Martedì 22 agosto, ore 15

ANDRE’ MASSON: LA PITTURA DELL’UNIVERSO. RITRATTI E AUTORITRATTI

Presentazione della mostra

Partecipano:

Carmine Benincasa, Vito Gravina.

Modera:

Paolo Pasini.

P. Pasini:

(…) Masson è il crocevia di sentieri sperimentali e la sua arte è non incomprensibile, ma indecifrabile, ha un andamento come una serie di labirinti, di interrogazioni. In questo senso è altamente sintonica con la sensibilità dell'uomo d'oggi: e cedo la parola al professor Carmine Benincasa, che ci introdurrà ad un percorso di comprensione dell'opera di Andrè Masson.

  1. Benincasa:
  2. Di stagione in stagione, mi sono accorto che braccando il sapere rimanevo senza il sapore, e così mi sono chiesto se è importante, lungo i bordi del tempo - quel tempo che rosicchia, ricama e sfilaccia la nostra coscienza storica - comprendere o piuttosto fare accadere le cose. Il Meeting, nella sua trottola da luna park, è una delle epifanie più eclatanti che il comprendere non conta, ciò che conta è l'accadere. E proprio perché è importante accadere, vorrei ringraziare chi ha permesso di fare accadere questa mostra, un evento che può anche non essere compreso, quindi un ringraziamento al Meeting che qui esemplifico in due persone, nel tessitore Sanese, in Giovanna Casalboni. Un ringraziamento molto intenso all'On. Gabriele Gatti della Repubblica di San Marino che, con la qualità che distingue le persone civili, ci ha ospitato in questa pinacoteca della Chiesa di San Francesco (…). E un ringraziamento all'architetto Gravina che ha curato il progetto dell'esposizione. Adesso passiamo a quella che è l'aridità dell’ebbrezza della mente, a questa orgia della ragione che vuole comprendere e qui si tratta di una mostra di ritratti e autoritratti (…). Sogno d'ombra è l'uomo, e proprio questo è il ritratto. Non ha a che fare con la realtà, ma con l'imprendibile e fugace traccia dello spirito (…). Questa è la straordinaria folgorazione che ha reso davvero apocalisse e svelamento Masson. Lui non dipinge più, non ritrae più, non fa più la fotografia della grande avventura storico-culturale, della coscienza storica dei grandi protagonisti del ventesimo secolo. Non ritrae Goethe, Eraclito, Dante, Von Kleist, Andrè Breton, lui ritrae quella soglia mobilissima che immediatamente appare e si ritrae e più non è dato poi di rapprenderla e di raggrumarla nel momento in cui, come fuoco di artificio, come squarci di luce, l'anima appare sul volto e poi scompare. Questa mostra ha la qualità di svelare occultando. Svela l'identità della persona, del destino, della condizione dell'uomo che si consuma dentro a un progetto di finitudine e di colpa, svela la condizione dell'uomo dinanzi alla propria solitudine e all'eguaglianza, dinanzi a Dio che è la condizione del peccato. Per questo i volti non sono mai tumefatti, né sfregiati come quelli di Bacon, sono apparentemente innocenti, ma sono soltanto segni che ritraggono l'ipostasi, se posso usare un termine teologico, quella ipostasi che voi trovate per esempio nel mosaico di Santa Apollinare in Classe di Ravenna (…). Così, anche questi ritratti sono l'ipostasi della condizione del volto dell'uomo. Non sono mai figure per intero, sono solo dei volti (…). Questi ritratti sono l'impalpabile mistero della condizione dell'individuo. In realtà Masson, fin dal '25, ha ritratto già la storia dell'individuo come mistero, ma qui siamo intorno alla grande avventura, a quel grande intreccio del dibattito culturale che comincia a solcare la stretta porta del '900 dove si accalcano le masse. È la grande avventura culturale della ricerca filosofica, a cominciare da Bergson che, proprio agli inizi del secolo, poneva con l'intuizione la realtà di ciò che nel visibile non è visibile, fino alla drammatica analisi fatta da Heidegger nel 1927 fino poi a tutta la letteratura contemporanea. È questo che ha reso Masson un soggetto privilegiato della sapienza delle scelte del Meeting, Masson e non Picasso, Masson e non Matisse, Mirò, Cezanne, Dalì: perché Matisse dipinse per compiacere, Picasso per sedurre (…), Klee e Mirò per ricamare questo sottile lamento, simili ai bambini che edificano i castelli di sabbia, per sognare, per lasciare nel mondo questo filo di lana che è la speranza del sogno. Cezanne dipinse per comprendere le cose (…). Masson no. Non dipinse per tutti questi motivi. Dipinse perché la pittura aveva, attraverso di lui, un'altra storia da significare, all'improvviso, alla nostra coscienza. Si dipinge non perché si ha qualcosa da dire, ma perché la libertà della corporeità, attraverso la mano, ha bisogno di esplodere per raccontare la verità della propria libertà. Si dipinge per la pura pulsione del battito della mano, senza inten zionalità della mente. Eppure, quante esattezze ci sono nella pittura. Tutto esatto, anche se nulla vuole essere raggiunto. Non è la mente che persegue, è il corpo che insegue e compie il suo destino. Quando Masson nel 1923/'24 distrusse la sintassi e la grammatica logico-formale cubista, così rigorosamente geometrica, introdusse nella condizione del valore dell'arte la libertà del gesto della mano che accade senza farsi guidare dalla mente. Proprio come gli scarabocchi dei bambini (…), 24 disegni automatici hanno raccontato questo (…). Per sfuggire al vincolo che è la condizione umana inventò i quadri di sabbia: su un pezzo di tela faceva cadere della colla e poi, liberamente, con la mano, a caso, faceva cadere la sabbia. Ma la sabbia, lungo questo percorso indecifrabile, raccontava la verità di un corpo che si liberava, perché il corpo non mente, perché è abitato dal soffio dello spirito. Con l'avventura dei quadri di sabbia siamo già a un grandissimo artista, ormai conosciuto internazionalmente. Nel '24 ha fondato il surrealismo, con Breton, Errist, Mirò, Arp e così via, poi la dittatura militaresca di Breton pretese di ideologizzare il movimento e Masson si ribellò. Nacque il secondo surrealismo, con Masson fuori, nel '29, e apparve Dalì, la sapienza seduttiva e accattivante dell'immagine di Madrid (…). Poi ci fu la diaspora europea durante la guerra, andarono in America, in questo mondo di Far West e di cow-boys che cercavano la legittimazione per esistere nella cultura e testimoniarono una vita (…) vissuta attraverso Dio solo sa quante eresie, devianze, quante perlustrazioni nella notte oscura del desiderio. Trovarono la fecondità di un mondo pullulante di giovani, e questi giovani (…) sono diventati la beat generation della pittura americana, sono diventati l'action painting, sono diventati il grande inno e atto di identità della cultura americana che finalmente ha una storia anch'essa da far valere e raccontare sul mondo. E tornando poi dopo la guerra erano diventati dei vegliardi, non simili a dei Melchisedèc, dei vegliardi che ritornavano in questo scialle della vecchia Europa perché l'America aveva bisogno di grandi, immensi, sterminati quadri (…). Loro avevano la memoria e la memoria non è il ricordo, la memoria è l'analisi, per noi cristiani è l'invocazione, il grido, è l'attesa, è il ricompiere, nella storia del presente, un significato, un gesto che è stato compiuto da un uomo tra noi, 2000 anni fa. La memoria del tempo per la cultura artistica europea era molto diversa dalla memoria e dalla esuberanza della spazio che avevano gli americani. Qui le strade si dividono e si biforcano e loro, avendo la coscienza del tempo, non hanno più l'orgoglio sul presente mentre gli americani avranno il tempo per generare, imporre, stabilire a tavolino un progetto di dominio, affermare la loro leadership, non solo in campo politico ed economico, ma anche culturale. Per la prima volta, intorno agli anni '60, appare questo grande trust economico che impone finalmente una cultura americana, impone la pop art. Ma a quel punto i nostri padri, a cominciare da Masson, non hanno molto da dire, perché ciò che essi hanno detto è stato detto per sempre, in questo tempo e non in un altro.

  3. Gravina:

Dopo i voli altissimi fatti col professor Benincasa, torniamo con i piedi per terra: vi racconto la storiella del primo incontro con Masson, per la mostra che ho progettato dei ritratti e degli autoritratti. Per il progetto, mi sono trovato fra le mani la fotocopia di un quadro fatto con la tecnica del collage. È uno dei primi quadri, molto piccolo, del 1937: è il pezzettino di carta da cui siamo partiti (…).

C. Benincasa:

Nasce nel 1924, poi viene completato.

C. Gravina:

Esatto. In quel quadro c'è un po' tutto l'artista, la sua stanza, la sua tavolozza, il suo tetto, immaginiamo una mansarda, immaginiamo un cielo, delle luci che arrivano dalle finestre: abbiamo ripreso i segnali trasmessi da questo quadro ed ipotizzato che la persona che viene a leggere, a fruire del quadro, a impersonarsi nell'artista debba trovarsi, nel momento in cui legge l'opera, in un ambiente che sia molto vicino all'artista quando ha realizzato l'opera. Abbiamo usato il bianco come fondo, 250 metri lineari di lampade al neon, luce calda per suggerire la luce del sole, il nero, sia per fare una mantovana, sia per fare un parapetto, per tenere alle giuste distanze il lettore. Abbiamo usato un modo di proporre la data, il nome del quadro, le dimensioni, perché è importante che chi legge il quadro capisca la dimensione, il volume, il senso prospettico che viene dato dalla dimensione, dalla volontà dell'artista di ritrarre qualche cosa in un certo spazio. E poi, copiando dal quadro che dicevamo, abbiamo sintetizzato la copertura del suo studio e il cielo con delle stoffe scure, nere, che dovevano dare la sensazione dell'intimità del luogo dove lui ha lavorato per la maggior parte del suo tempo. E con la collaborazione di tutti i ragazzi che sono stati con me, il popolo del Meeting, capace di fare tutto, anche l'impossibile, siamo riusciti a fare una cosa che speriamo interpreti la voglia di Andrè, anche se non è più con noi.

P. Pasini:

Permettetemi ora di salutare con orgoglio e piacere il ministro Gatti, che invito qui ora a prendere la parola.

G. Gatti:

La Repubblica di San Marino inizia quest'anno una piccolissima collaborazione col Meeting. La Repubblica di San Marino è molto vicina a Rimini e quindi ha pensato di lanciare una idea, la proposta di dare un piccolo contributo, che speriamo diventi grande nel futuro, di collaborazione con questa manifestazione estremamente importante in questo periodo estivo, e discutere insieme di temi troppo spesso dimenticati, dei quali a volte è difficile parlare (…). Siamo molto felici che questa collaborazione sia partita con iniziative che comprendono questa mostra: si tratta di una dimostrazione di attenzione da parte della Repubblica di San Marino, che ha antiche tradizioni, e che, pure, è piccolissima rispetto alle tematiche fin qui illustrate. Come sammarinese sono grato al Meeting per avermi dato questa opportunità e vorrei dire che i sammarinesi tutti si augurano, per il futuro, di avere altre iniziative analoghe. Grazie.

P. Pasini:

Possiamo dare inizio al dibattito. Vorrei porre la prima domanda al professor Benincasa che prima ha parlato, con una metafora, di Bacon. Potrebbe approfondire i termini della divergenza, o similitudine, con Masson?

C. Benincasa:

Francis Bacon nasce dentro al contesto culturale di quella tragedia impura che è la seconda guerra mondiale, dentro ad un'Inghilterra sfregiata e minacciata fin nelle viscere del cuore di Londra. Insieme a Francis Bacon (…) c’è un altro testimone, Samuel Beckett. C'è un grido senza parola, una parola senza più l'attesa, un'attesa senza più la speranza del compimento. Questo è l'orizzonte entro cui appare l'impossibile pittura di questo muco raggrumato fino alla testimonianza di esprimere il sublimine della condizione umana (…). Questo è Bacon. Bacon conosce bene, tra l'altro, Masson, che lo accoglie negli anni e diventa suo amico. Masson non delinea, non racconta, non narra, non filma la condizione umana, ma si sofferma in quella caverna dove la coscienza ha il brivido della dignità e vuole esprimere la condizione della libertà come pura corporeità. Toglie alla logica feroce di questo martirio inflitto alla cultura europea dalla rivoluzione francese, dalle enciclopedie, il primato cartesiano del dominio della ragione. Finalmente!

Il dibattito prosegue col pubblico.