venerdì 31 agosto, ore 15.00

LO "STABAT MATER" DI PERGOLESI

INCONTRO DI PRESENTAZIONE DEL CONCERTO DELL’ORCHESTRA "ACCADEMIA BIZANTINA"

Partecipa:

Luigi Zanardi

Pianista

Modera:

Giuseppe Molino

G. Molino:

State ascoltando le note delle riprese registrate stamattina alla prova generale del concerto di questa sera, reso possibile grazie alla collaborazione della Cassa di Risparmio di Roma. Il concerto sarà tenuto dall’Accademia bizantina, un’orchestra composta da musicisti di Ravenna e diretta dal violinista e direttore Carlo Chiarappa. Le cantanti sono Luisa Castellani e Renata Colombatto, soprano e mezzo soprano. Il programma di questa sera è imperniato sullo "Stabat Mater" di Pergolesi, una delle pagine più grandi della storia della musica. Non l’abbiamo proposto al Meeting soltanto per la grandezza della musica in sé, ma, insieme agli altri amici della Compagnia delle Opere che si occupano di musica, abbiamo pensato di proporre questa pagina musicale per ragioni che riguardano la nostra storia. E’ stato scelto lo "Stabat Mater" di Pergolesi negli esercizi di Pasqua degli universitari di Milano, dove Don Giussani ha proposto di ascoltarlo per intero, come meditazione del Venerdì Santo. E la ragione di questo stava in alcuni punti, importantissimi anche per capire lo "Stabat Mater" ed introdurci al concerto di questa sera: la presenza di Cristo nella storia e quindi la sua passione, sono comprensibili se ci si rende conto che è stato ed è presente realmente. Cosa può meglio ricordare la presenza reale di un uomo che è stato Cristo, oltre che Dio, come il contemplare la figura di sua madre? Lo "Stabat Mater", in effetti (la sequenza gregoriana usata come testo per il lavoro di Pergolesi), è proprio la contemplazione di Cristo e la richiesta a Maria di essere partecipi del dolore di Cristo, questo fatto centrale della salvezza dell’uomo. E come si pone Pergolesi di fronte a questo testo? Pergolesi è - penso sia opportuno ricordarlo - uno dei più grandi geni della storia musicale, nonostante i 26 anni di vita in cui operò: lo "Stabat Mater" è uno dei suoi ultimi lavori. In un periodo, l’inizio del ‘700, in cui il linguaggio musicale è caratterizzato da una semplificazione estrema, da un formalismo e anche da una cristallizzazione di forme ricorrenti come forse nessun altro periodo era, la cosa più probabile era porsi di fronte ad un testo sacro in modo tradizionalistico e formalistico. Lo "Stabat Mater" era il soggetto dolente, sacro e triste, quindi una musica lenta, senza colori, senza tante espressioni. Pergolesi, al contrario, si pone personalmente dentro a questo soggetto creando della musica di grandissimo livello artistico, ma anche molto differenziata. Per esempio, in un brano sentirete, molto contrastata e piena di colori, di accenti musicali diversi, l’esecuzione delle nostre interpreti e dell'Accademia bizantina, che renderanno giustizia a tutto questo. Per introdurci all’ascolto di questa sera, ascoltiamo qualche passo, aiutati dal pianista Luigi Zanardi insieme alle cantanti, per renderci conto di che cosa volevo dire e di come questa posizione così personale, così profonda e così essenziale al mistero della passione, caratterizzi il lavoro di Pergolesi. Iniziamo dal duetto, dove si nota con molta chiarezza l’atteggiarsi delle due voci che s’imitano, cioè tengono condotte melodiche simili, come è tipico di questo periodo storico. L’atteggiarsi di queste voci cercando elementi di risonanza armonica, ci mette subito al centro del significato dello "Stabat Mater". Dopo questo passo, faremo delle notazioni sulle scelte interpretative che loro hanno fatto e che proveremo ad ascoltare nella registrazione dell’orchestra. (...) Come avrete notato, gli strumenti ad arco, l’orchestra, imitano in un certo senso il modo di attacco delle cantanti, che entrano sempre con una dinamica piuttosto piano, crescendo poi. Giustamente Carlo Chiarappa, nell’interpretazione di questa sera, ha dato molta importanza alla compenetrazione di elementi vocali per quanto riguarda l’interpretazione degli strumentisti e anche, al contrario, di elementi strumentali per quanto riguarda l’interpretazione delle cantanti: è tutto un gioco di compenetrazioni fra le cantanti e l’orchestra. Ascoltiamo adesso l’inizio del secondo passo dell’aria del soprano "Cuius animam gementem", in cui si possono notare altri aspetti presenti in tutto il lavoro, per esempio quel non rinunciare a niente dei colori dell’orchestra, della musica, da parte di Pergolesi, nell’immedesimarsi nel fatto dello "Stabat Mater", nel fatto della passione. Noterete in questo passo la grande capacità melodica di Pergolesi, italiano, di formazione napoletana: l’elemento melodico è presentissimo, niente è censurato di quello che rende espressiva la musica. Il tipo di melodicità che c'è in Pergolesi non è ancora quella dell’opera italiana evidentemente, però è come se preparasse la melodicità dell’opera italiana del tardo settecento e soprattutto dell’ottocento. E anche il modo di eseguire richiesto da questa musica, naturalmente, consegue da questo: vale a dire, non è ancora il modo di impostare la voce che è richiesto nella musica romantica, una voce molto rotonda, molto vibrata. Come per gli archi non c’è il vibrato, che si usa invece nella musica romantica. Adesso ascolteremo l’inizio dal vivo, col pianoforte, poi tutta la prima aria del contralto che è il "Quae merebat et dolebat", soprattutto per una ragione: avremo notato già, in quest’aria appena finita, l’essenzialità e la sobrietà di Pergolesi, è come se non ci fosse mai l’orpello, il manierismo, il formalismo della ripetizione eccessiva. Oltre a questa essenzialità, c’è quel coraggio di mettere tutto nella contemplazione dello "Stabat Mater". Sulla partitura leggiamo "allegro", che significa un’indicazione di tempo piuttosto o molto veloce. Ma in questo caso c’è anche una capacità della melodia di atteggiarsi in modo orecchiabile e molto piacevole. Questo non toglie che Pergolesi riesca ad essere dolente, ferito, nel dire le parole di dolore e di lamento di quest’aria. Per concludere questo inizio di presentazione, vogliamo farvi riascoltare, sia dalla viva voce delle cantanti con il pianista, sia con la registrazione, la parte conclusiva dello "Stabat Mater", riprova ulteriore del fatto che una musica come quella di Pergolesi rende il testo ancora più intelligibile a noi che vogliamo immedesimarci con questo testo e con questo fatto. E ascolteremo il "Quando corpus morietur" che, come vedrete, termina con un "amen" che, per chi non ha ancora sentito lo "Stabat Mater", è veramente imprevisto. Un amen di colpo vivace, veloce e affermativo rispetto al dolore e alla sofferenza che si è contemplato nella maggior parte dei passi precedenti e che ricapitola quello che è stato detto fino ad ora. Prima di darci appuntamento a questa sera c’è la possibilità, per chi volesse, di fare qualche domanda a gi interpreti presenti. Comincio io con la domanda a un violinista: volete spiegare il lavoro di interpretazione che avete fatto e che non mi sembra risponda soltanto a criterio di filologismo, ma anche di approfondimento storico, musicale e spettacolare?

L. Zanardi:

E’ un po’ difficile spiegare a un pubblico eterogeneo la questione che poneva Molino. Posso dire che un certo lavoro di approfondimento è nato quando abbiamo accostato Corelli, del quale è appena uscita l’edizione integrale dell'opera che ha richiesto circa due anni di lavoro per la registrazione. Corelli è un musicista del periodo barocco italiano. Dunque, bisognerebbe porre una questione centrale: c’è un modo di interpretare e di eseguire la musica, condizionato dall’interpretazione che in un periodo è stata data. Il segno musicale come è indicato sulla partitura, aveva un significato diverso nel ‘700 rispetto a quello che le stesse note, scritte nella stessa maniera, avevano nell’interpretazione dei compositori. Questo ha portato ad un’incrostazione, un modo di sentire questa musica che non corrisponde a quello originale. Per fare un parallelo, la stessa cosa è avvenuta nella musica gregoriana. C’è stato nel periodo romantico tutto un modo di cantare il gregoriano che ha in pratica un po’ inquinato e incrostato quello che in origine era il modo di intenderlo e concepirlo. Un grosso lavoro è stato fatto, da questo punto di vista, di ricerca, di ricostruzione delle fonti, ecc. D’altra parte, la domanda che mi faceva Molino tiene conto del fatto che questo tipo di ricerca spesso rischia di diventare fine a se stessa, quindi arida. Chi sostiene solitamente queste tesi, i cosiddetti filologi, spesso rischiano di fare un assoluto di un approccio soltanto scientifico, mentre la ricerca e l'utilizzo di certi strumenti è importante per far rivivere la musica. Il problema è sempre quello che il giudizio è, nel momento in cui si ascolta e si partecipa. E la musica, bisogna sempre metterla in condizioni di esprimere e di comunicare. Il lavoro che noi. abbiamo fatto, di utilizzare nella ricerca i trattati che ci sono dell’epoca, è soltanto per questa finalità, per rimettere nella condizione originale il segno musicale. E ci siamo stupiti di ritrovare un mondo espressivo sconosciuto: per noi che venivamo da una certa tradizione conservatoria, è affascinante. Questo lavoro si è approfondito anche nel repertorio che include la voce e la relazione, strettissima in questo periodo, fra voce e arco. Proprio per questo utilizziamo degli archi barocchi, che determinano un modo di produrre il suono e soprattutto le articolazioni, cioè la separazione fra i suoni completamente diversa da quello che è l’arco moderno che usiamo. Adesso purtroppo la musica è divisa in tradizionalisti e filologi: crediamo che bisogna mettere in primo luogo il rapporto vivo, attuale, vissuto dai musicisti che sentono quello che suonano, utilizzando tutti li strumenti di cui disponiamo, compresa la ricerca su come si suonava allora, non certo per fare un’operazione da museo.

Prosegue il dibattito col pubblico.