Da persona a persona: un angolo aperto all’infinito

Mercoledì 26, ore 15

Relatori:

Geronimo Bellassai

José Ruiz Olazar

Geronimo Bellassai è laureato in ingegneria elettromeccanica.

E’ vicedecano della Facoltà di Scienze e Teologia dell’Università Cattolica di Asunciòn (Paraguay). Insegna anche fisica e sistemi digitali.

Bellassai: Sono sposato da circa nove anni, abbiamo cinque figli, una bambina e quattro maschi, di otto, sei, tre, due, un anno. Dieci anni fa ho conosciuto alcune persone del movimento di CL. Mia moglie ed io appartenevamo prima ad un altro movimento all’interno della chiesa. Avevo molti pregiudizi nei confronti di CL. Notavo la grande povertà che c’era in altri paesi ed ero dalla parte dei poveri: da questo punto di vista il movimento di CL era reazionario. Il motivo per cui stavo della parte dei poveri era la mia fede in Cristo, dato che per me la fede in Cristo è stata sempre la cosa principale. Nove anni fa, poco dopo il matrimonio, ho vinto una borsa di studio e sono venuto nella città di Fermo a studiare. Qua ho conosciuto molta gente del movimento e a Rimini al ritiro degli universitari ho potuto ascoltare per la prima volta don Giussani. Mi hanno colpito soprattutto due cose: l’amicizia vissuta tra la gente del movimento di Fermo e che don Giussani era evidentemente un uomo di profonda fede. Quando sono tornato in Paraguay, ho incontrato una persona del movimento, Carmelo Di Blasi, che era andato là per una missione del movimento e lavorava in università. E insieme abbiamo protettato un laboratorio di elettronica digitale. Dopo un anno lui è ritornato in Italia e questo progetto è stato portato avanti dall’Avsi. Circa cinque o sei anni fa, sono venute in Paraguay due persone che sono diventate per me molto amiche, Riccardo e Francesca Ferrari. In quel momento il nostro modo di pensare e di vedere le cose era molto diverso. La probabilità maggiore era che diventassimo nemici. Durante una prima discussione mi hanno chiesto: qual è la cosa più importante per te? sei d’accordo sul fatto che Cristo è la cosa più importante per te? Se siamo d’accordo su questo, lasciamo perdere tutto il resto e partiamo da questo. E durante questi cinque anni nei quali abbiamo lavorato insieme, costruendo insieme questo laboratorio che è senza dubbio una cosa molto importante per la mia nazione, siamo a mano a mano cresciuti insieme nella fede in Cristo ed è cresciuta anche la nostra amicizia. Loro adesso sono tornati a Milano e io ho notato che in tutti quegli anni io stavo piano piano entrando nel movimento senza rendermene conto. E che l’amicizia che io avevo con queste due persone, Riccardo e Francesca, era quella che stava alimentando la mia fede in Cristo ed anche la fede di mia moglie. Quando loro sono andati via dal Paraguay, ci siamo convinti e siamo entrati veramente nel movimento. Vorrei sottolineare che la cosa fondamentale del nostro incontro è stata l’amicizia tra due persone e che senza dubbio anche se abbiamo fatto delle cose bellissime insieme, non erano quelle le cose più importanti, ma la nostra fede in Cristo.

José Ruiz Olazar è nato nel 1963 ad Asunciòn (Paraguay).

E’ laureato in agraria e membro del Direttivo del Club del Libro "Venivè".

Olazar: Quando ho conosciuto il movimento all’inizio andavo solo alle feste. Durante una vacanza del CLU ho ascoltato la testimonianza di una persona; mi ha colpito molto la sua coscienza di utilità verso il mondo e soprattutto il modo di trattare gli ammalati che erano in un ospedale. In quel periodo ero sempre insoddisfatto. Mi sembrava di perdere tempo. Cercavo continuamente ma non sapevo che cosa. Un giorno un padre mi disse: "Stai sempre cercando un Cristo biondo e con gli occhi azzurri": in Paraguay non è un tipo molto comune. Finché un giorno ho incontrato un ragazzo che stava facendo la verifica per entrare nei "Memores Domini" e non capivo perché lui facesse questo. E io gli chiedevo: perché tu stai lì? e le donne dove le metti? Dove le lasci? E lo guardavo sempre da lontano. E naturalmente è cresciuta una curiosità in me. Fino a che un giorno mi sono sentito anch’io coinvolto in questo. E non sono più potuto scappare. Adesso vivo nella stessa casa con questo ragazzo. E la cosa più evidente che riconosco è che non ho scelto io. Solamente ho riconosciuto che il mio posto era quello. In quello stesso momento ho avuto la sensazione di perdere tutto. Per un mese ho avuto mal di stomaco, un nodo alla gola. Avevo un gran dolore, però questo dolore mi dava la scintilla, l’impeto. E questo sì che ho detto mi ha reso missionario. Sono nella facoltà di agraria e per tre anni ho sempre invitato i miei amici ma nessuno è mai venuto. Fino a che un giorno ho invitato un mio amico, si chiama Santiago, e mi ha chiesto se c’erano delle belle ragazze. L’ho invitato ad una festa e non gli è piaciuta. Ma l’anno scorso lui è andato ad un ritiro di Natale e per lui è stato l’incontro con il movimento(1). E da quel giorno è cambiata anche l’amicizia tra di noi. Andare in facoltà da allora è stato un piacere. Se io avevo questo impeto così grande, mi dicevo, se è successo a me, devo fare in modo che capiti a tutti. Perché Cristo senza un amico non esiste. Perciò se io voglio veramente bene ad un amico non posso far altro che parlargli dell’incontro che ho fatto.

Quest’anno abbiamo fatto l’happening in marzo in Paraguay. E un giorno ho invitato il Rettore dell’Università, è venuto all’Happening e gli è piaciuto moltissimo. E mi ha proposto di fare una riunione con tutti i decani delle altre facoltà, per proporre un giorno festivo per fare un happening nazionale. Fu il giorno più drammatico della mia vita. Ero di fronte a dodici decani più il Rettore. Questa riunione si teneva esclusivamente per parlare dell’happening. Neanch’io capivo bene che cosa fosse, perché era la prima volta che lo facevamo. Gli ho detto quello che sapevo. Mi tremavano le labbra. E alla fine tutti erano entusiasti dell’happening.

In luglio ho ascoltato don Giussani a Rio. In un incontro ha gridato: "Porteremo il mondo". Mi sono sentito molto colpito da questa parola. E ho detto: questo è quello che io voglio fare.

NOTE

(1) Sull’agenda con gli appunti che gli avevo prestato ha scritto: "E il Verbo si è fatto Carne e mi ha detto: tu. Non starò mai più solo. Non dopo un tu così potente, così certo, così presente. Come il parto semplice di un bambino. Un miracolo semplice e prodigioso. Mi dice tu, ti dico sì. E non so perché esattamente. E un sì che sgorga, che non posso contenere, che risponde alla Tua chiamata: 'Vieni, Santiago!'. Hai preso la mia carne con il gesto ineguagliabile della tua nascita. E non tornerò mai più ad essere solo, sapendo che sei con me nella comunità".