Il nodo di Salomone

Presentazione della mostra

 

 

Martedì 25, ore 11.30

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Relatore:

Umberto Sansoni, Responsabile del Dipartimento Valcamonica e Lombardia, Centro Camuno Studi Preistorici

 

Sansoni: I simboli si possono dividere in due grandi categorie: quelli che appartengono a una determinata cultura e magari ad una determinata epoca di questa stessa cultura, e quelli invece che possiamo ritrovare ad ampio spettro, presso svariate culture nel mondo. Il nodo di Salomone appartiene a questa seconda categoria di simboli, pochi in verità, reperibili presso tutti i continenti e, a partire dall’inizio dell’era volgare, sostanzialmente in tutte le grandi culture, da quella romano-pagana a quella germanica, da quella ebraica a quella islamica, dall’India alle diverse culture africane. Non è possibile che possa esserci stata una trasmissione, ovvero una unica nascita di questo simbolo e da essi una diffusione. Questo è valso sicuramente per grandi ambiti come possono essere stati quello europeo, o il grande ambito asiatico, ma non può assolutamente spiegare la presenza del segno in sud America, nelle isole Polinesiane, nel sud Africa e in altri luoghi ancora. Siamo dunque di fronte a uno di quei rari segni che ha valenza archetipale, profonda valenza, che condivide con grandi segni, come la croce, la svastica, il cerchio, il serpente, la figura dell’orante. Sono segni che hanno nella semplicità la forza della loro profondità e della capacità comunicativa di qualcosa che tutti abbiamo latente nel nostro animo. Non c’è altra spiegazione riguardo non solo il nodo di Salomone, ma questa famiglia archetipale di segni.

Per quello che riguarda il nostro simbolo, la cosa più interessante non è tanto il segno in sé, quanto il fatto che questo segno permette di avere un percorso esemplare nel mondo simbolico, un mondo globalizzante. Oggi stiamo perdendo in maniera molto rapida il senso del simbolo, perché siamo in una cultura dell’effimero che ha dimenticato il simbolo, a meno che non sia quello della Coca-Cola o di McDonald’s. Per questo ci risulta difficile riuscire ad entrare in questo mondo di simboli, anche perché un solo simbolo è impossibile da studiare. Studiare un simbolo significa in un certo qual modo rifarsi al sistema in cui lo stesso è inserito. E i sistemi simbolici hanno un centro, hanno un cuore. È impossibile analizzare il simbolo, che è emanazione di questo centro, e riuscire ad intenderlo veramente: per intenderlo bisogna partire dal centro, non dalla periferia. Ma questo vuol dire rovesciare la nostra mentalità occidentale, una mentalità analitica, che tende a soppesare ogni elemento e valutarlo a seconda dei metri e delle scale che non sono assolutamente quelle di chi, nelle varie epoche, ha prodotto questi sistemi. Entrare dal centro vuol dire riuscire ad intendere il tutto, perché solo così si intende il cuore della questione: per comprendere un oggetto bisogna avere il senso della totalità.

Per questo è particolarmente difficile fare un’analisi di un simbolo come il nodo, che si esprime attraverso numerose culture differenti. Il minimo comune denominatore è il suo significato. Il nodo è formato essenzialmente da due elementi, generalmente due anelli schiacciati che si uniscono strettamente, oppure anche diverse altre fogge, a scudo, a rettangoli, ad ogiva nel Medioevo. Questo minimo comune denominatore rappresenta l’unione di due elementi. Questo simbolo partecipa contemporaneamente della simbologia del cerchio - sia per gli anelli, sia per il fatto che è inscrivibile in un cerchio, tanto da venire spesso presentato simile al cerchio nella struttura - e della simbologia della croce; è inoltre vicino sia alla svastica per quello che concerne il disegno interiore dell’annodamento che al serpente, le cui più antiche formulazioni sono in incroci, in unioni e aggrovigli di serpenti che producono anche segni di intrecci e di nodi di Salomone; e infine è vicino al sigillo di Salomone, o scudo di Davide, i due triangoli equilateri che si incrociano perfettamente.

Salomone è il più saggio dei re di Israele, è l’uomo che ricevuto da Dio la capacità di distinguere tra il bene e il male, è l’uomo che ha costruito il tempio, che è la realizzazione perfetta sulla terra di questa unione tra il divino e l’umano. Nell’alto Medioevo, e di conseguenza anche nei secoli successivi, attribuire qualche oggetto o segno a Salomone è sempre stato indice di grande prestigio, e anche di qualcosa di magico, potente, estremamente positivo.

Tutti i segni hanno una bivalenza: anche in questo il nodo fa una eccezione, in quanto è presentato sempre e soltanto con una valenza estremamente positiva. Il nodo in sé può avere valore negativo, perché può essere costrizione, prigionia, qualcosa che cattura che imprigiona; sciogliere il nodo quindi può essere il segno di liberazione, di salvezza. Se l’unione operata dal nodo è con un principio alto, allora è sempre positiva ed è invece negativo sciogliere il nodo stesso; se d’altro canto l’unione è con un principio basso, allora il nodo è un segno malefico, perché costringe in maniera negativa. Con gli elementi in parentela, il nodo di Salomone invece rappresenta sempre e comunque soltanto una valenza positiva, anche nelle versioni del magismo popolare che ha ampi riscontri in India, in Africa, in Europa.

La vicenda del nodo inizia nel primo secolo avanti Cristo, in età augustea. Abbiamo le prime manifestazioni nel mosaico, nei templi e nelle domus soprattutto dell’Italia centrale, dove Augusto vuole ripristinare i vecchi culti per dare più moralità e rigidità al sistema che stava già decomponendosi. Il fatto che questo simbolo sia molto presente in quest’epoca è indicativo di una sua presenza anche in epoche precedenti. Ad esempio, all’interno di una veste romana del II secolo d.C., oggi al Louvre, troviamo nodi, a testimoniarci che siamo di fronte a un qualcosa che già esisteva da tempo, forse mutuato dal quel mondo celtico con cui i romani avevano ormai da tempo contatto, mondo celtico che aveva una predilezione particolarissima per questo genere di simbologia a nodo e ad intreccio. Ritroviamo in questo periodo il nodo anche come motivo di soglia, e la soglia per il romano - come poi per la tradizione indù - è il punto fra l’esterno e l’interno, il punto chiave della casa, il punto protettivo, e ha una valenza magico-religiosa, perché è ciò che garantisce il bene della casa stessa, quasi esorcizzando l’entrata del male nella casa che vuole essere protetta.

Nei secoli successivi c’è una sorta di esplosione del segno, fino a ritrovarlo in numerosi pavimenti, a Treviri ma anche in Palestina o in nord Africa: questi pavimenti sono ricolmi del nodo, generalmente svasticato. Il simbolo è certamente visto in senso dinamico, non è un simbolo statico, è un simbolo rotante, in movimento. Troviamo i pavimenti costellati anche di centinaia e centinaia di nodi, in ripetizione continua; e troviamo il nodo anche vicino a immagini di dei, Diana, Nettuno, Giove, Apollo... tutto il Pantheon dunque, e con una particolare insistenza su Orfeo, nel III e IV secolo. Il nodo è un corredo quasi fisso, in alcuni momenti, su quelle che sono le principali divinità. Non si tratta di decorazioni, si tratta di una valenza simbolica indubbiamente molto sentita e di cui non abbiamo traccia scritta, fino al ‘600, quando un commentatore ad un opera pittorica di Bartolomeo Veneto chiama il nodo "simbolo di eternità".

All’inizio del IV secolo il nodo passa in maniera apparentemente inalterata dal mondo pagano al mondo cristiano: viene rivisitato, trasformato, ma formalmente rimane identico. Tra i tanti segni, il nodo è forse quello che in maniera più esplicita viene preso come una delle espressioni fondamentali del cristianesimo. Basti andare anche solo a Ravenna o ad Aquileia, per rendersi conto del valore che viene attribuito ad esso: nelle sole aule teodoriane di Aquileia, abbiamo oltre 260 nodi istoriati, alcuni dei quali grandi, in bellissima evidenza, attorno alle figure di maggior prestigio. Anche queste rappresentazioni del nodo sono svasticate, come nell’epoca romana. Le scuole di mosaicisti pagani cristianizzandosi hanno una nuova simbologia da esprimere, ma ricorrono molto spesso a quello che era nel patrimonio già conosciuto e che viene sicuramente valorizzato.

Il IV secolo è particolarissimo, perché vede da una parte l’insorgere prorompente del cristianesimo, ma dall’altra l’affermarsi di una serie di dottrine come l’Orfismo e il Manicheismo; il vecchio paganesimo regge ancora, si tratta insomma di un momento in cui si incrociano delle tendenze estremamente contraddittorie. In questo secolo, il nodo è presente ovunque, sempre nell’ambito del mosaico: nelle sinagoghe ebraiche, nelle tarde opere pagane, nelle ville e nei templi, in tutti i grandi centri cristiani.

Quando il paganesimo cade e il cristianesimo trionfa, il nodo continua inalterato la sua vicenda: è il momento delle invasioni barbariche e i barbari cominciano ad utilizzarlo in maniera ripetitiva soprattutto nelle fibbie, nei cinturoni di spada, nell’oggettistica, nel bronzo, nell’oro, nei vari finimenti del guerriero, ed anche sulle spade o nei corredi principeschi. Quasi certamente questo simbolo è mutuato dall’impero nel suo valore fondamentalmente magico, protettivo, indubbiamente, ed ha un risalto presso i franchi, i longobardi, i burgundi, con presenze ovunque, dall’Italia alla Francia, dalla Germania alla Spagna. Contemporaneamente c’è una prosecuzione nel mondo ebraico, e si cominciano a vedere anche delle immagini del segno nell’Oriente, ad esempio nel mondo indiano. Immediatamente dopo il segno entra nelle Chiese, non più nel pavimento musivo che comincia ad essere abbandonato, ma nei plutei o nei capitelli delle Chiese alto medievali.

Quando inizia la stagione pittorica, che avrà i suoi alti e bassi, per quello che riguarda il nostro segno ci sono delle fasi di apice. Una è con Giotto: Giotto in moltissime delle sue opere lo utilizza, sullo sfondo, o anche vicino alla Madonna, sulle vesti del Cristo, sui tendaggi, e sulle vesti di santi e di arcangeli. Sulla scia di Giotto e dei giotteschi, c’è un filone rappresentativo del segno che va fino a Piero della Francesca e a Gentile da Fabriano, e anche a diversi pittori fiamminghi e stranieri, con una sola peculiarità: quella di raffigurarlo sui piedi della Madonna o sulla cattedra del Cristo. Si tratta sicuramente di un simbolo mariano: dal ‘200 al ‘500 sono troppe le manifestazioni, troppi i dipinti che ci danno testimonianze di questo tipo perché possa essere un fatto casuale. La Vergine di per sé è intermediatrice, e il segno sta ponendo una intermediazione tra due realtà, fra un mondo divino e uno umano, fra il mondo dei fedeli e Dio, fra lo spirito e il corpo. Questa intermediazione, questo equilibrio, questa alleanza raggiunta è indubbiamente ben messa in rilievo attraverso il segno.

Nel Rinascimento troviamo il nodo nella ceramica, nei pavimenti musivi - per esempio a Ravenna - e contemporaneamente in Africa e nel mondo islamico, ad esempio sulle armi. In seguito, c’è un momento di silenzio, nel ‘600. Il XVII secolo e in buona parte anche il XVIII secolo rappresentano una fase di stasi: in Europa non abbiamo più manifestazioni; non a caso è il momento in cui si sta imponendo il razionalismo, il momento in cui in Europa è in atto una forte contesa di carattere ideologico, religioso, politico. Sta nascendo il nostro mondo; sta nascendo un mondo che rifiuta la concezione monolitica che il Medioevo ancora portava avanti e che fino al Rinascimento aveva un fortissimo risalto. Questo mondo viene abbandonato e viene abbandonato anche nelle stesse manifestazioni del sacro, che prendono delle vie molto diverse da quelle precedenti.

È un silenzio che viene interrotto soltanto nel XIX secolo, imprevedibilmente, a partire probabilmente dalla Francia e da nord Italia. Nel momento in cui si sta affermando il positivismo, il nodo torna in campo insieme al sigillo e in qualche caso alla svastica, in moltissimi edifici sacri: a partire dal battesimale della Chiesa principale di Caen, in cui abbiamo una lastra bronzea in cui sono raffigurati tre cerchi: Pater, Filius e Spiritus Sanctus, uniti da delle strisce che recano la scritta "non est". Filius non est Pater, non est Spiritus Sanctus. Dai tre cerchi in cui abbiamo le tre sigle, partono altre strisce che vanno verso un medaglione centrale in cui è scritto Deus. E le tre strisce portano la parola: Est. Filius, Pater, Spiritus Sanctus est Deus. A simboleggiare Dio, la valenza divina, c’è il nodo di Salomone, utilizzato indubbiamente con una forza di ripristino quasi etimologica. C’è una ventata di riutilizzo dei grandi simboli del passato, da parte di una Chiesa che si sente minacciata da una serie di fattori in campo. A Bourges, nella cattedrale, al centro del portale principale c’è una statua gigantesca del Cristo, rifatta nel tardo XIX, in cui il Cristo ha in mano un libro con due nodi di Salomone incisi in grande evidenza. Nella chiesa di Este, proprio sulla cappella della Madonna, un mosaico romano contenente il simbolo viene riposizionato di fronte all’altare. Le sinagoghe, come quella di Trieste, riprendono il nodo e lo collocano nelle lunette degli ingressi.

Oggi di nodi di Salomone se ne incontrano parecchi, ad esempio nei tappetini delle gelaterie, nelle feste paesane nelle luminarie, ma ovviamente soltanto con una valenza puramente estetica.

Questo in breve è il percorso di un segno. Vi ho parlato soltanto del mondo occidentale. Un solo accenno per tutto quello che riguarda il resto del mondo. In India, ritroviamo il nodo molto spesso come motivo di soglia, istoriato con pasta di riso o paste colorate di fronte all’ingresso della casa, oppure sotto le statue di Krisna per dare un senso bene augurante.

Un segno di questo genere riesce dunque veramente a farci penetrare dentro i sistemi che ci hanno preceduto, questi cuori pulsanti che hanno prodotto un determinato mondo simbolico, e permette di poter avere un quadro di quello che poteva essere questo mondo dell’analogia, questo mondo del richiamo verso degli elementi profondi, semplici, indiscutibili che riuscivano ad esprimere non attraverso le parole, ma attraverso immagini e segni una dimensione di cui purtroppo oggi facciamo fatica a ricostruire il significato di base.