Il cammino di un popolo: i primi cristiani

Venerdì 26, ore 17

Relatori:

Margherita Guarducci

Marta Sordi

Moderatore:

Giancarlo Cesana

Cesana: L’incontro di oggi è un’occasione privilegiata per ascoltare due delle più grandi studiose italiane del mondo antico e dei primi secoli del Cristianesimo, Margherita Guarducci e Marta Sordi. Riconoscere che ciò che è visibile ci parla dell’invisibile, e che l’invisibile è ciò che riconosciamo come fatto, come presenza, non è contro la ragione, ma è a favore della ragione, non è contro la vita, ma è per la vita. La fede cristiana non è una fuga dalla vita, ma è un’introduzione alla realtà.

Per questo desideriamo che il contenuto di incontri come questo diventi protagonista non solo del Meeting, ma anche della società in cui viviamo, perché mai come oggi l’uomo ha bisogno di riscoprire che credere non è contro di sé, non è fuggire da sé, ma è per sé. La storia ci aiuta a documentare questo, ci aiuta a capire, ci fa vedere i fatti grazie a cui possiamo riconoscere il vero grande fatto, che Dio si è comunicato all’uomo.

Margherita Guarducci, socio dell’Accademia Nazionale dei Lincei

Guarducci: Il problema di San Pietro è uno dei punti essenziali della nostra fede. Fin da tempi molto antichi la tradizione vuole che Pietro fosse un pescatore della Galilea, l’eletto di Cristo, che fosse venuto a Roma, che qui avesse predicato la buona novella e avesse subito il martirio, vittima della persecuzione di Nerone, che fosse stato sepolto a Roma, nel Vaticano, e, infine, che la sua tomba si trovasse sotto l’altare papale della basilica vaticana.

Questo voleva la tradizione, e per lunghi secoli fu accettato da molti; poi cominciarono le contestazioni, perché parlare di sepolcro di Pietro a Roma in Vaticano, significa parlare del primato della Chiesa di Roma. Le contestazioni cominciarono in diversi luoghi, più o meno vivacemente; si arrivò perfino, presso i Valdesi, fra l’XI e il XIII secolo, a negare la venuta – che è invece storicamente accertata – di Pietro a Roma, per poter negare che in Vaticano esistesse la tomba di Pietro. Se Pietro non era mai venuto a Roma, non poteva naturalmente esistere in Vaticano la sua tomba.

I Papi che si succedettero sulla cattedra di Pietro avrebbero potuto molto facilmente accertare come le cose stessero, se veramente sotto l’altare della Basilica esistesse o no la tomba di Pietro, ma esitarono, perché se la risposta a una domanda di questo genere fosse venuta da eventuali scavi, avrebbe implicato una enorme responsabilità, perché poteva essere una risposta ambigua o addiritura negativa.

Il primo a rompere questa sorta di incantesimo fu Pio XII: uomo eccezionale per virtù e dottrina, appena eletto Papa, nel 1939, ordinò gli scavi sotto la Basilica. Ricordo – mi si permetta – che io personalmente dissi a Pio XII, dopo che era già cominciato e progredito il mio lavoro, che Lo ammiravo per questa Sua decisione, perché aveva saputo veramente sfidare quello che sembrava un pericolo gravissimo. Pio XII mi rispose testualmente: "Ma le pare che noi cristiani dobbiamo avere paura della verità? La verità soprattutto, davanti ad ogni cosa".

Gli scavi si svolsero fra il 1939 ed il 1949, per una decina d’anni, ma furono fatti male, senza metodo, per varie circostanze che qui sarebbe troppo lungo ricordare. Basti dire, fra le altre cose, che durante questi dieci anni non fu mai tenuto un giornale di scavo, cosicché non si poteva sapere quando si era scavato nel tal luogo, nel tal altro. Nel 1950 ricorreva l’Anno Santo. Pio XII mandò un messaggio a tutto il mondo, per annunciare la fine degli scavi e per dire che si poteva rispondere con un chiarissimo "sì" alla secolare domanda se esistesse o meno la tomba di Pietro in Vaticano. Però, per quanto riguarda le reliquie di Pietro, Pio XII fu prudente e disse che indubbiamente il luogo della tomba era quello, ma che c’erano lacune, che rimanevano alcune oscurità che non era possibile risolvere subito. In ogni modo, si poteva essere certi che la tradizione era virtualmente conservata. Quali erano le principali lacune, le oscurità che rimanevano, e le difficoltà che restavano da risolvere? Anzitutto, in nessuna parte degli scavi si era mai trovato il nome di Pietro, e questo angustiava moltissimo Pio XII. In secondo luogo, c’erano sotto la Confessione Vaticana, sotto l’altare papale, delle antiche epigrafi, che poi si rivelarono di età costantiniana, che nessuno aveva fino ad allora decifrato. Tutto faceva credere che fossero molto importanti, ma ancora la decifrazione non era avvenuta. In terzo luogo, non si sapeva che fine avessero fatto le reliquie di Pietro.

Gli scavatori del periodo ‘39-’49 videro che la Basilica di San Pietro, la Basilica costantiniana, la grande Basilica, tempio massimo della cristianità, era fondata sopra una necropoli pagana del II, III secolo, che era stata interrata completamente per fare il piano sul quale poi la Basilica venne eretta. Questo indicava già qualche cosa, anzi molto, cioè che in quei paraggi esisteva un quid di importanza tale che l’imperatore Costantino aveva deciso di "troncare la vita" di una necropoli ancora in uso, cosa gravissima. Inoltre, sotto l’altare papale era stato trovato un susseguirsi di monumenti e di altari. Sotto l’attuale altare di Clemente VIII fu trovato un altro altare, quello di Callisto II (1123); sotto, anzi, dentro, l’altare di Callisto II fu trovato un altro altare, quello di Gregorio Magno, con il quale si risaliva tra il 590 e il 604. Ma l’altare di Gregorio Magno era a sua volta fondato sopra un grandioso monumento molto prezioso, arricchito di liste di porfido, databile all’età costantiniana. Dentro questo monumento costantiniano, che riportava al IV secolo, c’era un loculo foderato di marmo che sembrava vuoto. Dunque, dentro l’altare costantiniano c’era un altro monumento più antico, del II secolo, una edicola funeraria. Nel pavimento di questa edicola c’era un chiusino che corrispondeva ad una tomba primitiva in terra, che non poteva essere altro che la tomba di Pietro, ma dentro non fu trovato assolutamente niente, la terra era sconvolta e vuota.

Il mio lavoro cominciò nel 1952 e colmò queste lacune, arrivando a dei risultati che io stessa non avrei potuto in nessun modo prevedere. Nel 1952 avevo la cattedra di Epigrafia greca e latina, ed ero molto pratica nel lavoro epigrafico. Sapevo che esistevano delle epigrafi, e fui attirata dal tentativo di decifrarle, per rendermi conto – se non altro, per la mia cultura – di che cosa fossero. Lavorando lì dentro, portai il mio metodo, il metodo assolutamente rigoroso che ho sempre seguito fin dagli anni della mia formazione universitaria, e che consiste nel seguire con assoluta fedeltà i dettami del rigore scientifico. Vi posso garantire che, se per caso nel mio lavoro in Vaticano avessi trovato qualche cosa di contrario alla tradizione, non avrei esitato a dirlo, perché, come diceva Pio XII, "la verità davanti a tutto". Quello che io potei subito cominciare a fare, fu constatare l’importanza del luogo, per il fatto stesso che una necropoli ancora in uso era stata colmata di terra; constatai anche la continuità del culto sotto l’altare papale, che conduceva a una tomba che in apparenza sembrava vuota, che però, come vedremo, non lo era stata.

Cominciai a lavorare sulle epigrafi. Scoprii che il nome di Pietro era più volte presente – al contrario di quanto credevano i precedenti scavatori –, più volte rappresentato, anche nella parete gremita di graffiti, che aveva impressionato me ed altri, ma che fino ad allora era rimasta indecifrata. In questa stessa parete, arrivai alla scoperta di una suggestiva crittografia mistica, in cui brillavano – lo scoprii trovando la chiave della decifrazione – i nomi di Cristo e di Pietro; venivano poi fatte delle allusioni alla chiave di Pietro, e poi si acclamava – questo è molto interessante, e confortante – alla comune vittoria di Cristo, Pietro e Maria. Questo documento di enorme importanza fu da me studiato, nel 1952, e la pubblicazione uscì nel 1958 – l’anno della morte di Pio XII –, in tre grossi volumi, nei quali era tutto documentato, e dai quali emergevano cose di grande interesse per la storia della Chiesa.

Restava tuttavia incomprensibile l’assenza delle reliquie di Pietro; Pio XII e tanti altri credevano e speravano che fossero identificabili con certi resti ossei, trovati vicino alla tomba primitiva di Pietro, ma in seguito questa via si rivelò completamente fallace. Dov’erano dunque le reliquie?

L’avventura di mettere mano per la prima volta su questo prezioso residuo, capace di assumere un incredibile significato nella storia della Chiesa, toccò proprio a me, sebbene io non me ne accorsi. Fu nel 1953. In un modo strano, fui messa sulle tracce di una certa cassetta di legno che giaceva ignorata – dal 1941 circa, cioè da più di dieci anni – dentro un ripostiglio delle grotte vaticane, in mezzo a casse, ceste, materiali vari, a cui nessuno faceva caso. Questa cassetta conteneva delle ossa, anche se non si sapeva di chi fossero e da dove venissero. Prima di decidere qualunque cosa, volli sottomettere queste ossa ed il materiale che era insieme ad esse, all’esame delle scienze sperimentali. Non mi contentai delle discipline umanistiche, che mi erano più congeniali, epigrafia, archeologia, topografia, ma volli che questo materiale fosse esaminato dal punto di vista delle scienze sperimentali. La cassetta fu portata, per mio desiderio, in un ambiente della fabbrica di San Pietro, dove rimase dal 1953 al 1962, perché l’antropologo – mi premeva soprattutto l’esame antropologico – che avevo già presentato a Pio XII e che desideravo entrasse a lavorare sotto San Pietro, il professor Correnti dell’Università di Palermo e, successivamente, dell’Università di Roma, fu impegnato subito da quelle cosiddette reliquie di cui ho parlato prima, alle quali si dava molta più importanza. Il professor Correnti, coscienziosamente, per anni esaminò queste reliquie per poi arrivare ad un esito completamente negativo.

Soltanto nel 1962 prese in mano questa cassetta che io più di dieci anni prima gli avevo consegnato. E mi dette il suo responso nel 1963. Questo responso cominciò a insinuare dentro di me i primi dubbi: era strano, quelle ossa, all’esame scientifico e antropologico, risultavano di un solo uomo, di sesso maschile, di una tale età... tutto corrispondeva perfettamente alla figura di San Pietro. La cosa strana era che, mentre gli altri gruppi di ossa che si erano trovati prima e a cui si era data una notevole importanza, erano di vari individui, questo gruppo era di un solo individuo. Cominciai a meditare, e mettendo a profitto altri elementi delle scienze umanistiche, arrivai, alla fine del ‘63, a poter dire a Paolo VI che molto probabilmente si erano rintracciate le ossa di San Pietro. Questo accadeva nell’autunno del ‘63, quando il Papa stava per partire per la Palestina. Tuttavia, gli dissi che bisognava ancora compiere delle analisi, esaminare dal punto di vista della petrografia la terra incrostata alle ossa; c’erano ancora diversi esami chimici da fare, e quindi non potevo dare ancora la certezza assoluta.

Alla certezza assoluta arrivai nel ‘64, quando furono fatti tutti gli esami possibili immaginabili e tutto concordava nella maniera più incredibile: sembrava che fossero veramente le ossa di San Pietro.

Nel ‘65 pubblicai, per desiderio di Paolo VI, un libro intitolato: "Le reliquie di Pietro sotto la confessione della Basilica Vaticana", con una completa documentazione dei dati sia delle scienze umanistiche che delle scienze sperimentali, con tutte le fotografie delle ossa superstiti e dei residui che le accompagnavano: c’erano, fra l’altro, dei piccoli frammenti di stoffa preziosa, evidentemente residui del drappo che era servito ad avvolgere le ossa. Tutto fu dunque fatto con estremo scrupolo e pubblicato nel 1965.

Cominciò allora, per me, il combattimento: il ritrovamento del nome di Pietro, la decifrazione dei graffiti sotto l’altare papale, non dovevano troppo piacere a quelli che avevano fatto gli scavi. È umano, è evidente; cominciarono dunque le negazioni. A queste negazioni, che non si basavano su dati di fatto, si aggiungevano le voci dei nemici della Chiesa di Roma. Come già dicevo, riconoscere che quelle erano le autentiche ossa di Pietro, significava riconoscere il primato della chiesa di Roma, e questo a molti non andava bene. Mi trovai così davanti a questa offensiva di negazioni, di dubbi infondati, dettati soprattutto dall’ignoranza, dalla malevolenza, talora addiritura dalla palese menzogna. Vedevo accumularsi, sui giornali, sulle riviste, errori, affermazioni completamente inesatte, e più volte chiesi consiglio a Paolo VI su cosa dovessi fare. Dovevo rispondere. Paolo VI mi diceva di fare quello che mi dettava la coscienza; così, un bel giorno, in un preciso momento, mi accorsi che soltanto io ero in grado di conoscere tutta la situazione, di potere rispondere minutamente e definitivamente a tutto e a tutti. Allora andai da Paolo VI e gli dissi che avevo intenzione di rispondere a tutto e a tutti, ma aggiunsi anche che, per la prima volta dopo tanti anni, sarei stata costretta a dichiarare pubblicamente che gli scavi erano stati fatti male. Infatti, sarebbe stato inaudito, e ridicolo, se gli scavi fossero stati fatti bene, che io, a distanza di tanti anni, dicessi che quelle erano le ossa di San Pietro. Paolo VI capì, mi diede ragione e mi disse di fare così. Pubblicai così nel ‘67 il libro in cui rispondevo minuziosamente e scrupolosamente, a tutto e a tutti; francamente, non restava più nienta da dire o da obiettare.

Immediatamente dopo, Paolo VI diede il primo annuncio del rinvenimento delle ossa di San Pietro. L’annuncio fu seguito dal rogito notarile della fabbrica di San Pietro in cui si parlava di sacrosante reliquie del principe degli apostoli; successivamente, fu seguito da altre dichiarazioni esplicite di Paolo VI, che fino a poche settimane prima della morte amava ripetere la grande fortuna toccata al suo pontificato, avere trovato le ossa di San Pietro.

Con un’altra ricerca mi è riuscito di stabilire la data precisa del martirio di Pietro: 13 ottobre del 64. Questo in base ad un serrato ragionamento che ora sarebbe troppo lungo ripercorrere. Dunque, mi trovai davanti alla certezza che le ossa di Pietro erano autentiche. Ma da dove venivano queste ossa di Pietro? Come dicevo, la tomba originaria era vuota. In origine, venivano dal loculo del monumento costantiniano; nell’età di Costantino, la tomba originaria di Pietro, del I secolo, fu vuotata, le ossa furono prelevate dalla terra, avvolte in una stoffa preziosa di porpora e di oro – di cui io stessa ho trovato fra le ossa dei frammenti – e deposte in questo loculo appositamente costruito dentro il monumento costantiniano del IV secolo.

La certezza che queste fossero le autentiche ossa di Pietro andava aumentando e convalidandosi sempre più, e allora mi domandai: 'Esiste, in Oriente, o in Occidente, qualche resto mortale di un uomo che abbia conosciuto personalmente Cristo?' Non parlo di San Paolo, che non ha mai conosciuto personalmente Cristo, ma solo per visione sulla via di Damasco, ma di un uomo che abbia conosciuto personalmente Cristo, che ne abbia ascoltato la voce, ne abbia visto i miracoli. Feci così una lunga ricerca, sia in Oriente che in Occidente, aiutata anche da competenti amici. La risposta fu che non esisteva alcun resto di persone che avessero conosciuto personalmente Cristo: c’erano solo, clamorosa eccezione, le ossa e la tomba di Pietro. Dopo avere constatato questa impressionante verità, mi misi a studiare gli affascinanti rapporti fra Pietro, cioè Cristo, e Roma. Roma, unica città del mondo antico che era considerata universale, non perdette la sua universalità con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, ma la trasformò in universalità spirituale, perché l’eredità dell’universalità fu presa dalla Chiesa di Roma, che infatti si chiama per definizione cattolica, cioè universale. Ci sono altri affascinanti rapporti tra Pietro e Roma che ho messo in risalto e che recentemente ho convalidato.

Si può in sostanza dire che la Chiesa di Roma è materialmente fondata sui resti mortali di Pietro; forse vi viene in mente una frase di Cristo che si legge nel Vangelo di Matteo, se ricordo bene: "Tu sei Pietro, cioè Chefa – Chefa è la parola aramaica significante pietra, e si noti che anche questa è una singolarità, un’eccezione, perché a nessuno dei suoi apostoli Cristo dette un nome, soltanto a Pietro – e su questa pietra io fonderò la mia chiesa, e le forze del male non avranno potere su di essa". Questa è la Chiesa, fondata materialmente sulle reliquie di Pietro. Mi pare che questa constatazione sia inevitabile, e mi ha fatto pensare che molte volte Cristo, nei Vangeli, parla trascendendo i limiti del tempo e dello spazio. Ho fatto allora l’ipotesi – la chiamo ipotesi per essere esatti scientificamente, ma è una ipotesi ragionevole e molto suggestiva – che parlando a Pietro di pietra, Cristo abbia voluto profeticamente alludere alla Chiesa di Roma. È veramente l’unica che si trova in questa situazione, cioè di essere materialmente fondata sulle reliquie di Pietro.

Noi siamo abituati a sentire il Papa che da Roma, da San Pietro, rivolge il suo messaggio a tutto il mondo. Qual è la giustificazione, la garanzia di questo privilegio? È proprio l’esistenza della tomba di Pietro sotto l’altare della Basilica.

Marta Sordi, ordinario di Storia Antica presso l’Università Cattolica "Sacro Cuore" di Milano

Sordi: Dopo l’appassionante racconto del ritrovamento della tomba di Pietro momento per momento, con l’accertamento che ne consegue del fatto storico della presenza di Pietro a Roma e del suo martirio a Roma, io mi occuperò ora dei più antichi documenti romani sul Cristianesimo, documenti giuridici, non notizie, perché le notizie sono certamente più antiche del secondo secolo al quale io intendo riferirmi.

Dopo la persecuzione di Nerone e la tolleranza dei primi Flavii, le misure fiscali di Domiziano contro i Giudei avevano avuto l’effetto di isolare i Cristiani e di privarli della copertura del giudaismo, religio licita dal tempo di Cesare: negli ultimi anni di Domiziano la persecuzione colpì personaggi, certamente cristiani, delle classi alte e della stessa famiglia imperiale (Acilio Glabrione, che era stato console nel 91, Flavio Clemente, cugino dell’imperatore, e le due Domitille), con l’accusa di ateismo e di costumi giudaici. Dione, lo storico dell’età severiana, che ci informa di queste condanne, è anche la fonte che ci informa del veto posto da Nerva a tali accuse e delle critiche rivolte contro tale veto dal console Frontone (68,1,1/3). Nel II secolo la volontà degli imperatori di rifiutare l’applicazione del vecchio senatoconsulto, che sanciva la illiceità del Cristianesimo, fu ostacolata dall’opinione pubblica, ormai ostile ai Cristiani, accusati di colpe turpi ed orrende (i flagitia di Tacito).

Di questa nuova situazione abbiamo l’attestazione in documenti contemporanei: i primi di essi sono la lettera di Plinio a Traiano e la risposta di Traiano a Plinio (ep. X, 96 e 97). La lettera di Plinio è molto lunga e contiene ripetizioni e affermazioni di ignoranza sui processi anticristiani ("Non so che cosa e fino a che punto si sia soliti – soleat – punire o indagare"): ma quello che Plinio dice nella lettera mostra che la sua ignoranza riguardava soltanto la pratica dei processi, non la legge, e che è soprattutto un pretesto per giustificare il suo ricorso a Traiano per ottenere da lui il permesso di non condannare un numero molto grande di uomini, donne e bambini, per la sola confessione di Cristianesimo.

Vale la pena di esaminare più da vicino la questione: Plinio mostra di sapere che la morte è la pena riservata alla semplice professione di Cristianesimo, e si limita pertanto a domandare all’accusato se è cristiano, avvertendolo che la pena prevista è la morte. Egli crede, anzi, di dover condannare anche quelli che erano stati cristiani in passato e che non lo erano più nel presente e domanda a Traiano se si possa perdonare i pentiti o se a chi è stato cristiano non giovi affatto aver cessato di esserlo. Questo rivela che egli non condanna i Cristiani per la loro ostinazione, in base alla coercitio, cioè il potere di polizia del magistrato, ma per Cristianesimo, cioè per superstitio illicita, la colpa, cioè che risultava dal vecchio senatoconsulto. Plinio, tuttavia, giudica molto grave questa situazione e domanda a Traiano se sia possibile stabilire delle differenze di pena tenendo conto dell’età e soprattutto se si debba punire il Cristianesimo in se stesso, anche se esente da crimini, oppure se si puniscano i crimini connessi con la professione di Cristianesimo.

Traiano non risponde in modo diretto a nessuna delle domande di Plinio: non dice niente né sulla differenza di trattamento per i bambini e le donne, né sulla condanna per la semplice professione di Cristianesimo, anche se esente da crimini; non risponde neppure sulla questione degli apostati (coloro che sono stati cristiani ed hanno cessato di esserlo); dice solo che "i cristiani devono essere puniti, ma coloro che negano di essere cristiani e lo dimostrano supplicando i nostri dei anche se sospetti per il passato, devono ottenere il perdono per il loro pentimento". Le due categorie che Plinio teneva ben distinte, quella di coloro che negavano di essere e di essere stati Cristiani e quella di coloro che ammettevano di essere stati Cristiani, ma dicevano di non esserlo più, sono fuse da Traiano nell’unica categoria di coloro che negano di essere Cristiani e lo dimostrano sacrificando agli dei. Traiano consiglia così copertamente a Plinio di domandare agli accusati di Cristianesimo solo se sono cristiani e di non indagare se lo sono stati in passato e non si cura di perdere così i vantaggi psicologici dell’apostasia (che stavano invece a cuore a Plinio), unificando, nell’ambigua categoria dei sospetti, pagani accusati falsamente di Cristianesimo e Cristiani apostati. Nonostante l’ambiguità della risposta, però, la volontà di Traiano risultava chiara su due punti importanti: in primo luogo, egli proibisce a Plinio di accogliere denunzie anonime, e questo è in linea con tutto il suo principato; in secondo luogo, egli non vuole che i Cristiani siano ricercati (conquirendi non sunt), essi possono essere processati solo in base ad accuse private, regolarmente firmate. Traiano mostra così di disinteressarsi di un altro aspetto su cui Plinio lo informava molto dettagliatamente: la vita comunitaria dei Cristiani e le loro riunioni, cioè il Cristianesimo come Chiesa. Questo è molto significativo: dalle altre lettere scritte da Plinio a Traiano durante il suo governatorato della Bitinia (111-113 d.C.) noi sappiamo che Traiano temeva molto, in quella provincia, ogni forma di vita associativa, al punto da sconsigliare a Plinio la costituzione di un normale collegio di fabbri per l’estinzione degli incendi, per il sospetto di disordini; se egli vuole ignorare le riunioni dei Cristiani e dice che essi non devono essere cercati, questo dimostra che Traiano conosceva già i Cristiani e sapeva che essi non erano pericolosi per l’impero.

Della risposta di Traiano a Plinio, Tertulliano, nel cap. II dell’Apologetico dice: "O sententiam necessitate confusam". L’ambiguità nasce dalla necessità: egli non vuole condannare, ma non può impedire le accuse, come suo padre Nerva aveva fatto, perché l’opinione pubblica è contraria; deve applicare la legge (il vecchio senatoconsulto), ma non vuole precisarla, per non peggiorare la situazione dei Cristiani: il Cristianesimo resta così, per Traiano, una colpa religiosa individuale (superstitio illicita), non diviene una colpa politica e collettiva di sovversione dello stato (collegium illicitum). La Chiesa è conosciuta, ma non è esplicitamente condannata: questa situazione, estremamente equivoca, resterà in atto sino a Valeriano, cioè oltre la metà del terzo secolo d.C..

Il rescritto di Traiano è un compromesso tra le due tendenze già presenti nel I secolo: quella dell’iniziativa nella persecuzione, che era stata la linea di Nerone dopo il 62 e dell’ultimo Domiziano, e quella della tolleranza o, addirittura, della protezione personale dell’imperatore attraverso il veto, che era stata la linea di Tiberio e di Nerva. Come tutte le soluzioni di compromesso, anche quella di Traiano era passibile di critiche: i Cristiani la giudicavano assurda, anche se per necessità i pagani più intolleranti esigevano dallo stato l’abbandono del conquirendi non sunt e l’adozione della ricerca d’ufficio.

Per questo, circa dieci anni dopo il rescritto di Traiano, nel 124/125, Adriano dovette occuparsi di nuovo dei cristiani, nel rescritto al proconsole d’Asia, Minuccio Fundano, di cui abbiamo il testo greco in calce alla prima apologia di Giustino martire (I, 68) e in Eusebio (H.E. IV, 9). L’occasione era stata una petizione inviata al proconsole dai provinciali d’Asia, per mezzo del predecessore di Minuccio Fundano, Licinio Graniano. Adriano non si limita a confermare il divieto di Traiano contro la ricerca d’ufficio dei Cristiani, ma introduce anche due disposizioni nuove, ambedue favorevoli ai Cristiani: la prima riguarda gli accusatori dei Cristiani, che saranno condannati se non riusciranno a provare le loro accuse; la seconda dice che essi dovranno provare che "i cristiani fanno qualche cosa contro la legge". L’espressione è ambigua: secondo Giustino e l’apologetica cristiana significa che la semplice professione di Cristianesimo non deve essere punita, ma solo gli eventuali crimini collegati (con l’accettazione della distinzione, già proposta da Plinio, del nomen dai flagitia cohaerentia nomini; per i giudici pagani del tempo di Antonino Pio (come il prefetto di Roma Urbico, di cui ci parla Giustino nella sua apologia) significa semplicemente che l’accusatore deve dimostrare che l’accusato è cristiano. Ma, nel seguito del rescritto, Adriano dice che il giudice deve punire "secondo la gravità della colpa" e la gradazione della pena alla colpa sembra rivelare che la colpa non è identificata da Adriano, con la confessione di Cristianesimo, che è uguale per tutti.

L’interpretazione del rescritto più favorevole ai cristiani è rivelata del resto anche dal tono del rescritto stesso e dal fastidio che l’imperatore manifesta verso l’intolleranza: "se qualcuno, per Ercole, utilizza pretesti per calunniare, tu devi senz’altro punirlo". Sappiamo inoltre dalla pagana Historia Augusta, nella vita di Alessandro Severo (43, 6/7), che Adriano aveva pensato, prima di Alessandro, di riconoscere il Cristianesimo come religio licita, con la costruzione di templi a Cristo, ed abbiamo dei frammenti di Flegone di Tralles, liberto e portavoce letterario di Adriano, che rivelano un interesse non ostile verso il Cristianesimo e parlano, l’uno del fenomeno solare che seguì la Crocifissione, l’altro di una profezia di San Pietro, confusa con una di Cristo stesso.

Questo atteggiamento non dovette mutare dopo la guerra giudaica del 132-135 durante la quale i cristiani di Gerusalemme furono favorevoli ai Romani che suscitarono l’odio del capo degli insorti, Simone Barcocheba, come afferma Giustino (Apologia, 31) e come sembra confermare una lettera dello stesso "Figlio della Stella", soprannome di Barcocheba.

L’atteggiamento imperiale verso il Cristianesimo cambiò alquanto sotto Antonino Pio: dal punto di vista formale Antonino conferma a più riprese il rescritto di Adriano (Eus. H.E. IV,26,10, che cita Melitone), ma nei processi contro i cristiani i giudici del suo tempo, come il prefetto di Roma Lollio Urbico nel 155 e, più tardi, già sotto Marco Aurelio, Giunio Rustico pretore di Roma che giudicò e condannò Giustino, applicarono il rescritto nella sua interpretazione più restrittiva. In effetti Antonino Pio era molto conservatore e nel 141 il lungo rescritto dell’imperatore a Pacato, legato della Lugudunense (Mos. et Rom. Leg. Coll. XV,11,4), con le disposizioni contro le nuove religioni, rivela il timore dell’imperatore verso il nuovo. Neppure Antonino Pio volle però permettere la ricerca d’ufficio verso i cristiani. Credo molto interessante, da questo punto di vista, il martirio di Policarpo, vescovo di Smirne, a noi conservato da Eusebio (H.E. IV,15) con la lettera della chiesa di Smirne a quella di Filomelo e dal cosiddetto Martirium Polycarpi, che aggiunge alla lettera due capitoli e ci fornisce la data del martirio, 23 febbraio 155, una data di cui io ho cercato di dimostrare l’esattezza anche contro tentativi recenti di abbassarla al terzo secolo. Io ritengo che il martirio di Policarpo vada datato sotto Antonino Pio, non solo per la menzione del proconsole Stazio Quadrato nel cap. 21 del Martyrium, ma anche perché, sia nel Martyrium sia in Eusebio, Policarpo è arrestato dall’irenarca Erode. Sappiamo infatti che la ricerca dei latrones era affidata fino ad Antonino Pio ai magistrati locali (l’irenarca in Asia), e alla polizia locale (Dig. 48,3,6), mentre più tardi essa fu affidata alla militaris statio e al governatore romano. Tornerò fra poco su questa innovazione di Marco Aurelio; qui voglio osservare che l’irenarca Erode e la polizia locale della provincia d’Asia, cercando e arrestando il cristiano Policarpo, trasgredirono apertamente la legge romana, il conquirendi non sunt di Traiano che Adriano e Antonino Pio avevano confermato.

Il rescritto di Antonino Pio al koinon d’Asia, che Eusebio (H.E. IV,13) ci conserva, con una titolatura imperiale errata e con probabili interpolazioni cristiane fu, a mio avviso, la risposta autentica di Antonino Pio all’iniziativa illegale dei provinciali d’Asia.

La situazione cambiò di nuovo con Marco Aurelio e questa volta, entro certi limiti, anche sul piano del diritto. Questo cambiamento non è ancora presente nei primi anni di Marco Aurelio: il processo di Giustino martire, nel 167, non rende necessario supporre nessun cambiamento legislativo. Molto diverso è invece il caso del processso contro i martiri di Lione del 177, perché contro di essi il legato delle Gallie condusse certamente la ricerca d’ufficio. Questo è detto esplicitamente nella lettera delle chiese di Lione e di Vienna, riferita da Eusebio nella sua Storia ecclesiastica (H.E. V,1,14): che non si trattò di un semplice abuso del legato risulta dal fatto che Marco Aurelio, interrogato dal legato stesso sulla linea da seguire, non richiamò su questo punto il legato stesso al dovere. Del resto anche Celso, portavoce di Marco Aurelio, che scrisse il suo Discorso Vero fra il 176 e il 180, probabilmente nel 178, ammette apertamente che i Cristiani venivano ricercati anche quando tentavano di darsi alla fuga (Origene, contr. Cels. VIII, 69). Lo stesso afferma l’apologista Atenagora di Atene (Presto 1,3) nel 176. Particolarmente importante appare la testimonianza di un altro apologista, Melitone di Sardi, che scrive nel 175 o nel 176 ed è citato testualmente da Eusebio (H.E. IV,26,5): "Ora, ciò che mai era avvenuto prima, la genia dei pii (che sono i cristiani) è ricercata e perseguitata, in base a nuovi decreti (kainois dogmasin) in tutta l’Asia". A che cosa si riferisce Melitone, parlando di kainà dogmata? Non si tratta certamente di misure locali, perché questi decreti appaiono applicati come abbiamo visto, oltre che in Asia, anche in Attica e in Gallia; essi non comportano neppure un cambiamento formale nella legislazione anticristiana, che ancora sotto i Severi, come risulta da Tertullliano, resta ancorata al conquirendi non sunt di Traiano, e alla illiceità del Cristianesimo come religio, stabilita dal senatoconsulto. Ciò nonostante ora, col permesso degli imperatori, come risulta da Atenagora e dal comportamento del legato delle tre Gallie, i Cristiani sono ricercati.

C’è in effetti un’innovazione importante, introdotta nella ricerca di ufficio tra l’epoca di Antonino Pio e la fine del II secolo e testimoniata da Ulpiano (Dig. 1,18,13): il giurista ricorda tra i doveri del proconsole la ricerca d’ufficio (requirere debet) dei sacrilegi oltre che dei latrones (i banditi), dei plagiarii (i falsari) e dei fures (i ladri). Anche Marciano (Dig. XLVIII,13,4,2) conosce questa costituzione imperiale, che appare nota anche a Tertulliano nell’Apologetico. La novità riguarda, come nel caso dei nuovi decreti (kainà dogmata) la ricerca d’ufficio ma non tocca esplicitamente i Cristiani, ma i sacrilegi, che nel linguaggio giuridico romano erano coloro che violavano o saccheggiavano i templi e le cose sacre. Ma è ben noto che il movimento montanista (condannato come eresia in Asia e alla fine del II secolo anche da Roma), che in questo periodo si diffonde fra i Cristiani soprattutto in Asia, spingeva, in contrasto con le raccomandazioni della Grande Chiesa, ad atti provocatori nei riguardi dei templi e delle statue pagane e sappiamo anche, da Tertulliano, che l’accusa di sacrilegio era diffusa contro i Cristiani nell’opinione pubblica pagana. Permettendo la ricerca d’ufficio dei sacrilegi, Marco Aurelio aggirava così, senza eliminarlo formalmente, il divieto traianeo di cercare i Cristiani, che potevano essere ricercati come sacrilegi e condannati poi in base alla semplice confessione di Cristianesimo. L’atteggiamento di Marco Aurelio che a differenza dei suoi predecessori sembra aver visto nel Cristianesimo un pericolo per lo stato, nasce, a mio avviso, dal diffondersi del Montanismo, la cui data di inizio è contestata, ma che appartiene certamente alla seconda metà del II secolo. Il Montanismo, con il suo carattere antiromano e antistatale, nello spirito delle rivolte giudaiche del II secolo, con il rifiuto sistematico dei doveri pubblici e del servizio militare e con l’incitamento alla provocazione e all’autodenuncia, ambedue condannate dalla Grande Chiesa, poteva effettivamente suscitare sospetti; esso si presentava, d’altra parte, come un movimento profetico, caratterizzato da un rigido ascetismo e da un’intensa devozione e poteva suscitare, almeno all’inizio, simpatie anche fra molti Cristiani; di qui la confusione, agli occhi dei pagani, fra Cristianesimo e Montanismo, che risulta dal Discorso Vero di Celso, che pur conoscendo molte eresie cristiane, non nomina il Montanismo e attribuisce in generale ai Cristiani gli atteggiamenti montanisti, e dal giudizio che dei Cristiani dà lo stesso Marco Aurelio nei suoi pensieri, accusandoli di "pura opposizione" (psilè parataxis).

Le Apologie di Melitone, di Atenagora, di Apollinare, tutte databili fra il 175 e il 177, cercarono di dissipare l’equivoco, insistendo sulla differenza profonda fra la Grande Chiesa e il Montanismo e sul lealismo dei Cristiani nei riguardi dell’impero. Il Discorso Vero di Celso sembra addirittura cercare un compromesso e sembra invitare i Cristiani a uscire dalla clandestinità e a collaborare con l’impero nelle sue necessità. Tertulliano (Apol. V,6) ci riferisce una disposizione di Marco Aurelio, in base alla quale il Cristianesimo restava punibile con la morte, in quanto religio illicita, ma anche gli accusatori dei Cristiani dovevano essere condannati.

Questa disposizione, a torto ritenuta falsa, appare effettivamente applicata sotto Commodo, il figlio di Marco Aurelio, fra il 183 e il 185 nel processo contro il senatore Apollonio, a Roma: essa aveva lo scopo di scoraggiare le accuse di Cristianesimo e di permettere ai Cristiani disponibili a collaborare con lo stato, senza rinnegare la propria fede, di uscire dalla clandestinità. Sotto Commodo e sotto i Severi questo scopo sembra effettivamente raggiunto: la Chiesa assume la responsabilità e la proprietà dei luoghi di culto e di riunione, che erano rimasti nel I e nel II secolo sotto la copertura dei privati. L’organizzazione interna della Chiesa, con i suoi vescovi, i suoi presbiteri, i suoi diaconi, appare ben conosciuta sotto i Severi e funziona ormai apertamente, anche con la riunione di concili regionali, grazie alla tolleranza severiana verso i collegia religionis causa, cioè le associazioni per motivo religioso. La Vita Alexandri della pagana Historia Augusta, già ricordata a proposito di Adriano, conosce un intervento dell’imperatore Alessandro Severo a favore della Chiesa di Roma, in una controversia per il possesso di un’area contesa alla Chiesa dai popinarii (un collegio di cuochi); e già prima Commodo aveva concesso a Papa Vittore, per intercessione della sua concubina Marcia, la grazia e la liberazione dei Cristiani deportati nelle miniere in Sardegna; Giulia Mamea, madre di Alessandro Severo, si ferma ad Alessandria d’Egitto per ascoltare le lezioni di Origene, e un legato di Arabia, sotto Caracalla, scrive ufficialmente al prefetto di Egitto e al vescovo di Alessandria per ottenere l’invio in Arabia dello stesso Origene, la cui fama insieme a quella della scuola catechetica di Alessandria, la prima "università" cristiana, è apprezzata anche dai pagani.

La tolleranza religiosa si stabilisce di fatto sotto i Severi, grazie anche al diffondersi del culto solare e del sincretismo. Le fonti contemporanee (Tertulliano nel De Corona I,5) parlano di una bona et longa pax per la Chiesa già sotto Settimio Severo: per questo io non credo né alla persecuzione generale per editto di Settimio Severo di cui parla Eusebio (H.E. VI,1 sgg), che sembra confondere una persecuzione locale in Egitto con una persecuzione generale, né alla strana notizia della Historia Augusta, secondo cui, in Palestina, Settimio Severo vietò il proselitismo giudaico e, allo stesso modo, quello cristiano.

Al di là dell’attribuzione certamente erronea a Settimio Severo di misure antigiudaiche (Settimio Severo era anzi molto favorevole all’elemento giudaico), la falsità della notizia emerge dall’assimilazione nella legislazione del giudaismo (religio licita) al Cristianesimo (religio illicita). L’equivoco di un editto contro il proselitismo potrebbe essere nato, come è stato proposto, dalla diffusione in questa epoca, nella Chiesa, della nuova disciplina sul catecumenato e dalla presenza, tra i Cristiani messi a morte in sede locale, di parecchi catecumeni. Ci furono infatti sotto i Severi, specialmente sotto Settimio Severo (che personalmente non era ostile ai Cristiani e li difese), dei processi anticristiani condotti in base alla vecchia legislazione tuttora vigente e agli umori dei governatori delle varie province. Ciò risulta dalla Ad Scapulam di Tertulliano e dal fatto stesso che, a differenza delle apologie del II secolo, l’Apologetico di Tertulliano non è più diretto all’imperatore, ma ai Romani imperii antistites, cioè ai governatori romani delle province, a cui spettava il giudizio sui Cristiani. Non ci fu, invece, una persecuzione generale per editto, né ci fu, come Alessandro Severo avrebbe voluto, un riconsocimento ufficiale del Cristianesimo che veniva tollerato come Chiesa, ma condannato come colpa individuale religiosa ogni volta che un’accusa privata rendeva necessario un processo.

Dopo aver terminato l’analisi di documenti contemporanei, da Traiano a Marco Aurelio, relativi ai rapporti giuridico-politici fra i Cristiani e l’impero, mi sembra interessante concludere con un aspetto diverso della lettera di Plinio a Traiano, che ho lasciato nella mia analisi per ora in secondo piano: ciò che Plinio, ha percepito, in base all’interrogatorio degli accusati, della vita della comunità cristiana della Chiesa. Dalla testimonianza di due ancillae quae ministrae dicebantur (due diaconesse) egli aveva appreso che, in un giorno stabilito (stato die, evidentemente la domenica), prima dell’alba, i Cristiani si riunivano per cantare un carmen Christo quasi deo, e per impegnarsi con un sacramento non a compiere qualche delitto, ma a non commettere furti, rapine, adulteri, a non venire meno alla parola data, a restituire ciò che era stato dato in deposito. Segue poi l’accenno ad una seconda riunione, probabilmente l’agape.

Vorrei soffermarmi sul termine sacramentum, che fa qui la sua prima comparsa nell’ambito cristiano e che tanta fortuna ebbe poi nel Cristianesimo. In latino sacramentum significa generalmente giuramento (il sacramentum militiae è il giuramento militare): in questo caso si tratta di un giuramento da cui scaturisce un impegno morale. Ma che parte poteva avere un giuramento di questo genere nella liturgia della Chiesa primitiva? Tertulliano (Apol. II, 6), nell’Apologetico conserva con fedeltà il contenuto della lettera di Plinio, aggira la difficoltà anticipando nel sacramentum il significato di tuttta la celebrazione: nihil aliud se comperisse de sacramentis eorum, aggiungendo poi l’impegno morale ad confoederandam disciplinam. In realtà sacramentum non è in latino un semplice giuramento, per il quale esiste la parola ius iurandum: in Livio, per la storia della legio linteata del 293 a.C. (X,38), al tempo delle guerre tra Romani e Sanniti, e nello stesso Livio per la storia dei Baccanali del 186 (XXXIX,15), nel liviano Floro per la congiura degli Italici del 91 a.C. (II,6,8), sacramentum è un giuramento che fonda un’alleanza (foedus) mediante un sacrificio. L’alleanza che scaturisce dal sacramentum ha nei tre passi citati un valore negativo, di coniuratio (congiura contro lo stato): Plinio intende proprio questo, ma proprio per questo aggiunge che, nel caso dei Cristiani, il sacramentum non è per compiere qualche delitto (in scelus aliud), ma per commettere il bene. Egli dà così una lettura romana dell’assemblea eucaristica, intesa come assemblea culturale che ha al centro un sacrificio e fonda una alleanza e un impegno di vita: una lettura romana, che mira a tranquillizzare Traiano sulla non pericolosità politica e sociale dei Cristiani, accusati dall’opinione pubblica di coniuratio (di qui la deliberata utilizzazione capovolta dei concetti collegati con le coniurationes), ma una lettura romana certamente non distorta: il concetto di sacrificio, il sacrificio di Cristo, da cui scaturisce l’alleanza è infatti ben presente nel Cristianesimo primitivo (I Cor 11,25: ƒ a i n e ` d i a t h e ƒ e e n t o ´ e m o ´c a i m a t i - la nuova alleanza nel Sangue di Crito).

L’immagine più antica che i romani ebbero della Chiesa sembra essere stata quella di una comunità che nasceva dal sacrificio di Cristo e che su questo sacrificio fondava il suo impegno morale.

È questo il popolo nuovo, il popolo della nuova alleanza.