INVITO ALLA LETTURA

CATERINA. Diario di un padre nella tempesta
Presentazione del libro di Antonio Socci, Giornalista e Scrittore (Ed. Rizzoli). Partecipano: Mariella Carlotti, Insegnante; Giulia Casadei, Studentessa; Elena Ugolini, Preside del Liceo Malpighi di Bologna.
A seguire:
L’ALTRO ILLUMINISMO. Politica, religione e funzione pubblica della verità
Presentazione del libro di Sergio Belardinelli, Docente di Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi all’Università degli Studi di Bologna (Ed. Rubbettino). Partecipa l’Autore.
A seguire:
LA CROCE NON BASTA
Presentazione del libro di Roberto Gabellini, Creativo e Giornalista (Ed. Raffaelli). Partecipano: l’Autore; Gianfranco Lauretano, Poeta e Scrittore.
Introduce Daniele Celli, Insegnante.

 

DANIELE CELLI:
Comunico semplicemente per coloro che non fossero riusciti a entrare qui nel salotto letterario, che c’è la possibilità di seguire l’incontro dallo schermo che è posto davanti all’ingresso dell’auditorium B7.
Avremo oggi pomeriggio la possibilità di conoscere tre esperienze attraverso tre libri, attraverso tre testi che ce ne parlano.
In successione, il primo scritto da Antonio Socci, Caterina – Diario di un padre nella tempesta, il secondo scritto da Sergio Belardinelli, L’altro illuminismo – politica, religione e funzione pubblica della verità, il terzo, scritto da Roberto Gabellini, La croce non basta.
Questi tre libri, tra loro molto diversi, hanno in un certo senso un filo conduttore comune, che da un certo punto di vista è suggerito dal titolo del terzo libro, La croce non basta. C’è qualche cosa di più che dà senso alla croce, così come parlare de L’altro illuminismo significa parlare di una concezione della ragione che non è ridotta e non è riducibile a misura delle cose, ma che comprende la possibilità di esperienze che hanno a che fare con la dimensione dello spirito o con la dimensione della identità più profonda della persona. E tutto questo ci porta al primo dei tre libri, con cui cominciamo questo incontro, scritto da Antonio Socci, che non è qui, non è qui, ha preferito rimanere accanto a sua figlia che sta uscendo pian piano, con pazienza, con tenacia, da una prova durissima, terribile per un padre – Diario di un padre nella tempesta, il sottotitolo è estremamente eloquente – ha preferito rimanere, Antonio, vicino alla figlia, e ha preferito che a presentare il libro e parlare soprattutto della esperienza di sua figlia Caterina e di coloro che hanno condiviso in questi mesi, a partire dal settembre 2009, la vicenda dolorosa che ha visto protagonista lei, e insieme, tanti altri, fossero alcuni famigliari ed amici: Mariella, insegnante a Firenze, Giulia l’amica, Steno il fidanzato, Elena, Preside del liceo Malpighi di Bologna.
Io vorrei che questo incontro fosse vissuto da tutti noi con la consapevolezza che siamo davanti, ma lo capiremo meglio ascoltando le parole di coloro che vi ho indicato, fosse seguito questo incontro con la consapevolezza che siamo davanti a una esperienza che ci parla del Mistero, che ci parla di qualcosa di estremamente reale e nel contempo estremamente più grande di noi: il Mistero della vita e della morte, il Mistero del dolore e della gioia, il Mistero di una presenza paterna che ci accompagna anche nei momenti in cui sembra siamo totalmente abbandonati alla tragedia. Io credo che sia giusto e opportuno nel salutare tutti coloro che sono qui presenti, anche tutti gli altri famigliari che sono qui, gli amici che sono qui presenti, salutare con particolare applauso Alessandra, la mamma di Caterina, a cui cederò per prima il microfono.

ALESSANDRA SOCCI:
Io, brevemente, sono qui a nome anche di Antonio, degli altri miei figli, di tutta la mia famiglia e della stessa Caterina, per ringraziare tutti coloro che in questi mesi ci hanno sostenuto e continuano a sostenerci con la preghiera, perché quello che è accaduto a Caterina sino ad ora, il suo recupero è veramente straordinario a detta degli stessi medici, date le premesse; e quindi, appunto, sono qui per ringraziarvi, davvero, perché ci siamo sentiti sostenuti in questi mesi proprio dalla vostra vicinanza, che ci ha consentito anche di reggere e di sostenere una situazione che è veramente di una durezza indicibile. La stessa Caterina, che ora è perfettamente consapevole e cosciente, è di una serenità veramente misteriosa, quindi veramente vi ringraziamo e vi chiediamo la carità, se possibile, di continuare nei prossimi tempi, perché insomma il cammino per la riabilitazione si presenta molto lungo, quindi vi chiediamo di continuare davvero a tenerci presenti nelle vostre preghiere. Grazie di nuovo.

MARIELLA CARLOTTI:
Tocca a me cominciare perché sono sicura che arrivo più facilmente alla fine. Siccome siamo tanti, faccio un intervento molto breve. Io voglio dire tre cose. La prima cosa è una parola sul libro che Antonio ha scritto. A me hanno fatto molta impressione gli articoli che sono usciti su questo libro, che sta vendendo tantissime copie, che è diventato un best-seller. Mi ha fatto molta impressione, da questo punto di vista, come l’ha definito Repubblica, che normalmente non è un giornale tenero con Antonio, che l’ha definito il più atipico e inatteso best-seller dell’estate. Io ho presente quando Antonio mi ha telefonato chiedendomi che cosa ne pensavo se lui scriveva un libro, raccontando a tutti la vicenda di questi mesi e come la vicenda di questi mesi gli ha fatto risentire tutta la sua vita, tutta la sua vocazione, tutto il suo rapporto con i figli. Io sono rimasta molto colpita che lui mi dicesse: “guarda io devo farlo se non altro per gratitudine, per come io e Alessandra abbiamo potuto vivere questi mesi e per gratitudine – come diceva adesso l’Alessandra – a questa compagnia, a questo popolo che ci ha sostenuti”. La gratitudine per la speranza di cui uno si accorge in situazioni come quella in cui si sono trovati loro, la gratitudine è espressa anche dal fatto che, come penso molti sapranno, i proventi di questo libro, i diritti d’autore di questo libro vanno tutti ad opere di carità, che Antonio ed Alessandra hanno identificato dentro la nostra storia come Rose, padre Aldo o l’Università di Lima dove lavora Andrea Anziani, unitamente ad un lebbrosario di bambini in Africa, che in tutto questo periodo ha pregato per la Caterina. Io mi ricordo che quel giorno al telefono Lui alla fine mi disse: “Ma tu hai una raccomandazione da darmi nello scrivere questo libro?”. E io gli avevo solo detto: “scrivilo pensando che tra poco Caterina lo legge e perciò scrivilo davanti a lei. Questo ti darà la misura di quello che puoi scrivere e di quello che puoi non scrivere”. D’altronde quando ho riattaccato mi è venuta in mente questa cosa, che io in questi anni ho presentato tutti i libri di Antonio: questo è l’ultimo, quello che non volevo presentare. Ma c’è un filo tra i libri che ha scritto Antonio in questi ultimi anni ed è l’interesse per il miracolo, perché dal libro su Medjugorje, al libro su Fatima, al libro su padre Pio, al libro su Gesù era stata come una escalation di interesse per il cristianesimo come avvenimento che cambia, che rende possibili cose impossibili. Da questo punto di vista io credo che questo libro sia l’acme di tutti i libri che lui ha scritto in questi ultimi anni. Perché questo documento è un miracolo che è accaduto proprio a lui. Anche perché chi ha letto il libro sa che non è un libro che parla di Caterina, è un libro che parla molto di più di come lui, come padre, ha vissuto il dramma di Caterina di quest’anno ma anche lo stupore di fronte a questa figlia che gli è stata donata e che è stata insieme anche alla Maria e Michelangelo forse il dono più acuto che Dio gli ha fatto. E io, rispetto al libro, voglio dire due cose, le due cose che a me in questa vicenda della Caterina hanno colpito personalmente per l’amicizia che ho con la Caterina e con la sua famiglia e sono a mio avviso le due cose più evidenti anche leggendo il libro. Non lo so però se la mia esperienza personale in questo deforma la lettura del libro ma penso di no. Le due cose che a me hanno colpito di quest’anno che abbiamo vissuto con la Caterina sono queste: la prima è che io devo alla vicenda di Caterina l’essermi accorta in maniera definitiva che la vita non è rapporto con quello che succede, ma che la vita è rapporto con Dio in quel che succede ed è nella differenza tra queste due percezioni della vita, la libertà. Perché si è liberi anche in una circostanza così dolorosa come quella che è capitata alla Caterina, si è liberi solo se uno si accorge che la vita non è definita da quello che uno deve vivere, ma dal rapporto con Cristo che uno può vivere in quello che deve vivere. E questa è la fonte di una letizia impossibile e di una speranza impossibile, la letizia e la speranza impossibile che uno vede ora, che è cosciente, negli occhi di Caterina. Io che la conosco da tanti anni non mi ricordo mai di averla vista così lieta come ora, tanto la vita è rapporto con Dio in quel che accade. La seconda cosa che voglio dire e finisco, che ho imparato da questa cosa, è questa: quest’estate ero al mare in una spiaggia della Sardegna, mentre stavo prendendo il sole mi sono accorta che la signora davanti a me, che era sotto l’ombrellone con suo marito, stava sfogliando un rotocalco, Oggi, e ad un certo punto, siccome lo teneva così, io ho visto la foto della Caterina sul giornale che lei teneva davanti agli occhi. E questa signora ha cominciato a leggere questo articolo sulla Caterina. Io ero nella fila dietro, nella sdraio dietro, e ad un certo punto questa signora, una signora assolutamente sconosciuta, che poi ho scoperto non è legata in nessun modo alla nostra storia, leggeva Oggi – senza offesa per Oggi – e questa signora ad un certo punto ha chiamato suo marito e gli ha detto: “Vieni che ti leggo questo articolo”. E a voce alta ha letto al marito questo articolo che era una intervista ad Antonio. Mentre io sentivo sulla spiaggia di Calagonone questi due sconosciuti che parlavano della Caterina, mi è tornata in mente la faccia della Caterina l’ultima volta che mi è venuta a trovare – era venuta a trovarmi per pormi questa domanda, anzi per consegnarmi un dolore che aveva, il dolore che lei non riusciva a comunicare Gesù, che non gli riusciva di comunicarlo a tutti. Quando ho visto questi due che sulla spiaggia di Calagonone stavano leggendo questo articolo ho pensato: “Cate, tu che avevi il problema di come arrivare a tutti sei arrivata a tutti, anche a quelli che non conosci e adesso gli comunichi veramente solo Gesù”. E mi ha fatto impressione come Dio risponde sempre misteriosamente alle nostre domande, ma puntualmente e che, come diceva la Cleuza l’anno scorso, all’incontro che ha fatto qui al Meeting, l’unica cosa di cui Dio ha bisogno è veramente del nostro sì, quello che stanno dicendo Antonio, l’Alessandra, Maria e Michelangelo alla circostanza che gli è capitata, quello che sta dicendo adesso coscientemente lei, perché è solo questo sì a Dio che uno dice in quel che accade che permette a Cristo di comunicarsi al mondo. Come è evidente da quello che è successo in tutto quest’anno grazie alla Caterina.

GIULIA CASADEI:
Per me parlare della Cate è sempre una occasione, un motivo di profonda commozione ed è una commozione che non nasce dalla mancanza inestirpabile che comunque io avverto, perché per me la Cate è come se fosse una sorella. Per noi che viviamo con lei, per noi che facciamo l’università con lei, per noi che le siamo amici da sempre, non è una commozione che nasce dalla paura, perché comunque io ho vissuto tutta la vicenda di Cate dal preciso istante in cui lei si è sentita male. Ma è una commozione che nasce anche per me da una profonda gratitudine, da una gratitudine prima di tutto per la sua vita, perché comunque la Cate, dopo un’ora e un quarto di arresto cardiaco, è qui ora e sorride. È una gratitudine profonda per la mia vita, perché dal 12 settembre, cioè dal giorno in cui Cate è stata male, mi sveglio alla mattina con il cuore pieno, grata delle mie gambe, del mio cuore, del fatto di esserci e certa, non per una sindrome del sopravvissuto o per una paura scampata, ma proprio perché sono permeata dalla certezza che quello che agisce è un mistero carnale e incomprensibile, che opera e porta frutto e fiorisce e fiorisce nel mondo, fiorisce tra noi che siamo gli amici della Cate e fiorisce in mezzo a gente che la Cate non l’hanno neanche mai vista, per cui ultimamente mi sento dilaniata dalla sua mancanza ma certa che questo mistero sia un mistero buono.
Vorrei raccontarvi chi è la Cate e inizierò dicendo quello che forse è una bestemmia per molti. Cate come dice sempre Mariella è una che ha un destino strano e si vede subito dagli occhi che ha e dalla domanda che ha sulla vita, per cui il fatto che questa croce sia stata chiesta a lei non mi ha mai stupito, cioè non mi ha mai meravigliato fin dal primo momento. E per spiegare questa cosa che sembra dettata forse dalla follia, devo raccontarvi di quello che è il rapporto di Cate con il Mistero, che è una cosa che io non ho mai visto in una ragazza di 25 anni piena di vita, di cose da fare, di fatica, di tanti desideri, con un temperamento non facile. Sicuramente Cate non è una ragazza pia, una che ha la preoccupazione di fare il bene, ma Cate è una che vive il rapporto con il Mistero in maniera del tutto dolorosa e profonda, con una convivenza del tutto naturale con Cristo. Cioè è la stessa familiarità che vive davvero Marcellino con il crocifisso e ha una baldanza, una certezza nel fare le cose e una gioia nel cuore, dentro il dolore, dentro la fatica, che è la stessa che hanno i bambini che si apprestano a fare la Comunione o comunque con quella certezza in cuore, con quella gioia che lei ancora ha ora più che mai, perché davvero, come diceva Mariella, io, Caterina, non l’ho mai vista così lieta, come in questo momento. Questa naturale convivenza con Cristo e con il Mistero emerge in tutto quello che la Cate fa, emerge dal fatto che è una che ha la preoccupazione di non perdere tempo, per cui si sveglia sempre prestissimo alla mattina, è una che quando c’è qualcosa da fare, anche le cose più pallose che nessuno ha mai voglia di fare, tipo andare a fare le fotocopie, cucinare per 50 persone, è una che non perde mai l’occasione di mettere le mani in pasta e questa cosa mi colpisce tantissimo perché non è un problema di attivismo o di dover fare o di affannarsi, perché sa qual è il motivo, ma è davvero il tentativo sfiancante di Cate di rispondere attraverso la realtà a quello che Cristo le chiede, perché il suo problema non è riconoscere Cristo nella vita, perché come vi dicevo per lei è una compagnia costante anche nella fatica, anche nel dolore, anche nel buio ma è proprio capire cosa Cristo chiede dentro le circostanze e rispondere a questo e raccontare a tutti la verità che lei ha incontrato. E questo fa di lei un personaggio talvolta anche buffo perché la Cate è una che non ha paura di raccontare a nessuno chi è, anche la dove magari la sua sensibilità personale non arriverebbe, per cui ad esempio nel lavoro di lista aperta, nel lavoro di rappresentanza in facoltà, che è una cosa totalmente lontana da quello che la Cate ama fare, perché è totalmente al di fuori dei meccanismi burocratici che regolano un po’ questa attività dei rappresentanti, cioè lei è una che salta in piedi e davanti alla menzogna che abbia davanti il preside, il bidello, il professore di tesi, non ha paura di dire chi è, perché lei dice sempre che uno che ha incontrato una cosa vera nella vita non può tacere, davanti alla menzogna non può tacere. L’altra cosa che emerge, in cui emerge potentemente, drammaticamente questo aspetto della Cate, cioè questo grido che lei ha, questa ferita sanguinante che ha, questa domanda che ha, emerge potentemente nel canto ed è per quello che tutte le volte che sentiamo la Cate che canta ci viene la pelle d’oca e non è un problema di virtuosismo, non è un problema di tecnica, perché comunque ce ne sono tante di persone che hanno una bella voce o che tecnicamente sono più brave di lei, ma perché è come dare voce a quel grido che lei ha dentro al cuore, attraverso quello che è lo strumento che le è stato dato, che è la sua voce. Antonio nel libro si chiede da dove nasca questa capacità di immedesimazione che la Cate ha con il dolore di Maria, quando canta le laudi medievali, quando canta Voi che amate lo Creatore: nasce esattamente dal suo dolore. Da un dolore enorme rispetto a quello che Cristo le chiede, da questa ricerca disperata che la Cate porta avanti da sempre e si sente totalmente immedesimata con la figura della Madonna, perché è colei che ha fatto esperienza del più grande dolore del mondo che è lo stesso dolore che la Cate avverte, tant’è che Cate è una che piange tantissimo. Io mi ricordo le mille volte in cui l’ho trovata in lacrime leggendo qualcosa o studiando un esame e non per un attacco isterico, ma proprio perché continuamente permeata e pungolata dalla necessità di capire come poter essere testimonianza di quella verità che lei ha visto. Tutto quello che è la Cate, tutta questa certezza che lei ha nasce, come dice Antonio nel libro, dentro una storia, che è una storia che ha un’origine chiara e una strada chiara che è quella indicata dal don Gius.
Il don Gius ha sempre avuto una paternità assoluta e totalizzante sulla Cate e mi ha colpito leggere nel libro una lettera, la mail che la Cate ha mandato ad Antonio il giorno in cui è morto don Giussani, perché racconta di quando abbiamo ricevuto la telefonata alle sette del mattino in cui ci dicevano appunto che durante la notte era morto Giussani.
Io stavo dormendo e Caterina ha urlato come solo un orfano può urlare, cioè mi sembrava quasi un animale, tant’è che mi sono alzata ed ero certa che fosse successo qualcosa ai genitori della Cate, perché un urlo così straziato, così animalesco, così sanguinante è un urlo che può uscire solo dalla bocca di un orfano. Lei dice che noi abbiamo capito subito cosa era successo, abbiamo capito immediatamente che era morto il Gius. Ma non è vero, perché non mi era neanche passato per la testa che fosse successo questa cosa, perché ero certa che fosse successo qualcosa di grave alla famiglia della Cate, tant’è che l’ho abbracciata perché non sapevo cosa dirle e dopo lei mi ha detto: “Giulia è morto il Gius”. E io ho detto: “Ma come, è morto il Gius?” E io in quel momento ho questo ricordo di me che pur essendo nata dentro la stessa storia della Cate e pur essendovi da più anni di lei, perché io sono più grande di lei dentro questa storia qui, sotto la paternità di don Giussani, la prima cosa che ho pensato in quel momento non era il mio dolore personale per la perdita del Gius, ma è stata una invidia profonda che ancora ho nei confronti di una che sentiva così feroce l’autorità e la paternità di Giussani sulla sua vita, tanto da giustificare un pianto così disperato.
L’ultima cosa che vorrei dirvi è che questa preoccupazione che Cate ha sempre avuto, non moralistica, ma proprio urgente, di raccontare a tutti quello che lei ha incontrato, cioè di raccontare Cristo, di essere testimone di Cristo, è una cosa che lei sta facendo ora più che mai e quella domanda che lei aveva su come poter essere strumento nelle sue mani ora si compie, tant’è che la letizia e il sorriso che lei ha ora non li ha mai avuti. E la cosa che mi stordisce non è solo il fatto che ci sia un popolo che prega per la Cate, ma il fatto che quello che è accaduto non è roba da cristiani, cioè quello che è accaduto è una roba da uomini, cioè è un fatto inequivocabile davanti agli occhi del mondo, per cui, oltre ad aver convertito persone lontane dalla Chiesa, aver avuto il supporto della preghiera del mondo intero, la Cate ora ha generato veramente un popolo di mendicanti e basta vedere quello che è successo in facoltà da noi. Da noi in università, che è un ambiente assolutamente mortificante dal punto di vista dei rapporti umani, perché a nessuno non gliene frega niente di chi sei tu, è nata ed è fiorita una trama di rapporti tra professori e amici dei corsi, segretarie, che, partendo da quanto è accaduto alla Cate, hanno iniziato a fiorire. Per cui quando dico che ha generato un popolo di mendicanti, dico che questo fatto davanti è un fatto inequivocabile, che tutti possono vedere, per cui c’è chi prega, ma c’è anche chi viene tramortito da una domanda gigante, che parte da quello che è accaduto alla Cate e poi fiorisce personalmente nella vita di ognuno, personalmente nei rapporti tra di noi. Quel che mi viene da dire è che la Cate compie proprio quello che ha sempre chiesto, ora, dentro una fatica per tutti ovviamente, però, per quello che mi posso permettere di dire, è che questa cosa qui, questa croce qui che muove il mondo è capitata proprio a lei probabilmente e non nella forma che avrebbe immaginato.

STEFANO PICHI SERMOLLI:
Parlare di Cate per me è molto complicato, per cui se mi dovessi commuovere vi chiedo anche di perdonarmi. Io vorrei partire da una parola che ha detto Mariella, che è la parola speranza, una strana speranza, che leggendo il libro si percepisce, quasi carnale, una strana speranza carnale, che noi, io, noi, quando parlo di me parlo di tutti i miei amici che, da quando Cate si è ammalata, ha vissuto la malattia di Cate, tant’è che eravamo diventati anche una cosa fisica da vedere, perché all’ospedale di Careggi eravamo sempre 200 persone che dicevano il rosario, che dormivano dentro Careggi, per cui eravamo anche una esperienza proprio visiva, che tutti vedevano e che a tutti poneva una domanda. Una strana speranza, dunque, che noi ci siamo ritrovati addosso quasi inconsapevolmente, e da un certo punto di vista un po’ fastidiosa, perché in alcuni momenti, soprattutto i primi giorni, è una strana speranza che non ti fa sentire la paura quasi, o meglio, non ti fa sentire la disperazione di quello che è accaduto alla persona più cara della tua vita. Mi viene in mente la canzone di Chieffo, Non fu per i trenta denari, ma per la speranza che lui quel giorno aveva suscitato in me. Una strana speranza che io, noi, abbiamo dovuto guardare, abbiamo dovuto giudicare, perché dire Cristo e poi entrare nella stanza di Cate e lei non mi rispondeva, a me non bastava, per cui ho come sentito proprio l’esigenza, tant’è che è la cosa che subito ho chiesto ai miei amici più cari e alle amiche più care di Cate, di aiutarci proprio su questo, perché non ci potevamo accontentare di dire Gesù, di dire Cristo, perché sarebbe stata la cosa più terribile della vita, quasi insopportabile, vale a dire la cosa per cui uno inizia a dar la vita, cioè Gesù, diventa nulla di fronte alla persona a cui vuoi più bene, per cui sarebbe una cosa insopportabile, per cui la domanda “chi sei tu o Cristo”, la domanda “che sei tu” è diventata da un certo punto di vista obbligata e molto drammatica, almeno per me.
Quello che era necessario, era domandare il significato di quell’amicizia, delle belle conseguenze dell’amicizia tra di noi, di quello che tutti vedevano di noi, di quello che tutti dicevano di Cate. Iniziavano ad arrivare le mail che poi Antonio ha messo nel libro, di persone che rincontravano Gesù e dicevo: “e io? E a me cosa serve questo?” Per cui è stata una cosa molto drammatica. Rileggendo il libro di Antonio, mi è venuto proprio in mente il lavoro che ci siamo richiamati a fare, soprattutto della preghiera, che noi, che io e molti miei amici abbiamo riscoperto nell’esperienza di Cate. Oppure il lavoro di Scuola di Comunità, la domanda continua, il dialogo anche con gli amici più grandi, è diventato proprio lo strumento, la possibilità di stare davanti a lei in maniera non disperata e che questo potesse durare e potesse portare frutto. Questo lavoro per me è stato decisivo soprattutto nei momenti più difficili, perché se uno censura la propria umanità non può scoprire chi è Gesù, non può scoprire cos’è la novità di Gesù, per cui la domanda “chi sei tu?” per me è stata decisiva soprattutto nei momenti in cui ero arrabbiato per quello che era successo a Cate. Io ero invidioso delle persone che erano in camera con la Cate e tornavano a casa guarite, oppure che iniziavano a camminare, iniziavano a salutare.
Solo invece prendendo sul serio anche questo, ad esempio il guardare la soddisfazione e la contentezza dei piccoli e grandi sviluppi di Cate, per me è divenuto un lavoro decisivo. Io sentivo che tutte le volte che andavo via da Cate arrabbiato o in qualche modo, in fondo, un po’ triste, triste nel senso più disperato del termine, mancava questo lavoro, per cui per me il rapporto con Cate è una novità grande nella mia vita. Cristo è diventato carnale, uno a cui io posso chiedere il miracolo della completa guarigione di Cate, altrimenti rimarrebbe la domanda di una magia e non un miracolo, per cui io posso chiedere il miracolo come chiedo a mio padre e a mia madre un aiuto, come posso chiedere a loro una cosa, la chiedo a Gesù, dentro la certezza che l’incontro col don Gius e quindi con Gesù ha dato una sovrabbondanza di bene alla mia vita che mi fa stare davanti alla Cate con la gioia di averla, perché lei non c’era più e ora c’è. Tant’è che io mi ricordo che appena mi dissero, appena capii che cosa era successo realmente alla Cate, quando l’infermiera mi disse: “non entrare”, dissi: “se Te la sei presa ti capisco, perché una così non c’è, per cui Ti capisco”. Io voglio chiudere con una cosa che è già stata detta da Mariella ed è già stata detta anche da Giulia. Cate si definiva una persona di poca fede, perché non riusciva a comunicare l’incontro che aveva fatto, oppure si arrabbiava tantissimo quando le iniziative nostre, degli universitari non erano curate, perché non testimoniavano Gesù, oppure quando pensava che il nostro rapporto non testimoniasse abbastanza Gesù. Ebbene tutto questo mi ha portato a farmi una domanda ulteriore: “qual è il mio bene e qual è il bene di Cate?” Tante volte anche tra di noi ci siamo detti: “bisogna trattarci in un certo modo”, come se, pensando o facendo esperienza del fatto che non ci siamo conosciuti, che qualcuno ci ha fatto conoscere, però alla fine era come se “però prima o poi ci sposiamo, facciamo dei figli…” Mentre questa domanda “che cosa è il mio bene, che cosa è il bene di Cate”, si è liberata, ciò che Cate ci sta indicando, e ci sta testimoniando con la sua serenità e letizia, è che il suo bene è rispondere al Mistero, rispondere a Dio, rispondere a Gesù nella circostanza in cui siamo chiamati a farlo, per cui questo è liberante e pieno di letizia. Antonio ha riportato la lettera che io gli ho scritto per il compleanno di Cate, per cui è vero che Cate mi manca, mi manca tutto di lei, cioè mi manca come era, ed è vero che darei la mia vita ora per la sua guarigione completa, però ciò che Dio ha preparato per lei e per noi è sicuramente uno spettacolo che noi non immaginiamo neanche, ma questo non lo dico in previsione, lo dico perché è già così, perché il rapporto tra me e Cate si è talmente liberato, cioè è talmente chiaro quello che lei ci sta indicando, che per me è già così, è già una cosa molto di più di quella che io mi potevo aspettare dal rapporto con lei. E io chiudo dicendo, ridicendo quello che ha detto Alessandra all’inizio. Per me è incredibile come leggere le testimonianze delle persone che pregano per Cate, sia per me richiamo ad una cosa verso cui io, a volte, faccio fatica, oppure dimentico. Per cui vi chiedo di continuare a sostenerci nella preghiera, perché noi dobbiamo continuare a domandare la guarigione di Cate.

ELENA UGOLINI:
Sinceramente non vorrei aggiungere niente a quello che ha detto Steno, però sono qui e obbedisco alla domanda, alla richiesta che mi ha fatto Antonio, che è quella di dire qualcosa su quello che ci è accaduto. Io, Antonio non lo vedevo, non lo sentivo da un bel po’ di tempo e quando ho saputo di Caterina il 12 settembre, l’ho saputo subito, ho fatto quello che tutti i medici con cui ho parlato, mi hanno indotto a fare, che è meglio che finisca tutto subito e il prima possibile. Ho pensato questo, perché tutti i medici con cui ho parlato hanno detto: “impossibile” e io proprio per questo motivo non avevo il coraggio di alzare il telefono, però Antonio mi ha anticipato e io lì ho visto la bontà del Signore che comunque ti anticipa sempre. Mi ha chiamato perché, siccome avevano deciso di trasportare Caterina a Bologna, perché c’era un centro unico in Italia che poteva aiutare la riabilitazione, mi chiedeva un aiuto per una cosa di una banalità assoluta. Sono le cose che io so fare meglio, cioè cercare casa e immediatamente (non è che sono brava a cercare le case, sono brava a fare le cose banali, cioè mi dici “metti su un kg di sugo, costruisci una scuola” e io lo faccio, perché sono cose abbastanza banali), per cui avere la possibilità in qualche modo di entrare in rapporto con loro per una cosa così stupida, mi ha fatto proprio contenta, perché non sapevo veramente cosa dire, perché io ho pensato subito, ma un figlio così. E poi mi è venuta un’idea che è stata poi una grande grazia per noi che è stata quella di suggerire di andare in un appartamento dentro la casa di un nostro amico, perché quell’appartamento era libero, poiché i suoi figli erano negli Stati Uniti, per cui il “testone Socci”, perché io non conosco Caterina, però conosco bene Antonio, dopo un bel po’ ha ceduto e di fatto quest’anno Michelangelo è venuto a scuola da noi, alle Medie e tutta la famiglia, con Maria poi Steno, l’Alessandra e tutti gli amici che comunque non li hanno mai lasciai neanche un istante, hanno vissuto con noi. E la bellezza di questo libro, che mi ha colpito tanto, è che io ho capito, leggendolo, che è stato un regalo che Antonio ha fatto a tutti.
Giussani, quando raccontava del raggio ne Il Cammino al vero è un’esperienza, diceva che dialogare vuole dire comunicare sé e il primo che ha cominciato questo dialogo è stato il Signore. Io lo so perché è diventato un best-seller, perché il cuore dell’uomo ha bisogno di quello che c’è scritto lì. Allora tu puoi essere in Sardegna, puoi essere a Canicattì, puoi essere a St. Moritz, quello di cui abbiamo bisogno non è un’altra cosa, altrimenti ci prendiamo per i fondelli e questa cosa la capiscono tutti. Che regalo mi ha fatto Antonio scrivendo quel libro? Mi ha aiutato a capire perché Steno, l’Alessandra, la Maria guardavano così Caterina, che cosa è che vedevano che io non vedevo. Perché quando io l’ho vista la prima volta al Maggiore, ho visto un corpo rattrappito e degli occhi persi, e pensare che loro le cantavano, le parlavano, le raccontavano le storie. Io dicevo: “ma che cosa è che vedono che io non vedo?” e lei si è proprio risvegliata mentre Alessandra le leggeva a voce alta un libro e ho visto anch’io questo, perché una volta chiacchierando di questo fatto, del cambiamento che ha fatto in questi mesi, io ho detto: “certo che sarà una strada lunga” e lei si è messa a piangere. Ecco, io leggendo questo libro ho capito che cosa è che vedevano loro che io non vedevo. Loro vedevano tutta Caterina per il Mistero che è. E infatti ci sono tre cose che mi hanno colpito, le dico velocemente.
La prima è questa: il Mistero che sono i nostri figli per la nostra vita. Noi distratti da mille cose, non ci rendiamo conto di chi abbiamo davanti, dei nostri figli, del nostro marito, dei nostri alunni, del Mistero che sono. Antonio diceva: la prima notizia è che il mio cuore batte e batte anche il tuo e neanche lo considero. Questo senso dell’alterità assoluta dell’essere, che è sempre un dono. La seconda cosa, la grandezza della nostra storia, in cui i nostri figli ci diventano padri e madri. Perché questa è la cosa straordinaria, che chi hai partorito ti aiuti a riconquistare ciò che sei. Che sia stata Caterina il tramite di questo ritorno a casa di Antonio e che questa storia sia così grande che appunto i nostri figli, anche piccoli, ci testimonino la fede che noi, in modo assolutamente provvisorio, cioè così come potevamo, gli abbiamo comunicato, questo dice che noi siamo dentro una storia straordinaria. La terza cosa che mi ha colpito è l’amore di Steno, cioè io desidererei questo, cioè un amore così gratuito, che lui ha già raccontato in quella lettera. Quella lettera vale il libro. C’è una cosa che non c’è dentro il libro, perché l’avevano già stampato, ed è quel che è successo il 15 luglio. A parte il fatto che io sono nata il 9 giugno come Caterina e questo ovviamente me la rende particolarmente simpatica, ma il 15 luglio il coro degli Universitari di Bologna è venuto a cantare alla Casa dei Risvegli, dove è adesso Caterina. E la cosa impressionante è che piano piano – è una casa che non si può dire che sia bella, perché Caterina è l’unica che ti sorride, perché dopo un po’ essere imprigionati, seguire tutto ed essere imprigionati è una cosa terribile, e lei è l’unica che ha questa luce di felicità e sta trascinando gli altri, perché il coro è andato lì e dentro la casa dei risvegli il coro ha cantato e piano piano sono arrivati tutti – ecco io lì ho capito quello che diceva prima Mariella, cioè che il problema non è se la vita dura cinque minuti, 100 anni, se io faccio una scuola, se l’altro riesce a fare così con il dito ed è un evento perché è rimasto paralizzato sei mesi, ma la cosa grande è davanti a chi lo facciamo, perché questo essere nelle mani di un altro cambia la vita, rende uniti il Cielo e la Terra. Lì c’era la mamma di un mio alunno che è morto di un tumore al cervello due anni fa, Martino, ed era chiaro che non c’è differenza, ed era una festa che Caterina fosse lì a gustarsi il coro che cantava.

DANIELE CELLI:
L’invito a leggere il libro è implicito, in tutto ciò che loro hanno detto. Io mi permetto di aggiungere una parola, una sommessa parola di fronte alla grandezza che ci è stata comunicata e testimoniata. Ed è una domanda a cui peraltro è stata già anticipata la risposta, ma credo giusto rilanciarla, riproporre questa domanda: “come può un padre, che vuol dire anche una madre, un familiare, un amico, un fidanzato, come può un padre, questo è un padre che ha scritto, reggere il dolore provocato dalla sofferenza, dal sacrificio di un figlio? Come può un padre accettare il sacrificio di un figlio – tenete presente ad esempio l’immagine di Abramo. Come è possibile accettare liberamente, cordialmente, se questo avverbio ha senso, il sacrificio, il dolore, la sofferenza, incomprensibili di un figlio?”. Questo libro è un regalo straordinario come è stato già detto, perché ci aiuta a capire come un padre può accettare il sacrificio incomprensibile e intollerabile, umanamente parlando, di un figlio. Solo immedesimandosi nel Padre, solo stando davanti a quel Padre che ha, non vorrei essere teologicamente scorretto, che ha accettato il sacrificio del proprio figlio. Chi ha visto The Passion di Mel Gibson forse è rimasto colpito dalla scena in cui cade la lacrima dal cielo nel momento in cui Cristo muore in croce. E’ possibile vivere con senso tutto, anche quello che immediatamente ci appare più incomprensibile se è dentro l’esperienza del rapporto con questo Padre, con questo Tu. Io sono personalmente come ciascuno di voi, grato ad Antonio per questo regalo che ci ha fatto e lo sono anche perché l’esperienza che qui è raccontata, è un’esperienza che per analogia mi è toccato di vivere nel 2002 e negli anni seguenti. E capisco una cosa in particolare, che è proprio vero come dicevano loro, come diceva anche Alessandra che un’esperienza del genere è possibile affrontarla, reggerla, non aggrappandosi con i denti a chissà quale volontà che rimane comunque fragile e debole, ma aggrappandosi ad una coralità, ad una compagnia, ad un popolo, che magari inaspettatamente, da ogni dove si unisce nello stare davanti a questo mistero, a questo prodigio, vorrei anche dire alla bellezza straordinaria di questo miracolo. Per questo siamo tutti profondamente grati di come il mistero ci raggiunge. Questo Tu, questo Padre ci raggiunge e fa fiorire in maniera inaspettata, una stanza di ospedale, si trovi a Firenze, si trovi a Bologna, e fa fiorire una sala come questa che non ci contiene tutti e fa fiorire la quotidianità fatta di cose molto prosaiche se volete, più o meno belle e più o meno dure ma fatte soprattutto di una grandezza che ci sorprende sempre. Che uno debba essere aiutato a scoprire la propria paternità dal sacrificio del figlio è un miracolo che non ci augureremmo immediatamente in questa forma, ma un miracolo di cui non possiamo non essere grati. Grati a Caterina, grati ad Antonio, grati ad Alessandra, grati a tutti loro. Grazie.

DANIELE CELLI:
Prego di sedervi in maniera tale da poter proseguire la nostra conversazione, grazie.
Sergio Belardinelli, che è un grande amico del Meeting, da tempo, ci ha proposto questa sua ultima fatica: L’altro illuminismo: politica, religione, funzione pubblica della verità.
Noi sappiamo che l’Illuminismo ha segnato in maniera decisiva la storia della cultura europea e internazionale. Dell’Illuminismo noi sappiamo che ha costituito una cesura, una rottura rispetto alla tradizione cristiana che aveva impregnato di sé secoli e secoli della storia europea, nel senso che l’Illuminismo ha portato a compimento un processo di secolarizzazione avviato già nel 1400-1500. Ma perché parlare de l’altro Illuminismo? C’è un’importante libro, scritto da Horkheimer e Adorno, La dialettica dell’illuminismo, in cui si mostra che l’Illuminismo come ragione che pretende di spiegare tutto ponendosi come misura di tutto, in un certo senso si suicida. Allora mi sembra provocatoriamente interessante poter parlare dell’altro Illuminismo perché questo titolo, mi pare, ma lo chiedo appunto a Sergio Belardinelli, alluda al fatto che dentro l’Illuminismo c’è un germe interessante e positivo di esaltazione della ragione che va però corretto dai limiti e dalle insufficienze che l’Illuminismo stesso tradizionalmente inteso ha manifestato. L’altro Illuminismo è soprattutto comprensibile, e qui è la prima domanda che pongo a Sergio nel momento in cui ci domandiamo che cos’è vero per noi. Quello che abbiamo ascoltato nell’incontro precedente, è qualcosa di vero? E’ qualche cosa di reale? È qualche cosa che tocca profondamente la nostra esistenza? O è fumo, o è chimera? Parlare della funzione pubblica della verità dell’Illuminismo credo che ci aiuti a capire che nella vita ci sono cose che contano, che hanno un peso, che hanno un rilievo, che ci comunicano una verità al di là della loro misurabilità quantitativa. Chiedo perciò in che senso Sergio Belardinelli ha voluto proporci questa riflessione su l’altro Illuminismo, credo non tanto per rifiutare l’Illuminismo quanto piuttosto per scoprirne la profonda verità. Grazie

SERGIO BELARDINELLI:
Grazie a te. È un libro che di per sé ha delle idee, poche e spero chiare. Non ci sono grandi originalità. Il titolo, L’altro Illuminismo, voleva essere, vuole essere fondamentalmente una provocazione. Una provocazione nei confronti di chi? Nei confronti della cultura dominante, la cultura sedicente illuminista e illuminata che ritiene sia diventato oramai disdicevole, specialmente sul piano pubblico, parlare di verità. La verità, nel dibattito pubblico, come sanno sicuramente tutti i presenti, perché è diventato ormai un luogo comune, la verità nel dibattito pubblico liberale e democratico si dice può essere soltanto un concetto pericoloso, perché nel dibattito pubblico, in questo dibattito pubblico, in una società pluralista, in una società che vuol essere, appunto, liberale eccetera, il dibattito può essere solo tra opinioni, può essere solo tra tanti “secondo me”. E’ un forma di pirandellismo, un po’ alla leggera, che domina, come sappiamo, il dibattito pubblico contemporaneo. L’idea banale che ho cercato di riproporre è un’idea illuminista. Ho cercato di far vedere che c’è una tradizione dell’Illuminismo che oggi forse abbiamo accantonato, che vive soprattutto del pathos della verità. Gli illuministi, e qui direi tutti, da Kant ai francesi, agli scozzesi, tutti gli illuministi sono animati da una medesima passione per la verità, una medesima passione, starei per dire, per la ragione, una medesima fiducia nella ragione che si ritiene possa dire qualcosa della realtà. Ecco, io, mettendo come titolo, L’altro Illuminismo, volevo principalmente enfatizzare questo aspetto, sicuramente trascurato, che però contraddistingueva in profondità la tradizione illuminista, un aspetto per il quale la verità e la realtà e la capacità di dire veramente la realtà erano cose prese molto ma molto sul serio. Questa l’idea banale. Inserita nel dibattito pubblico, questa idea, chiaramente contiene non poche provocazioni, o se si vuole, non pochi motivi di riflessione. Perché noi viviamo in un contesto dove sappiamo bene che anche sulle questioni ultime, anche sulle questioni di cui abbiamo sentito parlar prima, alla fin fine, tutto viene ridotto a una questione opinabile, tutto viene ridotto a una questione: Sì, si può dire così ma si può dire anche il contrario. Ecco, io credo che sia, per la nostra cultura, un pericolo grave non riuscire più a distinguere gli argomenti buoni da quelli meno buoni, la verità dalle menzogne. Ma che cos’è che ci consente di fare questa distinzioni se non la fiducia che ci siano discorsi migliori di altri non perché sono condivisi da un numero maggiore di persone, non perché imposte con una maggiore forza mediatica o anche armata, ma che sono migliori degli altri semplicemente perché più vicini, più conformi all’oggetto, alla realtà di cui si parla. Questa è l’idea, banalissima, che ho cercato di riabilitare un po’ nella convinzione che proprio questa idea possa servire a tirar fuori i nostri dibattiti pubblici dalle secche nelle quali si stanno impantanando e sono le secche – uso una parola che ormai usano tutti – del relativismo, le secche di discorsi che oramai valgono tutti allo stesso modo. L’importante è trovare dei luoghi dove farli, dove poterli esibire, poi tanto siamo convinti che l’importante è solo esibirli, perché poi uno vale l’altro. Basta guardare un dibattito televisivo e ci rendiamo conto di quanto poco i nostri discorsi siano attenti alla realtà delle cose, abbiano questa consapevolezza. Ecco, secondo me, riabilitare l’idea di verità anche a questi livelli – e stiamo parlando di verità piccole, non stiamo parlando di quelle verità di cui si parlava prima, stiamo parlando di verità, dobbiamo aver fiducia che si possa ancora dire: la neve è bianca, oggi siamo qua dentro e non siamo da un’altra parte. Ma ecco: vorrei far notare che se non siamo più capaci neanche di aver fiducia nel fatto che la neve è bianca, ciascuno poi tragga le conclusioni rispetto ai discorsi che abbiamo ascoltato prima, che sono molto più impegnativi, sono verità molto più impegnative. Ma vedete, per poterle cogliere, anche quelle, ci vuole un habitus, ci vuole una cultura, ci vuole un modo di sentire che sia un po’ abituato, come dire, alla compagnia con i discorsi veri piuttosto che con le chiacchiere.
In questo senso, la funzione pubblica della verità, direi che principalmente sia proprio questa capacità di destare attenzione sulla validità dei discorsi. Poi ce n’è anche un’altra che non è marginale e che considero forse l’unica idea originale di questo libro. Io amo auto-ironizzare sulle cose che faccio, ma se c’è un idea originale in questo libro, ed è quella che stoper dire, ed è una grande banalità, è che la verità tra le altre cose ci abitua anche a pensare l’indisponibilità, ci abitua anche a pensare qualcosa prima ancora della vita e della morte, magari più semplice che comunque non dipende da noi. Dipendeva da me venire a Rimini piuttosto che stare sulla spiaggia, ma una volta che son venuto a Rimini, che sto qua, è vero a prescindere, lo si può riconoscere o non riconoscere, si può far finta di non vederlo, si può architettare tutte le alchimie possibili ed immaginabili, ma resta assolutamente vero che io sono qua, ed il mio essere qua, la verità del mio essere qua oggi, è secondo me, la prima e più evidente forma di indisponibilità nelle relazioni degli uomini. Una verità che riconosciamo è una verità che implicitamente diciamo che si dà, e quindi come tale non dipende da noi, non siamo noi che la produciamo, non siamo noi che la facciamo essere vera, si da e allora di nuovo, se non abbiamo più la capacità di riconoscere l’indisponibilità a questi livelli piuttosto elementari, credo che sia ancora più difficile riconoscere l’indisponibilità quando parliamo di vita, quando parliamo di morte, quando parliamo di situazioni cruciali, situazioni limite, rispetto alle quali non c’è spazio per tante chiacchiere. Ecco io direi che queste due o tre cosette banali stiano alla base del titolo L’altro illuminismo. C’è un illuminismo che sicuramente è stato declinato in modo relativistico e che ci sta sotto gli occhi e lo vediamo, ma c’è anche un altro illuminismo, un illuminismo che consente di dire le cose che sto dicendo, le quali, ripeto, sono banalità, però converrete con me che non hanno almeno nel nostro dibattito pubblico, non hanno l’incidenza che dovrebbero avere e che se l’avessero potrebbe essere non poco utili per tutti.

DANIELE CELLI:
Sergio, scusa, possiamo dire che questo darsi della verità così come ti sei espresso, questo rapportarsi di ciascuno di noi con la verità che si dà e che non si produce, ci permette di avere un volto, di avere un’identità?

SERGIO BELARDINELLI:
Guarda quello dell’identità è un altro tema abbastanza cruciale in questo libretto. Credo davvero che si possa dire quello che dici, cioè che la nostra identità è qualcosa che sicuramente ci costruiamo, la nostra identità è sicuramente qualcosa che dipende dalle nostre scelte, che dipende da quello che noi desideriamo essere etc. etc., però non vorrei che si dimenticasse che ciò che siamo, più di quanto noi si creda, non dipende da noi, ciò che siamo dipende dalle condizioni nelle quale siamo nati, dalla famiglia nella quale siamo nati, dalla cultura nella quale siamo nati, dalle persone che abbiamo avuto la fortuna o la sfiga di incontrare. Tutte queste cose sono decisive per la nostra identità, hanno una gratuità che se non ci abituiamo a pensarla poi ci sfugge il senso dell’identità, tanto è vero che mai come oggi l’identità, quando se ne parla, viene declinata diciamo così in modo individualistico: io sono mio! Io sono mia! Io sono ciò che voglio essere, le scelte che voglio fare. E’ un luogo comune nella cultura contemporanea eppure, mai come oggi, sperimentiamo la crisi dell’identità, lo spaesamento, specialmente nei giovani. Ecco, io credo che ci sia un nesso tra l’incapacità che abbiamo di riconoscere che ciò che siamo dipende dagli altri, o anche da altro, e lo spaesamento metafisico proprio che contraddistingue la nostra epoca. Veramente potremmo misurare la portata di quello che sto dicendo su molti fronti, pensate alle difficoltà che abbiamo ad immaginare in modo decente il dialogo interculturale. Come minimo è curioso che una cultura come la nostra, specialmente occidentale, che si dice aperta, liberale, fondata sulla libertà etc. faccia così tanta fatica ad incontrare l’altro, sul serio. Ecco io mi spiego questa fatica, col fatto che ci siamo dimenticati di noi stessi, abbiamo perso la memoria di ciò che siamo e delle modalità attraverso le quali siamo diventati ciò che siamo diventati e quando dico modalità penso alla tradizione che ci ha fatto diventare quello che siamo. Sapete tutti che tradizione, identità oggi sono quasi parolacce, è un lessico che non può più essere usato senza correre qualche rischio eppure, domanda banale, l’incontro con l’altro da cosa è reso possibile? Se ci pensiamo bene, cos’è che lo rende veramente possibile, se non la convinzione, la certezza di essere qualcuno? La nostra cultura ha pensato che il modo migliore per incontrarsi con culture diverse fosse quello di diventare nessuno, fosse quello di farci nessuno, di spogliarci di ciò che siamo, poi ci ritroviamo nello scontro tra le civiltà, poi ci ritroviamo nel bel mezzo di una generale incomunicabilità. Penso che ci sia un nesso, penso che ci è così difficile comunicare perché abbiamo perduto il senso di ciò che siamo. C’è un autore che si chiama George Steiner e so che è noto ai frequentatori del Meeting, è un grande intellettuale ebreo, il quale in uno dei suoi libri ha scritto una volta che conoscere è tradurre: ora questa frase io l’ho proprio usata come prototipo di una dinamica tra le culture. Le culture si conoscono nella misura in cui sono capaci di tradursi l’una nell’altra. Ora, se noi riflettiamo sul significato del tradurre, secondo me ci accorgiamo di un’altra grande banalità, che i migliori traduttori sono quelli che hanno dimestichezza con la propria lingua, con la lingua nella quale traducono, ci vuole dimestichezza con la propria lingua per tradurre la lingua degli altri, certo se uno non conosce l’inglese non può tradurre dall’inglese. Però uno che conosce l’inglese così così, e conosce benissimo l’italiano, ed uno magari che conosce benissimo l’inglese e conosce l’italiano così, io sono convinto che la traduzione di colui che conosce bene l’italiano, sia migliore dell’altra. In questo senso, se ci riflettiamo davvero, l’incontro con l’altro è un’avventura con se stessi, l’altro, al di la della retorica che specialmente in ambienti cattolici viene usata molto dell’altro come opportunità, io dico l’altro in questo senso diventa davvero un’opportunità, perché ci costringe a cercare nella nostra lingua quelle risorse per tradurlo, che non possiamo dar per scontato d’avere. Tutti coloro che hanno fatto una volta l’esperienza di una traduzione sanno che non tutto è traducibile, tradotto in gergo politico i conflitti bisogna sempre metterli nel conto quando parliamo di incontro con culture differenti da noi, non possiamo cadere in quella melassa multiculturalista dove i cuori e le culture si incontrano così armonicamente senza la fatica, senza il conflitto, senza il rischio dell’incomunicabilità, bisogna sempre metterlo in conto, facciamo fatica a comunicare con nostra moglie, figuratevi con uno che viene da un altro mondo. Queste sono banalità che a mio modo di vedere, se ci riflettiamo, ci aiutano un tantino ad orientarci nel caos nel quale siamo. L’altro diventa davvero un’opportunità perché se io devo tradurre in italiano die uralte Verwirrung, faccio una fatica bestiale a trovare la traduzione giusta, provate a pensare un tedesco che deve tradurre “meriggiare pallido ed assorto”, o “chiara e dolce è la notte e senza vento”, provate a rendere in un’altra lingua il senso di quella congiunzione, questo è qualcosa che dovrebbe farci capire quanto è importante la dimestichezza con noi stessi. Un’ultima considerazione, se ci pensiamo bene duemila anni di cristianesimo sono duemila anni di pratica di traduzione in questo senso, la figura di Cristo che è capace di rimanere sempre la stessa, rinnovandosi totalmente ad ogni incontro con il diverso. Credo che questo stia persino dentro il cuore più profondo dell’esperienza di CL. No, purtroppo non è un’ovvietà, non è qualcosa con la quale abbiamo la giusta dimestichezza, se l’avessimo forse vivremmo tutti un po’ meglio, ci sentiremmo tutti un po’ meno soli e magari anche un po’ più disponibili. Grazie.

DANIELE CELLI:
Quando ha detto Belardinelli, invitandoci perciò caldamente alla lettura di questo libro, fa venire alla mente, tra le altre cose, quanto dicevano i biografi di San Tommaso d’Aquino, riportando il fatto che, tutte le volte che iniziava le sue lezioni ogni anno accademico a Parigi, tirava fuori dall’ampia manica del suo saio da Domenicano, una mela, la metteva sulla cattedra e guardando in faccia i suoi allievi chiedeva: “Signori siamo d’accordo che questa è una mela? Si! Bene, allora possiamo cominciare”. Perché ci possiamo capire finalmente. Grazie Sergio.
La croce non basta, di Roberto Gabellini, ed insieme un poeta, Lauretano.
Avrei voluto leggere prima queste parole, ma va benissimo anche adesso, perché sono tratte dal libro di cui stiamo appunto occupandoci.
Sono nell’ultima pagina di questo testo, e Roberto, noto agli amici riminesi con un appellativo che non dirò, ma mi viene quasi spontaneo, dice così alla fine, lo leggo perché da un certo punto di vista mi pare un passo riepilogativo di quanto abbiamo vissuto finora in questo pomeriggio.
“Costretti ad amare ogni cosa che finisce, un fiore, una voce ascoltata per la strada, ogni parola pensata, persa o ritrovata, costretti ad amare la croce, anche se la croce non basta. Non salva, la croce. La morte, o una fine che sia, la più eroica possibile che sia, non basta. Pregando solo di incrociare gli occhi di qualcuno in cui scoprire una speranza, che senso abbia tutto questo, un braccio a cui attaccarsi, qualcuno a cui salire sulla schiena, farsi portare come un bimbo. Non più soli, maledetti, riuscire ad amarsi”.
Io sono rimasto molto colpito da queste parole perché mi pare che vadano al cuore dell’esperienza umana, della verità dell’esperienza umana.
Io, lasciando la parola a Roberto, gli chiederei innanzitutto, ma poi insieme a lui avremo la possibilità di sentire anche la voce di Laureano, come nasce questo libro, perché nasce questo libro, perché questo ritorno al primo amore, il teatro, a queste litanie: dolorose, amorose, quotidiane. Prego.

ROBERTO GABELLINI:
Grazie. Allora, come nasce, dopo lo racconto.
A me colpisce questo: che il “riuscire ad amarsi” che chiude il libro e che tu hai citato adesso è esattamente un altro nome della letizia di cui parlavano prima gli amici di Caterina.
Così come l’altra cosa che unisce, che potrebbe unire, se vogliamo questo libro a quello di Socci, è che non è il dolore la materia di cui si parla: ciò che unisce è che alla fine è solo Cristo. Il “solo Cristo” che Caterina dice e gli altri dicono, cioè arrivare al fondo del dolore che uno si trova a vivere, che si trova ad incontrare sulla propria strada.
Quel dolore che ti domanda una risposta, che ti domanda di starci e di non scappare.
Tanto è vero che il libro in realtà è una specie di Via Crucis, una Via Crucis fatta in tre brani, sono tre poemetti potremmo dire, e sono appunto una liturgia dolorosa, una amorosa e una quotidiana.
Io ho pensato molto a cosa potevo dire, e ho pensato che prima di tutto mi conviene leggere un pezzettino, così almeno sappiamo di che cosa si parla.
Per capirci, siccome non avete il libro, si tratta di una Via Crucis, o meglio si tratta della Passione storica di Cristo raccontata come vista da un osservatore sulla scena: immaginate che possa essere un centurione, qualcuno non in mezzo alla folla, qualcuno non implicato direttamente, qualcuno che lo osserva quasi in modo distaccato, fino però a farsi prendere ad un certo punto.
E parallelamente a questo, una Via Crucis di oggi, di quelle che si fanno in Settimana Santa, Venerdì Santo, percorrendo le stazioni.
E queste due storie corrono in parallelo, ogni tanto incrociandosi, per cui il primo pezzo che vi leggo è la passione storica che si attacca subito a quella invece dell’oggi, lo si riconosce.
“Via dalla croce.
Lontano.
Senza voltarsi a guardare, fin quando il respiro
comincia a pungere in gola, si spezza, fin quando
il cuore trabocca di tutto il dolore e la tristezza
del mondo, il terrore di un bimbo. Lontano.
Dall’odore di morte che manda la carne morsa
dal sole, dal sangue denso che cola per terra e
non sembra finire, dalle ferite coperte e scavate,
smangiate con cura da sciami di mosche
impazienti, e ormai nere come le
grandi mezzene appese per strada in fila,
ordinate, davanti ai banchi al mercato ed oscene.
Lontano.
Dal vento che ti si attacca ai vestiti, che urla –
impazzito – e non sa dove andare; che vede
fuggire ogni cosa davanti alla morte, senza più
nulla da poter cullare nell’aria, da accompagnare
a conoscere il mondo, neanche più un fiore, una
farfalla volare, nessun amore da fare accadere.
Solo quel terribile odore.
Via, via dalla croce.
E che gli occhi infossati e già secchi si svuotino in
fretta anche di tutto ciò che hanno visto, di ogni
speranza, di ogni illusione; ognuna, adesso,
appesa alla croce.
Questo sarebbe normale.

Perché invece se ne restano qui, fermi, in faccia
alla morte, immobili in mezzo a tutto questo
dolore, davanti a un dio che si guarda morire.
Perché non corrono via.
Perché.

In fondo alla strada, lassù, sul punto più alto del colle, la piccola chiesa segna l’arrivo del nostro corteo. Poche case, un piccolo spiazzo, finalmente si vede anche il mare. Ognuno in silenzio, in fila, guardando la croce. Probabilmente ognuno chiedendo a se stesso se sia lì per un ricordo soltanto, per una buona intenzione, se sia solo teatro o la recensione di un quadro. O se invece accada davvero. Se il verbo ridetto, il singhiozzo imitato, il sospiro e infine anche l’urlo mortale riaccadano ancora; il figlio di Dio che muore di nuovo.
La croce che guidava la marcia è stata infissa per terra e uno alla volta, tutti, si avvicinano e si inginocchiano, svelti di fronte al corpo di legno.
Anche lei attende in fila il suo turno, poi, come gli altri, può inchinarsi a baciarne il costato e la ferita che vi è incisa sul fianco. Si piega, ne abbraccia la forma, le mani serrate a pesarne il dolore, a misurarlo col proprio, per provare a capire se debba odiarsi soltanto, oppure possa ancora sperare, aspettare qualcosa, una parola, una; una sola. Si stringe le ossa inchiodate e intanto, di dentro, sente il proprio male che spinge, impaziente, che vorrebbe sfondare le sue, dirsi già vincitore; pochi secondi, il tempo di un bacio appena appena sfiorato, gentile, di un battito solo del cuore. Appoggia le labbra al costato dove è dipinto lo squarcio e sembra ci si voglia infilare, entrarci dentro e vedere se dalla parte di là ci sia davvero l’eterno, se quel taglio sul corpo si lascia scappare una qualche promessa, un invito, una porta che infine congiunga il proprio dolore ad una qualche ragione, la propria morte sciolta in quella di Lui, finalmente sconfitta; o invece sia il buio, il silenzio soltanto, la sorte che capita a tutti; la memoria di te che un po’ alla volta svanisce come se non fossi mai stato.
Un mare profondo.
Troppo.
E quando riemerge sembra ormai senza fiato, il respiro affannoso, convulso, di chi stava affogando e ritrova la luce.
Chi può sapere cos’abbia visto davvero, ascoltato, o saputo; vissuto in un solo secondo di tutto il dolore del tempo”.

Tutto il dolore del tempo, tutto il dolore dell’uomo.
Come si fa a raccontare del dolore, come si fa a raccontare della morte quando tutto il nostro corpo si ribella, quando non ne capiamo il motivo?
Il libro, se vogliamo, è tutto centrato attorno alla “dicibilità”, diciamo così questa brutta parola, alla “dicibilità del dolore”, come si faccia a dirlo, a chi dirlo. Chi possa ascoltare il grido che nasce dal dolore.
Il dolore è il dolore dell’uomo e il dolore di Dio.
C’è questa frase all’inizio che dice “…un dio che si guarda morire…” è un immagine che mi ha colpito tantissimo quando è venuta perché, immaginate Cristo col capo reclinato che vede il proprio corpo sanguinante e stupito lui stesso di quello che gli stava accadendo. Sicuramente il corpo non accettava questa cosa, cioè non era l’umanità che veniva meno in Gesù. Quell’umanità rimaneva, non poteva certo desiderare la morte, quindi come si fa a parlare del dolore?
Vi leggo un altro pezzo a proposito di questo perché, secondo me, la questione del dolore di Dio e del dolore dell’uomo è esattamente il punto di attraversamento, il ponte fra le due storie di oggi e di ieri:
“Ecco, uno è caduto, è in ginocchio, per terra e la
croce si affretta a coprirlo per fargli da scudo,
per salvarlo dai colpi. Sembra dire che è suo, suo
soltanto, gli spetta; che vuole il suo corpo storto e
straziato, fare del Suo il dolore più grande di
qualsiasi altro mai visto; perché arrivi spaccare
la terra, a fermare il corso del sole, perché
qualcuno infine sussurri anche a lei una qualche
parola d’amore.
Come si riconosce il dolore di un dio.

Urlando una vecchia si butta in mezzo alla via,
corre verso il primo davanti e prova a sollevarne
da dietro il legno che striscia per terra. Inciampa,
cade in ginocchio, strilla ancora più forte. A
quattro zampe rincorre suo figlio, gli bacia i
piedi, gli si attacca alle gambe per riuscire a
fermarlo; finché qualcun altro dei suoi le si
avvicina di corsa e se la porta via in braccio.
Piange.
Come si riconosce il dolore di un Dio”.

L’idea della via Crucis è che il dolore di Dio, il dolore di Cristo, è come la figura, il modello, l’anticipazione di tutti i dolori del mondo.
E qui c’è un po’ la risposta alla domanda.
Questo libro nasce proprio sulla “non dicibilità”, sulla mia incapacità di dire il dolore di fronte ad un paio di amiche che stavano male, e che poi alla fine sono morte, all’impossibilità di andarle a trovare, di frequentarle.
Quando ho deciso poi di cominciare a scriverlo, per questa urgenza, mi è tornata in mente un’ immagine di una di queste amiche: una volta ad una Via Crucis, quando lei già malata terminale, in marcia come tutti gli altri, alla fine si è fermata (è il pezzo che vi ho letto all’inizio), si è messa in fila e ha baciato la croce, ha baciato il corpo di legno esattamente sul costato.
Lei, che stava morendo. Come dire, la croce si faceva “specchio” del suo dolore.
Mi ha colpito una frase prima: “dicevamo: Gesù è buono. E lei non rispondeva”.
Questa amica che bacia il crocifisso di legno, gli affida tutto il proprio dolore, e il crocifisso è di legno, non risponde.
È questo il punto, fino a far diventare quel crocifisso di carne, perché quel dolore, quella domanda, alla fine Lo faccia scendere dalla croce e morire di nuovo: e questo è sostanzialmente il punto del libro.
Non è il finale, che se abbiamo tempo, è breve, dice questa cosa del parlare del dolore o che cosa sia il dolore per ognuno: “Perché non la cerchi, almeno un saluto; eri suo amico. Penserà che hai paura, che lei almeno ci prova, resiste, non vuole chiudere gli occhi di fronte al dolore e si fermerà per guardarsi le mani, le passerà tra i pochi capelli e poi piangerà, tossendo di nuovo, vicina a morire ma non ancora sconfitta. Chiamerà tutto quello che ha intorno a starle vicino, a darle un aiuto; non solo l’amore ma la propria pazienza, tutta la dignità della quale è capace; gli amici, la fede. Chi può dirle che tutto questo non vale; di rinunciare a quanto le è dolce, che la consola quando fa buio, quando il mondo assomiglia alla morte; di rompere il vetro dietro a cui si protegge e squarciare questa nostra maschera triste, questa finzione solenne; d’insegnarci a urlare, a gridare con tutta la voce, a non credere in niente, per vedere se Dio risponde sul serio. Sfida e supplica insieme, abbandono. Lo stesso grido di Suo figlio che muore”.
Ecco, in realtà, l’unica cosa che possiamo dire del dolore è l’urlo di Cristo sulla croce.
Quell’ultimo grido di abbandono, che chiede di essere salvato.
Se Lauretano adesso mi soccorre…

GIANFRANCO LAURETANO:
Buonasera a tutti, intanto.
Grazie a chi mi ha invitato a dire due parole.
La croce non basta è un titolo già provocatorio fin dall’inizio.
Intanto bisogna dire: è un libro di poesia scritta per il teatro, e quindi è un genere un po’ difficile, è un genere tra l’altro caduto in disuso.
E’ un genere che nella tradizione letteraria recente è stato poco frequentato, quindi è pericoloso.
Un’ autore come Roberto Gabellini, che è alla sua opera prima ed è giovane sia come scrittore che come uomo, per la prima volta sceglie un genere molto difficile perché è un genere con una scarsa e perduta tradizione. In Italia, più vecchia, a me viene in mente solo Eliot di recente.
È un libro strutturato in modo molto preciso, è già stata ricordata la divisione in tre cantiche (chissà quale opera ricorda la divisione in tre cantiche…), “Litania dolorosa”, “Litania amorosa” e “Litania quotidiana”.
Ognuna di queste tre cantiche è divisa in due voci narrative.
In realtà è un libro di teatro, e la prima di queste cantiche è già stata messa in scena a teatro qui a Rimini, questa primavera, comunque dopo ne vedremo un pezzetto.
Però non sono personaggi che compiono un’azione sulla scena, sono voci narranti che narrano di un’azione che succede nel racconto.
Quindi c’è una complicazione nella complicazione: tutto questo per dire che è un libro per lettori impavidi, per cuori coraggiosi, perché attinge ad una tradizione poco frequentata, a cui siamo poco abituati.
Questo non significa che non sia un libro molto bello, il mio consiglio è di acquistarlo, avvisare i famigliari che state facendo in camera vostra un’operazione strana e poi leggerlo ad alta voce, perché mi pare che la voce sia proprio chiamata ad aiutare a dare un senso.
È anche, in questa direzione, un libro poco moderno, e mi spiego: prima c’è stata la bellissima presentazione del professor Belardinelli, che ci aiuta.
Ha introdotto il suo libro, che sarà il primo che acquisterò, e quello che è stato fatto in questo libro aiuta a introdurre quello che vogliamo dire.
Da un certo punto in avanti, più o meno da quando si è imposto l’Illuminismo, a metà tra il ’700 e l’800, è scoppiata anche un’altra vicenda storica e letteraria che si chiama Romanticismo, e si è imposta una figura, soprattutto una figura di artista: il soggetto creatore.
Adesso banalizzo, poi ci sono fior di filosofi che possono confermarlo.
Chi è il soggetto creatore?
È il primo artefice, è il soggetto che crea, cioè l’artista diventa sempre di più il soggetto della creazione.
L’artista può essere il poeta, il commediografo, il pittore, chi volete…
Negli artisti, fino a quel momento, i due elementi si erano sempre in realtà equilibrati: il genio personale, ma anche il fatto che l’artista, il poeta parla da dentro un popolo, una lingua, un’appartenenza, una tradizione, un’ identità, dite come volete…
Questi due elementi ci sono in tutti gli artisti: Dante è un genio individuale, è un miracolo però è anche uomo che meglio ci ha detto del suo tempo, del suo popolo, del Medioevo. Insomma: se vogliamo sapere chi era l’uomo nel Medioevo andiamo a leggere Dante.
Da un certo punto in avanti, sempre di più, l’aspetto individuale dell’artista ha preso la scena, ha preso il posto, sempre di più lo spazio del soggetto creatore ha invaso il campo, e sempre di più l’adesione a una verità, voglio usare la sua parola professore, a una storia, a una tradizione è venuta a mancare.
Vi cito ciò che ha detto Massimo Pullini, docente del principale corso di pittura all’Accademia di Belle Arti di Bologna: “Oggi l’arte è autistica, gli artisti sono degli autistici” perché ormai tutto accade, in pittura è evidentissimo, ma anche in poesia, visto che stiamo parlando di un libro di poesia, tutto accade tra il soggetto e il soggetto. Tanto è vero che addirittura l’opera d’arte sta scomparendo, sapete, oggi il quadro è una banalità, oggi soprattutto l’arte è fatta di gesti, di azioni artistiche che spariscono, rimane al massimo il video che non si sa poi chi guarderà nel futuro, andrà a fare parte del magazzino di internet, per poi non so quale… Ecco, sempre di più emerge questo aspetto: il soggetto come unico creatore, quindi la forma d’arte come espressione massima di uno che, a questo punto, o è un genio, o non fa nulla di interessante, salvo il fatto che i geni sono molto rari, per cui rimane vero quello che dice Pullini, l’arte è autistica, ormai, la poesia è autistica. In questo senso questo libro è antimoderno, perché invece, come vi ho detto prima, c’è una struttura molto precisa, che mette sempre a paragone due voci: la voce di una storia, che è la storia sacra – nel primo capitolo, la via crucis di Gesù; nel secondo capitolo la litania amorosa, la figura di Maddalena, soprattutto della Maddalena che aspetta che Cristo risorga, che addirittura, racconta il poeta, va a abitare, sembra che voglia andare a abitare, nel buco, nella tomba di Gesù; nella terza cantica, nella terza litania, la figura di Giuda, e di pari passo, essendo la litania quotidiana, del nostro Giuda, il tradimento, evidentemente del nostro tradimento, il quotidiano è anche lo spazio del tradimento, cioè del dimenticarsi di una storia. Ecco, questo libro è fatto così: vi è giocato stilisticamente, organizzativamente, su questo doppio registro, su questa doppia strada, l’oggi, ma che non è solo l’oggi; se ci fosse solo l’oggi, la via crucis di oggi, il dolore di oggi, la risurrezione di oggi, sarebbe il solito soggetto creatore di questa modernità ormai in cancrena; in realtà c’è sempre anche questo paragone, è già stato detto, con una storia, la storia sacra. E su questo è giocato l’onore, e secondo me la riuscita, di questo libro, che è bello perché finalmente non è solo il racconto di un poeta che ci dice del suo ombelico e anche del suo ombelico assoluto, la sua riflessione sul dolore, sulla morte, sulla possibilità, ma è il racconto del poeta che finalmente smette di pensare di creare lui il mondo, che scende e si paragona, come è sempre stato fino alla modernità chiarissimamente. Pensate al classicismo, pensate a tutta la storia dell’arte, cosa sono se non sempre quelle icone ripetute, prese da una storia? Ecco, Gabellino riprende a paragonarsi con questo. In questo senso non è un libro moderno, ma secondo me è più moderno, perché l’arte autistica, l’impossibilità di dire la verità, ecc., gli artisti che non dicono nulla, che dicono solo di se stessi, hanno veramente stufato, sono quelli il vecchio. Questo è il nuovo. Grazie.

DANIELE CELLI:
Mi pare che un invito più affascinante fosse difficile immaginarsi per leggere questo libro. Roberto ha pensato di affidare gli ultimi cinque minuti circa della presentazione di questo suo lavoro ad alcune immagini, che vedremo adesso qui sullo scherno. Chiedo a lui di anticiparci che immagini sono e perché questa scelta.

ROBERTO GABELLINI:
Le immagini sono quelle del finale del capitolo primo, in modo tale che, dopo aver detto tutte queste cose, almeno sappiamo come va a finire almeno il primo. Una cosa detta da Gianfranco mi ricorda un disco della giovinezza, di David Bowie, sul quale c’era scritto: to be play the loud (da suonare ad alto volume). Bisognava scrivere sul libro: Da leggere ad alta voce! Tornando indietro a prima di Sant’Ambrogio. E’ vero, è vero perché in qualche modo la parola prende una carne con la quale ci si confronta. Il video dura quattro minuti, quindi se avete pazienza…, però dà proprio l’idea di come sia rappresentabile, che è importante.

Video

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

22 Agosto 2010

Ora

15:00

Edizione

2010

Luogo

eni Caffè Letterario D5