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PRESENTE E FUTURO DELL’EUROZONA

Incontri Sala Illumia B1
In collaborazione con CIGI (Centre for International Governance Innovation, Canada). Partecipano: Daniel Gros, Direttore CEPS (Centre for European Policy Studies), Belgio; Jacques Mistral, Direttore del Dipartimento Economico dell’IFRI (Istituto Francese di Relazioni Internazionali), Francia; Riccardo Ribera d’Alcalá, Direttore Generale presso la Direzione Generale delle Politiche Interne del Parlamento europeo. Introduce Domenico Lombardi, Direttore Global Economy Department presso il CIGI (Centre for International Governance Innovation), Canada.

Trascrizione dell'evento

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Trascrizione dell'evento

DOMENICO LOMBARDI:
Buon pomeriggio a tutti, sono Domenico Lombardi del Centre for International Governance Innovation del Canada. Da parte mia e degli organizzatori vorrei darvi un caloroso benvenuto a questa sessione sull’Eurozona che è ormai diventata un appuntamento fisso del Meeting. Pensiamo al tema del Meeting, “Tu sei un bene per me”: non esiste altro esempio al mondo e nella storia di un gruppo di Paesi che volontariamente accetta limitazioni anche significative alla propria sovranità, accettando di condividere il mercato, la moneta e la supervisione sulle banche, come hanno fatto i diciannove Paesi dell’Eurozona. Eppure è proprio la ricerca di un’interdipendenza sostenibile: un percorso iniziato parecchi anni fa che ha imposto costi elevati. Lo sappiamo bene in Italia, dove abbiamo perso almeno dieci punti di reddito aggregato, dall’inizio della crisi debitoria. La ricerca di un’interdipendenza sostenibile tra i Paesi europei, in particolare tra i Paesi dell’Eurozona, è dovuta alle politiche economiche non equilibrate di alcuni Paesi membri, ma anche all’incompletezza di questo esperimento, che priva l’Eurozona di quelle leve e di quei poteri che sono propri di uno Stato sovrano nel mitigare gli effetti delle crisi. Per parlare non solo del presente ma soprattutto del futuro dell’Eurozona, di cui l’Italia è una delle principali economie, abbiamo invitato tre relatori che ricoprono o hanno ricoperto incarichi significativi in istituzioni europee, nazionali e internazionali, compresi istituti di ricerca di primaria importanza. Alla mia estrema destra c’è Riccardo Ribera d’Alcalà, Direttore generale presso il Parlamento europeo che supervisiona il lavoro di staff delle Commissioni parlamentari che si occupano di politiche domestiche dell’UE e quindi in pratica quasi di tutto: economia monetaria, economia finanziaria, occupazione, istruzione e mercato unico. Alla mia sinistra, c’è Jacques Mistral, Responsabile degli istituti economici di uno dei principali think tank, un istituto di ricerca francese, l’IFRI, l’Istituto Francese di Relazioni Internazionali. E’ stato di recente professore di Politica economica alla Kennedy School of Government dell’università di Harvard e in precedenza è stato Consigliere speciale dell’allora Ministro dell’Economia e delle Finanze francesi Laurent Fabius. Prima ancora, è stato Consigliere economico dell’allora Primo Ministro francese Michel Rocard. Infine, alla mia destra, Daniel Gros, il direttore della CEPS o Centro Studi di Politica economica europea di Bruxelles. Daniel Gros è anche Consigliere economico del Parlamento europeo, membro del Comitato scientifico consultivo del Comitato europeo per rischio sistemico ed è membro del gruppo di eminenti economisti europei Euro Fifty. Ha ricoperto vari incarichi: è stato funzionario presso il Fondo Monetario Internazionale di Washington, molti lo conoscono per i suoi articoli, anche in italiano ha scritto numerosi libri, pubblicazioni scientifiche e professionali sull’ Eurozona, sull’Europa, sulle politiche macroeconomiche, sulla finanza pubblica e infine sui mercati bancali e finanziari. Suggerirei ai relatori di fare un intervento di apertura di non più di dodici minuti e poi, al termine degli interventi di apertura, avremo una conversazione con delle domande che porrò ai relatori sulla base dei loro interventi. Dottor Ribera d’Alcalà, inizierei con lei se vuole offrire una visione dalla postazione privilegiata del Parlamento europeo dove lavora.

RICCARDO RIBERA D’ALCALÁ:
Grazie, ringrazio per l’invito rivoltomi a partecipare a questo incontro dedicato all’eurozona. Ormai sta diventando una tradizione seguire queste tematiche a conferma, devo dire, di un’attenzione costante che il Meeting rivolge alle problematiche europee, fornendo degli strumenti di giudizio che contribuiscono a un dibattito e anche a formare una coscienza europea e una consapevolezza al di là di luoghi comuni e conformismi. Farò alcune considerazioni, a titolo personale, anche se inevitabilmente esse tengono conto della mia esperienza nell’ambito di un’Istituzione europea. Nella sua introduzione Domenico si è riferito all’incompletezza dell’euro. Effettivamente il percorso della moneta unica, credo non sia ancora terminato, anche se questa moneta ha già dato prove di stabilità negli anni, l’Euro è attualmente la moneta di 337 milioni di cittadini, di diciannove paesi, con alcuni vantaggi e caratteristiche tipiche di una moneta unica, quindi in termini di soppressione dei costi di cambio, di trasparenza dei prezzi, di agevolazioni degli scambi transfrontalieri, ma ha rappresentato anche un fattore di stabilità durante la crisi quando i nostri paesi sono stati sottoposti a grandi pressioni da movimenti speculativi. A volte bisogna chiedersi come saremmo finiti se l’euro non ci fosse stato. Tuttavia è chiaro che dopo un periodo di relativa stabilità, gli anni della crisi hanno rilevato molte pressioni sull’euro e quello che era in realtà un obiettivo iniziale, ovvero garantire la convergenza, non si è realizzato; anzi abbiamo talvolta assistito a delle divergenze che si sono create in termini di aumento del disavanzo, di divergenze di competitività, di gravi disfunzioni del settore bancario. Per spiegare alcune di queste deficienze bisogna fare un passo indietro e risalire quindi alla creazione dell’euro. In quel momento, ben prima del trattato di Maastricht che data del 1992, quando ancora si rifletteva sulla futura creazione della moneta unica e del suo futuro assetto istituzionale, ci si chiedeva se questa moneta potesse funzionare in assenza di una vera autorità, di uno stato o senza una vera autorità federale. E in realtà si scelse un modello intermedio, un compromesso, per cui si è creata un’Unione monetaria basata su una politica monetaria centralizzata gestita dalla Banca Centrale Europea, ma al tempo stesso un semplice coordinamento delle politiche economiche e di bilancio dei vari Stati membri; e vedremo che questo ha prodotto numerose conseguenze negli anni. Vi erano però due pilastri sui quali l’euro si basava: il rispetto dei parametri del deficit e del debito - la famosa soglia del 3 per cento del PIL per il deficit e del 60 per cento del PIL per il debito pubblico. Ma c’era anche un altro principio: il divieto di “bail-out” degli Stati in difficoltà da parte degli altri Stati dell’UE, che non possono quindi soccorrere o coprire i debiti contratti degli Stati in difficoltà finanziaria; principio che vale anche per la Banca Centrale Europea. L’assetto iniziale del trattato di Maastricht “scommetteva” anche su un altro aspetto: sulla capacità del mercato. Si riteneva che questo forte elemento di disciplina finanziaria e gli effetti positivi del mercato unico potessero automaticamente comporre le divergenze economiche tra gli Stati membri, ciò che con la crisi si è rivelato sbagliato. La crisi ha mostrato la forte interdipendenza dei vari Stati tra di loro; ma ha anche evidenziato un problema di mancata internalizzazione nei singoli paesi degli effetti che la moneta unica creava, di questa forte interdipendenza tra gli Stati membri. E in qualche modo evidenziava anche la mancanza di un controllo politico, un insufficiente controllo politico e democratico sui movimenti finanziari in Europa. Ci si è affidati in un primo momento ai mercati, e si era in balia di essi. La reazione dell’UE è stata molto attiva, molto decisa per contrastare questi effetti negativi. Poi vedremo se si è andati veramente all’origine del problema.
Un primo obbiettivo era quello di contrastare i movimenti speculativi; ed è chiaro che una gestione molto disinvolta della finanza, talvolta anche a rischio di compromettere gli interessi della persona, ha causato molti danni. Per cui uno dei primi obiettivi è stato quello di disciplinare i mercati finanziari, i prodotti finanziari rischiosi come gli “hedge-funds”, porre limiti ai bonus dei banchieri, regolamentare le famose agenzie di rating, creando anche un meccanismo europeo di supervisione. Peraltro il Parlamento europeo ha votato a grande maggioranza anche a favore di una tassa sulle Transazioni finanziarie. Qui non posso non far riferimento a quanto recentemente affermato da Papa Francesco nel suo discorso, pronunciato in occasione del conferimento del premio Carlo Magno, quando si riferiva a “un’economia liquida” e incoraggiava il passaggio da un’economia liquida a un’economia sociale, a “un’economia sociale di mercato”, che è anche una delle basi della costruzione europea: “Passare da un’economia che punta al reddito e al profitto in base alla speculazione e al prestito a interesse, ad un’economia sociale che investa sulle persone, creando posti di lavoro e qualificazione” . Penso che siano dei principi che si debba sempre tener presenti, accanto ai parametri economici e macroeconomici di cui abbiamo parlato.
Menziono ora velocemente alcuni degli strumenti che sono stati messi in opera: il famoso Semestre europeo, che non è altro che un coordinamento delle politiche di bilancio degli Stati membri, in preparazione dei bilanci nazionali; il rafforzamento del Patto di stabilità e crescita sia nella fase preventiva, nella quale si preparano quelli che sono gli obbiettivi di stabilità degli Stati, ma anche nella fase correttiva, quando si constata un’eventuale violazione di questo patto. Per quanto riguarda il Parlamento europeo nell’ambito del “Six-Pack” e del “Two-Pack”, che sono i due impianti legislativi che hanno regolato queste questioni, si è anche creato un “dialogo economico” nell’ambito della commissione parlamentare competente, che è la Commissione economica e monetaria, presieduta da un italiano, Roberto Gualtieri. E, queste cose magari non si sanno sempre in Europa, questa commissione svolge un ruolo importante riconosciuto in questi atti legislativi: tra l’altro, può invitare alle sue riunioni il Presidente del Consiglio, la Commissione, il Presidente del Consiglio europeo, il Presidente dell’Eurogruppo proprio per discutere di queste materie e dell’applicazione di queste misure. Poi c’è il famoso “Fiscal-compact”, Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance, che ha avuto come obbiettivo di inserire la “golden rule” della parità di bilancio nelle costituzioni degli Stati firmatari e definire anche le modalità per poter soccorrere gli Stati in difficoltà tramite il Meccanismo europeo di stabilità, che in realtà non è un meccanismo comunitario ma è un meccanismo istituito da un trattato sottoscritto dai vari paesi. E infine, l’Unione bancaria, con un Meccanismo Unico di Vigilanza che fa capo alla Banca Centrale Europea, un Meccanismo di Risoluzione unico delle banche e un Meccanismo di Ricapitalizzazione delle stesse. L’obbiettivo era quello di assicurare che la supervisione bancaria diventasse più indipendente, più omogenea e più credibile.
C’era anche la necessità di stimolare gli investimenti. Questo è stato fatto con una prima iniziativa promossa dalla Commissione europea nell’ambito del piano Junker e adottata dal Parlamento europeo e dal Consiglio, che crea un Fondo europeo per gli investimenti strategici, con l’obbiettivo di mobilitare investimenti per 315 miliardi di euro in 3 anni, sulla base di un finanziamento iniziale da parte dell’UE ma che conta molto sull’effetto moltiplicatore di questo strumento, che ha finora già finanziato 78 progetti a livello europeo, concluso 188 accordi di finanziamento, che dovrebbero avere un effetto moltiplicatore e ricadute su 150 mila piccole e medie imprese. Peraltro l’Italia figura tra i primi beneficiari, e 10 progetti strategici di grande importanza sono stati già finanziati. Tuttavia queste riforme non hanno ancora prodotto gli effetti sperati; ovviamente bisogna dare il tempo a questi strumenti di poter operare.
In realtà dobbiamo constatare che l’Eurozona soffre ancora di un “deficit di convergenza”, con una scarsa competitività da parte di alcuni paesi, scarsa produttività, una disoccupazione che si aggira attorno a 20 milioni di disoccupati nell’UE, un deficit di crescita. Sono recenti gli ultimi dati diffusi sul PIL e sulla crescita europea, se ne è parlato molto in Italia; sono dati di crescita ancora relativamente modesti. Per quanto si riferisce alla crescita, ho anche notato nei giorni scorsi che i dati sull’evoluzione del PIL sono arrivati quasi congiuntamente ad altri dati, quelli sulla tendenza demografica dei nostri paesi e in particolare dell’Italia che si attesta, con tasso di fecondità di 1,35 figli per donna, quasi come il paese con il tasso di natalità più basso; addirittura, pare, in seguito all’alto numero di decessi verificatesi nel 2015, con un “saldo negativo” di 150 mila unità. I prossimi anni vedranno anche una sensibile alterazione del rapporto tra persone attive e persone che sono in età pensionabile. Recentemente uno studio diffuso dal Fondo monetario internazionale (il Global Economic Forum) indicava anche che c’è un progressivo invecchiamento della classe lavoratrice, che i lavoratori dai 55 ai 64 anni aumenteranno sensibilmente nei prossimi anni, e che questo potrebbe incidere anche riducendo di un quarto l’incremento della produttività attuale. Quello che mi ha un po’ sorpreso è il “rimedio” che questo studio sembrava accreditare contro questa tendenza. “Ma c’è una buona notizia” – segnalava il blog del Global Economic Forum -: il miglioramento delle cure mediche e la formazione professionale potrebbe migliorare la produttività di questa parte della popolazione in fase di invecchiamento. Questa è la conclusione che questo studio sembrava trarre in termini di “policy options”.
Ma a livello europeo sono state assunte varie iniziative per andare un po’ più alle origini di queste divergenze. Innanzitutto avrete forse sentito parlare della “relazione dei Cinque presidenti”: gli autori di questo documento sono il presidente della Commissione Junker, il Presidente del Consiglio europeo, il Presidente dell’eurogruppo, il Presidente della Banca Centrale Europea, il Presidente Schulz del Parlamento europeo. Questo documento propone un processo in varie fasi, che a partire dagli strumenti attuali vuole arrivare a un approfondimento e rafforzamento delle politiche di competitività, di occupazione, di crescita, al completamento dell’Unione bancaria, alla creazione di un sistema europeo di garanzia dei depositi, in modo quindi da rafforzare la resilienza contro le crisi future e superare le fragilità dei sistemi nazionali, al varo dell’Unione dei mercati dei capitali. Bisogna dire che il lancio dell’Unione dei mercati dei capitali è molto importante, perché in Europa vi è una dipendenza eccessiva dal settore bancario con l’80% dei finanziamenti, in maniera molto diversa rispetto a quello che si verifica negli Stati Uniti.
Poi vi è una seconda fase più ambiziosa che potrebbe portare a dei cambiamenti nell’architettura istituzionale ed arrivare a creare una vera Tesoreria europea che diventerebbe responsabile per amministrare questa politica economica, ma anche per attivare degli strumenti di intervento in termini finanziari. Questa discussione è in corso anche in seno al Parlamento Europeo che sta elaborando in particolare una relazione delle Commissioni Economica Monetaria e di quella per il Bilancio, e un’altra sugli aspetti istituzionali, sulla cosiddetta “capacità di bilancio autonoma dell’Eurozona”. Va detto a tal proposito che alle origini dell’Unione Europea c’erano state due relazioni in preparazione della Moneta Unica, il rapporto Werner del 1970 e il rapporto MacDougall nel 1977 le quali affermavano che un’Unione monetaria non sarebbe stata sostenibile senza disporre di un’adeguata capacità di bilancio per poter assorbire le divergenze economiche e i vari “shock” che si potevano creare tra i vari Paesi. Obbiettivo quindi di questa capacità di bilancio autonoma dell’Eurozona potrebbe essere quello di incentivare la convergenza tra i vari Paesi, intervenire per assorbire quelli che in economia si chiamano shock congiunturali sistemici, ma anche per contrastare quelli asimmetrici, cioè quando si producono delle condizioni economiche avverse che colpiscono in maniera diversa i vari Paesi. Un‘autentica Unione economica e monetaria dovrebbe essere poi dotata di una Tesoreria della zona euro che dovrebbe esercitare responsabilità macroeconomiche e finanziarie in un processo decisionale collettivo. Ci sono varie ipotesi su dove e come questa Tesoreria dovrebbe essere creata. C’è un’idea volta a collegarla alla Presidenza dell’Eurogruppo e ad inserirla nell’ambito della Commissione Europea. Comunque si tratta di ipotesi in corso di valutazione, ma che potrebbero garantire effettivamente un intervento molto più incisivo dell’Unione Europea proprio per correggere quelle divergenze economiche nell’eurozona. Si pensa anche alla creazione di uno “Schema europeo di assicurazione contro la disoccupazione” che potrebbe fungere da elemento stabilizzatore per attutire gli effetti negativi dell’andamento ciclico dell’economia sull’occupazione nei vari Paesi. In una situazione di crisi, il rischio è che i capitali tendono a muoversi maggiormente verso quei paesi che non hanno problemi con effetti ancora più negativi per l’occupazione nei paesi già in difficoltà. Il Parlamento Europeo si è interrogato su questa questione e ha chiesto l’elaborazione di uno studio di fattibilità e di valore aggiunto di uno strumento di questo tipo. Questo studio evidenziava, in base ad una simulazione, che una perdita di 71 miliardi di euro nei sei Paesi maggiormente colpiti dalla crisi avrebbe potuto essere evitata, se la zona euro fosse stata dotata di uno strumento finanziario volto a far sì che gli Stati membri potessero far fronte ai costi determinati da aumenti temporanei della disoccupazione. La capacità di bilancio dell’Eurozona va ricondotta ad un discorso più ampio che è quello di dotare l’Unione Europea di autentiche “Risorse proprie”; questa non è una innovazione. In effetti, i Trattati iniziali già prevedevano che l’Unione Europea dovesse essere dotata di risorse proprie, autonome rispetto a quelle degli Stati membri. Poi, nel corso degli anni si è verificata una “rinazionalizzazione” del finanziamento del bilancio dell’Unione europea: il finanziamento iniziale effettuato a partire da una percentuale dell’IVA e da altre fonti di finanziamento comunitarie, si è spostato sempre più sui contributi degli Stati membri in base al PIL, con la conseguenza che ogni anno assistiamo a difficili negoziati tra Stati membri e l’Unione europea in sede di adozione del bilancio comunitario.
Le prospettive di un rilancio della zona euro richiedono in conclusione di passare da un sistema di coordinamento delle politiche economiche che non ha funzionato ad un sistema di condivisione ulteriore della sovranità, quindi un passo avanti nell’integrazione europea. Vorrei anche ricordare che Jean Monnet riteneva che “il coordinamento è un metodo idoneo a facilitare delle discussioni, ma non a prendere decisioni”. Ma sarà un dibattito difficile, e questo è un po’ il dibattito al quale assistiamo in Europa in questo momento su cosa debba venire prima: accettare il principio di una eventuale fiscalità comune dell’eurozona o esigere prima il riassorbimento del deficit e del debito? C’è anche molta diffidenza su queste questioni tra i vari partners, si parla spesso di evitare il rischio del “passeggero clandestino”, cioè il rischio che gli Stati meno virtuosi possano approfittare di questi meccanismi di solidarietà per continuare in una gestione disinvolta dell’economia, anche definito come “moral hazard”.
Volevo solo aggiungere che questo dibattito ha per me un’attinenza con quello che è il tema del Meeting, cioè riconoscere l’”altro” visto come un bene, non solo dal punto di vista dell’accettazione dell’altro ma anche in quanto l’altro rappresenta una reale opportunità. È quello che avviene anche nel dibattito che abbiamo attualmente sulla gestione della crisi dei rifugiati. Trovo peraltro interessante in questo contesto la proposta italiana di creare degli EU Migration Bonds, emissioni di titoli comuni di debito per finanziare la politica di immigrazione. E’ vero che c’è diffidenza in Europa da parte di alcuni Paesi sulla mutualizzazione del rischio, ma penso che l’idea di creare una sorta di condivisione potrebbe essere valida in questo settore: ci devono essere dei rischi che val la pena di correre e dove le ragioni dell’umano prevalgano sulle ragioni della finanza!
Siamo davanti ad un processo in corso e Jean Monnet aveva indicato che “l’Europa non verrà costruita tutta ad un tratto, ma verrà costruita nelle crisi e sarà il risultato delle soluzioni adottate nelle crisi”.
Abbiamo parlato di sovranità, di influenza, della capacità della zona Euro e quindi del ruolo dell’Europa nel mondo globalizzato. Vorrei ricordare per concludere le parole di Romano Guardini, che il Meeting ricorda in questa edizione, e che proprio nell’Europa aveva potuto trovare un destino ideale nel quale ricomporre quella sua tensione tra l’identità italiana e l’identità tedesca. Nel suo storico discorso sull’Europa “Realtà e Compito” (Europa: Wirklichkeit und Aufgabe) pronunciato nel 1962 in occasione del conferimento del premio Erasmo, indica quale sia il compito che egli vede affidato all’Europa. Dice: “Il compito meno sensazionale di tutti, ma che nel profondo conduce all’essenziale, ovvero la critica della potenza. L’Europa ha prodotto l’idea di libertà dell’uomo come sua opera, è per questo che deve esercitare questa libertà nei confronti della potenza stessa”. Ma colpisce anche il modo in cui egli vede l’esercizio del potere inteso come servizio, una forza che sta al servizio (del bene), una “Dienende Stärke” – “che vuole che le cose della terra diventino giuste”. “Riconoscere e realizzare questo – continua Guardini - potrebbe essere parimenti compito della stessa Europa che tante volte ha esercitato il potere e ha rivendicato una maestà ormai svuotata” – parole profetiche – “ma se si obietta che ciò sia un’utopia morale ricordiamoci quante utopie sono diventate prototipi di realtà.”
Vi ringrazio.

DOMENICO LOMBARDI:
Grazie Ribera. Vorrei chiamare Jacques Mistral.

JACQUES MISTRAL:
Buon pomeriggio a tutti. E’ un grande piacere essere qui con voi questo pomeriggio. Innanzitutto vorrei ringraziare gli organizzatori per avermi invitato e desidero anche complimentarmi per l’eccellente preparazione di un Meeting di cui davvero non conosco equivalenti in altri luoghi. Mi scuso anche per il fatto di non parlare italiano: purtroppo si tratta di una pecca imperdonabile in Europa, quella di non parlare italiano. Questo pomeriggio siamo qui per parlare insieme del presente e del futuro dell’Eurozona. Si tratta soltanto di una delle numerosissime sfide che l’Unione europea deve affrontare, ma sicuramente si tratta una sfida tra le più importanti, cruciali, direi. A questo punto vorrei articolare l’intervento in cinque punti. Innanzitutto vorrei sottolineare la resistenza straordinaria dell’Euro, la nostra moneta. Non era garantito tutto questo qualche anno fa. In seguito all’esplosione della crisi debitoria, c’è stato un rischio del collasso della zona Euro e molti osservatori l’avevano seriamente preso in considerazione. Ricordo una conferenza analoga a Londra, fine 2010, in cui un famoso giornalista del Financial Times aveva dichiarato: “Ebbene, do all’Euro ancora dieci anni e forse sono anche troppo ottimista”. Beh, credo forse di essere stato più ottimista di lui, ma è altrettanto vero che all’epoca c’era una sfida che sembrava insormontabile che la Banca Centrale, l’Europa e la Commissione dovevano affrontare. Si trattava di una sfida riguardante ostacoli finanziari, politici, giuridici che continuavano ad accumularsi gli uni sugli altri. Con lo sguardo retrospettivo che possiamo lanciare oggi, quello che è straordinario è il mix di pragmatismo, in termini economici, ovviamente, e di senso del compromesso che è stato applicato nelle transazioni politiche. Invece di cominciare un gioco di denuncia reciproca e quindi di incolparsi reciprocamente, i capi di Stato e di Governo velocemente hanno capito che insieme erano responsabili e hanno fatto il loro lavoro. Quindi, tutto questo non è stato frutto di un miracolo bensì di un processo politico che per la prima volta è nato all’interno della zona Euro. Le preferenze dottrinali molto diverse in alcuni casi, le rivalità nazionali, sempre presenti, sono state mitigate, addolcite in nome del bene comune che era rappresentato proprio dalla moneta unica. Ebbene, il risultato non è perfetto e nessuno sottovaluta i costi che alcuni dei nostri concittadini europei hanno dovuto sostenere. Tuttavia, la conclusione decisiva è che l’Euro c’è e c’è per restare. Quindi l’Euro c’è, ma sicuramente non siamo ancora alla fine della storia.
Quali sono le nostre ambizioni per domani? Dobbiamo quindi rallegrarci di qualche soluzione parziale, temporanea, imperfetta? Oppure dobbiamo avviarci verso un progetto molto più ambizioso e rilanciare l’idea di un’Europa federale, come si disse già a Messina negli anni ’50? L’argomentazione in favore dell’Europa federale è sempre soggiacente. Gli europeisti più ferventi pensano oggi che ad esempio la gestione della crisi dei rifugiati sia stata un disastro e che il voto degli elettori britannici non sia che il primo di voti simili e analoghi: temono che il progetto europeo nel suo insieme a poco a poco cominci a sgretolarsi per poi scomparire. Io non condivido questo punto di vista, in compenso, invece, c’è un grande bisogno di compiere progressi significativi, ma non credo che il salto federale sia d’attualità, poiché non è favorevole né agli occhi dei cittadini, né agli occhi dei Governi. Credo che sia più importante invece definire delle politiche quasi federali che rispondano alle sfide che dobbiamo affrontare, ad esempio: sicurezza delle frontiere, sicurezza interna, gestione dei rifugiati, politica estera rispetto alle nostre frontiere, soprattutto quelle ad Est. E’ in questo contesto che vedo il ruolo dell’Eurozona come elemento che può contribuire ad un unione rivitalizzata. Il terzo punto riguarda il fatto che forse qualcuno di voi ritiene le mie affermazioni ingenue, soprattutto dopo il voto dei britannici. Vorrei dilungarmi qualche istante su questo punto, sul voto britannico. Innanzitutto questo voto non è un voto di rifiuto contro l’Europa. L’Europa è stata utilizzata come capro espiatorio in tutta questa faccenda. Quello che gli elettori hanno rifiutato in realtà è stata la politica di libera circolazione e libero ingresso dei lavoratori, soprattutto dall’Europa centrale, nonché la politica di forte austerity condotta da Londra. Ma queste due politiche non risultavano da due diktat dell’Unione europea. Erano invece state due libere scelte determinate del Governo britannico. Secondariamente, il voto britannico non ci dice molto sul futuro dell’Euro, innanzitutto perché il Regno Unito non fa parte della zona Euro. Ma quello che invece vedo in tutti i sondaggi di opinione, dalla creazione dell’Euro in poi, è che la moneta unica è considerata come una delle conquiste più importanti dell’Europa, il 70% dei cittadini europei costantemente nutre fiducia rispetto al futuro dell’Euro anche durante la crisi, anche in Germania e anche in Grecia. Terzo punto, e credo sia il più importante, il voto britannico era una sorta di sondaggio generale e ha generato una grande incertezza, molto pericolosa. Oggi abbiamo un voto senza ambiguità, ma vediamo che il Governo britannico non sembra sapere come agire. Questa situazione sicuramente rischia di danneggiare la leadership europea, ostacolata da considerazioni da parte della Gran Bretagna rispetto alla politica interna. Mi sembra una situazione francamente intollerabile, anzi sarebbe una ricetta viziosa che porterebbe ad una mancanza di azione e forse anche ad un insuccesso in futuro.
Mi spiego meglio: credo che in futuro l’Unione europea, per poter garantire il futuro dell’Eurozona, debba avere una atteggiamento più decisivo da subito, che renda innanzitutto l’Euro indipendente da quello che invece rischia di apparire come una lunga e tortuosa crisi della politica inglese. Detto questo, passo ad un quarto punto che riguarda tutto quello che potrebbe migliorare il funzionamento della zona Euro. Io sono un economista molto pragmatico che si occupa anche di politica, mi piacciono più i risultati che i princìpi e quindi non lancerò grandi dibattiti sulla politica macro-economica, i budget, la moneta: sono temi già esauriti. Vorrei semplicemente condividere con voi il mio punto di vista e sostenere un’iniziativa che secondo me, sul piano istituzionale, potrebbe essere la più fruttuosa oggi e che è stata anche citata brevemente da chi mi ha preceduto. Il processo decisionale delle politiche economiche in Europa oggi è estremamente imperfetto, le procedure sono molto complesse, le responsabilità non sono ben definite, abbiamo bisogno di maggiore efficacia e di maggiore controllo democratico. Ecco perché, credo, il miglior modo per raggiungere questo duplice obiettivo di maggiore efficacia e democrazia è la creazione della figura di un Segretario del tesoro, una sorta di Ministro delle Finanze che avrebbe due caratteristiche. Innanzitutto, sarebbe un’iniziativa molto audace, molto coraggiosa perché si creerebbe un nuovo potere di tipo quasi federale, ma contemporaneamente questa iniziativa sarebbe molto realistica poiché in realtà questo potere esiste già, anzi, sono tanti poteri dispersi e male organizzati.
Ebbene, se invece unissimo le responsabilità del Presidente dell’Eurogruppo, vale a dire il gruppo dei Ministri delle Finanze dell’ Eurozona, nonché le responsabilità dei Commissari responsabili delle questioni finanziarie e monetarie, ebbene, avremmo un responsabile politico di alto livello che contemporaneamente sarebbe il consigliere dei Capi di Governo all’interno del Consiglio europeo, il braccio esecutivo per la Commissione per tutte le questioni finanziarie, l’interlocutore del Presidente della BCE per tutte le questioni bancarie e monetarie e anche un responsabile politico di altissimo livello, interlocutore naturale del Parlamento europeo a cui desidero rendere omaggio. Ma ovviamente il mio obiettivo qui non è quello di definire una figura fantastica ma che di fatto, poi, non avrebbe potere concreto. Quello che conta è avere un responsabile politico di alto livello che possa agire quasi come un Ministro delle Finanze e che possa quindi proporre, definire e implementare delle vere e proprie politiche economiche a livello di zona Euro.
E a questo punto, vorrei condividere con voi due domande che riguardano due questioni concrete. Ad esempio, in Europa conoscete tutti sicuramente il nome di Schäuble e di Draghi, ma a Bruxelles, chi è responsabile delle questioni bancarie? Non si sa con certezza, nessuno ha in mente un nome che sia all’altezza di questi interlocutori che ho citato. Faccio un altro esempio rispetto alla crisi dei rifugiati. Avremmo bisogno di utilizzare dei mezzi, delle risorse per delle iniziative concrete. Ebbene, chi può proporre di aumentare il budget europeo per rispondere a questi bisogni e realizzare questi compiti? Sarebbe un Ministro delle Finanze che potrebbe prendere l’iniziativa per definire la migliore soluzione, quando ad esempio i Capi di Governo esprimono questo desiderio di prendere iniziativa in materia.
Per concludere, posso dire che il compito più importante di questo nuovo Ministro sarebbe dare una risposta alla crisi del debito, per andare verso una parziale mutualizzazione del debito. Spero di non dire un’oscenità. Noto sempre con piacere d’altronde che la primissima proposta elaborata in materia di mutualizzazione del debito è venuta da Berlino, dal cosiddetto Consiglio dei saggi di Berlino. Ebbene, allora era prematuro, la Merkel riteneva che non fosse d’attualità ed è stato messo nel dimenticatoio. Ma forse era solo la tempistica che non era buona, la proposta è ancora lì nel cassetto ed è di quello che abbiamo bisogno ora. Ebbene, la proposta che sostengo e che desidero appunto divulgare qui è questa: l’idea di una mutualizzazione parziale. Prendiamo quindi i debiti degli Stati, alcuni più grandi, alcuni più piccoli. Se ne prenderebbe una parte che sarebbe mutualizzata e presa in carico a livello europeo. Il resto rimarrebbe di responsabilità degli Stati che a loro volta dovrebbero lanciare delle obbligazioni sui mercati internazionali. Ebbene, qual è l’aspetto interessante di questa proposta, sia in termini economici che politici? Essa presenta un duplice aspetto, due vantaggi: il primo è che questa proposta integra da un lato ricompense che vengono dalla mutualizzazione, poiché la parte mutualizzata è molto meno costosa perché è completamente garantita, e quindi c’è garanzia della liquidità di tutte le transazioni, come con i Titoli di Stato. Ma comprende anche delle sanzioni, poiché quell’altra parte, quella la cui gestione spetta agli Stati, prevede dei tassi di interesse che potranno aumentare o diminuire. E c’è anche un secondo vantaggio: il tetto di questo debito mutualizzato sarebbe oggetto di un negoziato, di una trattativa, 60% al massimo del debito? O 40 o 10%? Il 10% sarebbe già qualcosa che segnerebbe un cambiamento enorme, formidabile, che cambierebbe la percezione dei mercati finanziari e gradualmente anche dei cittadini europei e sarebbe, contemporaneamente, qualcosa di molto realistico, una politica dei piccoli passi ma anche una coraggiosa mossa in vista del futuro. Grazie, signor Presidente, mi fermo qui e grazie dell’attenzione.

DOMENICO LOMBARDI:
Grazie. Passerei a dare la parola a Daniel Gros.

DANIEL GROS:
Grazie, buon pomeriggio a tutti. Domenico, quando ha fatto l’introduzione, ha parlato di un appuntamento consueto sulla crisi dell’Euro. Ma io vorrei chiedere: quale crisi? Magari dovrebbe essere l’ultimo appuntamento di questo genere, perché se uno guarda i mercati finanziari la crisi è finita. Come gli altri già hanno detto, due o tre anni fa si parlava della fine dell’Euro, lo Stato italiano pareva sull’orlo del collasso, pagava il 6, 7% all’anno, oggi paga meno dell’1%, in qualche caso, su scadenze molto ravvicinate, paga in negativo, per cui da questo punto di vista non c’è più crisi, almeno crisi finanziaria, dell’Euro. Neanche una crisi del debito. Lo Stato italiano in questi giorni paga molto meno sul servizio del debito che non alcuni anni fa. Per cui, non si può dire che sia il peso del debito a schiacciare né la zona Euro né l’Italia. Per cui, se uno guarda l’Euro come fa la BCE da Francoforte, guardando i mercati finanziari, può essere contento e dire che la crisi è finita. Si parlava prima dell’economia liquida, io direi che l’economia è molto liquida grazie anche al lavoro fatto a Francoforte, ma la crisi dell’economia reale non è finita. Se si guarda all’economia europea o all’economia della zona Euro nel suo insieme, viene buono il famoso bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Io direi che in questo caso ci sono alcuni che hanno il bicchiere vuoto e alcuni che ce l’hanno pieno. Per fare un confronto un po’ grossolano, a nord delle Alpi, in Germania, hanno il bicchiere pieno, a sud, in Italia e anche un po’ in alcuni Paesi del sud, hanno il bicchiere vuoto. Questo è il problema fondamentale che rimane nella zona Euro e la grande domanda che ci poniamo tutti è: è colpa dell’Euro o sono responsabilità nazionali?
Per avere una risposta meno parziale basta chiedersi come era la visione all’inizio dell’Euro. Nel 1999/2000, un economista molto famoso tedesco, che tra l’altro ha partecipato un anno fa al Meeting, Hans-Werner Sinn, scrisse un libro intitolato Si può ancora salvare la Germania?. La sua tesi in breve era che i salari tedeschi erano troppo alti, con l’Euro non c’era più la possibilità di aggiustare il tasso di cambio, per cui l’economia tedesca era destinata a non poter più crescere, a non diventare competitiva. C’è una famosa copertina dell’Economist di qualche anno dopo, in cui c’è la Germania come il grande malato d’Europa. Per cui, prima lezione, anche all’interno della zona Euro le cose possono cambiare. Quelli che sono gli ultimi oggi possono diventare i primi domani. Per cui, io sarei molto cauto a dire i problemi che esistono in Italia e in altri parti del sud dell’Europa sono colpa dell’Euro. E’ chiaro che la crisi dell’Euro due o tre anni fa, con altissimi tassi di interesse e difficoltà di ri-finanziamento, contribuiva ad aumentare i problemi, ma adesso con i tassi praticamente a zero non ci si può più tanto lamentare, penso. Se si guarda in particolare l’Italia, cosa si vede? Si vede che l’Italia cresce meno del resto della zona Euro da venti anni. Ma prima dell’Euro, con tassi di interesse bassi, con tassi di interesse alti, con un boom globale, con la recessione globale, quasi ogni anno puntualmente l’Italia cresce un po’ di meno del resto della zona Euro e quest’anno, stando all’ultime cifre, sembra ripetersi l’esperienza. Se guardiamo questo fenomeno ci dobbiamo chiedere: è una responsabilità dell’Euro, è una responsabilità nazionale e soprattutto cosa si può fare?
Se sentiamo quello che è stato proposto qui sulla governance europea, un Ministro delle Finanze che indichi una politica economica europea, che cosa cambierebbe nel funzionamento quotidiano dell’economia italiana? Queste cose non vengono decise a Bruxelles, vengono decise parzialmente a Roma ma, ancora di più, vengono decise - stavo per dire a Rimini - a Milano, Napoli, cioè nelle città, nelle amministrazioni locali, lì dove si prendono le decisioni, dove si applicano le leggi, dove si fa vivere l’economia. Ed è questo il problema che esiste oggi in Italia e che esisteva all’epoca in Germania: sono responsabilità e anche opportunità nazionali su cui l’Europa può incidere molto poco. Per cui, prima di parlare di creare un’Europa che abbia più responsabilità, più competenze di economia politica, dovremmo chiederci che cosa è, quali sono i problemi, gli ostacoli che impediscono ai vari Paesi di crescere. Secondo me, non è una politica comune che ci cambierebbe in questo senso, soprattutto perché i problemi italiani sono molto diversi da quelli spagnoli, da quelli tedeschi e da quelli svedesi. Una politica comune e unica non potrebbe mai fare giustizia a tutti questi problemi molto diversi. Per cui, sono un convinto difensore del principio che si chiama sussidiarietà: quello che è un problema nazionale, direi anche più un problema locale, dovrebbe essere deciso qui, non è qualcosa che l’Europa può cambiare. E questo naturalmente implica chiedersi cosa cambia questa proposta di mettere il debito in comune: fa crescere di più l’Italia? Il debito c’è sempre, solamente che altri pagano. Ma visto che i tassi di interesse sono più o meno zero, cioè il beneficio è veramente minimo, che si paga zero sul debito, che sia parzialmente di qualcun altro cambia poco. Per cui, quando si parla nella zona Euro della crisi non si parla di una crisi come tre o quattro anni fa, con i mercati in subbuglio, ma di quella che chiamerei crisi latente. Sappiamo che siamo in una situazione straordinaria, in cui abbiamo sempre delle divergenze economiche molto importanti, i mercati sono molto liquidi, molto calmi. L’unica cosa che sappiamo dalla storia è che non rimarranno per sempre cosi, per cui il punto importante per la zona Euro è chiedersi che cosa facciamo se i mercati diventano nervosi di nuovo, se aumentano i tassi, se aumenta l’inflazione. E’ per questo che dobbiamo essere preparati, è per questo che acquista particolare importanza il sistema finanziario, perché un’economia può supportare tutto meno un sistema bancario che non funziona. E questa è la lezione che abbiamo imparato da questa crisi e per questo abbiamo un’unione bancaria parziale.
Ci sono altri passi, ma questi sono secondo me i passi concreti da fare per rendere la zona Euro più solida, non per salvarla per l’anno prossimo, qui non vedo problemi, ma renderla più resistente, più resiliente, come si dice, alla grande crisi che prima o poi arriverà, non si sa quando. L’atteggiamento generale che vedo spesso è: c’è un Paese che ha dei problemi, portiamoli al livello superiore e magari poi tutto si risolve lì, a Bruxelles o a Francoforte. Questa secondo me è una speranza non realista, che non può portare a risultati concreti. Qualche volta ho l’impressione che ci siano due approcci diversi che riflettono un po’ come le famiglie gestiscono i figli quando diventano adolescenti. Al nord delle Alpi, spesso ai ragazzi viene detto: “Adesso sei maggiorenne, vai all’università, scegli una città, magari ti diamo un po’ di soldi ma ti devi gestire da solo”. Mentre la mamma italiana dice: “No, rimanete tutti qui, ci sono mamma e papà che si prenderanno cura di voi, non andate via e noi vi aiutiamo e risolviamo il problema insieme”. Io ho l’impressione che per l’Europa l’approccio teutonico magari darà più frutti, che l’approccio Mediterraneo spesso confonda le responsabilità e non incoraggi abbastanza a prendersi le proprie responsabilità. Secondo me, è su questa via che l’Europa può fare ancora molta strada, ma è anche una via molto realistica. Grazie.

DOMENICO LOMBARDI:
Grazie, Daniel, per questo richiamo al principio della responsabilità. Io vorrei cominciare ora la nostra conversazione con i relatori, ricordando che domani Renzi, Merkel, Hollande si incontrano a Ventotene proprio per onorare gli estensori del Manifesto di Ventotene: Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colonni. Il Manifesto che redassero servì poi come base per l’azione di Schumann, di Adenauer, di De Gasperi, che poi sfociò nel Trattato di Roma di cui tra poco ricorrerà l’anniversario. E vorrei chiedere ai relatori - questa volta comincerei in un ordine inverso, Daniel -, quali risultati ti aspetti da questo summit, quali risultati ci dovrebbero essere, quali risultati realisticamente ti aspetti che questo summit possa generare?

DANIEL GROSS:
A essere realisti, poco, direi. C’è un tema sul quale questi tre hanno pochissima influenza che è il tema britannico. Per gli inglesi, ancora non sanno bene cosa vogliono. Noi possiamo dire loro: “Diteci cosa volete” ma se non sono pronti, non lo fanno. Ci metteranno 6 o 9 mesi, chi lo sa? Ma questa scelta è loro. Serve a poco fare delle minacce o dire: “Non vi diamo il tempo, vi trattiamo male se non vi decidete subito”. Ci vuole tempo anche per gli adolescenti, che qualche volta hanno bisogno di un po’ di tempo per farsi una idea della vita. E poi c’è, naturalmente, il resto della zona Euro e lì il pericolo è di fare delle grandi dichiarazioni vuote o semivuote tipo “ci sarà un Responsabile per l’economia politica europea”. Bello, ma che significa in concreto? Molto poco. Ci sarà qualcuno che dirà a Renzi: “Non si può dare 80 Euro al disoccupato? Non si può ridurre il cuneo fiscale?”. Penso che questo non sarebbe accettabile né in Italia né in Germania o in Francia o negli altri Paesi. Per cui, da evitare sono queste grandi dichiarazioni che servono poco. Da fare, ci sarebbe una cosa molto concreta, molto poco glamour, cioè non molto vistosa, completare l’unione bancaria. E lì, bisogna mettere insieme due cose che esistono già nella mente di molti come pacchetto, che potrebbero funzionare dal punto di vista politico. Il pacchetto è molto tecnico ma è importante anche per gli addetti ai lavori e penso anche per l’economia vera. Una parte del pacchetto sarebbe mettere in comune la situazione dei depositi, di modo che anche una crisi bancaria poi non minacci più lo stato dove ha luogo. E secondo, di dire alle banche “non potete concentrare tutti i vostri bond pubblici in un solo Stato. Per esempio, le banche italiane hanno accumulato tre volte il loro capitale in debito pubblico italiano, ma solamente italiano, perché questo dalla supervisione bancaria viene considerato senza rischio. Ma dopo la Grecia, sappiamo che il debito pubblico un certo rischio ce l’ha. Per cui, per completare la messa in comune della situazione dei depositi, bisognerebbe dire alla banche: dovete distribuire il rischio sovrano. Cioè, care banche italiane, potete detenere quanto debito pubblico volete a patto che sia distribuito più o meno proporzionalmente: 20% italiano, 20% tedesco, francese ecc. Il bello di questo, e nessuno ne parla, è che la stessa cosa varrebbe per le banche tedesche. Loro dovrebbero vendere il debito pubblico tedesco e acquistare debito pubblico italiano, francese, spagnolo. In questo modo, avremmo di fatto una messa in comune parziale del debito ma purtroppo questa è una condizione che da tanti italiani non viene accettata per il momento. Se tutti e due, Merkel e Renzi, facessero un salto, potrebbero dire: accettiamo un compromesso. Questo è un pacchetto che secondo me avrebbe un impatto molto importante sulla fiducia degli operatori, sulla stabilità e sul futuro della zona Euro.

JACQUES MISTRAL:
Sottoscrivo subito la sua proposta che farebbe un passo in avanti rispetto all’unione bancaria: se fosse fattibile già da domani la sottoscriverei subito, ma comunque cerchiamo di animare il dibattito e di esprimere anche visioni diverse. Allora, sulle aspettative per questo incontro al vertice di domani, pochissime, ma non per i motivi che forse avete inteso applaudendo. Probabilmente pensate che non ci si debba aspettare nulla da questo incontro ma io voglio protestare, poiché si tratta di responsabili politici che sono stati votati dagli elettori e decidono del nostro futuro, quindi non possiamo accettare passivamente l’idea che non succeda nulla, perché se domani non succederà nulla è perché nulla è pronto per succedere. E perché questo incontro a tre è un incontro di lavoro, non è un incontro destinato a decisioni politiche: gli spagnoli, gli olandesi, gli irlandesi, i greci, cosa potrebbe dire se questi tre prendessero delle decisioni? Non è possibile. Ebbene, senza sapere ancora quello che domani si diranno, io mi aspetto due cose che probabilmente saranno esplicitate poi con negoziati e dibattiti insieme a tutti gli altri. Sulla questione britannica sono in completo disaccordo con Daniel: ricordo che nel momento più terribile della crisi dell’Euro, nel dicembre 2011, quando tutti i Capi di Governo della zona Euro e forse anche quelli dell’Unione in generale si battevano per la sopravvivenza dell’Euro, David Cameron aveva un solo pensiero in testa, ottenere qualche miglioramento nello status particolare della city londinese. Si è trovato completamente isolato in quel frangente, e poi, quest’anno, a febbraio, anche qui al picco della crisi dei rifugiati, con centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini sulle strade d’Europa, in marcia verso l’Europa, in quel momento il Consiglio europeo che doveva affrontare questa crisi ha trascorso due giorni a definire insieme al signor David Cameron come cercare di gestire gli elettori britannici. Tutto questo deve cessare, non possiamo continuare a fare passare i Capi di Governo a occuparsi di questioni per così dire più specifiche, e soprattutto dei britannici, con tutto il rispetto che nutro per loro. I britannici hanno bisogno di tempo ma devono decidersi: non voglio punirli, perché in fondo hanno espresso una scelta. Il generale De Gaulle negli anni ’60 aveva adottato la politica della sedia vuota ad un certo punto, quando non era più d’accordo con i suoi partner. Theresa May è in disaccordo con quello che succede in Europa, e allora, che anche lei pratichi la politica della sedia vuota, e che la politica dell’Euro e l’Eurozona continuino ad affrontare invece i propri problemi: sicurezza, frontiere all’Est, Mediterraneo, migranti. E’ così che deve andare avanti la gestione.

RICCARDO RIBERA D’ALCALÁ:
Bisogna ritrovare lo slancio ideale dei padri fondatori attorno alle sfide di oggi. Certo, data la natura anche simbolica e preparatoria dell’incontro di Ventotene sarà difficile andare al di là del carattere declaratorio di eventuali conclusioni. È effettivamente difficile immaginare cosa può venir fuori dall’ incontro di Ventotene in termini reali. Sono in effetti d’accordo con alcuni passi concreti che sono stati indicati negli interventi precedenti di Daniel Gros e del Prof. Mistral che vanno nel senso del completamento dell’unione bancaria e di un sistema europeo di garanzia dei depositi. Per quanto riguarda altre questioni delicate come ad esempio la governance dell’euro o il surplus tedesco di cui si parla molto, come pure le difficoltà nella disciplina di bilancio di vari paesi probabilmente non sarà quella la sede, diciamo definitiva, per raggiungere un accordo.
Ma vi sono altri temi che richiedono comunque un approccio comune e urgente a livello dell’Unione europea: la sicurezza e la lotta contro il terrorismo, la politica dell’immigrazione, la politica dei rifugiati, e dove serve concordare delle azioni comuni. I vari paesi stanno presentando proposte che sono volte anche a risolvere le crisi migratorie già alla radice anche tramite un’azione in loco, nei paesi dove queste crisi hanno origine. Sulle questioni di tipo più eminentemente economico il governo italiano indicava recentemente in un suo documento che “la condivisione del rischio rafforza la riduzione del rischio” e - ritorno un po’ anche all’approccio dell’intervento di Daniel Gros - effettivamente si può pensare in futuro a una necessità di condividere maggiormente il rischio ma non per far fronte alla questione del debito attuale di alcuni paesi, ma per prevenire delle crisi future. E penso che l’elemento che può far quadrare il cerchio e confermare la validità di questa equazione sia l’elemento di responsabilità e di rispetto delle regole. Forse può essere una via di compromesso su questo.
Un’ultima considerazione sul referendum sul Brexit. La linea finora annunciata dell’Unione europea è stata quella di dire che sono i britannici che devono a questo punto fare la prima mossa. Negli ultimi tempi si è utilizzata spesso l’immagine di un successo degli anni ‘70 degli Eagles, intitolato “Hotel California” dove c’era questa famosa frase: “you can check out anytime but you can never leave” - questo riferimento è stato utilizzato nell’attuale contesto ancora incerto caratterizzato dalle tergiversazioni britanniche in seguito al referendum. Ci sono state molte interpretazioni di quella canzone, e molti si chiedevano in quegli anni cosa fosse questo misterioso “hotel California” nel quale si poteva fare il check-out ma alla fine non si poteva mai uscire. Bene, la mia conclusione è che quell’hotel sicuramente non è l’Unione europea che è nata da uno spazio di libertà e da un processo condiviso di messa in comune del destino dei paesi europei; quindi se il popolo britannico ritiene effettivamente di dover uscire dall’Unione europea avrà la possibilità sicuramente di farlo. Non sarà sicuramente facile però assumere quello che è stato detto durante la campagna del referendum. Voglio citare solo un ultimo dato, oltre ad alcune reazioni che ci sono già state nell’economia britannica ci sono già previsioni su un possibile deterioramento della situazione economica che potrebbe tradursi anche in un calo del prodotto interno lordo, si parla talvolta del 5% o 7% - bisogna vedere bene poi e non voglio fare previsioni di questo tipo. Si è però calcolato, da parte di fonti autorevoli, che semplicemente un calo dello 0,6 del PIL farebbe già perdere al Regno Unito tutto il presunto vantaggio derivante dall’uscita dall’Unione europea e quindi dal cessato contributo al bilancio dell’Unione. Penso che questi siano elementi importanti sui quali probabilmente le autorità di Londra staranno riflettendo. Grazie.

DOMENICO LOMBARDI:
Vorrei rimanere ancora sulla questione della Brexit e provare a tracciare un parallelo con la crisi greca. Uno dei costi della crisi greca è stato distogliere preziosi momenti di attenzione, da parte dei policy maker europei, da importanti riforme, dal dibattito sul futuro dell’Europa, rispetto a questioni del genere se la Grecia ripagherà il fondo monetario, se la Grecia deciderà di rimanere nell’Eurozona, quale sarà l’esito delle nuove elezioni greche, e così via. Ecco, non temete che la Brexit possa generare un effetto analogo in un momento in cui l’Eurozona e l’Europa sono già indebolite da tanti anni di crisi, prima finanziaria e magari ora, come Daniel Gros ha sottolineato, reale ma pur sempre crisi? Comincerei con te, Riccardo.

RICCARDO RIBERA D’ALCALA’:
Sicuramente la crisi greca ha assorbito molte energie nelle istanze internazionali ed europee, peraltro con un coinvolgimento diretto del Consiglio europeo, quindi dei capi di Stato e di governo, e con varie speculazioni sui diversi scenari. Lo scorso anno ricordo che il prof. Sinn aveva sviluppato la sua teoria secondo la quale la Grecia avrebbe dovuto lasciare l’Unione monetaria. Io credo che la strada che si è scelta di mantenere la Grecia nell’euro anche per il popolo greco sia stata la decisione più saggia anche se sicuramente a costo di grandi sacrifici.
Certamente, come nel caso della crisi greca, nel caso del Brexit si fanno molte speculazioni o congetture; qualcuno addirittura ha già cominciato a fare ipotesi dicendo che altri paesi seguiranno il Brexit, che ci saranno altre defezioni dal progetto europeo. Certamente questo tipo di speculazioni non servono nel momento in cui, come dicevamo, l’economia europea accenna ad una leggera ripresa, ma siamo confrontati ad altre sfide molto difficili quali la crisi migratoria, la sicurezza, anche per lo stesso ruolo dell’Unione europea nel mondo, con dei focolai di instabilità che sono alle porte di casa. L’Unione europea dovrebbe poter concentrare proprio la sua azione per far fronte a queste sfide e minacce. Doversi occupare per mesi o anni del Brexit sicuramente non aiuta. Però credo, anche con riferimento al famoso vertice di domani, che sia compito non solo dei tre paesi che vi partecipano (Italia, Germania, Francia) ma di tutti i paesi dell’Unione europea cercare insieme e di comune accordo la via del rilancio del progetto europeo, ma anche proteggerlo dai rischi che possono venire da questo tipo di derive.

DOMENICO LOMBARDI:
Grazie.

JACQUES MISTRAL:
Tutto quello che ho già detto sottolineava l’idea che si dovrebbe evitare di ripetere gli errori fatti per la gestione della crisi greca, nel senso che nei mesi a venire l’agenda europea sia intasata dalla gestione dei problemi britannici. Ed è ovvio che gli scozzesi pongono un problema perché sono in favore dell’Europa, e anche gli irlandesi del Nord sono in favore dell’Europa: con la questione della frontiera irlandese, hanno davvero una grande posta in gioco, che sta loro a cuore. Questo rischia di intasare l’agenda europea per mesi, se non per anni. Non so cosa penserei se fossi inglese ma è un loro problema, nel senso che bisogna evitare intasamenti provocati dal voto britannico e dal suo risultato. Ne approfitto anche per commentare quello che ha detto Daniel Gros quando sottolineava il fatto che i problemi nazionali esistevano in quanto tali. Ha parlato anche dell’Italia. Io avrei potuto parlarvi della Francia, che anch’essa ha problemi nazionali di grande entità, e non possiamo aspettarci che sia l’Europa a risolverli. Quindi, sono ancora più d’accordo con Daniel Gros, ma non avevo inteso la questione delle responsabilità nazionali rispetto alla gestione della crisi in senso unicamente nazionale. Volevo dire un’altra cosa, e mi ricollego a quello che ho detto sul Brexit: il rischio di crollo, di collasso del progetto europeo è presente, questo progetto è minacciato, ecco perché dobbiamo profondere tutti i nostri sforzi e le energie che abbiamo a livello dell’Unione, dell’unione bancaria, ad esempio, della gestione della moneta unica dell’Eurozona, affinché questi temi rimangano priorità dell’agenda politica senza essere offuscati dai cosiddetti falsi problemi che possano venire da altre parti.

DANIEL GROS:
La crisi greca è veramente molto specifica, tutti sanno che nessun altro Paese ha veramente la voglia di diventare un secondo caso greco, per cui io non penso ci sia un pericolo per la stabilità dei mercati perché, prima di tutto, la situazione è diversa e secondo, come ho detto, tutti gli altri hanno visto che cosa succede se uno gestisce la sua economia alla greca, e nessuno ha voglia di seguire questo esempio. Ma bisogna anche dire che i nostri Capi di Stato dovrebbero essere in grado di camminare e masticare insieme, cioè fare più di una cosa: il Brexit naturalmente richiederà un po’ di attenzione da parte loro, ma il business centrale adesso dovrebbe essere consolidare quello che abbiamo sul continente, e questo vuol dire praticamente l’Euro e Schengen, che va insieme con una politica comune di asilo, di guardia costiera e di molte altre cose che sono ancora da sviluppare. Penso che questo sia il campo sul quale la nostra attenzione dovrebbe focalizzarsi adesso e non soltanto i problemi economici.

DOMENICO LOMBARDI:
Grazie, ci avviamo alla conclusione di questa sessione. Prima di chiuderla, vorrei ringraziare i relatori non solo per essere venuti qui a Rimini da vari Paesi europei ma soprattutto per l’entusiasmo con cui hanno risposto all’invito. Vorrei ringraziare il pubblico che ha partecipato a questa sessione e infine naturalmente gli organizzatori del Meeting e i volontari che hanno reso possibile questo incontro. Grazie.