Guardare la Divina Commedia

 

‘Diceva, fra gli altri, Montale, che le poesie, prima di leggerle, bisognerebbe guardarle. E sosteneva questa sua affermazione con un riferimento ai “Fiumi” di Ungaretti: uno stillicidio di versi brevi, come gocce che scorrono sulla pagina. Una cattiva disposizione tipografica può rovinare definitivamente una poesia, concludeva. Calvino, in riferimento a Montale, ricordava l'”Anguilla”, fatta di un unico, lungo periodo che procede a serpentina, come il pesce di cui parla. Anche questa una poesia da guardare, dunque. Zanzotto, per parte sua, dice che é impossibile leggere “M’illumino d’immenso”, per esempio, senza vedere il bianco della pagina tutto intorno. Ed é noto che anche chi non conosce una lingua può capire se quello che ha davanti é un testo poetico o meno e quale struttura metrica lo porti, semplicemente osservando le rime o altre relazioni foniche. Insomma: quando si ha a che fare con un qualsiasi scritto – prosa, poesia o formule – bisognerebbe sempre, prima, guardarlo. Leggere viene dopo. Perché leggere non é facile. Soprattutto per la nostra cultura che, pur vivendo – come si dice, a torto – di immagini, non sa più vederle. E quindi non sa immaginare (ovvero trasformare in immagini) il significato delle parole. Prendiamo barca per esempio. E’ fatta di legno, quando é una cosa. Anche legno, talvolta, vuol dire barca. Alcune barche hanno l’albero, per sostenere la vela. Ma nessuno pensa che abbiano un pero, o un pino, per veleggiare. I poeti – invece – lo pensano. Ma albero vale anche per la croce, dulce lignum. Legno, insomma. Avete mai visto quelle immagini con la barca – la Chiesa – che ha come albero la santa croce? (…) Guardare la Commedia é un percorso progettato da Alberto Brasioli, Enrico Gamba ed altri amici, in un universo di cose che sono, nello stesso tempo, parole e segni. La mostra presenta 35 pannelli, ognuno dei quali contiene alcuni brani della Commedia o alcune proposte di lettura secondo il percorso indicato dai curatori, e alcune immagini fotografiche che in modo evocativo e suggestivo rimandano ai contenuti citati, utilizzando poetiche inquadrature dell’opera dell’architetto Marcello Chiarenza. Sacramenti quotidiani, oggetti trasfigurati, simboli di legno e di pietra, come le sculture che Chiarenza ha appositamente creato per la mostra. Nella selva inizialmente oscura del testo, nel mare inizialmente terrorizzante della sua vita, per un lungo periodo priva di sentieri e di riferimenti, Dante ha trovato una compagnia che gli ha permesso di ritrovare la luce, gli ha consentito una navigazione sicura. La mostra vuole ripercorrere questa esperienza: guardare un testo é come guardare le cose, la propria vita e quella altrui, che fioriscono, come palme, come vele, come rose, dalle pagine luminose su cui é stato gettato il nero e fecondo seme delle parole.’

Data

18 Agosto 1996

Edizione

1996

Luogo

Agorà C1 (Area CdO)