015). Parlava della guarigione del lebbroso e ricordava come la finalità della norma che lo escludeva dalla vita comune era quella di salvare i sani, proteggere i giusti: per salvaguardarli da ogni rischio, bisognava emarginare “il pericolo” trattando senza pietà il contagiato. “Gesù rivoluziona e scuote con forza quella mentalità chiusa nella paura e autolimitata dai pregiudizi. Egli, tuttavia, non abolisce la Legge di Mosè ma la porta a compimento (cfr. Mt 5, 17). Gesù, nuovo Mosè, ha voluto guarire il lebbroso, l’ha voluto toccare, l’ha voluto reintegrare nella comunità, senza “autolimitarsi” nei pregiudizi; senza adeguarsi alla mentalità dominante della gente; senza preoccuparsi affatto del contagio. Gesù risponde alla supplica del lebbroso senza indugio e senza i soliti rimandi per studiare la situazione e tutte le eventuali conseguenze! Per Gesù ciò che conta, soprattutto, è raggiungere e salvare i lontani, curare le ferite dei malati, reintegrare tutti nella famiglia di Dio. E questo scandalizza qualcuno! E Gesù non ha paura di questo tipo di scandalo! Egli non pensa alle persone chiuse che si scandalizzano addirittura per una guarigione, che si scandalizzano di fronte a qualsiasi apertura, a qualsiasi passo che non entri nei loro schemi mentali e spirituali, a qualsiasi carezza o tenerezza che non corrisponda alle loro abitudini di pensiero e alla loro purità ritualistica. Egli ha voluto integrare gli emarginati, salvare coloro che sono fuori dall’accampamento (cfr. Gv 10). Sono due logiche di pensiero e di fede: la paura di perdere i salvati e il desiderio di salvare i perduti. Anche oggi accade, a volte, di trovarci nell’incrocio di queste due logiche: quella dei dottori della legge, ossia emarginare il pericolo allontanando la persona contagiata, e la logica di Dio che, con la sua misericordia, abbraccia e accoglie reintegrando e trasfigurando il male in bene, la condanna in salvezza e l’esclusione in annuncio”. Gesù non cambia la legge, ma la porta a compimento, perché il compimento della legge è l’amore e la difesa della vita. La scelta è l’integrazione. “Sanare con determinazione e coraggio le ferite del peccato; rimboccarsi le maniche e non rimanere a guardare passivamente la sofferenza del mondo. La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno; di effondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero; la strada della Chiesa è proprio quella di uscire dal proprio recinto per andare a cercare i lontani nelle “periferie” essenziali dell’esistenza; quella di adottare integralmente la logica di Dio; di seguire il Maestro che disse: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Lc 5, 31-32). Guarendo il lebbroso, Gesù non reca alcun danno a chi è sano, anzi lo libera dalla paura; non gli apporta un pericolo ma gli dona un fratello; non disprezza la Legge ma apprezza l’uomo, per il quale Dio ha ispirato la Legge. Infatti, Gesù libera i sani dalla tentazione del “fratello maggiore” (cfr. Lc 15, 11-32) e dal peso dell’invidia e della mormorazione degli “operai che hanno sopportato il peso della giornata e il caldo” (cfr. Mt 20, 1-16). Di conseguenza: la carità non può essere neutra, asettica, indifferente, tiepida o imparziale! La carità contagia, appassiona, rischia e coinvolge! Perché la carità vera è sempre immeritata, incondizionata e gratuita! (cfr. 1 Cor 13). La carità è creativa nel trovare il linguaggio giusto per comunicare con tutti coloro che vengono ritenuti inguaribili e quindi intoccabili. Trovare il linguaggio giusto: il contatto è il vero linguaggio comunicativo, lo stesso linguaggio affettivo che ha trasmesso al lebbroso la guarigione. Quante guarigioni possiamo compiere e trasmettere imparando questo linguaggio del contatto! Era un lebbroso ed è diventato annunciatore dell’amore di Dio. Dice il Vangelo: “Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto” (Mc 1, 45).
Mi sembra questa la prospettiva di Papa Francesco: aiutare i sani ad aprirsi, anche a costo di scandalizzarli (e mi sembra che qualche scandalo non manchi, accompagnato da paure e giudizi!), insegnando a guardare il lebbroso, a non essere chiusi, a portare a compimento la legge di Mosè. E mi sembra anche che l’entusiasmo, l’ascolto, la simpatia di tanti verso Papa Francesco ci deve interrogare perché rivela una domanda di cui poco c’eravamo accorti o che era sepolta sotto i nostri giudizi o era inespressa perché non offrivamo occasioni per esprimersi. Per fare questo occorre superare i confini, o forse, direi, esserne interiormente liberi: a volte sono le nostre identità vissute come contrapposizione, altre volte frontiere di vecchi retaggi che interpretano con le categorie comode del passato che non ci fanno rendere conto delle vere domande e della condizione dell’uomo che incontriamo; altri sono i confini dei ruoli e delle convenienze. Quello che la Chiesa dopo Firenze vuole vivere è la serena certezza che l’incontro con l’altro lo cambierà ed è creativo. Il fatto cristiano - cioè un Vangelo che non resta teoria, etica ma diventa prassi, storia, carne - avviene nell’incontro. Solo uscendo con gioia e con misericordia ritroviamo il gusto del nostro primo incontro, imprevisto, che ha cambiato la vita di tanti di noi. In fondo la proposta è tornare all’amore dell’inizio (Ap 2,4), con lo stupore e l’ingenuità di credere che il mondo possa cambiare, libero dalla contrapposizione che respinge o sconsiglia l’altro ad avvicinarsi e con la serena maturità del credente, che sa parlare a tutti, con l’entusiasmo del testimone. Se non c’è l’incontro si finisce per essere indifferenti, pre-compresi prima ancora di parlare (poi la responsabilità è loro oppure nostra?), facilmente finiamo per pensare allo scontro e a vedere problemi che non ci sono. Altro che “tu sei un bene per me”!
Questo non può avvenire “in laboratorio”. E’ un’espressione che Papa Francesco usa spesso. La nostra tentazione è in effetti quella di risolvere il problema con i programmi, lontani dal contatto reale. I laboratori ci fanno credere più all’asettica trasmissione di una fede senza paternità e fraternità, che alla povera, umile concretezza della vita! I laboratori danno sicurezza; sembra ci evitino i rischi di essere ammaccati; appaiono più rispettosi della verità. “Bisogna conoscere la realtà per esperienza, dedicare un tempo per andare in periferia per conoscere davvero la realtà e il vissuto della gente. Se questo non avviene, allora ecco che si corre il rischio di essere astratti ideologi o fondamentalisti, e questo non è sano” (Incontro con i religiosi). Così si imita Gesù, cioè si è cristiani: “Gesù è andato verso tutti, proprio tutti. Io non mi sentirei affatto inquieto andando verso la periferia: non sentitevi inquieti nel rivolgervi a chiunque”. E’ proprio il programma fin dal suo primissimo discorso all’udienza, appena eletto. Disse: “Gesù ha parlato a tutti, senza distinzione, ai grandi e agli umili, al giovane ricco e alla povera vedova, ai potenti e ai deboli; ha portato la misericordia e il perdono di Dio; ha guarito, consolato, compreso; ha dato speranza; ha portato a tutti la presenza di Dio che s’interessa di ogni uomo e ogni donna, come fa un buon padre e una buona madre verso ciascuno dei suoi figli”.
Il primo incontro deve essere quello con i poveri. Non si può amare tutti se non si amano per primi i poveri. Il cristiano si riconosce se sta dalla parte dei suoi fratelli più piccoli. E non i poveri che scegliamo noi ma quelli che le tragedie della vita ci fanno incontrare. L’insistenza del Papa sui profughi, ad esempio, ci aiuta ad entrare nella realtà, per rompere la “bolla di sapone” che fa osservare tutto credendo non ci riguardi e ci libera dalla tentazione di classificare invece di aiutare. “A tutta la Chiesa italiana raccomando ciò che ho indicato in quella Esortazione: l’inclusione sociale dei poveri, che hanno un posto privilegiato nel popolo di Dio, e la capacità di incontro e di dialogo per favorire l’amicizia sociale nel vostro Paese, cercando il bene comune”. Il legame con i poveri deve essere personale, non si delega e coinvolge tutta la comunità. Qualche volta abbiamo creduto che ci fossero gli esperti che se ne occupavano! La caritativa è per tutti e non finisce! E poi è un rapporto di amore, non funzionale. I poveri non sono utenti, degli assistiti. Sono fratelli, che ci aiutano, come avvenne per il lebbroso, a scoprire la presenza di Cristo. “I poveri conoscono bene i sentimenti di Cristo Gesù perché per esperienza conoscono il Cristo sofferente”. «Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche a essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro» (Evangelii gaudium, 198)”.
L’amicizia con i poveri nutre la nostra fede e spesso l’amicizia con loro e la testimonianza che ci offrono della loro debolezza e fragilità ci aiuta a cambiare. Anche verso i poveri abbiamo creduto più ai programmi che all’amicizia. Certo, c’è anche una necessaria dimensione organizzativa ed una specializzazione. Ma se perdiamo il legame con la preghiera e con la fraternità, e smettiamo di amarli come i fratelli più piccoli e di pensarli “nostri”, rischiamo di ridurci ad una agenzia che eroga servizi. Tutti i poveri sono nostri e tutti i fratelli li devono sentire come loro.
Infine. A Firenze Papa Francesco ci ha indicato tre caratteristiche del cristiano. Queste e non altre. E queste oggi, non in un’etica sempre uguale e lontana dalla vita. “Umiltà, disinteresse, beatitudine”. Mi sembra una proposta così chiara. Il motivo? “Non dobbiamo essere ossessionati dal “potere”, anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale all’immagine sociale della Chiesa”. Sappiamo quanti sono i guasti che questo porta, anche e sempre con le migliori intenzioni. Al contrario quanta libertà, quanta vera comunione è generata dall’umiltà, che libera dalla facile presunzione che allontana molti o li sconsiglia di chiedere e avvicina quelli che hanno solo interessi, spesso in solido. L’umiltà è disponibile; non fa sentire gli altri alunni di maestri che non scaldano il cuore e il Vangelo che dà la bella notizia, che non smette di stupire proprio per questo, è ridotto ad una lezione. L’umiltà permette di vedere da vicino le ferite e ci rende raggiungibili da tutti; è semplice e tocca il cuore, non fa paura. Dicevano i Padri del deserto: “Qualsiasi fatica senza l'umiltà è vana. L'umiltà è, infatti, il precursore dell'amore; come Giovanni era precursore di Gesù e attirava tutti a lui, così anche l'umiltà attira all'amore, cioè a Dio stesso, perché Dio è amore”. Il disinteresse permette di fare capire - senza dirlo! - il motivo del dono; rivela la grandezza del cristiano che, misero com’è, sempre una “povera voce”, rende ricchi tutti; è gratuità in un mondo dove tutto ha un costo; è aiuto senza proselitismo e proprio per questo convincente, che si affida alla grazia e non alle opere. Ricorda Manzoni: “Si dovrebbe pensare più a far bene, che a star bene: e così si finirebbe anche a star meglio”; e “Fate del bene a quanti più potete e vi seguirà tanto più spesso d'incontrar de' visi che vi mettano allegria”. Questo è possibile solo se non c’è un interesse! La beatitudine, cioè la gioia della nostra vita, è andare “allegramente” verso gli altri, perché pieni di gioia. E questa attrae e diventa entusiasmo. “L’entusiasmo è contagioso. Ma voi sapete da dove viene questa parola: entusiasmo? Viene dal greco e vuol dire «avere qualcosa di Dio dentro» o «essere dentro Dio». L’entusiasmo, quando è sano, dimostra questo: che uno ha dentro qualcosa di Dio e lo esprime gioiosamente”. Invece “quando prevale una logica difensiva, di paura rischiamo di mettere al centro la Chiesa e non Gesù e dove lo incontriamo nella periferia”. «Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti» (EG, 49).
La proposta di Firenze è allora una Chiesa che ritrova la passione di essere movimento, lievito per tutta la massa, che supera i confini e parla, incontra, guarda tutti con gli occhi e la misericordia di una madre, capace di quella tenerezza attraente, eloquente, prossima. Altrimenti ci ritroviamo, senza nemmeno accorgercene, presi dalla tentazione pelagiana, cioè “avere fiducia nelle strutture, nelle organizzazioni, nelle pianificazioni perfette perché astratte”. E’ quella che ci porta “ad assumere uno stile di controllo, di durezza, di normatività. La norma dà al pelagiano la sicurezza di sentirsi superiore, di avere un orientamento preciso. In questo trova la sua forza, non nella leggerezza del soffio dello Spirito. Davanti ai mali o ai problemi della Chiesa è inutile cercare soluzioni in conservatorismi e fondamentalismi, nella restaurazione di condotte e forme superate che neppure culturalmente hanno capacità di essere significative. La dottrina cristiana non è un sistema chiuso incapace di generare domande, dubbi, interrogativi, ma è viva, sa inquietare, sa animare. Ha volto non rigido, ha corpo che si muove e si sviluppa, ha carne tenera: la dottrina cristiana si chiama Gesù Cristo”. “Così, centrati in Cristo e nel Vangelo, voi potete essere braccia, mani, piedi, mente e cuore di una Chiesa in uscita. La strada della Chiesa è uscire per andare a cercare i lontani nelle periferie, a servire Gesù in ogni persona emarginata, abbandonata, senza fede, delusa dalla Chiesa, prigioniera del proprio egoismo”.
In ogni inizio non c’è risposta a tutto (quanto diventiamo incomprensibili quando investiamo di piccole Summae teologiche invece di comunicare l’amore di Gesù, quando vogliamo spiegare tutto invece di credere che la grazia tocca il cuore, quando vogliamo essere sicuri che aderisce a noi come se la Chiesa chiedesse una ferma come l’esercito!) ma la serena, ferma convinzione che il Vangelo è la risposta. E’ quello che ha sempre vissuto don Giussani, come vi ha ricordato proprio Papa Francesco, “incontro non con un’idea ma con una Persona, con Gesù Cristo. Così Giussani ha educato alla libertà, guidando all’incontro con Cristo, perché Cristo ci dà la vera libertà Gli apostoli si sentirono guardati fin nel profondo, conosciuti intimamente, e questo generò in loro una sorpresa, uno stupore che, immediatamente, li fece sentire legati a Lui. Gesù Cristo ci precede sempre; e quando noi arriviamo, Lui stava già aspettando. Lui è come il fiore del mandorlo: è quello che fiorisce per primo, e annuncia la primavera”.
Allora, crediamo nell’amicizia, anche se può apparire inutile! Ha bisogno di tempo e i frutti a volte arrivano dopo, ma arrivano sempre. Dobbiamo avere il culto dell’amicizia con tutti, perché questa è la prima comunicazione del Vangelo e ci aiuterà a comprendere il prossimo. Non un’amicizia strumentale, a tempo, selettiva, condizionata, ma primo ponte che permette l’incontro. Una rete di amicizia, umile, disinteressata, gioiosa, credendo nella grazia misteriosa che accompagna e protegge la Chiesa quando parla e non si spaventa delle cose grandi.
Mi piace concludere con le parole, che tanto mi commossero, pronunciate da don Giussani nel 1998 davanti a San Giovanni Paolo II in piazza San Pietro. “Che cosa l’uomo potrà dare in cambio di sé?. (Mt 16,26). Nessuna domanda mi sono sentito rivolgere così, che mi abbia lasciato il fiato mozzato, come questa di Cristo! Solo Cristo si prende tutto a cuore della mia umanità. Il Mistero come misericordia resta l’ultima parola anche su tutte le brutte possibilità della storia. Per cui l’esistenza si esprime, come ultimo ideale, nella mendicanza. Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo”. Siamo tutti mendicanti di speranza e come tali tutti possiamo metterci in viaggio per incontrare tanti e scoprirla di nuovo con loro. E’ la bellezza di questa stagione della Chiesa davanti alla tante sfide del mondo. E’ la nostra gioia di umili operai della messe, mendicanti di vita e di futuro. Scopriremo tanti tu, quei tu che sono il nostro bene.

DAVIDE PERILLO:
Credo che questo applauso dica tutto, dica tutta la gratitudine che abbiamo. Io avrei anche tante domande ma credo grazie a Dio che ci saranno altre occasioni per incontrare Sua Eccellenza e fargliele, quindi ringraziamolo, ringraziamolo come stiamo facendo per il regalo che ci ha fatto. Mi limito a sottolineare due cose brevissime. Credo che quello che abbiamo non solo sentito ma che stiamo vedendo oggi, perché la faccia di Sua Eccellenza dice quello che ha detto con le parole, sia importante perché ci aiuta a capire una volta di più che la misericordia non è una faccenda spirituale, sentimentale. E’ quello che permette di trattare, di guardare la realtà per quello che è veramente. Il collirio, diceva Sua Eccellenza, permette di vedere, rimettere le cose al loro posto, trattare la realtà per quello che è veramente, conoscerla, scoprire l’altro. E allora, di fronte a questo richiamo così pressante, insistente, accorato, tenace, che il Santo Padre ci sta facendo, come ci ha detto e come ci ha ricordato Sua Eccellenza oggi, noi dobbiamo scegliere se restare seduti sul divano, o in cucina a cucinare carciofi, se vogliamo giocarci nella realtà, se vogliamo cogliere la grande opportunità che questo momento ci sta offrendo. Sua Eccellenza ha usato questa espressione: c’è una grande opportunità, il Papa ci sta offrendo una grande opportunità, ma il contesto storico, il mondo ci sta offrendo una grande opportunità per tornare all’essenziale. Come dice il Santo Padre: “Per ritrovare la passione di essere movimento, per guardare il mondo con una simpatia immensa”. Noi dobbiamo decidere se restare con la nostra mezza moneta in mano o se spenderla andando a cercare l’altra metà, e guadagnarci noi. Ma se non stiamo al mondo come quella madre che aspetta fuori dalla porta ansiosa che il figlio sia curato e lo va a cercare dentro, se non stiamo al mondo così, cosa ci stiamo a fare? Allora noi vogliamo seguire e imparare da chi al mondo ci sta così, e quindi siamo grati ancora una volta a Sua Eccellenza perché la sua faccia trasmette la gioia che noi vogliamo vivere e portare nel mondo a tutti. Grazie ancora a Sua Eccellenza Monsignor Zuppi e grazie a tutti voi e buon proseguimento del Meeting, dove avremo tante occasioni per vedere queste cose in atto. Grazie ancora.