sabato 29 agosto, ore 9,30

INNOVAZIONI CREATIVE: IL CONTRIBUTO DELLE IMPRESE

partecipano

Liborio Autori

presidente dell'Enichem

Franco Cologni

Base presidente della Cartier Italia

Enzo Erminero

vicepresidente della Confcommercio

Piero Bassetti

presidente dell'Unioncamere

Conduce l’incontro

Mario Sa

Che cosa significa innovare? Che cosa significa questo per le imprese e nelle imprese? E chi formula il giudizio sulla qualità dell'innovazione?

L. Autori

Farò alcune sintetiche considerazioni sull'impresa e sull'innovazione. La prima considerazione è che innovare non è solo un insieme di fatti tecnici, innovare è un modo di essere, è una sorta di competenza interpersonale, la capacità di stare assieme agli altri. E’ un evento annunciato da uomini capaci di generare entusiasmo, nei quali la cultura scientifica manageriale e la sensibilità etica fanno rivivere nell'impresa i momenti che la routine non può più permettersi creando una sorta di statu nascenti, un terreno di coltura che rende possibile il nuovo, ciò che non è ancora. Innovazione è anche un fatto armonico, è un equilibrio fra i vari momenti dell'impresa, tra la struttura dell'impresa, le strategie, gli obiettivi, i comportamenti; se non c'è equilibrio fra questi momenti, se non c'è uno sviluppo organico nell'impresa, non è possibile innovazione. Un altro fatto molto importante è il secondo punto: l'impresa è una variabile dipendente in quanto sistema aperto, fortemente influenzato dall'esterno, ma è anche una variabile indipendente, nel senso che con una intensità e potenzialità che spesso è funzione delle sue dimensioni, l'impresa subisce cultura ma è in grado di produrre cultura, subisce l'ambiente esterno ma è in grado di influenzare l'ambiente esterno. Spesso l'impresa e per essa gli imprenditori enfatizzano più il primo di questi ruoli cioè la dipendenza, il fatto che l'impresa dipende da, piuttosto che la possibilità dell'impresa e per essa degli uomini dell'impresa di essere soggetti attivi. Quando manca una qualsiasi forma di appartenenza la lettura consapevole della propria potenzialità si riduce, decade. Come in ogni altro evento della vita siamo noi i soli a decidere se e come utilizzare questi gradi di libertà che comunque esistono; dire che poco o nulla è possibile è un alibi, è la difesa dello status quo che è sempre la difesa dei propri interessi. L'impresa è un sistema aperto, cioè un sistema che scambia energia e materia con l'esterno. Uno studioso russo ha dimostrato che quando un sistema è aperto come l’organismo il sistema ha una struttura dissipativa, più energia in ghiotte e più energia è in grado di inghiottire; c'è una bellissima immagine della sabbia lungo il fiume, più sabbia si ferma e più sabbia è possibile accumulare. Quando un sistema ha una struttura dissipativa secondo queste leggi chimiche dei processi irreversibili, l'evoluzione avviene mediante fluttuazione, non avviene per leggi fisiche molto definite. L'impresa è un sistema aperto, un sistema complesso che è una struttura dissipativa che evolve mediante fluttuazione. Se evolve mediante fluttuazione non è possibile leggere l'impresa con un meccanismo rigido; se l'impresa non viene avvertita nella sua funzione sistemica come un insieme di sub-sistemi (le persone, la tecnologia, le strategie, gli obiettivi, i comportamenti) non si riesce a dare all'impresa una caratteristica e una reale massa critica in termini di innovazione. Io sono convinto che l'Italia è un paese fortemente penalizzato dalla mancanza di un retroterra culturale in grado di recepire e assorbire le sfide che l'immediato presente ci pone. Una società che produce utili non è detto che sia una società sana, spesso ci sono dei costi differiti, nascosti, allora attenzione, innovare è incompatibile con un massimo profitto nel breve termine, compatibile con il miglior profitto a lungo termine. Innovare è attingere, è utilizzare il grande serbatoio di potenzialità creativa e associativa delle persone, non visti come individui, non concepiti soltanto come risorse da utilizzare al meglio, ma considerati come soggetti attivi in grado di partecipare; perché attraverso il lavoro l'uomo non solo trasforma la realtà attorno a sé ma cerca di scoprire se stesso, la propria capacità di creare e inventare, di cooperare con gli altri uomini per costruire, assieme alle cose materiali, quella casa spirituale che è la società umana. Nel lavoro l'uomo chiede di fare esperienza di sé come soggetto, di ritrovare la propria dignità di persona libera ma al tempo stesso legata dalla solidarietà agli altri uomini. Nel fare ciò l'uomo è in grado di sprigionare una grandissima quantità di energia, è un reattore dalle illimitate possibilità; in questa ottica l'impresa non solo non deve ostacolare questo sviluppo ma deve attrezzarsi culturalmente, riflettere, sacrificarsi per rendere possibile questo processo.

F. Cologni

Vorrei parlarvi della mia esperienza avuta come emigrante in Francia e vorrei parlarvi dei giovani perché il rapporto fra innovazione creativa e il giovane è un rapporto immediato, necessario e inevitabile. Secondo la mia esperienza non si possono fare innovazioni creative senza i giovani.

Le istituzioni pubbliche francesi accettano volentieri questo processo innovativo che ha portato l'immagine francese ad essere la prima immagine nel mondo. In Francia esiste una fondazione che non finanzia ma lancia sul mercato internazionale e mondiale i giovani che escono a 18 anni da quello che è la nostra licenza classica o scientifica di ragioneria. C'è stato un caso di uno che si è messo a fare un giocattolo e ha preso il primo premio: innovazione creativa tecnologica, ma creativa nel sapere che il mercato in quel momento richiedeva un certo tipo di oggetto. Un altro ha inventato un tipo di miele a lunga conservazione, ed ha fatto fortuna. Ci sono due giovani che hanno scritto un libro che si chiama Le vie del successo con un sottotitolo, "Guida agli impazienti". Questo libro analizza 29 mestieri fra cui anche quello del gangster. Di innovazioni creative c'è ne sono tante e di spazio ne viene lasciato, c'è una grande libertà di espressione, e credo che se alla libertà di espressione fa seguito il profitto, che è l'elemento base per aumentare il processo creativo, ritengo che sia la più bella carriera per un giovane, il più bel successo per un giovane, aver la possibilità di fare quello che vuole e avere anche i soldi. Vi parlo dei giovani in una impresa: nella Cartier l'età media è sui 29 anni; questo vi dice come sia importante l'apporto dei giovani in un mondo che si muove e in una società che ha bisogno della creazione, dell'arte del profitto. Nel '68 c'erano le barricate a Parigi e Cartier aveva un negozio in cui c'erano tre gioielli esposti, perché non c'era più niente ma c'era un grosso marchio con cent'anni di storia. lo ero giovane, ma il presidente della Cartier aveva 24 anni, faceva l'antiquario, e parlando del più e dei meno venne una idea di questo tipo: questo Cartier poteva essere veicolo di una trasformazione dell'oggetto. L'oggetto utile poteva diventare oggetto d'arte e guarda caso avevamo conosciuto una persona che aveva una fabbrica di accendini; l'idea fu di chiamare un accendino Cartier perché è talmente bello che sembra un gioiello. 1969: un milione di dollari; 1987: 600.000.000 di fatturato. Un’équipe di sei giovani è riuscita a creare un piccolo impero almeno in questo settore.

Nel 1973 c'era da creare una nuova filosofia di Cartier che aveva negozi bellissimi e noi dovevamo diffonderlo sotto una etichetta perché se diffondevamo questo Cartier in cento Paesi del mondo avevamo un problema di immagine: "Come facciamo?" Come chiamiamo? Quale è il concetto?" Mi ricordo che c'era un ragazzo di vent'anni che aveva viaggiato, era abbastanza ricco e quindi aveva avuto l'esperienza di vari paesi; dice: "Si, io la chiamerei - Must -. I francesi alla parola Must si chiesero che cosa voleva dire; gli inglesi si chiesero: "What is meaning?"; l'Italiano, io, avevo capito che in inglese era il verbo dovere: in conclusione venne creato un trade-mark che oggi ha cambiato il mondo. Oggi, quando si dice una cosa che tu devi avere si dice: "One must". Lo si dice in tutte le lingue e credo che lo si dica anche in cinese. Fu un giovane che creò quello che è un marchio, quello che è uno slogan, e credo che in termini pubblicitari, se dovessimo capitalizzare quest'invenzione, quest'innovazione creativa, varrebbe qualche milione.

E. Erminero

L'attività della piccola impresa è un'attività estremamente coinvolgente, è cioè una impresa totalizzante: essa coinvolge il destino personale, restringe gli spazi di libertà extra-aziendali, identifica le scelte e le ricerche nel settore dell'impresa. Si viaggia, si costruisce, si inventa, si va d'accordo, si litiga sostanzialmente in larga misura dominati dalla dimensione aziendale: una dimensione che è estremamente complessa e che vede l'imprenditore rispondere a dei criteri multifunzionali. Cosa vuol dire? Vuol dire che il piccolo imprenditore individuale va a litigare col direttore della banca perché gli mette le tratte a 3500 lire e si possono avere a 2500, deve pulire l'ufficio in quei giorni che non c'è la persona delle pulizie, deve fare tutti i lavori possibili ,cioè deve essere multifunzionale, multidisponibile: non ci sono quindi graduatorie di prestigio o di ruolo, c'è una capacità sostitutiva permanente e quindi una elasticità mentale messa a dura prova quotidianamente. E’ una esperienza complessa perché un'azienda non è fatta di cifre: le cifre sono le conseguenze del clima aziendale, dei cinque, dieci, quindici collaboratori che si hanno, a seconda delle dimensioni, che devono essere delle persone che devono andare d'accordo e non osteggiarsi, non farsi i dispetti e non prevaricare. Bisogna tener conto del mercato come esso è o come sarà cercando di non leggere quello che gli economisti ipotizzano per l'anno successivo, perché si corrono dei grossi rischi aziendali. Oggi il piccolo operatore deve leggere, perché serve per capire e per diventare e rimanere elastico, ma fidarsi delle proprie valutazioni, delle valutazioni del proprio mercato, delle indicazioni che esso dà. Quindi una identificazione direi di carattere totale, un itinerario di vita che coinvolge i vicini, la famiglia, gli umori e le caratteristiche di ognuno di noi che deve tener conto di questa totalità dell'azienda. Io sono molte volte terrorizzato quando si parla delle fusioni delle grandi imprese: si mettono insieme quantitativamente delle cifre e si ignorano i rapporti individuali, gli spazi, i percorsi che la gente deve cambiare per venire a lavorare, il tipo di ufficio che cambia, le materie che diventano oggetto di un altro esame; e ho avuto la sensazione che molti di questi grandi progetti siano andati tutti a finire in fumo o siano vissuti lunghi anni stentatamente, pericolosamente, mettendo poi a carico della collettività gli errori delle fusioni. L'impresa è un fatto organico, un fatto totalmente coinvolgente che richiede ingegno, capacità di previsione, saper fare i conti, i conti aziendali e quelli fiscali. Certamente mi pare che il tema di questo Meeting sia "Più società, meno Stato": qualcuno ha detto "Più Stato efficiente, più Stato per una società libera". Il rapporto è molto difficile: credo che la cultura della impresa oggi deve diventare una cultura anche delle istituzioni, cioè del cambiamento dei modi con i quali le istituzioni si approcciano alla conoscenza, all'aiuto, alla collaborazione. Rappresento qui una grande corporazione che è quella dei mercanti, degli imprenditori, del terziario: l'85% delle nostre aziende sono aziende individuali, le altre sono società. C'è in questo momento un grande esplodere di imprese, di individualità, di voglia di fare e di cercare. Un aspetto di questa ricerca di un ruolo di imprenditore è dovuto ad una crisi occupazionale: certamente molti di queste imprese avranno un itinerario breve, un itinerario faticoso, però si crea una mentalità imprenditoriale, c'è una utilizzazione delle libertà in termini economici che va a permeare la società. Problema quindi di una confederazione così ampia e così articolata dal punto di vista professionale e territoriale è quello di cercare di curare una cultura dell'impresa, una cultura dell'imprenditore, uno spazio per l'impresa ed uno spazio per l'imprenditore. C'è una società che cambia nell'impresa ed una società libera che cambia nei rapporti sociali, nel giudizio di valore e nei rapporti quantitativi. La rivoluzione quindi è una rivoluzione imprenditoriale, ma in una società libera è una rivoluzione totale, è quindi un nuovo modulo culturale che si sta instaurando. Esplorarlo, scoprirlo, valorizzarlo, armonizzarlo credo che sia compito di un dibattito della politica, delle istituzioni, degli uomini di buona volontà.

P. Bassett

Ho sempre creduto che il problema della società moderna, quindi degli uomini moderni e non solo dei giovani, sia quello, in una società dominata dalla conoscenza scientifica, di difendere lo spazio della creatività; la difesa dell'uomo in una società fortemente condizionata dall'omologazione dei media e dalla omologazione del denaro, che è il metro di misura sul mercato, è la creatività, su questo non c'è dubbio.... Io ho sempre definito l'innovazione come realizzare l'improbabile, non il nuovo, perché se voi guardate le cose che hanno successo nella nostra società capitalistica vedete che spaziano nelle misure più diverse. Noi attribuiamo il successo in una maniera che è spesso molto diversa dalla attribuzione del valore. Chi ha inventato lo spazio dell'eroina ha fatto un sacco di soldi. Quindi il mercato premia l'inventiva prescindendo dai valori ma misurando il consenso. Se io decido di comprare una cosa trasferisco un potere monetario che determina il successo di profitto, non necessariamente do un giudizio di valore su quella merce che in quel momento compro. La misura del valore della creatività attribuita al successo in termini di profitto è estremamente funzionale per misurare l'efficienza ma non è funzionale per misurare il valore. Io sono un ex imprenditore che ha verificato attraverso l'esperienza imprenditoriale l'insufficienza della risposta del successo imprenditoriale per una persona che voglia rimanere creativa in un senso che non è solo economico-produttivo ma che è culturale, sociale, politico. Il successo non è la misura del valore della creatività. E questo vale sia nell'arte dove la creatività è un modo di espressione, vale in economia dove la creatività è un modo per influenzare il mondo che ci circonda e vale per l'innovazione sociale e politica. Uno che fa una guerra sbagliata e la vince ha successo, una che fa una guerra per la pace e la perde non ha successo, ma l'inventare un modo per arrivare a persuadere gli uomini alla pace è una invenzione culturale, sociale, politica, è un modo di esercitare la creatività che non è diverso da quello di Michelangelo che inventa uno stile espressivo, da quello di un produttore che inventa l'automobile o la penicillina, da quello di chi inventa la costituzione degli Stati Uniti, cioè una regolamentazione dei rapporti che fa crescere i modi di convivenza. Qual è il fatto dominante della società moderna? Per secoli l'innovazione, cioè la realizzazione dell'improbabile, è stata compito del principe, cioè della politica; in uno stato si aveva una buona agricoltura e conseguentemente è un buon tesoro e conseguentemente un buon esercito, se il principe innovava i rapporti fra i fattori di produzione; con la società moderna capitalistica l'innovazione, cioè la combinazione dell'inventività umana e dell'invenzione nella conoscenza scientifica si è trasferita nell'impresa. Oggi l'innovazione nel mondo moderno avviene nell'impresa: non in modo assoluto, perché dei 3/4 dell'innovazione dell'impresa scopriamo che una parte viene dalla NASA e una parte viene dai finanziamenti del Pentagono, cioè il principe è ancora dietro l'innovazione, ma indubbiamente oggi nell'impresa si inventa. E guardate che si può inventare in tutti i modi: se uno inventa come aveva inventato la Bassetti un nuovo modo di dormire migliora una condizione di vita, uno inventa la penicillina e migliora un modo di essere ammalati, uno diventa una buona normativa, migliora il modo di convivere. Ma allora se questo è vero, se si innova nell'impresa e non più nel principe, chi stabilisce il valore delle innovazioni?

Chi determina i valori nella convivenza è la politica, e nella intimità della persona, nella costruzione della persona è la religione; quindi usare l'economia, quella capitalista in particolare, come metro di valore - e vi parla un imprenditore e un capitalista - rischia di essere un grosso errore culturale prima di essere un grosso errore morale. E’ chiaro che noi non possiamo sopprimere lo strumento di libera espressione che è l'impresa ma nel contempo non possiamo rinunciare al compito di direzione dell'innovazione, quando la biogenetica comincia a modificare l'uomo, quando l'intelligenza artificiale comincia a sostituire l'uomo con il robot, noi non possiamo pensare che la decisione di produrre o no uno scimmione venga misurata sui soldi che si fanno producendo scimmioni, perché questo è obiettivamente pericoloso. Noi dobbiamo ristabilire, proprio là dove c'è il controllo fra scienza e accumulazione delle risorse, un giudizio sui valori. Questo tradizionalmente lo faceva la politica, ma la politica, poveretta, è stata così mal ridotta che nessuno propone la politica come risposta, come alternativa al mercato. Senza politica la gradazione dei valori non si fa, ma il punto è: cos'è l'impresa della politica? L'impresa della politica è la burocrazia; nelle società ben organizzate la creatività si manifestava anche nella politica; pensate cosa erano i condottieri, pensate cosa erano, da Confucio a Macchiavelli, i funzionari di una epoca di una certa qualità organizzativa. Ora, è possibile avere una politica che dialoga con la impresa avendo una pubblica amministrazione di morti di sonno, burocrati nella cultura di fondo? Questo non è possibile: allora il problema vero di un politico è quello di costruire una statualità che sia in grado di dialogare con l'impresa, una statualità che sia aggiornata all'efficienza delle imprese americane e nello stesso tempo consono ai nostri valori; questa è la sfida. Come Unioncamere, un'istituzione statale, noi siamo imbarcati su tre terreni: innanzitutto basta con il discorso dell'economia nazionale, non esiste una economia nazionale, in questo senso il mercato ha rotto uno schema vecchio, ci si misura sul mercato mondiale. Poi non ci occupiamo di tutte le imprese, vogliamo occuparci soprattutto delle imprese che innovano, vogliamo aiutarle, ma in quanto pubblica amministrazione vogliamo mantenere un minimo di capacità di guida e di indirizzo. Nuove imprese va benissimo ma meglio a Bari che a Milano, oggi per il paese, mentre è molto più facile a Milano che a Bari. Chi può fare questo lavoro di correzione se non la pubblica amministrazione? In questo senso nuova statualità. Con il sistema dell'intelligenza artificiale messa a disposizione del funzionario, vogliamo stanare questa idea, che è la negazione della creazione, che è legittimo per il funzionario solo ciò che è legificato; ma quello che è legificato non è mai il nuovo, è sempre per definizione il passato, e non si può affermare che il nuovo è sempre l'illegale. Ecco dove una amministrazione nuova deve essere diversa. Il funzionario, magari valendosi dell'intelligenza artificiale, deve dare il giudizio che dava un priore o un principe, di giustezza o no dell'atto di un cittadino. Il mio è un appello accorato: amici la creatività è importantissimo, in arte come in economica, ma stiamo attenti che il mercato è una brutta bestia, anche se vitalissimo; misura con una antropologia che è quella di Hobbes, quella dell'homo homini lupus, lasciatemi dire che non è proprio l'antropologia cristiana.