E l’Europa riparte: un fisco per il lavoro

 

 

Mercoledì 26, ore 11.30

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Relatori:

Danilo Longhi, Presidente di Unioncamere

Ivano Spalanzani, Presidente di Confartigianato

Silvio Scaglia, Amministratore Delegato Omnitel Pronto Italia

Mario Monti, Commissario Europeo

 

Longhi: Proprio ieri è stata sottolineata con grande evidenza la perdita tendenziale, stimata al 2%-3%, di occupati nella grande impresa. Nell’ultimo anno nella grande impresa sono venuti meno 20.000 lavoratori dipendenti. Va ricordato peraltro che le imprese analizzate dall’ISTAT in questa indagine sono quelle con più di 500 dipendenti, che sono circa 1.000 in Italia e che occupano circa il 10% degli occupati del paese. La perdita di questi 20.000 posti di lavoro è sicuramente molto grave, ma rientra in un’inevitabile fase di ristrutturazione, non solo italiana, che riguarda modalità diverse di produzione e nuove tecnologie.

Gli occupati in Italia sono circa 20 milioni, su un popolazione di forza lavoro di 23 milioni di addetti; quindi 20.000 posti in meno non sono importanti, forse è più importante l’indagine che il sistema camerale ha condotto per quanto riguarda l’occupazione delle imprese da 1 a 100 dipendenti; questa indagine stima che nel biennio ‘98-’99 circa 260 mila di nuovi posti di lavoro sono stati creati nella piccola e media impresa, e particolarmente nella micro impresa, l’impresa da uno a dieci dipendenti. Le imprese fino a 100 dipendenti si dichiarano disponibili ad assumere circa 700.000 nuovi occupati, a condizione che ci sia un fisco più equo, che vi sia un habitat più favorevole per la piccola e media impresa e per la micro impresa, che vi siano condizioni infrastrutturali adeguate per l’investimento stesso. Stimiamo - il dato è significativo perché è stato elaborato insieme l’ISTAT - che i soli costi per gli adempimenti burocratici - quindi non ciò che si paga al fisco ma quello che costa pagare al fisco per altri adempimenti burocratici dell’imprenditore - rappresenti per le piccole imprese e per le micro imprese circa il 2,1% del costo, con un costo complessivo per il sistema italiano di 27.000 miliardi.

La questione quindi non riguarda solo il fisco, ma anche l’habitat, la flessibilità del lavoro, le infrastrutture, la semplificazione delle procedure per quanto riguarda gli adempimenti delle imprese. E i due dati riportati, 20.000 lavoratori in meno nella grande impresa e 260.000 potenziali lavoratori in più nella piccola dei quali un quarto già assunti quest’anno, diventano stridenti se pensiamo che al tavolo delle parti sociali per dibattere il problema della nuova occupazione siedono di fatto soltanto i rappresentanti della media e della grande impresa e non quelli delle micro imprese, le sole in questo momento capaci di rilanciare il tema dell’occupazione. Le stesse politiche economiche in questi anni hanno risentito di questa impostazione.

Nessuno crede più possibile creare posti di lavoro aumentando la spesa pubblica: di fatto la crisi pubblica è strutturale, e quindi occorrono interventi profondamente diversi, soprattutto nella prospettiva dell’allargamento dell’Unione Europea, della moneta unica, dello Stato senza confini, del libero stabilimento delle imprese. Con la libera concorrenza la parificazione fiscale a livello europeo sarà uno dei temi fondamentali perché l’Europa venga vissuta come un fatto di vincoli e nel contempo come un momento di grandi opportunità. Le azioni che vengono chieste ai governi sia centrali che locali derivano dal fatto che la teoria economica ci dice che non sono i profitti ma i nuovi investimenti a generare posti di lavoro; noi sappiamo, viceversa, che gli investimenti esteri in Italia sono a livelli bassissimi, e questo perché manca quell’habitat adeguato di cui parlavo, perché vi sono ancora notevoli vincoli per quanto riguarda il tema lavoro, perché vi è un fisco vorace e articolato non solo a livello centrale ma anche nei governi locali. Nella globalizzazione incontriamo uno dei punti determinanti per quanto riguarda lo sviluppo: la localizzazione delle strutture produttive tende oggi ad andare là dove ci sono condizioni più favorevoli, non solo in termini di costo di lavoro, ma anche in termini di regole, dove c’è meno dirigismo, più mercato e meno Stato. Questo deve significare non solo riduzione della pressione fiscale sulle imprese, ma anche una semplificazione dei rapporti tra impresa e pubblica amministrazione.

Spalanzani: La prima osservazione da fare è che bisogna trovare il sistema affinché il fisco sia incentivante del lavoro e non invece che il lavoro sia per il fisco; attualmente, ci troviamo in una situazione nella quale le aziende artigiane si trovano con un carico fiscale del 60-65%, e dunque lavorano per i due terzi per lo Stato. Sicuramente qualcosa è stato ottenuto: il Ministro delle finanze Visco ha ridotto i contributi previdenziali per i giovani che iniziano un’attività, per lo meno per i primi due anni; abbiamo anche ottenuto recentemente il credito di imposta per chi assume, per chi crea nuovi occupati, fino a un massimo di 60 milioni per tre anni. Alcune cose dunque sono state fatte, ma resta il fatto che in Italia il peso fiscale e contributivo è tra i più alti d’Europa, ed è pesante per iniziare un’attività imprenditoriale, specialmente nel secondo anno quando, dopo una serie di acconti e conti, si deve pagare il 120% di quello che si è guadagnato il primo anno.

Alla situazione del fisco si collega come primo problema quello del sommerso: si dice che bisogna creare dei condoni fiscali, degli abbassamenti delle quote previdenziali, ma prima di questo bisogna dare le strutture e le infrastrutture, medie, piccole e grandi. Se non c’è un locale per poter operare, se non ci sono i villaggi artigiani o i villaggi industriali, sarà sempre impossibile creare occupazione.

Le direttive europee e le leggi italiane sono drammatiche per il sistema imprenditoriale italiano: dall’Europa ci vengono delle direttive che sono fatte per la grande impresa, e avendo un sistema produttivo polverizzato certe direttive sono più difficili da recepire. Nel 1970 fu approvato lo statuto dei lavoratori, che escludeva le aziende fino a 15 dipendenti; nel 1990 in un momento politico diverso per evitare il referendum sulla caccia e sui pesticidi, fu approvata la legge 108, che di fatto ha bloccato la possibilità di licenziamento nelle imprese al di sotto di 15 dipendenti, dove c’è un rapporto fra datore di lavoro e lavoratore ben diverso da quello che c’è nella grande impresa, perché è un rapporto interpersonale, interfamiliare. È stata la prima grande botta all’occupazione che è stata data a questo paese, perché si tratta di una legge che non dà flessibilità al mercato del lavoro. Bisogna invece riuscire a far sì che abbassando la pressione fiscale le aziende piccole, le aziende sommerse, possano emergere; invece stante quella legge quando emergono scattano tutte le rigidità del lavoro, mentre se stanno nell’illegalità possono licenziare ed assumere.

Il secondo problema riguarda gli ambienti di lavoro; ci vogliono ambienti adeguati, adeguati in particolare per la nuova occupazione. Nelle nostre regioni ci sono villaggi artigiani, villaggi industriali, dove ci sono i servizi, dove ci sono le reti, e sono esempi che possono essere imitati, senza dover andare in altri paesi. Si tratterebbe di avere dei sindaci che funzionano, dei comuni che funzionano, delle amministrazioni provinciali che funzionano.

La terza questione cui accenno brevemente è quella dell’andare in Europa. L’Europa non deve essere vista come una rigidità, anche se effettivamente talvolta le direttive che vengono dall’Europa anziché per i cittadini europei sembrano fatte per togliere il mercato ai piccoli imprenditori. Ad esempio, rispetto alle direttive che arrivano per il settore alimentare, abbiamo dovuto fare una battaglia terribile per salvaguardare i tortellini fatti a mano in Italia, che sono 4.000 aziende artigiane che danno lavoro a 10.000 dipendenti. Eppure, c’era qualcuno che spingeva a fare una direttiva per vendere i tortellini industriali e non quelli fatti a mano. Le direttive europee vanno applicate tenendo conto della realtà italiana, del nostro sistema imprenditoriale polverizzato, di un paese che non ha materie prime, che ha solo la creatività e i beni culturali.

Scaglia: Un fisco per il lavoro dal mio punto di vista significa soprattutto un fisco per lo sviluppo, perché è lo sviluppo che porta lavoro. A partire da questo, credo ci siano diverse riflessione che si possono fare.

Noi oggi in Italia veniamo da un periodo di gravi sacrifici fiscali: è ammirevole la capacità di affrontare sacrifici fiscali che gli italiani e le imprese italiane hanno avuto per portare le imprese in Europa. L’Italia è entrata in Europa sacrificando delle risorse che sarebbero potute essere investite per uno sviluppo. Oggi bisogna chiedersi di nuovo come ottenere lavoro e sviluppo; sviluppo c’è solo se c’è competitività, questa è l’equazione più importante; e la competitività in Italia manca, manca in modo grave. L’Italia è quarantunesima per competitività mondiale. Ed è preoccupante che l’Italia non è sola in questa cattiva statistica, l’Europa è insieme all’Italia, basti pensare che il paese locomotiva dell’Europa, la Germania, è quattordicesima in questa classifica. Dobbiamo seriamente chiederci se i valori in cui crede l’Europa, il modo in cui affronta l’economia, la macroeconomia, la microeconomia, la politica, sia il modo giusto e basato su valori corretti. I paesi che sono in cima alla lista di competitività sono quelli che credono molto più di noi nell’imprenditorialità, che hanno dei pesi fiscali molto più bassi, e sono anche paesi che credono molto di più nelle persone: questo è il punto centrale, perché le persone sono veramente la vera chiave dello sviluppo.

Il fisco, le leve tradizionali macroeconomiche sono importanti: però sono condizioni necessarie ma non sono sufficienti. Oggi non si può costruire un vantaggio competitivo per un’azienda o per un paese contando solo sulle leve macroeconomiche. Gli oneri che gravano sul costo del lavoro sono assurdi, per pagare 100 lire nette ad un lavoratore italiano bisogna spenderne 200 o forse 250, il che non avviene negli altri paesi. Le rigidità di cui abbiamo sentito parlare prima in modo chiarissimo sono penalizzanti, il costo di tutti gli oneri che gravano sul lavoro - oltre al fisco, assistenza sanitaria, TFR - sono enormemente penalizzanti: questi non sono certo elementi su cui poter costruire un vantaggio competitivo.

L’azienda in cui vivo è una azienda che ha creato sviluppo negli ultimi anni ha assunto quasi 5000 persone, ha creato lavoro indiretto per quasi 20.000 persone, ha cambiato il modo in cui nelle telecomunicazioni in Italia ci si rapporta con i clienti, ha abbassato i costi di telecomunicazione in modo violentissimo. La domanda principale che nella mia azienda ci poniamo ogni giorno è: come si può rimanere motore di sviluppo nel tempo, con quali leve?

La prima leva è la globalizzazione: oggi la globalizzazione crea delle opportunità immense per una azienda italiana, che aveva prima di fronte solo il mercato italiano, oggi ha invece l’opportunità di competere nel mondo. Chiaramente di fronte a questa opportunità c’è un rischio mortale: il rischio è che bisogna essere più bravi di tutti gli altri al mondo - non solo in Italia - per poter essere competitivi.

La tecnologia è l’altra grande leva di cambiamento degli ultimi cinque anni; in questi cinque anni, pochi se ne sono accorti, ma la tecnologia ha ripreso ad essere un traino di sviluppo. Non era stato così dagli anni Sessanta, quando la tecnologia era diventata meno importante; all’inizio del secolo invece aveva trainato lo sviluppo con le ferrovie, i motori, i motori a scoppio, le automobili, la televisione, fattori di sviluppo che avevano trainato la crescita. La crescita trainata dalla tecnologia sta riprendendo, è ripresa debolmente negli ultimi cinque anni e diventerà sempre più forte in futuro: Internet, le telecomunicazioni, le biotecnologie, i microdevices, i microelettronici. In Italia questo va capito, e bisogna rispondere a questa sfida.

La terza leva sono i capitali. Il rapporto tra impresa e capitali è cambiato drammaticamente, il capitale non è più ciò che compra un’azienda e controlla un’azienda; il capitale ormai è talmente disponibile che è diventata una comodità che si compra. Oggi un’azienda può comprare il capitale, non è vincolata nel proprio sviluppo dalla disponibilità o meno di capitale. Esiste una abbondanza di capitali, anche se in Italia a volte si cerca di impedire che questa abbondanza entri, ma esiste a livello internazionale una abbondanza di capitale che consente a qualunque buona idea, a qualunque persona valida, di svilupparsi.

L’ultimo elemento è il cliente: la forza che i clienti hanno oggi non si è mai vista nella storia. I clienti sono i veri padroni delle aziende, i clienti sono coloro che determinano il successo o il fallimento.

In un ambiente che è cambiato così tanto rispetto al passato, che cosa conta veramente per la competitività delle imprese e quindi per la competitività degli Stati? Sono convinto che la macroeconomia aiuti, crei dei vantaggi o degli svantaggi relativi, ma, come già dicevo, quello che conta veramente è la qualità delle persone. Riflettendo sulle quattro leve appena citate, si capisce subito che sono solo le persone più brave delle altre che riescono a creare le imprese più competitive nell’economia globale, sono solo le persone che hanno una preparazione adeguata e che sono sufficientemente brave che possono gestire una economia in un mutare di ambiente tecnologico, sono solo solo le persone brave che sanno cogliere le opportunità tecnologiche e le opportunità che vengono dai capitali, sono solo le persone brave che sanno seguire bene i clienti. Non siamo più in una economia tayloristica dove fino a si poteva dire che una grande azienda, un grande manager era in grado di fare delle grandi cose con delle persone assolutamente normali. Non è più vero. Oggi una grande azienda è grande solo se ha delle persone eccezionali ed è grande solo se riesce ad attrarre delle persone eccezionali. Per questo un paese può essere grande solo se riesce a formare, ad educare delle persone eccezionali.

In Italia possiamo dire di avere persone eccezionali; siamo i quinti al mondo, nonostante ci classifichino quarantesimi come competitività, perché abbiamo delle persone eccezionali, capaci di una creatività, capacità di un lavoro e di una responsabilità che sono eccezionali. Rischiamo però di dimenticarcelo, perché concentrandoci in interessi di breve periodo ci dimentichiamo che dobbiamo continuare a sviluppare le persone. Il nostro sistema educativo sta perdendo i colpi: bisogna pensare al sistema educativo. In Italia i giovani che escono dalla scuola non sono al passo con lo sviluppo tecnologico, e questo è uno svantaggio vitale. L’università è scollegata dall’impresa, dal mondo economico: bisogna ricollegare l’università al mondo economico, alla tecnologia che conta. Le persone che contano oggi nelle aziende sono i businessman di qualunque livello, persone a tutti i livelli che siano in grado di vedere e pianificare il futuro, che siano in grado di gestire i clienti in modo migliore rispetto alle loro aspettative, che siano in grado di capire e sviluppare la tecnologia, che siano in grado di gestire costi e ricavi. Questo non si fa con il livello di preparazione degli studenti che escono da scuola oggi, anche se sono persone eccezionali. Oggi da scuola abbiamo delle professionalità molto specifiche, poco integrate, dobbiamo cercare di recuperare questa integrazione, questa visione di business e di valori imprenditoriali. La capacità di creare nuovo lavoro non dipende dall’investimento, non dipende dal capitale, ma dipende dalle persone brave; è solo una persona brava che può creare lavoro per altre dieci.

Monti: Oggi discutiamo con speranza, ma anche con molta preoccupazione, circa il futuro dell’occupazione in Italia e in Europa. Se fossero prevalse in Italia le tesi sul rinvio della partecipazione italiana all’Europa, sul fatto che potesse non essere giustificato uno sforzo così concentrato nel tempo, oggi saremmo qui a discutere di un paese che sarebbe accompagnato dalla sola Grecia, mentre paesi come la Spagna ed il Portogallo, oltre alla Francia ed alla Germania, farebbero parte di un complesso di Europa forte, quella della moneta unica. Per questo dobbiamo anzitutto rallegrarci delle scelte compiute dal governo, ma anche della società italiana, dall’opinione pubblica italiana che ha appoggiato quelle scelte, perché altrimenti discuteremmo di un girone dantesco, sicuramente molto più penoso di quello nel quale stiamo affrontando i problemi.

Il ciclo in cui questo incontro si inserisce è intitolato "Più società fa bene allo Stato". Così come più società fa bene allo Stato credo che più Europa faccia bene alla società. Siamo abituati a pensare all’Europa come una struttura magari seria, ma una struttura di vincoli, divieti, possibilità negate. È sbagliato. L’Europa certo ha a che fare con i vincoli, però in realtà l’Europa sposta dei vincoli da un luogo sbagliato a un luogo giusto. Ciò che l’Europa il più delle volte fa è di rimettere a carico degli Stati nazionali dei vincoli che questi Stati erano riusciti a scollarsi dalle loro spalle ed a mettere impropriamente a carico dei singoli cittadini o delle singole imprese. Vorrei fare due esempi, per quanto riguarda l’Italia.

I vincoli di Maastricht, tanto penosamente vissuti - pur essendo di fatto i vincoli che hanno portato alla moneta unica - hanno finalmente posto fine ad un sogno falso nel quale la società italiana si era cullata per decenni, il sogno che si potesse accontentare tutti dando ad alcuni oggi senza togliere ad altri oggi, ma semplicemente gravando le spalle di chi doveva ancora nascere o crescere, cioè le generazioni future che oggi sono arrivate, generazioni di grande debito pubblico. L’Europa di Maastricht ha rispostato a carico dello Stato e del bilancio pubblico questo vincolo; ha così rimesso in essere una società in fondo più etica, più corretta.

Il secondo vincolo, più recente e meno noto, riguarda proprio l’occupazione: la Corte Europea di giustizia ha definitivamente spezzato la possibilità, per l’Italia, di avere il monopolio pubblico del collocamento.

L’Europa non è solo un monopolio pubblico che integra diversi Stati, quasi lasciandoli immutati. Questa integrazione c’è, ovviamente fa bene alla pace e non è un piccolo dettaglio, ma soprattutto c’è una trasformazione profonda delle singole società in un senso più rispettoso dell’individuo e più corretto. Non è solo sullo Stato che si esercitano i vincoli dell’Europa: per esempio in questo periodo decisioni europee stanno lentamente sgretolando i poteri degli ordini professionali di stabilire le tariffe, violando il mercato.

Quello che c’è di comune in questa azione dell’Europa è l’intento di includere chi prima veniva escluso. Prima il giovane o il nascituro veniva escluso da un processo che avveniva a carico delle sue spalle prima che nascesse. Così per quanto riguarda la partecipazione al mercato, soggetti che prima venivano esclusi ora vengono inclusi. L’Europa sta cercando di prestare, e certamente deve farlo ancora di più, più attenzione alle piccole e medie imprese, e le nuove direttive che l’Europa sta producendo sono meno numerose che in passato, più rispettose di tutta l’articolazione della realtà delle imprese a cominciare dalle medie e piccole. Occorrerà che i singoli Stati non mettano il sovrappiù di oneri in sede di recepimento della direttiva; va anche tenuto presente che la politica della concorrenza, quella politica così duramente praticata a Bruxelles, è praticata per tutelare spazi per le piccole imprese contro l’eccessivo potere di mercato delle grandi. Ed è dall’Europa che si sono sgretolati i monopoli, che sono nate nuove possibilità, che sono crollati i prezzi delle comunicazioni e le possibilità di lavoro cui Scaglia ha fatto allusione.

Vorrei ora affrontare il punto più specifico, il nesso tra Europa, fisco e lavoro. Il problema della disoccupazione è drammatico. In Europa esso non dipende solo dal fisco; ciò che l’Europa può fare e sta facendo è innanzitutto costruire un mercato unico, coronarlo con la moneta unica, mettere le imprese europee in grado di avere una casa economica molto più grande, un effettivo continente e non solo un singolo paese. La fiscalità ha effettivamente un ruolo molto importante. Negli ultimi quindici anni in Europa, in media, l’onere fiscale sul lavoro, calcolando imposte e contributi, è salito di sette punti percentuali, quello sui capitali e sugli altri fattori di produzione diversi dal lavoro dipendente è diminuito di undici punti. L’Europa è al 42% di onere sul lavoro, gli Stati Uniti e il Giappone in media al 27%. A fronte di quella salita per l’Europa di 7 punti, per l’Italia la salita è stata di 16 punti, l’Italia oggi non è al 42 ma al 50,1% ed è in terza posizione dopo Svezia e Finlandia.

Ebbene secondo studi recenti della Banca mondiale questo rincararsi fiscalmente del lavoro in Europa sarebbe responsabile di quattro punti percentuali di disoccupazione, cioè di più di un terzo di quella che è l’attuale disoccupazione complessiva in Europa; questo rende sempre più costoso quel fattore di produzione che invece è disponibile in sovrappiù, il lavoro, e si rende sempre più conveniente l’impiego del capitale. Ecco perché abbiamo ritenuto necessario muovere passi decisivi verso un coordinamento della fiscalità in Europa. La caduta della tassazione sui capitali e la salita della tassazione sul lavoro sono il risultato di una concorrenza fiscale fra gli Stati derivante dalla mancanza di armonizzazione. Logicamente la concorrenza si esercita di più a vantaggio di quelle basi imponibili che si muovono più facilmente andando a cercare il luogo più conveniente come il capitale, così la tassazione scende e gli Stati in contropartita accrescono la tassazione sul lavoro. Ecco perché è necessario un coordinamento della fiscalità che è iniziato con i primi passi concreti. Non vogliamo creare un cartello degli Stati per rendere a loro più facile spremere risorse dall’economia e dal settore privato: difendiamo la concorrenza fiscale tra gli Stati, ma individuiamo delle forme di concorrenza fiscale nocive e sleali precisandole in concreto, con l’accordo dei quindici Stati membri.

Ci stiamo quindi muovendo in questa direzione; tutto questo è tecnicamente complesso, tecnicamente difficilissimo, e temo che se non si fanno passi concreti, se il governo italiano non appoggia questa politica, possiamo scordarci una seria ripresa dell’occupazione in Europa e quindi una rapidissima sussidiarietà. È questa una parola importantissima, e in Europa ci sforziamo di tradurla in pratica rinunciando a legiferare dove possono farlo meglio gli Stati o le regioni. Sussidiarietà non vuol dire sempre e necessariamente decentramento delle decisioni, il più delle volte sì ma non sempre, come dimostra anche l’esempio del fisco, per il quale senza un maggiore coordinamento centralizzato non si riesce a rendere la fiscalità in Europa più favorevole al lavoro.

Per quanto infine riguarda l’occupazione e il suo legame col fisco, questo problema non è solo europeo ma anche italiano; in Italia la situazione è addirittura più grave, essendo la disoccupazione concentrata sui giovani e sul Mezzogiorno. La disoccupazione in Italia disturba anche di più perché l’Italia è un paese che ha più potenziale di altri paesi. Le parole chiave su questo tema, già state messe sul tavolo, sono flessibilità e meno tasse.

Per quanto riguarda le tasse la velocità di riduzione della pressione fiscale in Italia sarà purtroppo più lenta che in altri paesi perché gli italiani della nostra generazione hanno creato quel grande manufatto del debito pubblico che oggi grava sulle spalle dei giovani e delle generazioni ulteriori. Questo processo, pur sapendo che sarà più lento che altrove, va condotto con molta decisione, anche andando ad intaccare quelle fonti tuttora non controllate di spesa strutturale come ad esempio il sistema pensionistico.

Se dovrà essere più lenta che in altri paesi la discesa della pressione fiscale per le ragioni dette, non ci sono viceversa ragioni per cui l’aumento della flessibilità nei mercati non possa essere veloce come negli altri paesi o anche più veloce. Certamente l’Italia ha fatto qualche passo, recentemente, verso una maggiore flessibilità dei mercati, ma ne occorrono molti altri con molto coraggio e in tempi brevi. Venendo meno la visibilità dei vincoli di Maastricht, occorre che dall’interno dell’Italia ci si dia la forza di osservare determinate scadenze per azioni strutturali, come la liberalizzazione dei diversi mercati, ma anche lo smantellamento di aiuti pubblici alle imprese che sono ancora troppo elevati.

In questa programmazione è essenziale la fissazione di scadenze per i passi avanti in quel sistema educativo di cui Scaglia ha sottolineato la grande centralità. Le grandi corporazioni, con il consenso delle autorità pubbliche e di un’opinione pubblica poco attenta, non sono rappresentative dei giovani, non sono rappresentative degli esclusi. Se c’è uno sciopero che è giustificato non credo sia lo sciopero generale, ma uno sciopero generazionale, una sorta di sciopero dei giovani, giovani i quali, salvo una radicale innovazione dei meccanismi economici italiani, vanno incontro a probabilità non elevate di trovare lavoro e a probabilità elevatissime di vedersi sottratto da imposte una parte del loro reddito più alta rispetto ai loro coetanei di altri paesi.