Lunedì, 26 agosto

TEMPO DI RISCHIO E DI INIZIATIVA PER LA SOCIETA ITALIANA

Lucio Toth (MCL)

Giancarlo Rovati (CL)

Dino Boffo (AC)

Giovanni Bianchi (ACLI)

Il Concilio Vaticano II ha sottolineato l'importanza dell'impegno, personale e associativo, del laico nella Chiesa: impegno necessario in una società che cambia e che richiede nuove forme di evangelizzazione. L'Associazionismo cattolico ha vissuto la difficoltà del periodo post-conciliare e non sono mancate posizioni equivoche e disgregatrici in nome di un concetto distorto di "pluralismo". Dal 1965 ad oggi la Chiesa ha però più volte richiamato, tramite il Papa e i Vescovi, i criteri discriminanti la cattolicità dei vari movimenti e associazioni sorte anche recentemente nell'ambito ecclesiale: innanzitutto l'ortodossia e l'ortoprassia, la conformità alle finalità della Chiesa, l'obbedienza al Vescovo, il riconoscimento delle pluralità delle forme associative e la disponibilità alla collaborazione. Nella fedeltà alle indicazioni del Magistero, i movimenti sono oggi chiamati ad interrogarsi sulla loro identità, sui rapporti reciproci, sulla necessità di una unità che, pur nelle differenze, diventi "presenza di servizio" nella società italiana.

L. Toth:

... A Loreto Giovanni Paolo Il e la Conferenza Episcopale Italiana hanno invitato tutti all'unità e noi, qui, siamo intorno a questa tavola rotonda per cercare l'unità e cominciare ad operare nell'unità. Penso che questo primo incontro qui, all'interno del Meeting, con tutti voi presenti, abbia questo significato: di cominciare una strada nuova nella Chiesa italiana alla luce di quegli insegnamenti che ci sono stati dati, negli ultimi anni, dal Concilio Vaticano, dalla Conferenza Episcopale e da Giovanni Paolo 11. Tempo di rischio e di iniziativa: rischio vuol dire avventura, vuol dire che ci sono anche pericoli ma c'è il gusto, il coraggio, la gioia di affrontarli. Credo che lo stile di questo Meeting come lo stile dei movimenti nuovi, sorti in questi anni, sia il coraggio di affrontare i problemi con gioia e pienezza di vita, quindi senza catastrofismo, senza pessimismo, senza polemiche preconcette, guardando la verità in faccia, per poter lavorare dentro la realtà di questo paese che è l'Italia. L'Italia ha avuto in questi ultimi mesi dei fatti importanti: il convegno di Loreto, le elezioni politiche che, svolgendosi in un certo modo, hanno portato ad una certa affermazione della DC e ad una certa presenza del movimento cattolico, che reclama una sua capacità di iniziativa e di presenza nella società italiana, - la battaglia per il referendum, che abbiamo combattuto a fianco della CISL, perché pensavamo che difendere l'attività dei sindacato fosse indispensabile in questa situazione. La battaglia del referendum era una battaglia per difendere l'autonomia, la libertà e l'autorità del sindacato, in modo che potesse essere un soggetto capace di trattare e affrontare le grandi scelte di politica economica e sociale del nostro paese. Oggi si tratta anche di raccogliere i frutti di queste battaglie recenti, come del lavoro che siamo venuti facendo in tutti questi anni...Noi, con la battaglia del referendum, con la politica governativa che ci siamo presi la briga di difendere, abbiamo rischiato il nostro nome di cattolici, la credibilità del sindacato, la nostra base popolare. Anche noi oggi abbiamo un Graal da cercare ed è coniugare l'efficienza di rilancio produttivo con la solidarietà sociale, per far sì che quel 2,6% di prodotto interno lordo in più non sia soltanto remuneratività del capitale, ma sia ripartito fra chi effettivamente lavora. Si discute molto sull'economia sommersa, sulla situazione particolare italiana. Penso che per noi cattolici sia venuto il momento di affrontare con grande serietà questi temi di carattere scientifico ed economico, se vogliamo che le briglie dei destrieri con i quali si va a correre il torneo di questi anni, siano nelle mani, non solo nostre ma dell'intero paese. lo sto parlando a nome degli italiani perché presuppongo una Chiesa che si pone al servizio della comunità nazionale e che questo servizio trova la sua unità e la sua identità, dal momento che non è subalterno a concezioni filosofiche o ideologiche diverse, illuministe o marxiste o materialiste o pragmatiste che siano. Da queste la dottrina sociale della chiesa ci ha sempre messo in guardia e Giovanni Paolo Il continua a farlo perché la nostra posizione di cattolici non si identifica con quella di nessun sistema politico o economico, ma è una battaglia per l'uomo, per i suoi bisogni, per le sue aspirazioni, per le sue esigenze più profonde... Il rischio che i cavalieri della tavola rotonda affrontavano non era solo quello della loro vita, ma anche della loro anima; similmente oggi la società italiana si sta battendo non soltanto per la ripresa dell'economia del nostro paese, ma anche per salvare la propria anima e noi cattolici abbiamo il compito di salvare l'anima di questo paese, dai pericoli del materialismo e del consumismo. Di fronte a queste sue insidie, il tema di questo meeting ha voluto porci davanti da un lato la bestia, cioè l'edonismo selvaggio e incontrollato e dall'altro l'efficentismo che si può vestire a volte di monetarismo, e si può anche vestire di austerità. Ebbene, siamo disposti ai sacrifici, siamo disposti all'austerità purché ci sia la certezza che questa austerità serve al bene del nostro paese. Ma non basta questo, parlare oggi di una ripresa economica e parlare di un aumento della remuneratività del capitale significa affrontare il grande problema dei rapporti internazionali, di quello che Paolo VI chiamava pace e sviluppo. I nostri amici delle ACLI su questo tema hanno fatto dei convegni e degli incontri ed è uno dei punti su cui, io credo, siamo tutti d'accordo. Il Papa, anche di recente, parlando in Africa, cioè nel continente che sta subendo più di tutti, insieme all'America Latina ed a una parte dell'Asia, i costi di un certo tipo di struttura dell'economia internazionale, della divisione del lavoro a livello internazionale, lo ha detto in maniera molto chiara. La parola del Papa deve essere meditata in tutta la sua chiarezza e in tutta la sua durezza, è una parola da cavaliere, è una spada che taglia, non è un invito al vogliamoci bene: è un invito a fare comunità, ma nella giustizia, nella libertà, nella verità...Il Papa lo ha detto molto bene in Africa, che non basta mandare aiuti, non basta esportare tecnologie, non basta esportare acciaierie o fabbriche di manifatture, di cotone o di lana che si trasferiscono soltanto perché lì il costo del lavoro è minore; non si può vivere sul 30-40% di disoccupati nei paesi del terzo mondo e sui 1012% di disoccupati nei paesi più avanzati. Senza tornare ad essere subordinati all'ideologia del marxismo e del neomarxismo, senza essere subordinati alle ideologie del neo-illuminismo che hanno prodotto il capitalismo moderno, noi cattolici dobbiamo trovare il modo di rispondere in termini positivi a questa domanda: come realizzare la efficienza del nostro sistema produttivo a beneficio di tutti, all'interno del mondo occidentale, nell'equilibrio tra nord e sud, dal momento che non è possibile che il nostro benessere o il potenziamento del capitale della grande finanza venga fatto e pagato con milioni di morti di fame. Alla fine, se ci sono gli sperperi fatti dai governi filosovietici o marxisti dell'Africa o dell'America latina, ci sono anche dei meccanismi internazionali perversi che drenano risorse dai paesi poveri indirizzandole ai paesi ricchi la sfida che noi abbiamo davanti è questa, è qui il nostro rischio e la nostra capacità di inventiva, la nostra avventura.

G. Rovati:

Pensando al tema di questa tavola rotonda mi è venuto in mente che ci sono dei momenti in cui sembra esserci una sola evidenza, che cioè non si sa bene dove andare, ma per contrasto mi è anche venuto in mentre un altra affermazione, a me e, forse, a molti di noi familiare, che dice "cammina l'uomo quando sa bene dove andare". Noi oggi, nella società italiana, partecipiamo contemporaneamente a queste due esperienze. Per un verso è vero che non si sa bene dove andare, nel senso che molti problemi urgono a livello dell'organizzazione della società, e Toth ne ha indicati una serie ... : ma per un altro verso, dicevo, io penso che ci siano nella realtà italiana molte esperienze che, pur non avendo soluzioni automatiche ai problemi, intuiscono che una direzione di cammino c'é, che ogni circostanza, anche quella più avversa, è un ambiente paradossalmente favorevole, per ritrovare se stessi e il gusto dell'avventura umana. Almeno questa io credo sia la particolarità, la originalità, il contributo che l'esperienza dei cristiani nel nostro paese ha dato e dà oggi: quello di partecipare come tutti ai problemi in cui siamo immersi, ma senza presunzione e disperazione. A proposito di quanto Toth ha detto prima, mi sembra che chi ha il potere, in qualche modo sia molto tentato di presunzione, cioè di poter disporre degli altri e questo è tanto più vero nel momento in cui il desiderio e la capacità di partecipare, di influire sulle decisioni dei più, sembra essere in fase di stanca. Allora per la maggior parte della gente si affaccia l'altra alternativa, quella cioè della disperazione o della rassegnazione, attraverso una serie di tentativi, di fatto molto pragmatici, come le fughe individualistiche. Ciascuno cerca di trovare per sé soltanto una strada e in questo resta ancora più solo e ancora più disperato. L'esperienza di cui partecipo, l'esperienza di molte persone che vedo vivere attorno a me, mi sembra invece dare un'altra testimonianza, quella cioè che tra presunzione e disperazione ci sia un'altra possibilità: ritrovarsi innanzitutto uniti nella ricerca di un significato comune, nella ricerca di un ideale comune. Certo, questo non è soltanto dei cristiani, ma io credo che questo sia oggi il valore che, come cristiani, possiamo comunicare nella società italiana. Ci sono molti punti in cui questo tipo di valore deve diventare non pura affermazione ma lavoro cioè ricerca, iniziativa. lo vorrei accennarne soltanto alcuni. Innanzitutto c'è una avventura, un rischio, una iniziativa che occorre affrontare ed è a livello della condizione giovanile. Ci sono dei momenti nella vita di ciascuno che sono particolarmente significativi per dare una prospettiva alla propria esistenza; ecco, a me sembra che la condizione giovanile nel nostro paese sia un punto di sfida alla nostra società e a chi in questa società ha più responsabilità, più potere, per misurarsi con la capacità di dare una risposta soddisfacente al significato del vivere. Ecco perché mi sembra che in concreto, oggi, una sfida a cui occorre trovare una risposta è, ad esempio, il tema della capacità di educarci, nella nostra società, della capacità di educare. Questa è una questione importante, perché ad essa è legata la possibilità di camminare in una direzione chiara e solida, almeno a livello di fisionomia personale. Di fronte a questo noi assistiamo invece ad una incapacità della nostra società di assumersi il rischio educativo; certo, il rischio educativo non è il compito, a mio parere, della società anonimamente intesa, il rischio educativo è compito di persone, cioè di soggetti con una loro faccia, ma proprio per questo occorre che ci sia la libertà per chi vuol correre questo rischio di educare, di trasmettere cioè un significato fondamentale per la vita, rispetto a cui tutti i problemi possono diventare ambiente, circostanza per la crescita dell'io.Un secondo punto di sfida, è il passaggio alla condizione adulta, che vede nel problema del lavoro uno dei suoi elementi fisiologici naturali. Ecco, questa mi sembra un'altra sfida, un altro punto su cui effettivamente non sappiamo dare risposte adeguate a livello del problema che oggi il lavoro rappresenta nella nostra società, sia come posti di lavoro sia come cultura del lavoro. lo credo che anche su questo, come cristiani, un cammino lo stiamo facendo, perché, anzitutto, non siamo soli ad affrontare questo problema. Si parla tanto oggi di necessità della solidarietà, ma la solidarietà non può essere qualcosa che viene realizzata delegandola a delle strutture. La solidarietà comincia dalla iniziativa che ciascuno intraprende per essere solidale con chi gli è accanto. Ecco perché, cercando di affrontare insieme il rischio e l'avventura di dare una risposta al problema del lavoro, una intuizione fondamentale è stata quella di affrontare insieme questo problema. Si sono consolidate nel nostro paese esperienze di solidarietà tra gli uomini, per affrontare il problema del lavoro. Mi riferisco a tutta la tradizione del movimento sindacale. t anche vero però che, soprattutto da qualche anno a questa parte, queste realtà da sole non hanno saputo continuamente rialimentare la tensione ideale, senza cui la parola solidarietà non può essere praticata. Ecco che allora, anche a questo livello, che è contemporaneamente educativo e politico, io credo che come cristiani si possa dare un contributo importante. Non è questo soltanto un auspicio, ma una constatazione di fronte ad una serie innumerevole di tentativi, di iniziative istituzionali o spontanee, fatte proprio per rendere praticabile, vivibile e incontrabile la solidarietà. E sulla linea della volontà di affrontare insieme l'avventura umana, che si incontra anche il grande problema della solidarietà internazionale, e, in via principale, il problema del contributo da dare a quella elementare forma di solidarietà che è la pace. Anche su questo io credo ci siano molti tentativi, molte iniziative intraprese, molte possibilità già rese concrete, perché si possa dire che dentro ai problemi della nostra società è comunque possibile camminare, tesi a costruire qualcosa che non è sempre chiaro nelle sue forme, ma che comunque, nel suo valore, è chiaro. E questa credo sia la certezza con cui è possibile affrontare ogni problema.

D. Boffo:

Partecipo a questa tavola rotonda che è già in se stessa un messaggio sinfonico, con l'animo di chi si è trovato a vivere dal di dentro una proposta in anni non facili, anni '70 e parte degli anni '80; di chi ha assistito all'enuclearsi di questa proposta stessa per il post-Concilio e al formularsi anche di alcuni luoghi comuni, alcune difficoltà, alcune incomprensioni, alcuni nodi. lo pensavo che cosa avrebbe potuto interessare di più questa assemblea e mi sono risposto che, probabilmente, l'aspetto nodale che più poteva interessare - non so se mi sbaglio - è quello relativo alla scelta religiosa. E non tanto per guardare un attimo in casa mia, a differenza dei due amici che mi hanno preceduto, - non è questa la mia intenzione -quanto piuttosto perché so, come voi, che questa espressione, questa scelta rappresenta un nodo non risolto nella comunità dei laici cattolici italiani. Potrebbe sembrare addirittura ardimentoso, venire qui, in questa sede, a parlare di scelta religiosa: non è questa la mia intenzione, vi prego di credermi, sarei forse troppo temerario e pretenzioso. Vorrei dirvi con molta amicizia come io dal di dentro ho assistito, ho partecipato, se pur in minima parte, all'elaborazione di questa scelta e ho assistito, in gran parte impotente, allo svilupparsi di una serie di polemiche che, secondo me, sarebbe bene far finire, perché queste non servono certamente al cattolicesimo italiano. Dunque quando l'A.C. ha fatto la scelta religiosa, l'ha fatta con la consapevolezza che non poteva non farla, perché assumeva un criterio che la Chiesa aveva scelto per se stessa nel Concilio: la missione della Chiesa non è di ordine temporale (cito a memoria), non è di ordine politico, non è di ordine sociale, ma di ordine religioso. Il problema fu subito qui, cioè nell'intendere quel religioso come una fascia superiore alle altre e talvolta talmente superiore da essere sulle nuvole, e non il religioso come categoria, come dimensione intersecante tutte le altre, orientativa di tutte le altre, fondante tutte le altre dimensioni. L'A.C. non poteva non fare questa scelta, se voleva tenere le mani sull'aratro che era guidato dai Vescovi. Una sorte strana quella di questa scelta, una sorte quasi paradossale. Per anni non ha interessato nessuno, poi all'improvviso, intorno al 74/75, è stata scoperta, da alcuni esaltata, da altri non intesa e vilipesa, in complesso direi male interpretata, non sempre in buona fede. Che cosa voleva essere in positivo? Non era la fine del collateralismo con la D.C. per l'apertura di altri collateralismi, non era, nelle intenzioni di chi l'ha fatta e come è documentato negli atti dell'associazione, la dichiarazione di insignificanza, di non pertinenza della fede cristiana nei confronti del mondo, non era e non poteva essere la scelta esclusiva della metafora del sale, a diniego dell'altra metafora della luce. Non era un modo elegante per starsene tranquilli. nell'anonimato, in un religioso inteso come sterilizzazione rispetto alla realtà storica, ma voleva essere una scelta di ispirazione, di intenzionalità, con la quale star dentro la realtà storica, star dentro alla realtà mondana, tenendo gli occhi e il cuore fissi sull'unum necessarium, si diceva allora, sull'unica cosa che davvero ha senso e ha valore, che dà senso e dà valore a tutto il resto e cioè Dio. E da questa lettura radicalmente religiosa della vita, stare in mezzo alla realtà terrena e mondana, possibilmente con il cuore dei convertiti. Questo voleva essere la scelta religiosa nelle intenzioni di chi l'ha fatta. Quindi, ci si situava nell'itinerario di ricerca di modi nuovi di essere cristiani incisivi nel mondo, di essere cristiani cattolici nella società italiana di questi anni, costruendo un'ipotesi di nuova presenza, che tenesse conto di come sia una cosa diversa testimoniare, annunciare Cristo all'interno di un popolo già evangelizzato, oppure di un popolo che nella maggioranza si dichiara religiosamente indifferente, credendo di sapere tutto di Dio...Voleva essere per noi, il discorso propositivo rilanciato in avanti, con nessuna volontà di polemica, voleva essere un criterio attraverso il quale indicare la nostra volontà, non di attesa ma di proposta, di promozione, di intervento, di presenza, persuasi che non c'è più vigorosa presenza sociale senza una più radicale scelta religiosa, senza una più radicale scelta di Dio e scelta dell'uomo, visto dalla parte di Dio. In questo senso, a me pare, - al di là delle tante supposizioni, polemiche, discussioni, disquisizioni, interpretazioni più o meno strumentali, che sono state date di questa espressione di A.C. e della scelta religiosa, talora usata come schermo protettivo, come paravento istituzionale per altre scelte, - che la scelta religiosa voleva essere qualcosa di costruttivo, che noi sceglievamo perché ci pareva e ci pare dover essere propria di tutti, la scelta, ripeto, dell'unum necessario, la scelta di Dio, posto il quale tutto deve venire di conseguenza.

G. Bianchi:

... Questa chiesa del dopo Loreto, potremmo definirla un po' Babele e un po' Pentecoste, sotto lo stimolo della introduzione del Cardinale Presidente quando ci diceva che "il dono incontra l'asperità del vivere" e ancora che 9a parola di Dio diventa storia più per la potenza dell'amore che porta dentro, che per la fedeltà umana che l'accoglie". Ebbene, io credo che il dopo Loreto ci passi una difficile consegna e farei subito quella che è la giusta distinzione tra il convegno di quest'anno e il convegno del '76. Come il '76 vide delle élite molto attente discutere sul popolo di Dio, questo convegno ha visto una presenza più massiccia, più corale, anche più dialettica: ha visto un popolo di Dio partecipare. Ebbene, credo che questa condizione ci carichi di responsabilità e carichi di responsabilità, proprio col suo dato popolare, di Chiesa in quanto popolo, di tutto l'associazionismo, chiamato a non ridurre la propria presenza nella Chiesa ad una sorta di pratica della camera delle corporazioni, dove si lottizzano spazi all'interno della comunità o sui settimanali diocesani. Dobbiamo stare molto attenti ad un autocritica comune; credo che proprio Loreto ci inviti a mettere a disposizione le nostre forze come doni gratuiti di Dio, come carisma. C'è una frase del Vangelo che dice: "solo chi perde la sua vita la può ritrovare", e questo è valido anche per i movimenti? Non ho la risposta definitiva. Credo però che sia un interrogativo che a questo punto dobbiamo porci, un interrogativo che, per esempio, sta dentro le viscere della mia organizzazione se non ancora nella sua testa teologica. Parlo dell'A.C.L.I., che ha attraversato la stagione delle lotte, che ha attraversato ad occhi aperti la secolarizzazione, che ha creduto nella politica come strumento di avanzamento e di secolarizzazione, che però ha anche capito che lo strumento della secolarizzazione, la politica, a sua volta si è secolarizzato, ha perso valori. Da qui allora l'esigenza di ritrovare un nuovo retroterra di valori, di vivere più forte la comunità, perché se nella stagione delle lotte era l'orizzonte ideologico, pur carico di valori - stiamo attenti a non sputare troppo facilmente sulle grandi ideologie - a dare senso anche al quotidiano, oggi è la esperienza che deve ridare senso all'agire politico. E così, quando mi propongo di pensare alla cultura sessantottesca, non la vedo come una data ma piuttosto come una scena e come sappiamo quel che importa in una scena non è tanto come si entra ma come si esce, e così molti sono entrati parlando un linguaggio molto civile e sono usciti, e io tra questi, cercando una fraternità di Chiesa. 1 più ingenui tra noi forse hanno capito, i più colti, i più furbi forse faticano a capire. Ecco allora perché, guardando dentro allo sviluppo, alla storia di una associazione, la si deve intendere come un luogo dal quale capire tutta una serie di problemi che attraversano la Chiesa di Dio, non in quanto corporazione ma in quanto popolo. Si è parlato tanto di maturità del laicato, anche dopo Loreto, in che senso?...Il laicato è maturo perché va maturando continuamente, irreversibilmente dentro le professioni.... ed è con questa maturità che opera all'interno della società, e allora mi pare che il nostro dovere sia crescere nel paese, con il paese, non a lato del paese. In che senso e come riuscirci? Mantenendo forte una coscienza, una identità, un dialogo, avendo anche il coraggio, quando è necessario, della polemica. lo credo che ci troviamo in una fase politicamente nuova, non credo molto ai discorsi sulla stabilità, credo che ci sia nel paese una domanda di cambiamento... Il paese non vuole semplice stabilità ma cambiamento; siamo in una fase nuova che mi pare caratterizzata da un ricollocarsi della politica, ad essa si chiedono meno paradisi ideologici o artificiali, e più capacità di risposta. Direi che la classica autonomia del politico è assediata dall'etica. Superman, e non solo Parsifal, assedia la politica sul piano etico. La politica è assediata dall'impolitico, da nuove posizioni che prima erano soltanto etiche e che entrano sempre più nel dibattito. Tra queste la tematica dei verdi è soltanto una parte. La politica è sempre più segnata anche da un'economia che come tale vuole essere sempre più economia liberista e sempre meno economia politica. Qui il confronto sulla solidarietà, quindi un rapporto nuovo tra etica e politica che ci interroga sui temi, sulle possibilità di una nuova presenza a ripartire dall'etica. Ecco, è qui che si colloca il rischio. Ma io mi chiedo se ci sia veramente voglia di rischiare. Credo che le proposte che vanno per la maggiore, sono proposte che segnano nella vita del paese, nella vita politica, piuttosto uno scontro tattico: i conservatori che vogliono debellare drasticamente lo stato sociale, i progressisti che ne vogliono un aggiustamento contenuto. E lo scontro non è tanto sulla politica quanto sulla gestione della politica, su chi deve gestire il processo. Non c'è scontro sulle alternative politiche, quanto piuttosto sugli organigrammi che devono gestire questo tipo di politica. Ecco allora che di rischio c'è bisogno, perché rischio - resecare - è quello a cui si espone chi scinde un contratto, chi sceglie un partito, una parte, una prospettiva anziché un'altra, sceglie quindi di decidere, sceglie delle nuove iniziative. lo credo che questa domanda ci sia e sia una domanda che vive nella dimensione della politica e non nella dimensione della gestione e della semplice amministrazione della politica. Credo che anche a questa domanda questo laicato, nelle sue specificità, ripensando le proprie storie, e sapendo che anche le organizzazioni si sviluppano in maniera discontinua dentro la storia, riconfrontandosi, debba cercare di dare una risposta. Quale risposta? Quale impegno? Io lo proposi già al mio congresso, a quelli delle ACLI. Credo in una operazione - quanto al metodo - neodossettiana: ricostruire un retroterra etico e spirituale per ridare senso ad un agire politico che la secolarizzazione della politica ha privato di senso. Ecco allora perché è giusto confrontarci con queste figure: con quella di Superman, non dimenticando che oggi il vero potere ce l'ha chi può delegare le decisioni eccezionali alla macchina, dove l'agire dotato di senso è diventato un agire totalmente insensato. Con la figura di Parsifal, che io pregherei di non scindere troppo nella triade complessiva, dalla Bestia o da Superman, e che sento vicino nella misura in cui è carico di tutte le contraddizioni, a differenza di un'altra figura, quella del Grande Inquisitore, che invece contraddizioni non ha e non vuole, e per questo non riconosce Gesù e non riconosce l'uomo. Dovendo concludere, proporrei due terreni comuni di impegno... Il primo, come credere: riuscire insieme a compiere almeno tratti di lettura comune dei segni dei tempi... Il secondo: credo che la situazione attuale chieda un di più di politica, ossia di metterci a ripensare sul terreno delle riforme. Non soltanto una politica come testimonianza, ma una testimonianza nella politica che ci fa muovere sul terreno delle riforme. Credo che forse anche questa possa essere una attitudine di un laicato maturo.

G. Bianchi:

Tre rischi vorrei proporre. Il rischio della pace, che è rischio anzitutto, credo, contro il produrre a vanvera, contro la produzione insensata dentro la razionalità industriale... Una pace che può richiedere - discorso di Giovanni Paolo Il a Hiroshima e poi all'Accademia delle Scienze - l'obiezione di coscienza agli scienziati, perché non partecipino alla produzione di ordigni di morte. Quanta strada ha fatto l'obiezione di coscienza per la pace nella Chiesa italiana dai tempi di don Lorenzo Dilani! E arrivata sul soglio di Pietro. Un terzo modo di intendere il rischio della pace: i diritti umani. Noi pensiamo che non siano a lato del discorso della pace, ma ad esso interni, se il discorso della pace non vuole essere settoriale e dimentico dei problemi concreti per la democrazia e per i credenti. Un secondo rischio: il lavoro. Con la crisi del valore del lavoro - che ha come base materiale la vecchiaia e la morte irreversibile della grande fabbrica, - che è crisi del senso della vita che il lavoro dava, si ha un laicizzarsi negativo del lavoro: sempre più occupazione, ma per un lavoro sempre più mezzo di scambio. là qui che la proposta può farsi più autentica. Una proposta è già stata avanzata da Rovati, il discorso della solidarietà. Vedere come tutto l'associazionismo cattolico sta muovendosi su questo terreno. Se rileggiamo il magister dei Vescovi, quello corrente degli ultimi cinque anni, la parola solidarietà ci appare come la parola chiave...Solidarietà significa uso governato di tutte le energie presenti nella società, quindi non creazione di due società diverse quella dei garantiti e quella degli emarginati.... L'altra proposta riguarda le microazioni. Non è una parola sociologica. Sta nel primo capitolo del "Contadino della Garonna" di Maritain, dove Maritain dice: "Noi cominciamo, poveri contemporanei della bomba atomica, a conoscere la potenza delle microazioni" e, in nota molto sapidamente: '1 santi l'hanno sempre saputo: avevano letto il Vangelo". Microazioni: capacità di inserirsi, di aderire alla realtà.... Infine: democrazia. Il rischio della democrazia. Strappare la politica dal sovraccarico simbolico che l'ha attanagliata negli ultimi anni. Troppe cose e troppe volte si sono chieste alla politica. Una democrazia governante che non si disinteressa neppure di coloro che si disinteressano di lei; una democrazia che prepara un nuovo personale politico e che perciò si impegna in quello che ritengo compito specifico delle nostre organizzazioni: la formazione.

 

D. Boffo:

Sono d'accordo con Giovanni Bianchi quando dice di non capire il perché si voglia ridurre necessariamente a due tipi di militanza l'associazionismo cattolico italiano, quando ce ne sono di più...Perché volerci attardare in questa visione, secondo me tutto sommato manichea, che ci ritarda nel nostro cammino? A meno che non sia per voler accreditare un pluralismo che peraltro è costato così tanto, ma allora non si capisce perché lo si voglia ridurre a due. Forse è perché si vuole accreditare un pluralismo che si vorrebbe perpetuare come parallelismo ma ciò sarebbe sviante. Mi incammino per un attimo sul sentiero delle iniziative, come dice il titolo e vedo dominante, sovrastante, un'icona che i vescovi ci hanno indicato nella loro nota sul post-Loreto, l'icona del Buon Samaritano, perché trovo qui una delle radici più significative di continuità col convegno del '76. Una delle consegne prioritarie del convegno del '76 fu proprio, l'immagine del Buon Samaritano, come presenza radicale al mondo, nel segno esclusivo del servizio, e qui noi vogliamo vivere la nostra diversità, la nostra differenza, fatta di identità e di relazione irrinunciabile con la realtà del paese. Francamente trovo in questa immagine del Buon Sammaritano i termini di una grande proposta di amicizia che il cattolicesimo italiano potrebbe fare, e, di fatto fa, alla società italiana. Trovo qui i termini, un altro modo per dire "Non abbiate paura". Non vogliamo far da padroni, non vogliamo trovare altre mode furbe per egemonizzare, ma vogliamo servire e basta, vogliamo essere vivi servendo, persuasi di aver qualcosa di specifico, di affascinante, di utile, di irrinunciabile per tutta la società. Qui abbiamo un patto da offrire, definito, o almeno abbozzato, nel numero 15 della stessa nota: "~ necessario dar vita a un movimento propositivo di tutta la comunità ecclesiale, teso a trasmettere nell'oggi il messaggio umano e cristiano della verità sull'uomo, senza sottrarsi per questo a un corretto e sicuro dialogo con le altre componenti culturali e sociali chiamate anch'esse a servire l'uomo e ad aprirlo alla pienezza della sua vocazione". Qui ci ritroviamo in un momento di sintesi di tutta l'evangelizzazione che ci è stata testimoniata da Paolo VI e da tutto l'amore all'uomo che ci è testimoniato da Giovanni Paolo II. Trovo qui in questa proposta di un movimento propositivo, a servizio dell'uomo e dei diritti umani, una delle sintesi più alte di questo ventennio del post-Concilio. Qui rifluisce il convegno del '76, con la sua decisione di tradurre l'evangelizzazione in scelte consequenziali, personali e comunitarie. Qui converge l'impegno che è espresso nell'art. 1 degli accordi del nuovo Concordato fra Stato e Chiesa, quell'art. 1 che è più alto e più grande di tutti gli altri messi insieme, perché dice l'intenzione della nostra Chiesa, accolta dal governo, di voler essere a servizio non solo dei cristiani ma di tutta la società. Ma perché e come a servizio se non cercando di tradurre, incarnare, dare forma a questo movimento propositivo di tutta la comunità ecclesiale, tesa a trasmettere nell'oggi il messaggio umano e cristiano della verità sull'uomo? La dottrina sull'uomo, la verità sull'uomo come il luogo della riconciliazione, come luogo ecumenico di incontro...Dialogo indispensabile che deve arrivare fino a tradursi in una testimonianza di vita, pena il rimanere in una scelta estetica. La gente deve capire che non abbiamo nessun'altra ambizione che quella di servire. ~ qui dove io sento che noi possiamo trovare l'energia per rioffrirci a un laicismo davvero talvolta ostico nei confronti del cattolicesimo, sospettoso al massimo. Non abbiamo nessuna intenzione sotterranea, se non quella di mettere a servizio qualcosa che noi, a servizio delle libertà di tutti, crediamo valga la pena di offrire...Mi viene in mente Giovanni Paolo 11, che qualche mese fa è venuto nella mia diocesi di Treviso e parlando ai giovani ha fatto una considerazione di formidabile importanza: chi frequenta il mondo giovanile sa per esperienza personale che molti giovani girano al largo dal cristianesimo perché pensano di sapere tutto, perché magari sono andati un po' al catechismo e perché si son fatti l'idea di un Dio cristiano lontano, ostile e rivale dell'uomo. E il Papa concludeva e diceva: "impegnatevi giovani a testimoniare nel vostro ambiente un'idea diversa di Dio: rifare grande l'idea di Dio perché questo è l'unico modo per rifare grande l'idea dell'uomo". A me pare che tutto sommato questa sia una grande pista dì solidarietà tra associazioni e movimenti perché un coordinamento tra noi, secondo me, non viene -lo dice l'esperienza - per disciplina, ma viene in obbedienza a una grande idea di missione, quella di testimoniare una grande idea di Dio, perché solamente questo consente di provare e di dar spazio a una grande idea dell'uomo. Per noi anche un Parsifal zoppicante è comunque più grande ed è comunque più suasivo, più attraente del più piccolo dei Superman.

G. Rovati:

In modo molto sinfonico, mi sembra che sia emersa una prima grande sottolineatura, dai nostri interventi, ed è che la radice della capacità di presenza nella società è, per i cristiani, la loro fede. lo non penso che questa affermazione sia banale e tantomeno scontata, se proprio consideriamo la storia di noi interlocutori qui attorno a questo tavolo. Mi sembra però importante, eliminare subito una riduzione di questa affermazione, vale a dire pensare che allora si possa operare deduttivisticamente. C'è cioè la tentazione di dedurre dal vangelo ricette: un modo per sfuggire dal rischio dell'iniziativa. Il modo corretto di intendere l'idea della fede come radice della capacità di presenza è allora questo: che la fede investe il soggetto, e tende a cambiare tutta l'esistenza della persona. Da qui nasce una dinamica di comunicazione, il desiderio di comunicare ciò che per me è importante, ciò che io ho incontrato come risolutivo per me. Questo passaggio non è automatico, ma è il contenuto di un lavoro e questo lavoro è in primo luogo un lavoro culturale. L'educazione alla fede, la scelta religiosa, se vogliamo usare questa espressione è, e deve essere, educazione ad una capacità culturale per non scadere facilmente, al di là delle singole intenzioni personali, in una ispirazione sentimentale. Mi sembra importante ricordare quanto Giovanni Paolo Il ha richiamato al Convegno del Meic dicendo che una fede che non diventa cultura sarebbe una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta. Credo sia un giudizio che riguarda ciascuno di noi, che taglia alla radice la tentazione di pigrizia di ciascuno di noi. Una ulteriore osservazione: se la fede non è un'ispirazione puramente sentimentale o ideale ma affidata al singolo, questo cammino ha bisogno di un ambito, di un riconoscimento tra chi partecipa dello stesso cammino. Questa maturità della fede ha bisogno della comunità. Penso che questo sia oggi il contributo che danno i movimenti alla Chiesta e alla società. Quello cioè di dare corpo a quella che Paolo VI chiamava realtà etnica sui generis, parlando della comunitá cristiana. Mi sembra ci siano alcuni frutti di una dinamica così impostata nella società italiana che, per altro, è una dinamica che vediamo all'opera. Un primo frutto è il desiderio, la volontà, la capacità di educare, di trasmettere ideali più grandi della propria misura e del proprio tornaconto, perché diventino alimento contro la tentazione di rassegnarsi, di disperarsi o di essere presuntuosi. Un secondo frutto è l'impegno per la solidarietà, di cui un aspetto quotidiano, pratico che può partire veramente per ciascuno è l'accoglienza. Mi sembra questa, un'accentuazione della parola solidarietà che indica immediatamente lo spessore esistenziale personale della parola stessa. L'essere uomini è caratterizzato dalla consapevolezza ideale e da una tensione impetuosa ad esprimerla. Penso che da questo punto di vista l'essere cristiani sia davvero un modo per essere più uomini.

 

 

L. Toth:

Vorrei ribadire quella che è la preoccupazione del Movimento Cristiano Lavoratori, che ha vissuto sulla sua pelle i frutti negativi della diaspora. La tavola rotonda di oggi mi fa capire che questo rischio che noi abbiamo corso lo abbiamo superato perché oggi, il travaglio che ci portò a fare quella scelta, diventa un punto di riferimento per altre associazioni con le quali abbiamo condiviso il passato e di altri movimenti con i quali stiamo condividendo il futuro. Penso che come cattolici e come laici, con la nostra responsabilità, qual, ce l'ha ricordata a Loreto Giovanni Paolo 11, stiamo vivendo un momento storico irripetibile: noi rischiamo o di essere un fatto del riflusso , oppure rischiamo di essere la primizia di una società nuova, di un'epoca nuova che sa ritrovare il senso del sacro, il mistero della vita. lo penso che dobbiamo essere questa seconda cosa, come il Prof. Morra ha ricordato, quando ha fatto capire che forse in questi anni quello che sta tramontando è proprio il mito dell'illuminismo, cioè il mito della ragione autosufficiente, di un uomo che pensava di essere misura solo di se stesso e di tutte le cose, fino all'eliminazione di Dio. L'atmosfera e il senso, lo stile di questo Meeting è questa ricerca di un'identità del sacro nella storia nazionale, europea ed umana. Una storia del sacro in cui evidentemente si cerca di mettere insieme, di riallacciare questa rottura fondamentale del razionalismo e dell'illuminismo, che fu lo spaccare la ragione dalla fede. I Superman di oggi sono ancora uomini che credono che la ragione e la fede camminino su due strade diverse e che quindi l'uomo possa realizzare la sua felicità, quella degli altri e la giustizia senza la fede, ma semplicemente servendosi degli strumenti della ragione, della scienza e della tecnologia. Quindi questa separazione di ambiti nella quale anche molti cattolici del passato si sono lasciati invischiare, oggi sta per finire. L'Italia è uno dei grandi paesi industrializzati dell'Occidente, non è un paese che va a rimorchio, e quindi la responsabilità che noi abbiamo è molto grande; anche se siamo un paese piccolo che 40 anni fa ha perso stolidamente una guerra, siamo un paese che conta molto e possiamo ancora influire con la nostra cultura, con la nostra forza economica. Bisogna che ce ne sappiamo servire ritrovando questa identità nazionale, questa missionarietà anche per il nostro popolo. Quando si ricompongono ragione e fede, in uno dei luoghi comuni contro l'accusa di integralismo che qualche volta viene lanciata contro alcuni di noi, è bene ricordare quanto il Papa ha detto in un discorso ai giovani islamici alla Casa Bianca...Si è rivolto giustamente a loro dicendo che la ricerca, della verità presuppone la libertà dell'uomo e il rispetto della sua dignità, perché la verità è tolleranza, la verità è riconoscimento del diverso, la verità è anche riconoscimento delle diverse strade che gli uomini possono percorrere per cercare la verità. Qui sono le basi per respingere nel modo più totale le accuse di integralismo che possono essere lanciate, perché noi chiediamo la libertà per noi, nel momento in cui la chiediamo per tutti. Allora il discorso fondamentale, e qui veniamo al punto della scelta religiosa, è che noi la intendiamo come lettura integralmente religiosa della vita rispetto alle letture sociologiche o ideologiche dalle quali ci eravamo lasciati, tentare 20 o 30 anni fa. Per noi superare il dissidio ragione-fede, significa riconoscere il legame tra la libertà e la verità, significa riconoscere la realtà: sole con le forze umane, non possiamo realizzare neppure un progetto di giustizia terrena, se non lasciamo spazio alla grazia di Dio, cioè se non riusciamo a uscire dai limiti dell'autosufficienza di questa ragione superba, che pensava e credeva di poter tutto risolvere e oggi sta sprofondando nel disastro ecologico. Accettare il mistero di Dio significa accettare il mistero della nostra libertà e quindi, come diceva Rovati, il mistero della scelta che ciascuno di noi ha davanti a sé: essere Bestia, Superman o Parsifal.