L’informazione economica: nuova frontiera della comunicazione

Mercoledì 25, ore 11

Tavola rotonda organizzata da "Il Sole 24 Ore" - Gruppo Editoriale e dalla CERVED

Relatori:

Lanfranco Senn

Umberto Paniccia

Gianfranco Fabi

Moderatore:

Marco Martini

Lanfranco Senn, docente di economia regionale all’Università Bocconi

Martini: L’informazione economica è stata sempre considerata una condizione necessaria per il funzionamento del mercato: senza una informazione adeguata, produttori e consumatori non possono comportarsi razionalmente. Molti economisti sostengono che l’informazione sia la risorsa strategica dell’economia contemporanea. In un mondo che cambia rapidamente, è chiaro che chi coglie più velocemente i termini di questo cambiamento – cambiamento dei bisogni, delle tecnologie, dei mercati – è più facilmente in condizione di rispondere. Il dibattito di oggi vede presenti tre protagonisti del mondo dell’informazione economica, che ci aiuteranno a capire innanzitutto perché e in che termini oggi è importante l’informazione.

Senn: La mia esperienza, come quella di tutti gli economisti, è abbastanza articolata: sono contemporaneamente ricercatore (uso e produco informazioni), professore universitario (cerco di diffondere le informazioni economiche), presidente del Comitato scientifico della rivista "Per sole imprese" (comunico le informazioni in una cultura economica), infine, come cittadino, come padre di famiglia, uso informazioni economiche.

Informare, etimologicamente, vuol dire dare forma ai dati della realtà, perché questi possano essere utilizzati e comunicati. Noi riscontriamo, osserviamo i dati nella realtà, ma senza una selezione, un’organizzazione dei dati, questi non diventano informazione. Nel fare il ricercatore io raccolgo dati, e li organizzo per il committente, il destinatario della ricerca: l’informazione è elaborazione di dati per l’interpretazione della realtà, per aiutare le imprese e le amministrazioni a decidere. Come professore, uso informazioni, o trasformo le conoscenze in informazioni e in formazione. Gli studenti non devono limitarsi a mettere in fila le conoscenze, a ripeterle, a rispondere all’esame in modo descrittivo o mnemonico, ma devono trasformare l’informazione, il dato di conoscenza in funzione della loro formazione.

L’economia, in realtà, non è soltanto qualche cosa che ha a che fare con la vita delle aziende, con il governo della cosa pubblica: è invece qualche cosa che ha a che fare con la vita quotidiana dell’uomo.

L’informazione economica deve aiutare ad assegnare le risorse specialmente se sono scarse: se il cittadino non conosce i prezzi dei beni e dei servizi che vuole comperare o ne ha una informazione distorta, il suo tentativo di dare una risposta ai bisogni suoi e della sua famiglia, viene distorto, viene disorientato.

Un altro esempio di scelta economica è il tempo, la scelta di come distribuire il tempo tra l’attività lavorativa, di svago, sociale e culturale. Occorre sempre scegliere come distribuire il tempo: questo vale non solo per il capofamiglia, ma anche per la moglie (che dovrà decidere se lavorare perché deve integrare il reddito familiare oppure se vuole lavorare perché vuole una gratificazione o una realizzazione personale) o i figli.

Questo semplice esempio permette di capire che l’informazione, anche sui fatti quotidiani della vita, è fondamentale. Le pagine economiche dei giornali sono notizie che possono diventare informazioni per tutti sul vivere quotidiano, sul modo con cui risparmiare e consumare, sul modo con cui scegliere le vacanze. Per questo esiste non solo una responsabilità di chi produce le informazioni per i cittadini, ma anche una responsabilità di chi usa le informazioni, che deve fare le domande giuste ai dati e alle notizie economiche, per ottenere risposte utili al mondo in cui desidera vivere.

Martini: Il dottor Paniccia ha visto il problema dell’informazione economica da un osservatorio privilegiato, quello delle tecnologie di memorizzazione e quindi di organizzazione, di diffusione, di accesso, di grandi masse di informazione. Vorrei chiedere a lui di dirci in che termini vede il problema e lo sviluppo di questa riforma.

Umberto Paniccia è direttore responsabile di Movimprese (una pubblicazione di informazione sull’andamento delle imprese)

Paniccia: Come già accennava il prof. Senn l’interrogazione dei dati rende le informazioni più ricche. Le informazioni aumentano di utilizzazione e, quindi, gli stessi dati aumentano di utilizzazione, diventano informazioni sempre più ricche perché rispondono a domande sempre nuove, sempre meno standardizzate. Noi pensiamo che l’informazione economica sia un fatto dei giorni nostri; invece è importante mettere in luce un dato strutturale dell’economia, anche se oggi per far comprendere che mondo degli affari e informazione economica hanno sempre marciato insieme, voglio ricordare una lezione di storia economica del Professor Federico Melis. Dal suo studio dell’archivio di Prato del mercante pratese Marco di Marco Datini, Melis ha delineato la figura del mercante italiano del XIII, XIV secolo.

Si tratta di una persona al centro di un tessuto di comunicazione economica, la cui organizzazione funziona perché tra le filiali e la casa madre intercorre una rete intensissima di comunicazione. Il mercante italiano imparava il suo mestiere ricopiando le lettere che la casa madre inviava alle filiali o se lavorava presso una filiale, che la filiale inviava alla casa madre. Le comunicazioni erano importanti, ma le reti di comunicazione non erano molto sicure: quindi, per precauzione, ogni lettera partiva in più copie, mediamente in tre copie. Si imparava il modo di fare il mercante copiando tutte le lettere in partenza: così, si sono costruiti archivi e sapienza economica, in parte purtroppo perduti.

Il professor Melis ricordava l’esempio di un agente dei Medici che comunicò che Tamerlano stava occupando una zona dove si estraeva allume. Appena arriva la lettera dalla filiale, i Medici si precipitano per acquisire una delle poche miniere esistenti in Europa in modo che quando, a causa di Tamerlano venne meno la possibilità di rifornirsi di allume, chi ne voleva per l’attività tessile doveva prenderlo dai Medici che ne avevano ottenuto la privativa. L’informazione dalla filiale al centro, l’avanzata di Tamerlano, era un’informazione storico-politica, ma il modo di interrogare quel dato da parte di chi faceva affari lo trasforma in un dato di informazione economica.

Questo esempio mette in luce un dato strutturale e su un tipo particolare di informazione, quella mediante la quale ciascuno cerca di fare i propri affari. Ma c’è anche un’informazione senza la quale nessuno fa affari: si tratta dell’informazione relativa all’affidabilità, alla buona fede. Anche qui qualche esempio del passato può aiutare a comprendere: la "matricula mercatorum" della città di Piacenza e il cosiddetto libro di Brusi, dei mercati lucchesi (l’equivalente di un’associazione professionale). In questo tipo di pubblicazioni venivano depositate informazioni non per fare i propri affari, ma per poter fare affari: si depositava la propria firma, il proprio marchio, i poteri conferiti ai propri collaboratori. Queste pubblicazioni mettevano a disposizione del pubblico la titolarità di certi servizi e funzioni, dichiaravano certe persone idonee ad assumere impegni di tipo economico.

Chi trattava sapeva con chi trattava, c’era la loro firma depositata, i marchi delle loro ditte. Questo esempio aiuta a capire un elemento importante dell’informazione economica: ci sono delle informazioni economiche che sono necessarie per tutti, perché nessuno potrebbe fare affari se la buona fede non venisse tutelata da informazioni che debbono essere a disposizione di tutti. Oggi, queste informazioni si chiamano "registro delle società" presso i tribunali, "registro delle ditte" presso le Camere di Commercio; quando si fanno affari bisogna conoscersi, se non c’è conoscenza e fiducia reciproca, l’economia non marcia.

Con l’intensificarsi degli affari nascono delle figure professionali specializzate nel trattamento dell’informazione economica. Anche qui è utile un esempio: dieci anni dopo la prima linea ferroviaria di Stevenson, sorge la prima società di pubblicità in Francia; cinque o sei anni dopo nasce la prima società di informazione commerciale del mondo.

Nasce il bisogno di verificare con chi si ha a che fare: prima ci si conosceva a vista, a Brusi bastava dare uno sguardo alla firma depositata; quando si comincia a ragionare sulle dimensioni del continente americano, dei rapporti fra l’America e l’Europa, nascono le nuove figure professionali.

Martini: Sarebbe ora interessante che il Dottor Fabi ci dicesse come vede il ruolo del quotidiano in questa duplice dimensione dell’informazione, l’informazione per operare e l’informazione per garantire.

Gianfranco Fabi, Vicedirettore de "Il Sole 24 Ore"

Fabi: Un paio di settimane fa, un breve articolo sull’Economist si chiedeva se fosse nata prima l’informazione o l’economia. Da una parte l’informazione è nata prima, perché la creazione che Dio fece dal caos al mondo fu la prima informazione. Ma dall’altra è nata prima l’economia, perché solo gli economisti avrebbero saputo creare quel caos talmente grande da costringere Dio a rimettere ordine e a creare il mondo.

Gli economisti sono spesso visti dalla gente comune come le persone che sanno interpretare la realtà, che sanno conoscere i numeri, che sanno fare anche di conto, ma che presentano questi conti e questi dati in maniera tale da distorcere il senso comune e da influenzare il mercato fino a ridurne la trasparenza. L’economia appare molto spesso come una scienza complessa, come un mondo riservato a pochi esperti che giocano proprio sul fatto di avere questa torre d’avorio, la possibilità di distribuire l’informazione come più interessa loro. Ma proprio questo equivale a riconoscere che l’informazione gioca un ruolo centrale. Nella nostra società sta crescendo un’esigenza di trasparenza, di partecipazione, di democrazia sostanziale. Alla democrazia come sistema politico è parallelo il mercato come sistema economico e la libertà come metodo di comportamento individuale. Non c’è democrazia, non c’è mercato, non c’è libertà, se manca la conoscenza, l’informazione; ma l’informazione non deve essere discontinua, lasciata al caso, ma deve richiamare continuamente alla responsabilità e quindi ai fini per cui si muove.

Proprio quando la società diventa più complessa, quando la posta in gioco si misura in decine o in centinaia di miliardi, si sente il bisogno di regole del gioco, che devono essere rispettate e conosciute. E’ indispensabile porre al centro dell’interesse in ogni vicenda politica, economica, sociale, e quindi anche dell’informazione, l’uomo, la sua coscienza, la sua libertà. Da una riflessinone sull’impegno nell’informare, nasce la coscienza che la realtà è complessa, ha bisogno di essere interpretata: ma, nello stesso tempo questa interpretazione non deve rispondere a una visione individuale, ma ad un interesse complessivo.

L’informazione è qualcosa che non si distrugge: il nostro dramma è che quello che facciamo viene giornalmente distrutto: facciamo un giornale tutti i giorni, e non va mai bene, il giorno dopo dobbiamo farlo diversamente dal giorno prima. Questo da una parte ci può confortare, perché il nostro è un prodotto che dura "Sole 24 ore", e quindi anche se qualcosa non viene bene, si può sempre rimediare. Ma i lettori, gli utenti del prodotto, devono avere la garanzia che quello che noi diciamo è qualcosa di cui ci si può fidare. E’ una sfida difficile, perché viviamo in una civiltà, dell’immagine, in cui la televisione svolge un ruolo fondamentale, che guardiamo con emozione e non con razionalità. La stessa cosa sta avvenendo nella stampa italiana: c’è una graduale trasformazione, attraverso la quale i giornali, quelli a larga diffusione, non sono di riflessione, ma sono il corrispondente dei giornali popolari della Gran Bretagna o della Germania.

In questa trasformazione dobbiamo cercare di incidere; il fatto che sia cresciuta la domanda di informazione economica può dare un risvolto positivo alla trasformazione della società italiana perché significa che la società cresce, matura, partecipa. Per questo, l’informazione non deve essere a senso unico, non deve solo essere assorbita, ma deve richiedere, da parte di chi la compera giorno per giorno, un’attenzione critica. Il mercato stesso dà il suo giudizio sull’informazione: se un giornale vende, vuol dire che va bene, anche se questo è vero solo fino ad un certo punto, perché c’è il rischio che sollecitando l’emozione si venda di più che non rivolgendosi a un’umanità più vera, fondata sulla razionalità.

L’economia – questo è dimostrato anche dalle vicende legate alle tangenti, o le questioni del debito pubblico, della politica fiscale, dell’occupazione – ha un ruolo centrale nella vita del Paese e della società, di conseguenza anche l’informazione economica.