Lunedì 24 agosto 1981

"LA QUESTIONE EUROPA"

Partecipano:

On. Simone Veil,

Presidente dei Parlamento Europeo;

On. Egon Alfred Klepsch,

Presidente dei Gruppo Parlamentare dei Partito Popolare Europeo;

On. Robert Cohen,

Parlamentare Europeo dei Partito Socialista Olandese;

On. Emilio Colombo,

Ministro degli Esteri Italiano.

INTRODUZIONE

G. Folloni:

E' mio gradito compito iniziare questa Tavola Rotonda sulla questione Europa alla quale intervengono:

Doveva essere presente a questo incontro anche il Segretario Generale del Partito Comunista Spagnolo Santiago Carrillo, la cui adesione ci era pervenuta in data 1 giugno con la seguente lettera: Vi scrivo per rispondere alla vostra lettera scritta a Santiago Carrillo, nella quale voi lo invitavate a partecipare alla Tavola Rotonda sull'argomento organizzato dall'Associazione Meeting per l'Amicizia fra i Popoli. Voglio in primo luogo ringraziare per il vostro invito e comunicarvi che Santiago è disposto a partecipare al citato dibattito il giorno 24 di agosto. Mi permetto di suggerire che tutto quello che è relativo alla partecipazione di Santiago Carrillo e la sua permanenza con voi e i documenti che voi elaborerete rispetto a questo incontro, me lo invierete nella prima quindicina dei mese di luglio perché alla fine dei mese celebreremo il Decimo Congresso del Partito Comunista Spagnolo nel mese di agosto Santiago, come tanto noi, spera di prendere qualche giorno di vacanza. Attendendo vostre notizie vi salutiamo molto attentamente". La lettera era firmata da Belem Piniè della Segreteria del Partito Comunista Spagnolo. Giorni fa tuttavia è giunta alla Segreteria del Meeting una comunicazione telefonica che accreditava la non partecipazione del Segretario Comunista all'incontro di Rimini. Trattandosi di una comunicazione telefonica, abbiamo cercato di ristabilire un contatto diretto, sia epistolare sia telefonico, con la Segreteria di Santiago Carrillo; la nostra richiesta, che ha coinvolto anche il Gabinetto del Ministero degli Esteri, non ha più avuto risposta, non e più pervenuta alcuna rinuncia scritta all'invito rivolto al Segretario Carrillo, che così cortese mente e calorosamente in giugno aveva accolto la nostra iniziativa. Veniamo ora ai motivi di questa Tavola Rotonda sono questi motivi altrettante domande che noi oggi poniamo ai partecipanti a questo incontro. In primo luogo, ci sembra che l'Europa unita non possa ridursi a una questione di dazi, di vino, di uva, di latte e di formaggi. La costituzione di un Parlamento Europeo, eletto a suffragio universale e quindi diretta espressione delle volontà politiche ma anche delle aspirazioni ideali e della cultura dei popoli europei, è stato un segno in questa direzione. In questi giorni abbiamo approfondito e approfondiremo i temi culturali, le radici storiche, le tradizioni religiose e civili, che riguardano una unità non puramente bottegaia; come può crescere questa Europa dei Popoli? Quali strade le istituzioni comunitarie vorranno percorrere? Seconda questione: di fronte ai problemi di inflazione nei Paesi Europei esiste una grande fascia di paesi del sottosviluppo; ci sono in Europa e in questi paesi conoscenze tecnologiche, mezzi finanziari, forze lavoratrici (e vogliamo qui ricordare il problema della dignità dei lavoratori emigranti) che possono essere la base di un rilancio dell'economia mondiale. Sarà capace l'Europa, attingendo alle risorse culturali umane e di civiltà dei suoi popoli, di dar vita a un simile grande progetto politico? La riflessione sui rapporti Nord-Sud ci sembra il segnale di una speranza, che forse ha bisogno di una voce più corale e che senza dubbio richiede nuovi contributi ed approfondimenti. Terza questione: a noi sembra che l'Europa sia proprio in questi tempi assente da una iniziativa di pace; essa non ha i missili e forse può essere considerata accolta l'opinione di chi dice che deve farseli per poter entrare nel dialogo in corso tra le potenze sovietica e statunitense. Ma non potrebbe un'Europa unita da legami non solo commerciali essere capace di spostare il dibattito sulla pace su di un terreno non esclusivamente militare? E infine ci sembra di poter intravedere la possibilità di una nuova cultura dello sviluppo, di nuovi traguardi di progresso senza spreco, è questa l'Europa che si sta costruendo a

Strasburgo? Ecco queste sono le domande che, credo, legano questo incontro di uomini politici così autorevoli con i temi religiosi e culturali che abbiamo iniziato ad affrontare in questi giorni. E a conclusione di queste poche riflessioni e di questo invito a leggere la costruzione dell'Europa attorno a queste nostre domande, voglio ringraziare i quattro partecipanti all'incontro: la signora Presidente Veil, il Ministro Colombo. il Presidente Klepsch e l'Onorevole Cohen. Prima di dare la parola al Ministro Colombo, che coordinerà la Tavola Rotonda, voglio informavi che, dopo una prima serie di interventi, sarà possibile porre ai relatori alcune domande inerenti ai tema: la questione Europa.

E. Colombo:

Mi assumo la responsabilità di coordinare, di dirigere questa Tavola Rotonda, facendo molto affidamento anzitutto sulle personalità che vi partecipano direttamente: la signora Veil, Egon Klepsch, Cohen, ma facendo molto affidamento anche sulla vostra collaborazione, perché vogliamo che la Tavola Rotonda non sia soltanto un insieme o un seguito di discorsi delle persone che sono dietro questo tavolo, ma vorremmo che ci fosse anche la vostra partecipazione. Questa Tavola Rotonda si colloca, mi pare, nel "Meeting dell’Amicizia fra i popoli" Ormai diventato tradizionale, in un quadro che fa riferimento quest'anno all'Europa dei popoli e delle culture. Si tratta di cercare di individuare insieme se questo grande patrimonio culturale, storico, politico, che è rappresentato dall'Europa, possa diventare oggi una realtà presente ed operante nella vita politica internazionale. E certamente in questo momento all'Europa si dirige l'attenzione di tutti, di molti, le grandi nazioni, le due superpotenze, la Cina, i popoli produttori di materie prime, il mondo dei sottosviluppo, tutti hanno qualche cosa da chiedere all'Europa. Ancora stamane, ad esempio, la "Pravda" attacca i Ministri degli Esteri e della Difesa Italiani, perché - parlando nei giorni scorsi in Parlamento - hanno fatta propria la tesi, dei resto non l’altro giorno, ma da tempo, che l’Europa deve contribuire a ristabilire l’equilibrio delle forze nel mondo come premessa dei negoziati. Ora si tratta di sapere, se a questa sollecitazione storica di questa domanda d'Europa, noi siamo in grado di dare una risposta e, cioè, se l'Europa sceglie di essere area di confronto in cui operano altri o se, invece, vuole essere un soggetto attivo di storia. In Europa c'è una realtà, voi lo sapete, è la realtà della Comunità dei dieci: sono dieci Paesi che hanno la responsabilità di una politica di integrazione sul piano economico, ma non soltanto. Però non basta, e del resto è stato detto all'inizio che, se questa Europa dei dieci si appiattisse sui temi economici, se l'elemento centrale dei nostri rapporti fosse, non so, il problema del bilancio comunitario e del disavanzo degli inglesi, oppure questa, anche folcloristica, guerra del vino fra l'Italia e la Francia - che del resto coinvolge anche degli interessi - se fosse soltanto questo significherebbe un appiattimento della realtà europea nella realtà internazionale. E' vero che noi abbiamo un sistema monetario europeo, che ha esercitato una qualche funzione anche in questo recente periodo nei confronti della crisi monetaria internazionale e degli ultimi avvenimenti; però siamo tutti convinti che, se dietro questo accordo delle monete non vi è una realtà economica che si integra e noi non siamo in grado di assumere insieme dei vincoli per le nostre politiche economiche e cioè delle guide, degli impegni, ciascuno dei quali serva a far sì che tutti marciamo verso una politica di autentica integrazione, se non siamo capaci di stabilirci dei vincoli e soltanto restiamo ad una generica volontà di concertazione, il sistema monetario europeo non regge e la politica di integrazione fallisce, noi non siamo in grado di dare, nemmeno sul piano europeo, una visione concreta della nostra unità. Ma guai se ci appiattissimo soltanto sull'economia, l'esperienza degli ultimi dieci anni ci dice che è necessario che noi andiamo più avanti e lo abbiamo fatto con la cooperazione politica cercando di esprimere la identità e la realtà europea sul piano internazionale, ma possiamo dire veramente che noi parliamo a una sola voce? Sono diminuite le distanze, sono diminuite le differenze. e abbiamo trovato la possibilità di fronteggiare le gravi crisi internazionali con delle posizioni comuni, ma ancora non possiamo dire di essere arrivati a un punto tale che l'Europa con la sua voce, con la sua presenza sia in grado di avere una funzione determinante nella scena internazionale. Voi avete seguito le discussioni in questi giorni, i problemi dei riequilibrio, i problemi del riarmo, il negoziato per la pace; è stato detto prima: "Cosa fa l'Europa per la pace?". Vorrei dire: "Certo, la posizione dei paesi europei è stata sempre, in questo periodo più recente, di creare le premesse per un negoziato per la pace. E questo è l'equilibrio fra le due parti contrapposte l'Est e l'Ovest, ma si deve negoziare, e l'Europa ha sempre detto: "Negoziare". E' necessario che noi insieme esprimiamo non solo delle esigenze ma una politica capace di farsi ascoltare e sentire. E quando parliamo del rilancio dell'unione politica, e oggi io vorrei che noi riparlassimo insieme del rilancio dell'unione politica come risposta a questa domanda d'Europa, dobbiamo anche con chiarezza dire dove si colloca sulla scena internazionale l'Europa, e talvolta molti di quelli che sollecitano il rilancio di un unione politica, o la manifestazione di una volontà dell'Europa, sotto sotto insinuano che la manifestazione di una identità europea debba nascere e possa nascere soltanto da un contrasto o da un distacco dalle altre grandi democrazie occidentali e dagli Stati Uniti, scivolando così a poco a poco verso il neutralismo; il che farebbe dell'Europa veramente non un soggetto attivo di storia ma un'area di confronto e indebolirebbe le chanches per costruire un equilibrio pacifico fra i popoli, e queste sono posizioni che noi non condividiamo. Io credo che in questo rilancio dell’unione politica ci siano due temi sui quali portare la nostra attenzione e spero che gli altri colleghi che sono qui attorno a questo tavolo vogliano dire qualcosa. C'è il tema della sicurezza, che implica il tema della difesa europea, all'interno dell'Europa e indica lo sforzo che l'Europa deve fare per realizzare nel mondo le condizioni di sicurezza che sono la premessa e la garanzia della pace. L'Europa non può non essere protagonista dei dibattito sugli equilibri nucleari mondiali, per esempio il SALT e la non proliferazione, sui rapporti Est-Ovest, euromissili e bomba al neutrone; tantomeno si può disinteressare del problema della sicurezza attinente alle aree ad essa più vicine, il Mediterraneo e il Golfo Persico. I ministri dell'educazione e della pubblica istruzione dell'Europa, che erano si, riuniti, un po' di anni fa, hanno ripreso a riunirsi di questo ultimo periodo, durante il periodo della presidenza italiana, ma ancora non nasce una politica della cultura europea, non ancora noi che siamo un continente che si distingue proprio per la sua grande tradizione culturale, abbiamo preso fra gli obiettivi del nostro cammino anche quello della cultura, ed è un grande campo sul quale noi dobbiamo operare. C'è il problema dei rapporti con i Paesi in via di sviluppo, ha ricordato prima ai giornalisti la signora Simone Veil, quello che ha fatto l'Europa per i Paesi in via di sviluppo e cioè il rapporto, attraverso la convenzione di Lomè, con i Paesi dell'Africa e con altri paesi che hanno conquistato in questo ultimo periodo la loro autonomia e la loro indipendenza. Ma il problema è molto più grande e molto più vasto di questo rapporto, sia pure importante, che noi abbiamo conseguito. Dobbiamo in conclusione rivalutare l'idea dell'Europa, dobbiamo tradurre questa idea della identità europea in una serie di politiche che facciano l'Europa presente nel mondo come fattore di pace, come fattore di progresso, come elemento di propulsione dello sviluppo dei mondo; quindi anche questo elemento importante per la pace, si tratta in sostanza di ripristinare un primato culturale, politico e storico dell'Europa, è una chance che noi non dobbiamo lasciare disperdere, è un compito che spetta alla nostra generazione. Non è impossibile, perché se fosse impossibile noi dopo il 1945 non avremmo; realizzato quello che abbiamo realizzato per mettere insieme i popoli europei. Si tratta oggi di far rinascere nell'ambito dei governi (ma perché rinasca nell'ambito dei governi, deve rinascere nell'ambito dei popoli, ecco la ragione di questo Meeting) una volontà europea che non sia solamente declaratoria ed esigenziale, ma che sia costituita da una volontà autentica di costruire e di progredire. lo credo che su queste linee noi possiamo svolgere il nostro Meeting.

S. Veil:

Cari amici ho alcuni scrupoli nell'evocare i problemi dell'Europa, se l'onorevole Colombo non lo avesse fatto prima di me, avrei alcuni scrupoli perché, di fronte a una tale assemblea che si è riunita per manifestare la fiducia nell'Europa, avrei esitato a parlare della crisi europea; eppure questa crisi esiste e credo sia molto meglio essere lucidi e tentare appunto di rimediare alle difficoltà con le quali ci dobbiamo confrontare. Dei sondaggi che sono stati effettuati in vari Paesi europei hanno dimostrato che in questi ultimi anni c'è stato un certo distacco e che si comincia un po' a dubitare dei fatto che l'unità europea possa veramente realizzarsi. Credo tuttavia che non sia il caso di essere pessimisti e il bilancio è forse più positivo di quanto possa sembrare (riprenderò alcuni esempi che sono stati citati dall'on. Colombo), basti pensare al l'allargamento, due allargamenti anzitutto, Danimarca e Regno Unito, e Irlanda alcuni anni fa, e bisogna dire che questo non ha sempre semplificato i problemi. Poi più recentemente l'allargamento alla Grecia e auspichiamo, molto presto, il più rapidamente possibile, se le difficoltà attuali vengono risolte, la Spagna e il Portogallo che dovrebbero venire appunto ad aggiungersi. Malgrado, quindi, quello che sì può vedere, il sistema europeo funziona bene, ha permesso alle monete in difficoltà di reggere in una crisi monetaria molto difficile. La politica agricola è soggetta a delle variazioni e sono molto ben contenta di poterlo dire in questi giorni ma speriamo di poter superare queste difficoltà e speriamo che le regole comunitarie possano trovare delle soluzioni per i problemi attuali. La cooperazione politica è in pieno sviluppo e il Parlamento Europeo in due anni e mezzo ha dimostrato di essere in grado di esprimere delle posizioni comunitarie sui problemi che dobbiamo affrontare quotidianamente. Tuttavia attualmente l'Europa deve affrontare delle grandi contraddizioni. Si potrebbe pensare che le contraddizioni non sono nuove e avrebbero potuto manifestarsi fin dalla creazione della Comunità europea, ma durante il periodo di espansione dei nostri paesi e durante tutto il periodo in cui la seconda guerra mondiale era ancora viva nella mente di tutti è certo che era molto più facile superare delle contraddizioni che d'altra parte sono venute alla luce solo recentemente, o meglio, si sono manifestate molto più fortemente. Queste contraddizioni sono il confronto Est-Ovest, contraddizione tra il fatto che auspichiamo tutti il disarmo ma che sappiamo che il disarmo sarebbe unilaterale e lascerebbe l'Europa in preda ad uno dei blocchi e sarebbe per noi un pericolo immenso soprattutto per la pace. Contraddizione nelle relazioni tra i paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo: speriamo sinceramente (e credo che qui ci sia una motivazione veramente nuova nelle nostre nazioni, molto diversa da quello che si pretende, che non ha nulla a che vedere con il neocolonialismo) e auspichiamo veramente una cooperazione con i paesi in via di sviluppo. Però questa cooperazione è spesso mai capita, appare a volte come un rimasuglio delle vecchie politiche coloniali e a volte siamo attaccati con l'accusa di ingerenza; d'altra parte una politica economica è spesso difficile da armonizzare con un'altra soprattutto con l’aiuto che noi vogliamo portare a questi paesi e anche in quest'ambito dobbiamo convincere le nostre popolazioni che lo sforzo che compiamo per i paesi in via di sviluppo è uno sforzo necessario, generoso ed utile nello stesso tempo. Contraddizione, sempre, nei rapporti tra i paesi della comunità europea che sono continuamente messi di fronte a difficoltà economiche che li spingono a volgersi verso l'interno e non verso l'esterno, pensando così di trovare una soluzione, mentre l'unica soluzione è una politica comunitaria comune sia per l'energia, la ricerca e nell’ambito culturale, che consentirebbe persino di supplire a queste difficoltà che ogni giorno dobbiamo affrontare. Contraddizione fra cittadino e stato, sempre di più il cittadino protesta contro la nuova società che porta burocrazia, tecnocrazia, mentre contemporaneamente ognuno di noi tende a chiedere più previdenza sociale, più garanzie; non dobbiamo temere di sottolineare questa contraddizione che c'è nel volere avere simultaneamente una sicurezza contro qualsiasi rischio e contemporaneamente rifiutare qualsiasi regolamentazione. Quando i consumatori o gli ecologisti chiedono certi provvedimenti non possono allo stesso tempo chiedere che qualsiasi regolamentazione e burocrazia siano eliminate. Ci sono quindi a qualsiasi livello della società delle contraddizioni con cui ho dovuto sempre confrontarmi, perché se noi europei non crediamo sufficientemente all'Europa, quando viaggiamo, soprattutto nei paesi non allineati, nei paesi in via di sviluppo, scopriamo che là l'Europa è considerata una realtà viva e questa è una contraddizione incoraggiante. Contraddizione infine, e direi che questa è una contraddizione triste nella misura in cui ognuno si dichiara europeo, quando tutti i partiti politici proclamano la loro fede politica europea, quando i responsabili escono dalle riunioni dicendo: "Ovviamente l'Europa va fatta", esprimono la loro convinzione nel futuro dell'Europa, ma ogni volta che un problema si pone concretamente in fin dei conti ognuno ripiega sulle soluzioni più nazionali e certamente meno europee. A tutte queste contraddizioni, che in un certo qual modo costituiscono una pastoia all'unità europea, come rispondere? Credo dapprima che dobbiamo accettare queste contraddizioni, oggi il mondo non è semplice, non è il mondo di cinquant'anni fa e, e direi, in un certo modo, sono appunto queste contraddizioni che fanno la sua ricchezza. Quando parlavo delle contraddizioni che esistono nei nostri rapporti con i paesi in via di sviluppo dicevo che è una buona cosa, perché almeno ne siamo consci, un tempo certo questi problemi non si ponevano, eravamo sicuri dei nostro diritto, e nemmeno ci si chiedeva se gli altri avessero o meno diritti. Oggi se vediamo queste contraddizioni è perché teniamo conto appunto delle aspirazioni degli altri, che sono ovviamente diversificate, dobbiamo cercare semplicemente una via che tenga conto delle aspirazioni di tutti. Allo stesso modo le contraddizioni dei cittadini di fronte allo stato; queste contraddizioni sono normali e tocca allo stato cercare di conciliare aspirazioni contraddittorie e va detto che mai potremo completamente risolverle. Allo stesso modo le contraddizioni che ci possono essere tra l'unità europea da un lato e certi interessi nazionali dall’altro sono normali come le contraddizioni che conosce una nazione quando deve risolvere interessi diversi fra due regioni. Direi che questo costituisce la ricchezza dell'Europa, le culture che vogliamo costituiscano un fascio comune di ideologie e di aspirazioni senza perdere nulla della specificità di ognuna. Ciò che dobbiamo ricercare quindi per fare progredire l'unità europea è un progetto di società che consenta, assumendo queste contraddizioni, queste aspirazioni e queste ricchezze, di soddisfare gli uni e gli altri, ben sapendo che soddisfarli significa accettare compromessi e accettare compromessi significa tolleranza, cioè accettare l'altro, e credo che la cultura europea debba essere una cultura che lascia il posto a tutti mentre non tocca nulla della ricchezza di ognuno arricchendola con quella dell'altro.

E.A Klepsch:

Cercherò di rispondere alle tre domande che ci sono state poste. Quando noi democristiani, dopo la seconda guerra, abbiamo iniziato il nostro lavoro, abbiamo cercato sulla base della nostra posizione programmatica, cioè dell'immagine cristiana dell'uomo, di trovare una risposta a tre domande: come possiamo creare un ordine funzionale degno dell'uomo sulla base della democrazia; come possiamo evitare in futuro le guerre tra di noi; e come possiamo ordinare le nostre relazioni con i paesi del Terzo e Quarto Mondo dopo il declino delle potenze coloniali. L'idea base per noi era quella della pace e della riconciliazione tra i popoli e tra le varie società, e i tre principi della personalità, della sussidiarietà e della solidarietà ci hanno guidati. La nostra risposta è stata l'Europa. Così non vi meraviglierà che nei sei paesi che hanno iniziato l'unione europea noi eravamo al governo e nell'epoca in cui noi dovevamo assumerci questa responsabilità siamo riusciti a portare avanti l'Europa e a concludere il Trattato di Roma. Noi abbiamo cercato di creare un ordine che escluda guerre e in questo siamo pienamente riusciti, per più di trent'anni abbiamo avuto la pace in Europa, un continente che nei trent'anni precedenti ha vissuto due tremende guerre mondiali; noi abbiamo costituito un ordine pluralistico che è riconosciuto dappertutto per le sue capacità economiche, per il suo sistema di sicurezza sociale, e che trova dappertutto riconoscimento e viene considerato un esempio da imitare. Però abbiamo creato un modello per chi vuole seguire la nostra via, noi siamo aperti all'adesione di tutti gli stati europei che sono disposti ad assumersi gli stessi diritti e doveri; noi non ci dimentichiamo dei paesi come la Polonia, un paese di antica cultura europea, ma per noi rimarrà sempre il compito di far sì che il diritto dell'uomo venga rispettato dappertutto nell'ambiente culturale europeo, noi siamo una comunità culturale con le sue tradizioni nazionali e regionali che dovranno aver diritto a vivere anche in futuro. Oggi ci troviamo in un periodo di stasi per l'unione europea e questo periodo purtroppo dura da troppo tempo; quali sono le cause di questa stasi? Credo che la prima causa sia quella dei blocco dei meccanismi decisionali delle istituzioni comunitarie, né il consiglio dei ministri, né la Commissione, che erano gli elementi propulsori del passato, attualmente adempiono al compito che loro deriva dai trattati; l'autobloccaggio dei meccanismi decisionali ha portato alla teoria dei piccolissimi passi, che significa che dobbiamo avanzare di decimo di millimetro in decimo di millimetro. Da ciò vediamo che un lungo periodo di stasi in realtà significa regresso, non possiamo ammettere di voler trovare dei compromessi sul minimo denominatore comune, perché così non possiamo fare grandi passi verso l'unità europea. Non disconosco il secondo grande ostacolo, cioè i problemi economici contro i quali dobbiamo lottare tutti. Purtroppo questa situazione problematica, che si prolunga da troppo tempo, ha fatto sì che sempre più membri della comunità siano dell'opinione di essere in grado di poter risolvere i problemi da soli; nella politica abbiamo fatto sempre più passi verso la garanzia degli interessi nazionali, e invece abbiamo bisogno di un'azione comune della comunità europea, perché solo cosi i singoli stati nazionali potranno affrontare i problemi. Abbiamo un terzo ostacolo. Il primo allargamento della comunità ci ha portato diversi problemi e i capi di governo negli anni 73-75 hanno sottoposto una serie di proposte che dovevano portarci avanti; di queste una soia ha trovato realizzazione, cioè l’elezione a suffragio universale dei parlamento europeo, che perciò oggi ha una grande personalità. Ora siamo arrivati al secondo turno di allargamento senza aver superato i problemi del primo, e questo a causa dei bloccaggio dei meccanismo decisionale. Cosi vi chiederete come è possibile uscire da questa situazione. La nostra risposta è questa: la comunità europea dovrà aprirsi, cioè la collaborazione della comunità europea dovrà aprirsi su altri settori, la comunità si trova in una fase di ristagno perché non ha avuto ulteriori sviluppi; vorrei citare alcuni settori che richiedono di essere affrontati urgentemente a livello europeo: una politica estera comune, una politica della sicurezza comune, un progresso della unione economica e monetaria, una politica energetica comune, una politica industriale comune, una politica per la ricerca e la scienza comune. Se noi affrontiamo insieme questi compiti possiamo anche adoperare meglio le nostre finanze e possiamo ottenere di più per tutti quanti. Resta però il fatto che abbiamo bisogno di uno stimolo politico, noi siamo disposti a presentare sempre nuove proposte che possono stimolare e i governi si devono misurare con il compito di trovare una via di uscita. Il Parlamento Europeo potrà avere un ruolo dinamico e lo deve assumere e insieme al parlamenti nazionali, deve aumentare la pressione sui responsabili per portare avanti il discorso dell'Europa. Per il 1980 ci avevano promesso l'unità politica, nel 1981 richiediamo dei grandi passi in avanti. Due questioni importanti sono queste: quale deve essere l'immagine dell'Europa futura? Noi riteniamo che possa essere soltanto una Europa federalistica. La seconda questione: come possiamo risolvere il, problema dello scompenso tra le Regioni più ricche e quelle più povere d'Europa? Questo può avvenire solo tramite una compensazione finanziaria, e il Parlamento europeo ha sottoposto una proposta per una costituzione finanziaria. Per noi democristiani europei resta il compito di stimolare la politica di unificazione europea. Tra le due potenze, gli Stati Uniti e la Unione Sovietica, l'Europa deve trovare il suo posto autonomo, noi dobbiamo far sì che i paesi del Terzo e Quarto Mondo ci possano considerare un partner così come abbiamo cercato di essere con la convenzione di Lomè, convenzione che permette a questi popoli di partecipare al progresso. Per tutto ciò abbiamo bisogno della gioventù. Il nostro compito centrale è quello di ripristinare l'efficienza della nostra economia, in questo modo possiamo adempiere anche agli obblighi sociali che si pongono a questa nostra comunità. L'obiettivo principale per noi resta il mantenimento della pace, senza di essa non c'è progresso, senza l'Europa non c'è una sicurezza di pace.

R. Cohen:

Mi sarebbe piaciuto parlare in italiano, ma, malgrado stia imparandolo, non sono ancora in grado di tenere un discorso e devo quindi continuare in francese che è anch'essa una lingua straniera per me. La voce che ascolterete quest'oggi sarà la voce di un socialista, e, ciò che è forse più importante, la voce di un socialista di un piccolo paese europeo, quindi di un socialista proveniente da un paese in cui forse non si parla tanto di socialismo, bensì piuttosto di socialdemocrazia. Infatti il socialismo dei Paesi Bassi non si può paragonare certo con il PSI italiano, assomiglia più forse al PSDI o meglio al socialismo della Repubblica Federale Tedesca, un socialismo dei paesi del nord, quindi, dopotutto siamo ancorati geograficamente al nord, sfortunatamente non siamo mediterranei. Ho voluto sottolineare questi due fatti e cioè la via socialista e il fatto di essere cittadino di un piccolo paese, perché l'Europa come la sentiamo nei Paesi Bassi è un po' diversa dall'Europa che viene vista dai paesi che si specchiano in questo mare meraviglioso che è il Mediterraneo. E' importante sottolineare un altro aspetto dei socialismo, non dimentichiamo infatti che il socialismo era internazionale prima della nascita delle comunità europee, quindi non è una stranezza se l'unico gruppo al parlamento europeo in cui troverete tutte le nazionalità della comunità è il gruppo socialista; per gli altri gruppi, i conservatori comprendono gli inglesi, i francesi, gli irlandesi; i democratico-cristiani tedeschi e italiani, qualche francese, però il gruppo socialista comprende tutte le nazionalità con tutti i vantaggi e tutti gli svantaggi che una tale cosa costituisce, perché il solo fatto che il socialismo sia internazionale non significa che la via del socialismo sia unica; ho già parlato di socialismo dei nord e socialismo dei sud tra cui ci sono differenze, cíononostante tutte le nazionalità. sono rappresentate nel nostro gruppo. Parlare di Europa in questo 1981 non è facile, soprattutto quando si capisce che l'avventura europea è ormai matura. Abbiamo iniziato nel 1952 con la Comunità dei carbone e dell'acciaio, e ciò che abbiamo fatto e creato in questi trent'anni (e trent'anni sono molti per certi e qui penso alle persone che vivono nel terzo mondo) in trent'anni, una vita quindi, abbiamo creato una unione doganale, abbiamo sviluppato una politica agricola comune, abbiamo migliorato certi aspetti di politica regionale, però il mezzogiorno esiste sempre. Abbiamo qualche sprazzo di politica sociale comune, e, accanto a ciò e molto più importante, è il fatto stesso che abbiamo iniziato l'unione doganale che ci ha costretti ad avere una politica commerciale comune e una politica di aiuto ai paesi del Terzo mondo, però ancora ciò che manca dopo trent'anni è una politica economica, una vera e propria politica economica e sociale che potrebbe portare una risposta al problema che preoccupa voi giovani, ossia la disoccupazione; non abbiamo ancora trovato questa risposta perché non abbiamo ancora potuto costruire questa politica comunitaria sociale ed economica. Questo stesso motivo fa sì che la crisi che attraversa l'Europa oggi abbia un'ampiezza molto più larga delle crisi che si hanno ogni tanto. La vera e propria crisi dell'Europa in questo tempo è la mancanza di fiducia, la mancanza della speranza di cui tutti abbiamo bisogno. Negli anni cinquanta tutto era più facile, erano gli anni del dopoguerra, nessuno voleva la guerra, si voleva lavorare insieme, si voleva vivere insieme, si voleva escludere qualsiasi possibilità di guerra tra i popoli europei che avevano già conosciuto guerre civili e di altro tipo. Questa recessione economica che ci colpisce, oggi fa rinascere questa paura, questo fantasma, questa mancanza di fiducia nei confronti dell'altro. E qui sono d'accordo con gli altri oratori che hanno parlato della politica estera, della difesa dell'Europa, di confrontare i nostri problemi che siamo chiamati a risolvere oggi, ma soprattutto ciò che è necessario, e noi socialisti da anni insistiamo su questo punto, ciò che dobbiamo fare è vincere questa paura, che ormai dura da cinque o sei anni a causa della recessione economica, a causa della disoccupazione che toglie qualsiasi speranza alla gioventù, che non sa più cosa fare della propria vita, non sa nemmeno cosa farà dopo aver lasciato l'Università o le scuole. Noi uomini politici, noi membri dei parlamento europeo dobbiamo portare una risposta a questa paura, a questo fantasma, perché se la paura continua a regnare l'Europa intera sarà persa. Non si tratta tanto di avere idee nuove, ce ne sono tante di idee, si è parlato della settimana lavorativa di trentacinque ore, della pensione anticipata, della possibilità di alternare il lavoro manuale con un altro lavoro, ci sono soluzioni ovviamente, ma bisogna applicarle. Come possiamo attuare una politica industriale veramente comunitaria con paesi fra l'altro come il Giappone, con i quali abbiamo notevoli difficoltà e che rischiano di peggiorare la nostra disoccupazione? Dobbiamo credere nell'Europa è vero, dobbiamo amare l'Europa e dobbiamo anche sperare. La speranza è sempre viva, si spera sempre che l'Europa troverà le risposte a questa crisi economica. Comunque nel mio piccolo paese ci crediamo e siamo costretti a cooperare con gli altri e penso che anche in Italia ci si creda sempre. Dicevo: "Dobbiamo amare l'Europa", e credo che qui non ci siano problemi. Nonostante le differenze, le difficoltà, malgrado le contraddizioni nessuno ormai può pensare a una guerra tra europei; siamo abituati a vivere insieme, è questo che abbiamo imparato, se abbiamo imparato qualcosa, ma adesso dobbiamo imparare ad applicare le regole che vengono seguite individualmente da ogni stato a livello comunitario. Credere nell'Europa è necessario, dicevo, è diventato più difficile anche perché le risposte non sono ancora state date a livello europeo. Noi uomini politici non possiamo non adempiere ai nostri obblighi, tocca noi dirvi di credere, siamo noi che dobbiamo dare degli elementi, le basi per poter credere e penso che con questo obiettivo, in questa ottica il Parlamento Europeo abbia un ruolo primario da assumere. Tocca a noi stimolarvi nuovamente e dare questa speranza, questo amore per l'Europa.

E. Colombo:

Ora, avendo già prima ringraziato la signora Veil, Klepsch e Cohen, ci avviamo dunque alla conclusione. Sarebbe una pretesa da parte mia voler trarre da un discorso così ampio, così pieno di argomenti e di problemi, delle conclusioni. Ne traggo una: mi pare cioè, che emerga non solo dai discorsi di quelli che siedono da questa parte dei tavolo, ma anche dagli interrogativi posti dai vari partecipanti, la convinzione che si debba andare avanti sulla strada dell’unità europea. Abbiamo parlato anche di rilancio, abbiamo qualificato questo rilancio dicendo che vogliamo andare lungo la strada dell'unione europea, che supera gli aspetti parziali dell'integrazione economica, supera la limitatezza degli strumenti della cooperazione politica, per arrivare ad una concezione più ampia che queste politiche tutte riassume e sistema in un'organizzazione anche dei rapporti fra gli Stati, fra i governi e nell'ambito. di istituzioni che siano capaci, come abbiamo detto prima, di far emergere una volontà comune e di garantire la presenza europea nella vita internazionale. Certo il primo dei partecipanti che ha parlato ha posto un problema: per poter avanzare lungo questa strada vi è la necessità di riprendere, di riavere credibilità. La credibilità non dobbiamo domandarla gli uni agli altri, la credibilità nasce dalla forza delle nostre idee, dei nostri ideali, dalla convinzione con cui li portiamo avanti, dalla nostra capacità di intuire la realtà storica nella quale siamo chiamati ad operare, e nasce non soltanto dalla volontà di una classe dirigente, ma dall’impulso che può venire a questa classe dirigente, dalla forza e dalle idee che maturano nella pubblica opinione, nella volontà popolare. Ecco perché anche questo nostro incontro è un apporto a questo fine. Mi permetterete dì toccare solo tre punti. Questa Europa deve scegliere su alcuni problemi che sono particolarmente delicati e difficili. Ci sono due partecipanti, i quali si sono posti il problema dell'azione europea per quanto riguarda la pace. Uno ha detto: "Ma noi vorremmo piuttosto sentire parlare di pace che non di difesa". Ora, a me pare questa sia il punto sul quale la nostra riflessione deve portarci ad andare un po' più in là delle parole e a prendere coscienza della realtà nella quale noi siamo chiamati ad operare. La signora Veil ed anche Klepsch, hanno ricordato che l'Europa nella quale noi' viviamo ed a cui hanno dato apporto i grandi che hanno contribuito a costruirla, fra cui vi sono gli uomini che sono stati citati: De Gasperi, Adenauer, Monet, possiamo nominarne tanti, questa Europa è nata da una volontà di pace, dal desiderio dì superare definitivamente le ragioni che avevano creato in Europa dissensi e guerre e che avevano trasmesso questi dissensi a tutto il resto dei mondo. Questa opera di pace è stata compiuta. I popoli europei vivono in pace fra loro e cercano di essere operatori di pace. Ma quando parliamo della pace non possiamo parlarne in astratto; perché la pace vi sia, bisogna creare le condizioni della pace. Certo un'Europa disgregata non è una condizione per la pace, ma è un incitamento, per chi volesse delle avventure, a mettere in pericolo la pace. Un'Europa che non sia in grado di costruire la sua economia, di risolvere i suoi problemi sociali, ivi compresi quelli della gioventù evocati prima, che sono legati ai problemi dell’economia e ai problemi dello sviluppo, sarebbe una realtà debole che potrebbe incitare, come ho. detto prima alle avventure e alla guerra. Data, però, la natura di questa assemblea, siamo tanti, ci sono diverse opinioni tra di noi, direi diverse ispirazioni, ma ce n'è una che è particolarmente forte tra quanti sono presenti qui: è l'ispirazione di coloro che si rifanno alla concezione cristiana della vita e che vogliono trasferirla nella vita sociale, anche nella vita politica. Qui c'è un problema nel fondo che è stato in sostanza posto da chi ha detto: "Vorremmo piuttosto sentir parlare di pace che di difesa", ed è un quesito questo che pone il problema di quale è la posizione dei cristiano di fronte alla realtà nella quale noi viviamo, in questo momento, e che ci invita, ci obbliga a non parlare di pace in astratto ma a creare le condizioni della pace. E vi posso dire, e voi potete facilmente comprenderlo, che quando io sono chiamato a parlare in Parlamento di missili, di Comiso, di bomba al neutrone, di equilibri negli armamenti, non ne sono affatto felice, e non riesco mai a superare il senso di disgusto, vorrei dire anche di ripugnanza. Però la nostra responsabilità - dico non la mia, la nostra responsabilità, la responsabilità di tutti come cittadini di questa Europa - deve portarci a riflettere su due temi: prima di tutto la responsabilità di difendere la vita delle nostre popolazioni, e secondo di vedere quali sono le reali condizioni attraverso le quali si può garantire la pace. O è la nostra la condizione dei profeti disarmati che, però, è un fatto eccezionale e non produttivo - voglio dire cioè che non si adegua alla realtà in cui siamo chiamati a vivere - o è, invece, la scelta di fare ciascuno il nostro sforzo e di assumere le nostre responsabilità per evitare che nasca nel mondo la tentazione di questo o quello, di attentare alla pace per sostituirvi una politica di espansionismo e di potenza. Di qui la necessità di intraprendere la strada della sicurezza come garanzia della pace e come premessa per il negoziato. La posizione dell'Europa è per il negoziato. Klepsch lo ha ricordato quando ha detto: "Abbiamo voluto definire, una posizione per riportare la pace nel Medio Oriente; abbiamo preso delle posizioni per quanto riguarda l’Afganistan". In questo momento, mentre si parla di armi, la posizione Europea è contestualmente il negoziato; aprire il negoziato, perché si possa arrivare ad un equilibrio ai livelli più bassi. E' una posizione, questa, che è difficile da conciliare nei nostri spiriti. Tutte le volte che dobbiamo parlarne, dobbiamo cercare di capire fino in fondo che non è sufficiente pronunciare la parola "pace" per garantirla; ma noi dobbiamo, nel momento storico in cui viviamo, creare le condizioni perché la pace sia garantita. Un altro problema evocato per caratterizzare l'Europa è stato quello dei Nord-Sud. Mi pare che uno abbia ricordato La Pira come antesignano di questi rapporti tra i paesi industriali ed i paesi dei Terzo Mondo. Certo, questo è, in modo più vivo che altrove, presente in Europa e noi possiamo - io credo - e dobbiamo fare di più, per difendere l'indipendenza e l'autonomia di questi popoli; per combattere la violazione della sovranità di questi popoli, violazioni che ci sono state in questo periodo. La signora Veil ha ricordato l’Afganistan ma soprattutto dobbiamo cercare con il nostro apporto di dare sostegno a questa autonomia, a questa indipendenza. Siamo disposti, cari amici - parlo così perché parlo in una assemblea di giovani - a dare qualche mortificazione a questa nostra civiltà consumistica, ad affrontare dei sacrifici per poter diminuire in qualche modo le nostre disponibilità, il nostro modo di vivere le caratteristiche proprie della civiltà dell’Occidente, per poter impegnare una parte delle nostre risorse a favore dei popoli in via di sviluppo? E' un grande problema; molto si parla, molta retorica si fa su questi temi. Meno facile è trovare i consensi per una politica che trasferisca una parte delle risorse che noi consumiamo verso questi paesi cui noi dobbiamo garantire un maggiore sviluppo. Qui è un problema veramente di ideali. Queste cose maturano e nascono e vengono alla politica attiva e militante se vivono nella coscienza dei nostri popoli. Ecco perché dobbiamo fare uno sforzo insieme per poter mantenere non soltanto vivo questo ideale, ma anche trasformarlo in una politica attiva. Ed infine molti di voi hanno parlato dei rapporto Est-Ovest ed in questo si è fatto richiamo alla Polonia. Vorrei ricordarvi che l'anno scorso, in occasione dei Meeting è stata la prima volta in cui abbiamo parlato formalmente (io stesso ricordo di averne parlato formalmente a voi) della Polonia e abbiamo annunciato la posizione dell'Italia: cioè non interferenza, ma rispetto per un processo autonomo che si sviluppava in un popolo che cercava altre strade ed altre vie, aiuto e sostegno sul piano economico e difesa di questo processo da altre interferenze esterne. Ebbene, quando noi parliamo di Europa delle culture, vogliamo dire - fra l'altro - che è nostro dovere mantenere vivi i fermenti culturali, la tradizione propria dell'Europa che non è soltanto dell'Europa dei dieci, ma che è anche dei paesi neutrali dell'Europa, che vivono nell'Occidente Europeo; ma è anche dei Paesi dell'Est, ad esempio, dunque la Polonia. Mantenere viva questa tradizione culturale, rendere possibili gli scambi, questo è un fatto importante. Ecco perché noi siamo stati i difensori della Conferenza di Madrid e sono stati gli europei a fare ogni sforzo perché Madrid cominciasse, di fronte a delle difficoltà fatte da altri Paesi. Perché mantenere gli scambi economici, mantenere gli scambi culturali, difendere i diritti umani, e fare dare l’avvio ad una conferenza per il disarmo, sono tutti modi attraverso i quali noi cerchiamo di fare vivere questa cultura comune e di avere la possibilità di uno scambio di idee con tutti coloro che non condividono le nostre concezioni politiche, il nostro modo di organizzare la vita democratica. Ebbene, su questi temi, che sono temi essenziali per definire l'identità dell'Europa, io credo che noi dobbiamo operare. Sono convinto che il dialogo che abbiamo intrattenuto tra noi questa sera e il Meeting complessivamente, siano un apporto concreto a questa politica europea che vuole essere appunto una politica di progresso e di pace.