Giovedì 28 agosto, ore 11.15

IL MESSAGGIO DELL'ARTE

Partecipano:

Carmine Benincasa,

docente di Storia della critica d'arte presso l'Università "La Sapienza "di Roma, scrittore, critico d'arte.

Sylvie Forestier, Conservatrice del Museo Chagall di Nizza.

Jean Leymarie, già docente presso le Università di Ginevra e Losanna, direttore dell’ "Accademie de France" a Roma, dirige attualmente il Museo Nazionale d'Arte e la Scuola del Louvre.

Conduce l'incontro Rocco Buttiglione.

L'avvenimento artistico è sempre trasmissione dell'esperienza umana e culturale che l'ha generato, dunque messaggio: ma prima ancora è segno di uno sguardo diverso, assolutamente nuovo, sul mondo. Lo sguardo di una gratuità che contempla le cose alla ricerca della verità che racchiudono, vicina e pure irriducibile al nostro orizzonte. Un messaggio universalmente umano, ascoltando il quale diventiamo noi stessi, eppure accessibile solo a chi sa ascoltarlo con innocenza e pazienza, accettando di accoglierne il mistero. A testimoniare dell'incontro con questa esperienza straordinaria, tre grandi esperti dell'arte, l'italiano Carmine Benincasa e i francesi Sylvie Forestier e Jean Leymarie, ripropongono le parole, le immagini, le tracce degli artisti che hanno segnato maggiormente e più in profondità la nostra cultura e il nostro tempo.

R. Buttiglione:

L'arte contiene un messaggio? E’ essa stessa messaggio? O è soltanto un'opera, un fatto, un oggetto?

C. Benincasa:

(…) L'arte altro non è se non una briciola dei mondo che, condotta allo sguardo, fa nascere lo stupore. Questo stupore apre un ventaglio di possibilità. Può diventare incantamento e quindi vi potrete trovare di fronte alla pittura impressionista, che scatena la condizione retinica della luce. Può diventare meraviglia, ma può diventare anche urlo, e voi avrete allora la pittura che racconta il mondo nella sua tragedia. Può diventare vacillamento, spaesamento, può diventare grido di dolore, o grido di preghiera. Urlo, invocazione, attesa, questa è la condizione dell'arte. Un frammento del mondo, condotto, per essere briciola dell'eterno, di fronte alla condizione dell'uomo. Questo e non altro. "Noi siamo sospesi tra le cose" diceva Hólderlin. In questa sospensione basta raccogliere quegli archi metafisici di De Chirico che sono briciole del nostro tempo, presenti intorno alla campagna emiliana e romagnola, e avete addirittura il silenzio che è prima dei Logos, avete la pittura metafisica. Nulla nell'arte viene inventato, tutto viene restituito. L'arte ha questa capacità di rapire il mondo, di sottrarlo a se stesso per farlo essere mondo con un cuore nuovo ed uno spirito nuovo. Ecco perché allora, quando una briciola del mondo diventa opera d'arte, non c'è più l'informazione ma la comunicazione che pone il problema del messaggio: il quale a sua volta pone il problema della tenebra e della luce, dell'opacità e della trasparenza, della menzogna e della verità. (…) Bisogna smetterla con le false ideologie che consacrano l'arte come valore eterno. "Uno solo è il vostro Dio, soltanto uno è l'Assoluto, il Mistero". Oppure nell'uomo l'Assoluto è la tensione verso il mistero, ma non è la produzione dell'arte. Ciò che è arte appartiene alla coscienza del tempo e della storia, alla frammentarietà, alla precarietà, alla condizione del limite, della finitudine e della colpa. L'arte provoca, e scatena il rapporto con il Mistero, con l'Assoluto, e in questo, può avere un rapporto pallido con l'Eterno. (…)

R. Buttiglione:

(…) Mi veniva in mente la concezione che ha Chagall dell'arte come visione: madame Forestier, potrebbe dirci qualcosa su questo e così introdurci anche nel mondo variegato e pure profondamente coerente di Marc Chagall?

S. Forestier:

(…) Non so se l'arte è una briciola di Assoluto, se è una parte dell'eternità, so semplicemente che esistono delle opere, ciò che gli storici marxisti chiamano anche oggetti, produzione dell'attività umana, forse sono solo condannata ad interrogare costantemente, forse queste opere sono produttrici di senso (…) Cosa sono le opere definite "d'arte"? Sono esseri, impiantati in un territorio totalmente diverso, in una radicale alterità e forse è per questo che mi interpellano, che mi interrogano. (…) Il mio primo incontro con ciò che ho riconosciuto solo dopo come arte, avvenne molto tempo fa al Louvre, questo vecchio palazzo dei re di Francia, che la rivoluzione francese ha trasformato in Museo Nazionale. Lì, in un piccolo studio, in un punto che adesso non esiste più, ho incontrato La Pietà di Avignone. Io non sapevo cos'era un quadro, ma ho incontrato il viso di un uomo ripiegato sulle ginocchia di una donna raggiante di luce. Sono stata sconvolta, non sapevo come esprimere quello che sentivo. Può darsi che per rendere veramente conto dell'opera d'arte, del suo mistero, irriducibile al linguaggio umano, bisognerebbe essere creatori. Mi sono detta: non sono né poeta, né pittore, né musicista, ma questo viso ha veramente trasformato la mia vita. Dopo sono diventata "Conservatore" di un Museo. Il linguaggio tradisce, io non amo e amo allo stesso tempo questa parola, "Conservatore di museo", perché, molto umilmente il nostro ruolo si è conservato salvaguardando la possibilità di incontro.

R.Buttiglione:

Ma dietro l'oggetto, vorrei chiedere al Prof. Leymarie, c'è il soggetto, la soggettività di un artista che è fatta dall'opera, che lui stesso ha prodotto, ma della quale è nondimeno, l'autore, il creatore. Cosa possiamo dire di questo uomo, l'artista, o forse cosa possiamo dire dell'uomo, come produttore dell'arte?

J. Leymarie:

Vorrei ringraziare gli organizzatori, dire quanto sono commosso, di vedere davanti a me, non una folla, ma visi individuali, con occhi aperti, questi volti fatti, per i credenti, a somiglianza dei Volto divino. Non si sa esattamente chi sia l'autore de La Pietà di Avignone, perché per secoli, quando l'arte aveva una vera funzione, era cioè al servizio della religione, l'autore era quasi sempre anonimo. La grande disperazione degli artisti contemporanei sta appunto nel fatto di non poter diventare semplici maglie di una catena, in questa tradizione dell'arte che si è frantumata alla fine del XVIII secolo, quando c'è stata la scissione tra le arti cosiddette popolari e l'Arte. L'artista ha dovuto porsi in contraddizione con la società, ha dovuto lottare contro la società, ha dovuto diventare il proprio dio per cercare di trasmettere un messaggio universale. (…) L'arte è un linguaggio muto, è il grande cantore silenzio. (…) Vorrei dare una testimonianza su Rembrandt. Ho scritto un libro sulla pittura olandese e ho dedicato un anno a fare il giro del mondo, per vedere tutte le tele di questo autore che interpretava i chiaroscuri del Caravaggio in una direzione prettamente spirituale, come l'alternarsi del giorno e della notte, ma anche come il mistero cristiano, Dio che si nasconde e poi si mostra, alternando. Attraverso l'introspezione, che poi è la legge della religione protestante, Rembrandt non ha mai smesso di fare autoritratti rappresentando il suo viso banale, comune, di contadino. Alla fine di questo viaggio di un anno ero a Vienna, dove ci sono tre autoritratti del Rembrandt. Nonostante questa intimità di un anno, sono rimasto tre ore nella sala del museo dove questi tre volti di Rembrandt mi guardavano, con quel viso così umano, con quel nasone segnato, marcato da tutti i dolori. Rembrandt cercava di aprire le sue orecchie così grandi, aspettava che io potessi entrare in comunicazione con lui. Per un momento sono rimasto sconvolto: non riuscivo a comunicare fino in fondo con lui, forse perché non sono sufficientemente credente.

R. Buttiglione:

Attraverso l'oggetto dell'opera d'arte, il prof. Leymarie ci ha fatto ritrovare il volto dell'uomo come quell'oggetto infinitamente profondo che trascende il tempo, che è infinitamente mistero. Forse l'arte è questo entrare rispettosamente nel mistero dell'uomo. Vorrei porre a Carmine Benincasa una domanda teorica ed esistenziale: come si può scrivere d'arte?

C. Benincasa:

Perché La Pietà di Avignone, scatena in te un "rapimento" e altre opere no? Perché Rembrandt continua ad interrogare Leymarie a Vienna e altre cose no? Perché anche gli oggetti d'arte appartengono all'effimero, non sono eterni. Non hanno gloria in sé: provocano quando la coscienza dell'uomo è pronta ad essere provocata, quando la coscienza dell'uomo è disponibile, mendicante, pronta ad accogliere. E’ la mendicanza ed il senso dell'appartenenza tra quello sguardo, quell'uomo e quell'oggetto, che crea la tensione della provocazione verso il mistero. L'arte non ha bisogno di verifica come avviene per la scienza: nell'arte è possibile essere gli archeologi, i custodi, le sentinelle di quello che c'è e che ci è stato dato. Ma quegli oggetti altro non sono che frammenti di un discorso disseminato sul mondo. Quindi il rapporto è pur sempre tra l’uomo e il mondo. E’ questa provocazione con una nuova sensibilità della coscienza dell'uomo, nel rapporto con il tempo e la storia, che scatena di volta in volta il rapporto con il mistero. Se vi provoca Rembrandt, La Pietà di Avignone, le nostre nonne erano provocate al mistero perfino da una piccola icona brutta e storpiata, forse insopportabile per la volgarità del segno e del colore. Quando, allora, si può dire che quell'oggetto è un'opera d'arte? Vorrei raccontare una storia che mi ha impressionato. Il Paracelso abitava vicino a Rembrandt, siamo nel 1605, un anno prima della morte; gli si avvicina un giovane, era una sera molto tardi, si toglie il mantello, tira fuori tutto l'oro, aveva venduto i suoi beni, e dice: "Alcuni dicono che tu sei un alchimista, altri che sei un grande scienziato, altri un santo e altri ancora un truffatore: io ho deciso di sfidare e voglio essere tuo discepolo, mi vuoi? Ecco tutti i miei beni". "Va bene", disse Paracelso "vai pure su a dormire: domani ne parliamo". Paracelso era vecchissimo, ad un certo punto il ragazzo, inquietandosi, disse: "Mi dicono che tu sai bruciare una rosa e poi farla risorgere: dimostramelo, consolami, confortami", Paracelso si rattristò: davanti a lui c'era una Bibbia e come segnalibro una rosa. Il giovane disperato prese la rosa e la buttò nel fuoco, ma la rosa divenne cenere. Paracelso scoppiò a piangere mestamente, lentamente, con la dignità di un grande vecchio, la rosa diventava cenere, era ormai perduta. Il giovane allora raccolse il mantello, raccolse l'oro e disse: "Ritornerò quando avrò più fede" e se ne andò. Paracelso lo seguì con lo sguardo e quando il giovane fu lontano, ritornò a custodire quello che gli rimaneva della rosa, la cenere, la prese tra le mani, l'avvicinò a sé e alitando brevissimamente, con un soffio, la cenere divenne rosa. Io non so se abbiamo delle risposte, siamo un popolo pellegrinante: sappiamo però che ci sono degli oggetti che sono una sfida al mistero, che, se non danno risposte, possono far nascere in noi l'attesa della risposta.

R. Buttiglione:

L'arte è dunque un oggetto, è forse, ultimamente, il volto dell'uomo, ma questo oggetto è anche l'esperienza che l'uomo fa di ciò che lo supera (…).