I più poveri della guerra del Golfo

Venerdì 30, ore 11

Relatori:

Raphael I Bidawid

Giorgio Salandini

Marcus Akram

 

 

Sua Beatitudine Raphael I Bidawid, nominato patriarca di Babilonia dei Caldei il 21 maggio 1989, è nato a Mossul, una città del nord dell’Irak originariamente centro della cristianità in quella regione nel 1922.

Ha compiuto gli studi alla Pontificia Università Urbaniana in Roma, ed è Dottore in Filosofia, in Teologia e licenziato in Diritto.

Ordinato sacerdote nel 1944 e consacrato vescovo nel 1957, Raphael I Bidawid guida la seconda chiesa di rito orientale in ordine di grandezza: quella Caldea con sede a Baghdad. Con novecentomila credenti la minoranza cristiana che vive in Irak (rappresenta il 5% della popolazione) è tra le più numerose dei paesi mediorientali, sicuramente una delle più libere sul fronte della manifestazione del culto tra i paesi a maggioranza mussulmana.

Bidawid: Vi saluto nella carità di Cristo che ci ha riuniti in questo Meeting per l’amicizia fra i popoli. Per me è un privilegio essere oggi in mezzo a voi a dare una testimonianza di cui il mondo ha bisogno, specialmente dopo una propaganda che non ha permesso di comprendere la vera situazione del Medio Oriente e dell’Irak, in particolare: i mass media sono stati usati come un’arma molto più efficace dell’arma militare stessa per stornare l’opinione pubblica, per corrompere la verità della situazione. Il mio popolo soffre per una tragedia dalla quale non sa quando potrà sollevarsi: per quanto tempo ancora potrà resistere con l’embargo che continua con ferocia, lasciando gente affamata, bambini, vecchi, ammalati, che muoiono a centinaia, tutti i giorni, per mancanza di viveri e medicinali?

Vorrei darvi qualche informazione statistica. L’Irak conta circa otto milioni di abitanti di cui un milione di cristiani. Tra questi cristiani, la maggioranza, l’80%, sono della comunità caldea, tutti cattolici; il 20% è formato da altre minoranze religiose, sia cattoliche che ortodosse e protestanti. Il patriarca di Babilonia dei Caldei è l’unico patriarca cattolico residente nell’Irak ed è considerato il capo della comunità cristiana sia da parte del governo sia da parte di tutte le comunità cristiane: questo costituisce per me un peso non comune, specialmente in tali circostanze e ringrazio Iddio per aver trovato a Roma buone anime, specialmente fra i giovani, come CL e altre associazioni che hanno compreso veramente il dramma ed hanno cercato di contribuire con tutti i mezzi a loro disposizione per alleviare un po’ le sofferenze del nostro popolo. E quanto è stata grande la mia gioia quando ho potuto incontrare a Baghdad stessa i volontari che sono arrivati in Irak. Speriamo che questo incontro, cominciato con tanto amore e zelo, possa continuare, per il bene della nostra nazione, non solo per i cristiani, ma anche per i nostri fratelli musulmani ai quali vogliamo dare la testimonianza della nostra fede in Cristo. Il Signore Iddio è comune a tutte le religioni monoteistiche e questo legame ci unisce gli uni agli altri affinché si possa cooperare alla ricostruzione del nostro Paese. Non è senza commozione che dico questo e desidero esprimere tutta la riconoscenza per quanto il Movimento di CL sta facendo per il bene della comunità irachena, sia essa musulmana sia cristiana.

Abbiamo una presenza cristiana in tutti i centri del Paese. La concentrazione più grande è a Baghdad. Dopo la guerra, molti dei nostri fedeli hanno dovuto lasciare sia il nord sia il sud; si sono rifugiati a Baghdad, dove oggi la popolazione conta fino a cinque milioni di abitanti, due dei quali sono venuti dalle varie parti del Paese a causa della guerra. I Curdi si sono sempre battuti per la loro autonomia, non è la prima volta che essi si rivoltano contro il governo. È più di cinquant’anni che fanno questa guerra e sempre sono stati soffocati, domati; finalmente avevano trovato una soluzione pacifica grazie all’autonomia data loro da più di vent’anni: un governo locale, un’università, radiotelevisioni in lingua curda, stampa, la lingua propria insegnata in tutte le università e i collegi superiori. I Curdi sono dodici milioni in Turchia, otto milioni in Iran, quasi due in Siria, uno nell’Unione Sovietica e circa tre nell’Irak. Gli unici ad aver avuto veramente dei diritti e dei privilegi sono stati i Curdi dell’Irak ai quali il governo ha concesso, come ho detto, un’autonomia regionale. Purtroppo, però, gli interessi politici e il gioco delle potenze straniere prima li hanno istigati e poi li hanno abbandonati, come ha detto uno dei loro capi agli americani: "Ci avete istigato e poi ci avete abbandonato in mezzo al campo e siamo rimasti soli". L’unico modo per poter convivere è fare la pace, intendersi fra governo e popolo: è ciò che stiamo cercando di fare per mettere fine a questa drammatica strage che non può e non deve continuare.

I cristiani sono un po’ in tutto il Paese. Contrariamente a quello che molti giornalisti vogliono far credere, in Iraq non esiste una discriminazione né una persecuzione dei cristiani. I cristiani nell’Iraq hanno tutta la libertà di poter esercitare i loro diritti, sia civili sia religiosi, più degli altri Paesi ad eccezione del Libano. Nei Paesi musulmani fuori dell’Iraq molti dei cristiani vivono da cittadini di seconda categoria. Abbiamo la libertà di insegnare la religione, di esercitare il nostro culto, abbiamo una proibizione formale dell’aborto e, per quanto riguarda il divorzio ed altre materie di diritto costituzionale, godiamo della piena libertà, secondo le nostre leggi cattoliche o cristiane, per potere amministrare la nostra comunità. Forse, noi godiamo di una maggiore libertà rispetto a quella che avete nei vostri Paesi. Purtroppo, però, le minoranze soffrono sempre di un complesso di inferiorità: sono malvisti o maltrattati. Noi cerchiamo di far capire al nostro popolo che siamo cittadini di questa terra, siamo i veri cittadini, i nativi del Paese, non siamo né immigrati, né rifugiati, né sfollati. Noi esistiamo in questa terra prima dell’Islam. Da quando il mondo è mondo la Caldea, la Siria è lo stesso popolo, passato dal paganesimo al cristianesimo o all’Islam. Purtroppo c’è chi vuol far credere al mondo che una convivenza tra le religioni, tra musulmani e cristiani o tra ebrei e musulmani è impossibile, ma ciò non è vero. La convivenza è possibile e deve esserlo; abbiamo vissuto per secoli insieme, sulla stessa terra da buoni fratelli. Noi non vogliamo permettere che la politica oggi venga a distruggere questa convivenza.

La guerra certamente ha influito sulla nostra esistenza. Hanno cercato con tutti i mezzi di distruggere questo popolo, di annientarlo, certe volte sono riusciti militarmente: trenta nazioni, tra le più grandi del mondo, contro un popolo di diciotto milioni; non ci si poteva aspettare una vittoria militare per l’Iraq. Però l’Iraq si considera vittorioso perché non è la guerra militare che fa veramente la vittoria, la vittoria è la fedeltà, l’amore, l’attaccamento alla propria terra e il lavorare per essa. Abbiamo perduto una guerra militare, ma non abbiamo perduto veramente la battaglia per la libertà. La libertà non può morire nel cuore dell’uomo, è un dono di Dio, dato a tutti gli uomini. Per quanto si cerchi di soffocarlo, non vi si riuscirà mai, perché l’uomo è molto più forte della morte e, questo, tutte le guerre lo hanno provato.

C’è una quinta colonna che sta facendo di tutto per far uscire i cristiani dalla loro terra. Noi, come Chiesa, abbiamo cercato di fare capire ai nostri fedeli che questo era uno sbaglio, un peccato imperdonabile per chi vuol rimanere attaccato non soltanto alla sua terra, ma anche alla sua religione; infatti per noi terra e religione sono la stessa cosa. La terra è dei nostri padri e la nostra Chiesa, come sapete, è una delle più antiche chiese apostoliche fondata da San Tommaso apostolo. I Caldei della Mesopotamia sono stati tra i primi ad adorare il Cristo con i Re Magi e nel giorno della Pentecoste sono menzionati i fedeli della Mesopotamia. Quindi una delle più antiche Chiese Orientali è la nostra, e noi siamo talmente attaccati ad essa e alla nostra terra che vogliamo che i nostri fedeli restino. Abbandonando la loro terra, essi perderanno tutto, si disperderanno nel mondo dietro ad una qualsiasi confessione religiosa. La religione per noi orientali è un fattore molto importante per la sopravvivenza della Chiesa, della nazione e della famiglia. La Chiesa ha fatto di tutto per impedire questa emigrazione fomentata e finanziata anche da questa quinta colonna che non vorrei menzionare adesso, che tutti voi conoscete anche in relazione al Libano. Vorrei fare una campagna, che propongo anche a CL: frenare questa emigrazione con tutti i mezzi a disposizione, specialmente suscitando nei giovani che cercano di emigrare la fiducia nella loro terra, nella loro Chiesa, nella loro nazione, creando delle opere, delle iniziative che potrebbero dare loro la speranza di un futuro. Un giovane universitario, appena finiti i suoi studi in università, è entrato a fare il soldato, e vi è rimasto per dodici anni. A trent’anni mi dice: "Senta, io che avvenire posso prospettarmi? Sono senza lavoro, non posso sposarmi perché non ho niente, non ho una casa, che cosa debbo aspettarmi dalla mia terra? Io vado fuori per cercarmi un avvenire; dovunque esso sia, sarà meglio che in questa situazione". Lascio a voi l’invenzione dei mezzi che possano dare una speranza ai giovani: mezzi culturali, finanziari, economici, industriali, mezzi con i quali il giovane possa trovare una soluzione al suo problema. Certamente la nostra Chiesa, sola, non può fare questo, nemmeno il governo lo può, specialmente dopo la disfatta di questa guerra che lo ha lasciato proprio a terra: siamo tornati indietro di almeno vent’anni! Occorre lavorare per i cristiani come per i musulmani. Vogliamo vivere da fratelli solidali, in vita e in morte, per la ricostruzione del nostro Paese.

Posso dirvi che la Chiesa in Irak gode di un’alta stima da parte delle autorità civili, specialmente per il lavoro che ha compiuto prima durante e dopo la guerra. La Chiesa gode di stima e gode, nello stesso tempo, di tutto il rispetto da parte dei responsabili, perché il governo ha potuto constatare quanto i capi religiosi e le organizzazioni cristiane abbiano lavorato per il Paese. Un ministro mi diceva: "Nella lista delle organizzazioni umanitarie che hanno contribuito all’aiuto, specialmente alla ricostruzione del Paese in questi ultimi mesi, tra i 250 nomi figura il 99% di organizzazioni cristiane. Purtroppo, nemmeno una organizzazione islamica che si sia fatta veramente onore in questo campo". È il più grande elogio che potessi ricevere da un ministro del mio governo: i cristiani sono i primi ad aiutare, i primi ad assistere, i primi ad intraprendere tutte le opere per la ricostruzione del Paese, ora per gli aiuti urgenti di viveri e di medicinali e prossimamente, speriamo, anche per la ricostruzione. Questo ci sprona, ci incoraggia a continuare la nostra opera. Certamente potrete fare di più quando avrete compreso l’importanza dell’esistenza di queste comunità cristiane in un mondo musulmano. Se il proselitismo è per legge proibito, noi non intendiamo fare del proselitismo, ma vogliamo dare la nostra testimonianza di cristiani con la nostra carità. È la migliore evangelizzazione da farsi in questo momento, nell’attesa di una libertà religiosa più larga.

La persona del Papa e il Vaticano oggi sono tenuti in alta considerazione presso la Stato; due volte, in quattro mesi, il governo ha mandato una delegazione speciale di alti dignitari ecclesiastici in Vaticano per incontrarsi con il Papa, riconoscendo il peso del papato e del Papa stesso nel consesso internazionale. La prima volta ciò è avvenuto nel mese di gennaio quando era già scoppiata la guerra per potere fermare la guerra. La seconda volta nel mese di maggio quando erano cominciate le sanzioni economiche, l’embargo che ancora pesa sulla vita della nazione irachena.

La guerra ci ha ridotti alla miseria; ci sono famiglie che dormono senza mangiare, i bambini soffrono per mancanza di latte e di pane; una famiglia di quattro o cinque persone deve disporre di cinque dinari al giorno solo per il pane, quando il salario base di un impiegato statale è di sessanta-settanta dinari al mese. Abbiamo bisogno di tutto, dei viveri, dei medicinali, degli aiuti finanziari così come delle opere che possono far vivere questo popolo. Perciò chiedo alla vostra associazione di creare delle piccole imprese per poter assicurare a questo popolo la sopravvivenza e la vita, finché sarà tolto questo embargo inumano e immorale. Per tutto l’amore che portate verso il Cristo che è il padre dei poveri, verso la Chiesa che è la madre dei poveri, vi scongiuro di pensare ai bisogni di questa popolazione!

Quando, prima della guerra, noi chiedevamo al governo un po’ di ferro e di cemento per costruzioni ci veniva risposto: "Non c’è, aspettate", invece c’era e tutto era usato per i bunkers, per gli aeroporti sotterranei, per tutte le attrezzature militari. L’85% del reddito nazionale era usato per la guerra e noi eravamo ignari di tutto questo; con il 15% l’Iraq viveva da principe, distribuiva aiuti a tutti i Paesi arabi. Adesso possiamo con il 15% vivere ancora agiatamente come si viveva prima della guerra, purché si tolga questo embargo, si tolgano le sanzioni economiche. Con tutte le forze di cui voi disponete, operate per convincere di ciò le nazioni della coalizione e, specialmente, le cinque potenze del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che hanno tutto il potere mondiale. Ringrazio della vostra cooperazione, della vostra solidarietà.

Giorgio Salandini, medico, ha partecipato ad una iniziativa di aiuto alle popolazioni irachene.

Salandini: Io non sono qui a dire come siamo stati bravi ed efficienti nell’operazione per l’aiuto ai più poveri della guerra del Golfo, bensì come la grazia del Signore abbia aiutato a realizzare quello che ci eravamo proposti. Se dovessimo parlare delle difficoltà, degli incidenti, dei contrattempi che avremmo potuto risolvere con le nostre sole forze, a quest’ora parleremmo solo di disastro e di insuccesso. Invece, tutto è cominciato con un atto di fede nella nostra amicizia, ma è andato avanti quasi incredibilmente, superando tutte le incognite a cui all’inizio non avremmo saputo dare risposta. Le abbiamo avute tutti negli occhi le immagini incredibili e apocalittiche delle colonne interminabili di curdi che lasciavano il loro Paese sotto la pioggia o sotto la neve, nella seconda metà di marzo e cercavano scampo in Turchia o in Iran. Un mio amico medico che lavora al Ministero degli Esteri, pur avendo vissuto da vicino l’esperienza della fame in Uganda e in Tanzania, è rimasto scioccato nel vedere come fosse tragica la situazione di quelli che si rifugiavano in Iran.

Di fronte a queste immagini i nostri politici, i nostri giornali e la televisione si stracciavano le vesti, accusando, cercando di capire di chi era la colpa, su chi dovesse essere riversata la responsabilità di tutto questo. I nostri amici, invece, Roberto Formigoni in primo luogo, anziché chiedersi chi fosse il colpevole, si sono chiesti: "Che cosa possiamo fare?". Si sono sentiti interpellati personalmente a rispondere con i propri mezzi, esponendo se stessi, senza pensare a strategie, senza pensare a convenienze o a colpe, senza fare l’analisi. C’è qualcuno che ha bisogno: come cristiani abbiamo condannato questa guerra e lo abbiamo fatto in pochi, adesso condanniamo la violenza, la sofferenza e la fame intervenendo su questo problema. Quindi, Formigoni mi ha chiesto di partecipare con lui, con Ronza e altri giornalisti ad una spedizione in Iraq, alla fine di aprile, poi, in Kurdistan, a vedere di persona e a sentire la gente. Vi faccio notare che nessuno dei parlamentari europei ha osato tornare sulla via di Baghdad perché non c’erano comunicazioni aeree, perché comunque l’Iraq era l’appestato da cui bisognava scappare: bisogna aiutare i curdi, in Turchia o in Iran, mai passare attraverso l’Iraq, l’Iraq lo abbiamo censurato dal nostro orizzonte politico e storico. Formigoni ci dice: "Andiamo a Baghdad, andiamo nel Kurdistan iracheno e vediamo lì cosa si può fare per aiutare la gente, perché se tanti sono fuggiti, tanti restano ed hanno bisogno e quelli fuggiti non potranno resistere per molto, con l’estate che arriva, sulle montagne aride e sassose della Turchia o dell’Iran, dovranno tornare. Per loro prepareremo i mezzi di sussistenza. Non solo, ma la nostra presenza, anche se siamo disarmati, anche se non abbiamo divisioni e la potenza dei mezzi di comunicazione di massa a nostra disposizione, garantirà, in qualche modo, una certa sicurezza, perché ci preoccuperemo sì di distribuire cibo e medicinali, ma, organizzando anche un team di cooperazione medica, saremo là in mezzo alla gente che sta male, in mezzo alla gente che ha paura e diremo: 'Siamo qui con voi'".

Così è cominciata questa avventura che si è concretizzata velocemente, grazie alle somme raccolte con la campagna per i più poveri della guerra del Golfo. Io vi posso garantire che questi soldi donati da coloro che hanno creduto in questa follia che è l’amore cristiano per tutti, senza allineamenti politici, sono stati spesi bene.

Pensare un’operazione del genere anche a tavolino vuol dire valutare le incognite, capire che si va a distribuire cibo fra chi da anni ancora rimane diviso da guerra e da odio fratricida. Padre Tiboni in Uganda mi diceva: "Quando non sai cosa fare, è inutile che con la tua stupidità tu pretenda di risolvere il problema; recita la consacrazione alla Madonna, vedrai che sarà Lei a colmare il disavanzo fra i tuoi limiti e la necessità del momento". E così, a colpi di consacrazioni e di fiducia della gente, presentandoci per quel poco che eravamo, siamo riusciti veramente a fare i miracoli.

Arrivati ad Arbil, ripresentandoci a quei dignitari e a quegli amministratori, ai quei capi-tribù che avevamo incontrato ad aprile, abbiamo detto: "Siamo qui, le cose che vi abbiamo detto allora siamo pronti a mantenerle. Indicateci come possiamo aiutarvi". Il governo, ovviamente, pensa di aiutare soprattutto gli iracheni e ci dice: "Distribuite la roba nella città". Ma nella città abbiamo visto il bazar con buone riserve, con alimenti, con frutta, verdura e farina. Evidentemente, questo significava, letto fra le righe: "La città di Arbil, mezzo milione di abitanti, è in una situazione esplosiva, la gente ha fame e abbiamo paura che se non mangia distrugga tutto e che di questo approfittino i curdi, per impadronirsi di Arbil". Il primo intervento è stato un fallimento. In cinque minuti si è radunata una folla di due-trecento persone che dicevano: "Abbiamo fame noi, non dovete dare la roba secondo quello che vi dice il governo, altrimenti finirà tutta nei bazar; dateci subito quello che ci serve". Allora, sotto scorta armata (veramente odioso farlo, ma necessario), siamo tornati nella sede del Governatore e abbiamo scaricato i camion protetti dall’esercito. Ma come far capire ai curdi che non eravamo agenti del governo? Ci ha aiutato il Governatore venuto a dirci: "Basta, non si distribuisce più nelle città, ma nei villaggi collettivi attorno". Villaggi che, apparentemente, sono nella zona del governo, ma in realtà sono controllati capillarmente dalle forze della resistenza curda.

Il grande protagonista di questa operazione è stato il dottor Markus Akram, che in questa difficile situazione, esponendosi in prima persona, ha saputo e voluto guidarci, ci ha indicato come trattare, ci ha spiegato la strada perché davvero quello che portavamo arrivasse nelle mani dei più poveri. È cristiano, appartiene alla comunità cristiana di Arbil, una comunità che, come vi ha detto Sua Beatitudine, vanta millenni di storia. Come cristiano si è sentito interrogare in prima persona, come noi italiani, sulla vicenda del suo popolo, senza guardare se avevano più fame i cristiani o i musulmani, i curdi o gli iracheni. Ed è stato grazie al suo aiuto che ci siamo presentati di nuovo al Governatore, dicendo: "Abbiamo capito, hanno bisogno i curdi. Chiediamo che sia il dottor Markus Akram, a cui diamo tutta la nostra fiducia, a guidarci in questa operazione". Il Governatore ha perfettamente capito ed ha appoggiato questo tipo di intervento.

Arriviamo quindi in mezzo ai curdi e ai guerriglieri: tutti avevano fame, tutti avevano lutti in famiglia, tutti avevano qualcosa da chiedere ed è stato ancora una volta difficile decidere chi dovesse essere aiutato. Attraverso il dottor Akram siamo riusciti ad organizzare comitati di venti persone ogni mille abitanti che garantivano, attraverso una specie di mutuo controllo, tramite liste obiettive di gente povera, una distribuzione equa di quanto portavamo. Noi abbiamo detto subito: "Signori, quello che abbiamo lo abbiamo per grazia di Dio, per grazia dei cristiani che hanno visto la vostra tragedia alla televisione e ci hanno incaricato di distribuire quello che hanno saputo raccogliere. Quello che ci importa è che voi siate onesti fra di voi; sappiate che in questo mondo occorre che ci sia chi, come dice il Papa, aiuta coloro che sono nelle difficoltà e nella tristezza. Non siamo noi quelli bravi, lo sono coloro che ci hanno aiutati e che, per grazia di Dio, ci aiutano a stare assieme e a non guardarci più con occhi di odio e di sospetto".

Una seconda parte di intervento riguardava l’aiuto medico. All’inizio ci hanno detto: "Lavorate per l’ospedale di Arbil: c’è bisogno di anestesisti e di chirurghi" E noi, obbedendo alle indicazioni delle autorità governative, siamo rimasti ad Arbil. Ad un certo punto però, ci siamo accorti che, essendo tornati dalla fuga i medici e gli infermieri che avevano lasciato Arbil nei giorni degli scontri, la nostra presenza diventava superflua. Allora, quando dall’ONU venne la notizia che nell’ospedale di Saddik, al di là del fronte curdo, avevano bisogno di un team chirurgico, uno strumentista, un anestesista e un chirurgo, noi abbiamo detto: "Siamo qui, dobbiamo muoverci". Non sapevamo cosa avremmo incontrato, se sarebbero state sicure le situazioni, dove avremmo alloggiato; ci siamo guardati e ci siamo detti: "Facciamo le nostre valigie, carichiamo in macchina. Domani vedremo ed eventualmente ci fermeremo". E così è stato. Abbiamo chiesto al Governatore di andare a lavorare per i curdi, oltre la linea del fronte curdo e lui ci ha detto di fare quanto più possibile. Quindi, siamo partiti e, alternandoci a squadre di tre persone, lavorando in situazioni spesso molto difficili, con un caldo pauroso, siamo riusciti a mandare avanti l’operazione di soccorso medico. Operazione che adesso, finito l’intervento di emergenza alimentare, dovrebbe continuare, organizzata dalla AVSI, con il contributo CEE e, speriamo, col permesso e col sostegno, almeno formale, del governo italiano.

Il lavoro fatto ad Arbil è stato reso possibile dal diretto coinvolgimento della comunità cristiana, come notava Sua Beatitudine, a favore di tutti, indistintamente; i cristiani stessi, fra cui c’erano tanti poveri, hanno detto a noi: "Per favore, prendeteci per ultimi nella vostra lista della gente che ha bisogno. Abbiamo fame anche noi, hanno fame anche i nostri bambini, ma c’è gente che sta peggio. Prima cominciate da loro e, alla fine, quello che resterà lo darete anche a noi". I cristiani sono stati quelli che hanno aiutato gli stessi curdi anche negli anni precedenti, quando, per ordine del governo, questi erano stati smobilitati dalla montagna e venivano verso la pianura e verso Arbil sprovvisti di tutto. La comunità cristiana li ospitava, li confortava, dava loro da mangiare. Adesso questa comunità cristiana rischia di sparire entro l’anno duemila o poco oltre. Qui c’è veramente bisogno che i cristiani siano fratelli per un riconoscimento di identità, per un fatto di intelligenza politica e capiscano che, in un mondo che sembra andare avanti a blocchi, la presenza cristiana è una garanzia di aiuto, di sviluppo, di disponibilità per tutti, di carità al di sopra delle fedi, al di sopra delle razze e degli schieramenti politici. Io sono felice di annunciarvi che Sua Beatitudine ha firmato ieri il nullaosta perché un progetto della Conferenza Episcopale Italiana, dal valore di circa duecento milioni, possa essere messo in atto ad Arbil. È un progetto per un centro di formazione giovanile, perché i giovani che hanno la tentazione più grande di lasciare il loro Paese, possano, con il nostro aiuto, continuare a sperare in un futuro migliore.

Marcus Akram, medico.

Akram: Per cominciare vorrei ringraziare gli organizzatori di questo Meeting per averci invitato a partecipare e vorrei parlarvi di questa enorme tragedia umana, questa tragedia che si è potuta verificare nel ventesimo secolo e che non sarà mai dimenticata: la guerra del Golfo e le sue conseguenze. In quanto medico che lavora ad Arbil, penso che possa essere di interesse parlarvi dei servizi medici e di quello che è accaduto in quella città dopo la guerra. Forse converrebbe iniziare parlandovi di come erano i servizi sanitari prima della guerra. Prima, avevamo molti programmi che riguardavano la medicina primaria, la maternità, i programmi di vaccinazione per i bambini; avevamo corsi di formazione post-universitaria e, in effetti, la mortalità infantile era molto bassa in termini percentuali. Potevamo offrire servizi molto vicini a quelli dei Paesi sviluppati. Ora, ecco quello che la guerra e l’embargo hanno provocato: ospedali e centri totalmente paralizzati, servizi medici praticamente inesistenti e questo per parecchio tempo. Non vi erano medicinali, né personale, non vi era cibo, né acqua, non vi era l’elettricità e non vi erano trasporti e le persone che soffrivano erano persone normali, povere, tra cui bambini. Prima della guerra nella zona di Arbil avevamo più di trentacinque ambulanze e molti altri mezzi e macchine per il trasporto. Quello che abbiamo adesso sono soltanto cinque ambulanze, un dono del Movimento Popolare. La nostra medicina sta praticamente morendo. Possiamo unicamente dipendere dall’aiuto esterno. Tutto ciò ha portato allo scoppio di epidemie e malattie infettive: il tifo ha colpito migliaia di persone. La mortalità più elevata si è avuta tra i bambini. La situazione, attualmente, con la presenza dell’embargo non fa altro che peggiorare, malgrado l’aiuto che ci è stato dato. Come sapete, per un Paese come l’Iraq, con una popolazione di diciotto milioni, gli aiuti di emergenza non possono soddisfare il bisogno totale. In breve, quello che abbiamo avuto dalla guerra, dalle sue conseguenze, oltre a perdite umane ed economiche, è stata l’altissima mortalità, soprattutto fra i bambini e la popolazione infantile, malnutrizione, povertà, persone handicappate. Grazie a Dio abbiamo ricevuto aiuto e sono veramente fiero di poter dire che il primo aiuto che abbiamo ricevuto è stato quello dei membri dell’AVSI. Ho capito poi più tardi che i membri dell’AVSI sono anche membri del Movimento Popolare e di Comunione e Liberazione: sono venuti a trovarci, ci hanno aiutato a soddisfare i nostri bisogni e hanno tenuto fede alle promesse che ci avevano fatto in questo modo. In effetti posso dire che il loro aiuto è proprio giunto al momento giusto ed è stato estremamente utile in questo momento di emergenza; siamo riusciti a salvare molte vite, grazie a loro tutti. Vorrei proprio sottolinearlo, vorrei dire che tutte le persone che abbiamo incontrato erano persone piene di spirito di cooperazione, molto attive, dei veri lavoratori. A volte addirittura hanno accettato di mettere in pericolo la loro vita per aiutarci; falgrado la situazione molto difficile, erano felici di offrirci il loro aiuto e possiamo dire con molta gioia che hanno veramente fatto del loro meglio. Ci hanno aiutato dandoci cibo e medicinali, ci hanno sostenuto in generale, sono stati capaci di riportare il sorriso sul volto dei bambini e abbiamo vissuto insieme un’esperienza felice. Vivevamo come un’unica famiglia i cui membri lavorano tutti insieme. Sono sicuro che il nostro popolo, non li dimenticherà mai e continuerà a ricordare i loro nomi: Formigoni, Cioni, Salandini, Egidio, Daniela, Paolo, Angelo, Samuel, Marco e cinquantasei altri. Continueremo a ricordarli e manterremo sempre questo senso di fratellanza, di profonda amicizia che ha spinto ad aiutare le persone bisognose. Vorrei ringraziare una volta ancora tutti voi; che Dio vi benedica!