Tutto si gioca in un frammento: Qumran e archeologia cristiana

Martedì 24, ore 17

Relatori:

Carsten Peter Thiede

José O’Callaghan

Moderatore:

Giancarlo Cesana

Cesana: Attribuiamo una grande importanza a questo incontro perché ci interessa documentare, in particolare in questo momento, che la fede non contraddice la ragione, anzi, la fede rende più viva e più forte la capacità della ragione. Ci è stato insegnato che la fede è il riconoscimento di una presenza; solo davanti a un positivo la ragione indaga. Nessuno si impegna se non su un positivo che riconosce, misteriosamente ma evidentemente presente. La fede è il riconoscimento di una presenza evidente che affascina la ragione: l’uomo si impegna nell’indagine, nel tentativo di capire, di rendersi conto. Per essere cristiani basta essere uomini, essere dotati delle capacità normali dell’uomo e quindi soprattutto della ragione. Siamo cristiani perché tutta la nostra personalità è stata evocata, e nella nostra personalità anche la ragionevolezza, cioè l’amore, la passione per la realtà, la capacità di affrontarla. Il Meeting è proprio questa grande apertura alla realtà, questo grande amore alla realtà; sui giornali si stupiscono della gente che viene, e del fatto che ci si dimostri sempre così interessati a tutto quello che succede. L’apertura è la dimensione che misura la nostra azione e la nostra presenza: una realtà come la nostra – che ormai è la realtà di un popolo – non sta insieme per un’emozione o per un sentimentalismo, ma solo per dei fatti. L’incontro di oggi è la documentazione del fatto centrale, che tiene insieme la nostra realtà, che è il fatto di Cristo, questa Presenza che noi abbiamo incontrato nel presente e che è cominciata 2000 anni fa. Il professor O’Callaghan e il professor Thiede ci faranno vedere come la storia documenti questa Presenza e confermi ciò che la tradizione ci ha consegnato.

Carsten Peter Thiede Archeologo e Direttore della Christliche Medien Akademie di Wetzlar

Thiede: Chi oggi, come storico, si occupi delle tracce del Gesù storico, è fortunato perché mai le tesi della ricerca avevano a disposizione un così gran numero di ricerche e reperti: tutto è stato scoperto negli anni dopo la seconda guerra mondiale, e molti reperti sono talmente recenti che molte persone non ne sono adirittura a conoscenza.

Vi porterò i miei esempi di questa ricerca attuale delle fonti, perché rendono chiari gli eventi. Alla fine della settimana scorsa, in Inghilterra, ad Oxford, ho incontrato il professore Martin Biddle, storico dell’architettura. Attualmente lavora al progetto di ricostruzione della storia delle costruzioni del sepolcro vuoto di Cristo, nella chiesa sepolcrale di Gerusalemme. A Gerusalemme, i turisti passano in posizione chinata attraverso questa apertura, per gettare uno sguardo su questa lastra di marmo, fra candele e incensiere, sotto cui si suppone ci sia la lastra tombale, ma non si vede nulla. Tutto quello che era rimasto della tomba di Cristo venne distrutto nell’XI secolo dal Califfo pazzo Hakim. L’edificio odierno della chiesa sepolcrale è una costruzione del XVI secolo, tenuta su da strutture in acciaio erette dai britannici nel 1935, per stabilizzare la costruzione stessa; non meraviglia affatto che vi siano tuttora molti scettici sul fatto che si tratti proprio della tomba vuota del Cristo, anche se tutti gli storici seri sono sempre d’accordo nel dire che questo era proprio il luogo della deposizione di Gesù, perché corrisponde a tuti i requisiti, come anche la rupe del Golgota a 50 metri. E’ ormai accertato che entrambi questi luoghi – il luogo della deposizione e il Golgota – erano al di fuori delle mura di cinta, ed infatti in Gv 9,20, leggiamo che il luogo in cui fu crocifisso Gesù era vicino alla città, in Gv 19,41 che nel luogo in cui fu croficisso vi era un orto, e nell’orto un sepolcro nuovo dove nessuno vi era stato posto. Sia la rupe del Golgota sia il sepolcro erano appena fuori dalle mura di cinta di allora, entrambi nelle immediate vicinanze di questa.

A questa teoria si è contrapposta quella del "sepolcro nel giardino", vicino alla Nablus-Road. Questa tomba è un luogo che ognuno che visita Gerusalemme dovrebbe vedere. Il silenzio e l’atmosfera invitano alla riflessione, molto più di quanto non faccia la confusione turistica nel luogo sepolcrale. Ma questo sepolcro è troppo distante dall’antico muro di cinta, ed inoltre non si tratta di una tomba nuova, ma proveniente dal VI secolo prima di Cristo. Tuttavia, all’interno di questa chiesa sepolcrale, abbiamo anche altri sepolcri, nella così detta cappella siriana, tra cui quella che viene molto spesso chiamata tomba di Giuseppe di Arimatea. Dista più di 20 metri dalla tomba di Gesù; questo è un elemento a favore della autenticità di questo luogo, perché la tomba di Gesù era situata in un orto, non in un grande cimitero.

Quello che stabilirono il professor Martin Biddle e il suo collega di Londra Michael Cooper porta ad un ulteriore passo in avanti, perché per mezzo della fotogrammetria – che consente di trasformare delle fotografie con delle modifiche geometriche e strutturali – riuscirono a ricostruire tutto il sepolcro vuoto, procedendo a ritroso dallo stato attuale all’antichità. Con questa tecnica gli edifici che non sono separati da tutte le parti possono essere ricostruiti per via grafica o isometrica. Attualmente si utilizza in genere il metodo stereometrico in cui le immagini vengono poste sotto due microscopi e poi riassunti in un’unica immagine. Biddle e Cooper hanno prodotto migliaia di fotografie di questo sepolcro, e sono ora in grado di ricostruire al millimetro tutte le variazione dell’edicola nel corso dei secoli, non solo utilizzando le fotografie, ma anche elaborando disegni, antiche incisioni, monete delle diverse fasi fino al IV secolo. Questo permette di avere a disposizione una minuziosa storia dello sviluppo del sito dal primo al ventesimo secolo, e di analizzare ogni singola pietra sotto ogni punto di vista e in tutti i suoi aspetti. Tra questi numerosi risultati, ve n’è uno molto particolare: non ci sono descrizioni di pellegrini, e questo indica la mancanza di un’antica tradizione del luogo.

Agli albori del Cristianesimo, quando i testimoni oculari erano ancora vivi, non esisteva interesse al culto per questi siti, perché la tomba di Cristo era vuota e il Signore era risorto e ciò che interessava era il racconto di coloro che avevano vissuto con Cristo. Nella prima lettera ai Corinzi, Paolo chiede ai suoi lettori di rivolgere delle domande a testimoni oculari, ma in nessun punto chiede di viaggiare a Gerusalemme e visitare questa tomba vuota. Vi furono delle modifiche solamente quando il cristianesimo si allargò a tutto l’impero romano e i Vangeli giunsero in tutte le parti dell’impero. Nel primo terzo del II secolo ormai non c’erano più dei testimoni oculari, e tutti i cristiani volevano andare a vedere quello che avevano già letto. Quando iniziarono questi viaggi vi fu una catastrofe, la cosiddetta rivolta Bar-Koch; i romani sotto l’imperatore Adriano soppressero con forza tale rivolta, e Gerusalemme venne distrutta per la seconda volta. Nel 135 d.C., Adriano fece della città una colonia sul mare che chiamò "Aclia capitolina". Per impedire ai pellegrini di giungere a questa tomba vuota e sulla rupe del Golgota, fece edificare dei templi pagani, costruendo grandi impianti dalle costruzioni preesistenti; se nelle vicinanze di queste tombe vi fossero state delle scritte di pellegrini, sarebbero certamente state distrutte. Queste azioni dell’imperatore Adriano confermano l’affidabilità delle tradizioni locali: in un periodo in cui sarebbe stato impossibile inventare questa tomba vuota o Golgota, perché la catena delle tradizioni a partire dall’anno 30 era ancora troppo spessa, l’imperatore romano impedì in questo luogo l’accesso ai pellegrini. Solamente nel 326 l’imperatrice Elena fece distruggere questi templi e ricostruire parti delle costruzioni originarie.

Per un attimo, rimaniamo in questa chiesa sepolcrale e portiamoci pochi metri più in là verso la rupe del Golgota. Si tratta di un territorio piuttosto ampio: alcune parti sono sotto la chiesa del Redentore, protestante, nel Muristan, ed uno nella così detta cappella di San Vartan, nella quale alcuni archeologi armeni scoprirono l’iscrizione latina di un pellegrino cristiano. E’ un disegno, inciso nella pietra, di una imbarcazione con albero crollato e la scritta "Domine ivimis" ("Signore siamo arrivati"). Questo è un chiaro riferimento al salmo 121,1: "In domum domine ibimus" ("Lasciateci andare nella casa del Signore"). Dunque, qui erano arrivati dei pellegrini che non erano riusciti a raggiungere la parte centrale della rupe perché sopra questa rupe fu eretto il tempio di Adriano, e infatti troviamo queste iscrizioni sempre più distanti, ma sempre nella zona della rupe di Golgota. Questa iscrizione deve risalire al periodo che va dal 135 al 326, quando non si poteva accedere al luogo vero e proprio della crocifissione.

Una scoperta più interessante e molto recente, non ancora elaborata sufficientemente, è il dissotterramento di tutta la parte superiore della rupe della cappella greca-ortodossa da parte degli archeologi ed architetti greci George Lavas e Saki Mitropoulos, alla fine del 1991. In fase di pulizia di questa parte della roccia, si trovò sotto questa lastra di marmo uno strato di malta e calce di 50 cm., che era evidentemente intatta. Lo strato fu mosso e si scoprì una cavità con un anello in pietra di 11 cm. di diametro: non vi è dubbio alcuno che questo anello servisse per il fissaggio di una croce. La croce veniva inserita attraverso questo anello, poi mantenuta in posizione verticale. Era questo o no l’anello della croce di Cristo? Lavas e Mitropoulos non cercarono di rispondere a questa domanda, che ammetteva due possibilità. Si poteva trattare di un anello costruito nel 326, quando Elena, madre dell’imperatore Costantino, fece consolidare questo luogo di crocefissione, e suo figlio fece erigere la chiesa sepolcrale. Se questo anello fosse stato solamente ricostruito nel 326, ci darebbe delle preziose informazioni, perché questa forma di fissaggio di una croce doveva evidentemente avere una tradizione. Chi altrimenti avrebbe inventato un anello di 11 cm. di diametro? Questo diametro attesta infatti che la croce non poteva essere più alta di 2,40 m. e questa altezza esasperata va contro ogni nostra aspettativa, anche contro quanto oggi vediamo nelle arti figurative. Esiste poi un’altra possibilità: che questo anello fosse effettivamente parte della croce di Gesù. Si potrebbe obiettare quanto abbiamo già detto, ovvero che l’imperatore Adriano nel 135 d.c. distrusse per la seconda volta Gerusalemme e che sopra i siti di Golgata fece costruire dei templi per impedire l’accesso ai pellegrini cristiani. Questa azione di Adriano potrebbe aver contribuito alla conservazione di questa cavità e di questo anello, perché egli fece demolire grandi parti della rupe lasciando in piedi solamente il centro – che poi fece livellare –, trovò una sola cavità, non anche le due di coloro che furono crocefissi con Gesù, e non ritenne utile distruggere l’interno di questa cavità, essendo sufficiente livellarlo per potervi costruire sopra. Quindi l’anello può essere stato protetto da queste costruzioni di Adriano. Entrambi i reperti sono studiati scientificamente a Salonicco, e si spera di avere una datazione piuttosto esatta nel giro di poco tempo.

Nel corso dei lavori di questi due archeologhi tedeschi, si ebbe un’ulteriore conferma archeologica del Golgota, perché sotto la malta di calce si vide una crepa che giungeva fino alla cappella di Adama. Gli scettici pensavano che si trattasse di un semplice difetto della roccia stessa, ma è stato dimostrato che questa crepa è dovuta ad un evento naturale: si tratta della conseguenza del terremoto che viene citato anche nel vangelo di Matteo 27,52: "dopo la crocefissione di Gesù, la terra fu scossa e le rocce si spaccarono". Chi si reca a Gerusalemme, può vedere chiaramente questa crepa, mentre la cavità dell’anello è protetta da un vetro antiproiettile e in genere non è accessibile.

Rimaniamo a Gerusalemme. Un’altra sensazionale scoperta ci porta a comprendere meglio l’ambiente religioso di Gesù. I Vangeli ci parlano delle contrapposizioni di Gesù con i sadducei, fra cui particolarmente importante fu il conflitto con la famiglia del sommo sacerdote. Gesù chiama costoro più volte ipocriti, e smaschera il loro modo di vita ipocrita. L’archeologo Zvi Greenhut trovò la tomba della famiglia di Caifa, che si trova sulla collina di Ost-Talpiot, a sud-est di Gerusalemme. Questa tomba si può trovare vedendo un tubo in colore celeste ad altezza d’uomo che esce dalla terra, che fu applicato dagli ebrei ortodossi, per poter impedire alle impurità di uscire da questa tomba. Sono decisivi anche i reperti trovati all’interno della tomba: non solamente uno stupendo ossario che reca la scritta "Giuseppe Bar Kaiaphas", che appartiene a quel Caifa citato nel Nuovo Testamento e anche dallo storico ebreo Flavio Giuseppe, ma anche un piccolo contenitore in cui si trovano i resti di un membro della famiglia, Miriam, come vediamo dallo scritto. In esso è contenuto l’intero teschio, e sul palato vi è una moneta ben conservata del re Erode Agrippa I che regnò dal 41 al 44 d.C. Questa moneta non è altro che il segno dell’usanza pagana, tipica della mitologia greca, di dare al morto la moneta per il barcaiolo che passava nell’Ade. Quindi, la famiglia del sacerdote, nel periodo di Gesù e della prima comunità, era in contraddizione eclatante con la legge ebrea, con il credo del Dio di Abramo e di Isacco e di Giacobbe. L’invito a giustiziare Gesù, che venne da parte di questo ambiente, fu forma di ipocrisia, la più eclatante possibile. Questo ci fa capire quanto profondo doveva essere il conflitto fra Gesù e questa casta dei sommi sacerdoti: erano in gioco la fede, come anche nelle contrapposizioni successive fra Paolo, le persone di Corinto, Atene, Cesarea, Roma. La famiglia di Caifa praticò il peggiore sincretismo: rimescolamento acritico di una superstizione estranea con la propria tradizionale devozione. Gesù contrappose a questo il proprio messaggio.

Parlerò ora del "Gesù dei papiri", partendo dagli scavi, ancora in corso, nella città di Seffori in Galilea. Si parla molto spesso degli anni bui di Gesù e del periodo a Nazareth e dell’ultima sua comparsa al tempio, a 12 anni. Nei Vangeli non troviamo molto più, se non il fatto che aveva la stessa professione di Giuseppe: entrambi erano "tekton", secondo la parola greca, solitamente tradotta con "falegname". Da tempo ormai diversi ricercatori fra cui Bühlmann e Schwank hanno corretto questa errata traduzione: questa parola significa infatti muratore o, al massimo, manovale come possiamo capire dalle parole derivate architetto, architettonico... L’analisi archeologica ha evidenziato che non esiste legna a Nazareth, e che le case dei 200 abitanti di allora erano case di pietra, o semplici caverne. Sappiamo anche che negli anni giovanili di Gesù a 6 km. da Nazareth c’era una delle più grosse città di Galilea, che venne distrutta dai romani in una esecuzione punitiva, e venne ricostruita Seffori, che Erode fece capitale del proprio regno. Antipa era amico dei romani, e tutta la città fu costruita come tutte le città, come tutti i centri culturali dell’impero romano. Il principale edificio era il teatro, con 5.000 posti, considerato come luogo culturale di tutta la zona. Questo internazionalismo era necessario, perché nel teatro romano l’arte drammatica veniva svolta solo in lingua greca. Il professore Bühlmann e io stesso, siamo ormai certi che Gesù e Giuseppe avevano collaborato a questa grande opera: a favore di questo, non parla solo il fatto che questo era il primo grosso cantiere in cui vi era lavoro per molto tempo, da una distanza percorribile a piedi da Nazaret, ma anche il fatto che il giovane Gesù frequentemente ricorre ad esperienze che avrebbe potuto acquisire solamente in questo ambito. I latifondisti, i banchieri o commercianti sono parte integrante di Seffori e del suo ambiente.

Probabilmente Gesù aveva imparato la lingua greca: in città, la maggior parte delle persone parlava la lingua greca e l’imperatore stesso promosse la lingua greco-romana. Il colloquio con il centurione di Cafarnao e l’interrogatorio davanti a Pilato, senza interpreti, possono essersi svolti solo in lingua greca o addirittura in latino. Il professor Schwank, per mezzo di analisi linguistiche dettagliate, ha evidenziato che Gesù nella discussione sull’imposta con l’imperatore parlò in greco: la famosa frase "rendete dunque a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio", poteva essere pronunciata in greco e non in ebraico o aramaico, perché non può essere tradotto da queste altre due lingue. Le monete con le iscrizioni ebraiche non erano allora ammesse: anche il denaro in argento che Gesù tenne in mano doveva avere una iscrizione in greco, o forse in latino ma non in ebraico o in aramaico. Matteo ci riferisce che Gesù parla ai farisei come ipocriti: nel testo greco, leggiamo "hypokritai", che significa attore, ovvero una persona che fa finta di essere qualcuno. Gesù aveva potuto vedere questa professione quando partecipò alla costruzione di questo teatro: forse affermando questo andiamo oltre quello che possiamo chiamare esegesi...

Gli Atti degli Apostoli parlano dell’evento di Damasco dell’apostolo di Paolo, più volte e in vario modo, a seconda dei destinatari. Paolo ne parla a due persone molto colte e cioè al romano Festos e al re Erode Agrippa; entrambi si erano informati a Roma. Paolo (At 26,14) cita Gesù stesso e dice: "Mentre a tale scopo mi recavo a Damasco con potestà, mandato dai sommi sacerdoti, sul mezzogiorno, lungo la via, o re, vidi nel cielo splendere attorno a me e a coloro che erano attorno a me una luce che superava lo splendore del sole. Essendo noi tutti caduti a terra udii una voce che mi diceva in lingua ebraica: "Saulo, Saulo perché mi perseguiti? Ti è arduo recalcitrare contro gli stimoli". Paolo parla in greco, ed evidenzia il fatto che il Cristo risorto gli rivolge la parola in ebraico. "Ti è arduo recalcitrare contro gli stimoli" non è altro che una citazione di un pezzo drammatico. Il grande scrittore di tragedie Eschilo utilizza questa frase ben due volte nel suo "Agamennone" e anche con qualche piccola modifica nel "Prometeo". Un altro autore greco, Euripide, inserì questa frase nei suoi drammi e addirittura troviamo questa frase nel "Formio" di Terenzio. Chi quindi non vuole affermare che Paolo abbia inventato questa parola di Gesù dovrà occuparsi del fatto che il Risorto aveva citato una frase della letteratura greca: l’aveva tratta da una citazione, come spettatore di Eschilo o di Euripide nel teatro di Seffori. Gesù secondo il credo di Atanasio è vero uomo e vero Dio: così fu uomo vero in tutto il suo ambiente, un uomo dei suoi tempi mandato da Dio in un determinato punto della terra e in una certa data, che utilizzava i mezzi che il suo ambiente gli metteva a disposizione.

Quando O’Callaghan presentò la propria identificazione del frammento 7Q5 con Mc 6,52-53 e del frammento 7Q4 con Tim 3,16-4,3, nel 1972, non ebbe soltanto consensi, ma anche molti dissensi. Si ritenne che un vangelo secondo Marco a Qumran avrebbe dovuto essere escluso, perché in quel periodo prima del 68 d.C., l’anno della chiusura della caverna di Qumran – il vangelo non poteva ancora esistere, tanto meno fra gli Esseni di Qumran. Solamente in questi ultimi anni questa situazione è stata fortemente modificata da un lato, e siamo riusciti a dimostrare che critici come Aland e altri avevano fatto degli errori scientifici. I risultati negativi erano stati ottenuti con presupposti errati, con programmi errati del computer. Spiegherò ora quanto è stato ottenuto da un’analisi del frammento di Marco 7Q5 del laboratorio forense del "Departments of investigations" della polizia nazionale israeliana a Gerusalemme. Avevo chiesto questa analisi proprio per fare analizzare la lettera più discussa del frammento, la lettera nella seconda riga. Per identificare il frammento con il Vangelo di Marco, doveva trattarsi di una lettera "N", di una "ny" greca; mentre gli oppositori di questa tesi sostenevano che fosse una "i", "iota". Infatti, dalle fotografie non si vedeva che una riga verticale (che sembrava uno "iota"), mentre papirologi come O’Callaghan o il viennese Erbert Hunger avevano invece identificato queste deboli tracce con la "ni" presente nella quarta riga.

Rimase dunque una certa incertezza fino a quando non ebbe termine l’analisi a Gerusalemme: il microscopio stereoelettronico del laboratorio forense evidenziò anche il terzo superiore di una riga inclinata che portava dalla riga verticale sinistra verso il basso a destra. Questo residuo di inchiostro documentava che non si trattava di uno "iota" bensì di una "ni". La lettera "N" è al centro di una riga, e quindi ha un’importanza decisiva per riaffermare la posizione di José O’Callaghan.

E’ importante sottolineare anche il quadro storico delle scoperte papirologiche: la multiculturalità è un importante indizio per l’inizio di una attività missionaria orale e scritta. Proprio dai rotoli di Qumran, proprio dai testi della quarta caverna sappiamo con precisione che gli Esseni seguivano la teologia del Antico Testamento, che era aperta a molti messaggi cristiani. I primi cristiani vedevano negli Esseni, a Qumran e Gerusalemme, i primi partner per il loro apostolato. Negli Atti degli Apostoli (6,7) c’è un versetto che indirettamente ci dice che un gran numero di sacerdoti esseni diventarono cristiani, intorno agli anni 30 del primo secolo.

Anche senza utilizzare il frammento 7Q5, sulla base di motivi di storia della letteratura e scienze della storia, possiamo dire che il Vangelo di Marco fu scritto intorno agli anni 40. Quindi il messaggio scritto di Gesù non è un supplemento ritardato: fin dall’inizio vi fu la necessità di tramandarlo, sia oralmente che per iscritto.

José O’Callaghan, Docente di Papirologia presso il Pontificio Istituto Biblico di Roma

O’Callaghan: Nell’agosto del 1991 ebbi l’onore di chiudere il vostro Meeting con una relazione sul papiro di Marco nella grotta 7 di Qumran(1). Sono passati ormai due anni da quel momento e oggi ho di nuovo il piacere di parlarvi sullo stesso tema, ma con un’altra prospettiva, in quanto adesso possiamo esprimerci in modo abbastanza diverso da quella mia lontana comunicazione.

Anzitutto devo ringraziare il vostro carissimo movimento di Comunione e Liberazione. Non saprei come rendervi grazie del vostro aiuto e comprensione con gli inviti che mi avete fatto di parlare su questo argomento qui in Italia (Bologna, Cagliari, Cremona, Imola, Padova, Pordenone, Portogruaro, Siena, Torino), come nell’America Latina: Argentina (Buenos Aires, Campana, La Plata Paranà, Rosario, Santa Fé), Brasile (Belo Horizonte, Rio de Janiero, San Paolo) e Spagna (Barcellona). Dappertutto ho trovato sempre la medesima simpatia, accoglienza e fraterna carità.

In questa occasione però ho il grande piacere di ringraziare pubblicamente anche il professor Carsten Peter Thiede di tutti i suoi benemeriti impegni per chiarire scientificamente la mia umile proposta.

Dal ‘91 finora sono cambiate parecchie cose riguardo al 7Q5. Perciò si può meglio capire lo scopo del mio intervento, perché oggigiorno possiamo già parlare di 7Q5 non come di qualcosa che ancora sta in un periodo di quasi unanime respinta internazionale, ma di un fatto che adesso ha un’accettazione più o meno progressiva, a seconda degli ambienti in cui viene considerata la mia proposta.

Benché non tutti i partecipanti all’importante simposio internazionale su questo argomento, che ebbe luogo all’Università Cattolica di Eichstätt (Germania), dal 18 al 20 ottobre 1991, furono favorevoli, non si può però negare che i lavori di Professori così eminenti come H. Hunger (Vienna, Austria), B. Mayer (Eichstätt, Germania), H. Risenfeld (Upsala, Svezia), C. Thiede (allora, Wuppertal, Germania), ecc. contribuirono a creare un’atmosfera più propizia al mio argomento.

E’ vero che la metodologia scientifica adoperata in altre identificazioni è la medesima del nostro caso. Per cui scientificamente non si può attaccare il modo di procedere nella nostra identificazione. Tuttavia qui voglio andare incontro a una situazione che può creare difficoltà nella mentalità dei non iniziati alla scienza papirologica. Si direbbe infatti che l’esiguità del frammento 7Q5 sembra una riprova dell’impossibilità di giungere ad una identificazione valida. A questo si può rispondere in due modi.

Il primo è che se una ipotetica identificazione non è la vera, non si verificherà l’adeguata verticalità delle lettere nelle altre righe del contesto. Si ricordi che si scriveva in colonne, e in scriptio continua. Di conseguenza, il fatto che le lettere di un piccolo frammento corrispondano verticalmente a quelle che si trovano nelle righe precedenti o seguenti, gioca a favore dell’identificazione.

Il secondo è che frammenti letterari – biblici e non biblici – più insignificanti del 7Q5 sono stati accettati senza nessuna difficoltà. E qui si racchiude forse il nocciolo del rifiuto della nostra identificazione. Negli altri casi di identificazioni neotestamentarie non sono implicate conseguenze che richiedano cambiamenti di posizioni già adottate rispetto alla formazione del testo evangelico.

Tra i papiri del Nuovo Testamento mi limito a citare il numero 73 nella lista dei papiri neotestamentari compilata da K. Aland, la cui posizione, che non ammette l’inclusione di 7Q5 nella lista dei suddetti papiri, è nota. Ebbene, il papiro 73 è più piccolo del 7Q5. E tra il recto e verso si leggono con sicurezza soltanto queste lettere: o u ƒ , e u r w + n h . Malgrado la sua esigua personalità testuale, non c’è stata nessuna difficoltà nell’accettare questo papiro, come Matteo 25,43; 26,2-3. Dobbiamo però notare che questo papiro appartiene al secolo VI o VII.

Tra i papiri letterari non biblici cito soltanto un papiro appartenente ad una collezione inglese, pubblicato col numero 2831 nel volume XXXIII dei Papiri d’Oxyrhynchos. Fu presentato come i versi 385-390 de La Samia di Menandro. Questo papiro è anche più piccolo del 7Q5. Le lettere che si leggono sono 17. Oltre ad un cambio d’indole testuale, questo papiro presenta le seguenti mutazioni fonetiche: n h per n u h e t i per s u . Voglio soltanto aggiungere che il cambio sigma in tau, è molto strano, per non dire foneticamente inesplicabile. Malgrado tutto, questo papiro è stato incluso nell’edizione critica de La Samia fatta da F.H. Sandbach.

Vista l’inefficacia degli argomenti contro la mia identificazione, è stata sollevata la critica secondo cui il sottoscritto, con questi lavori di identificazione, ha voluto fare apologetica. In quanto Professore del Pontificio Istituto Biblico di Roma, la mia missione non è quella di fare apologetica, bensì quella di lavorare con il massimo rigore scientifico. D’altra parte, non ho mai dubitato che la vera scienza, con il culto della Verità, porti necessariamente a Dio.

Hanno anche tentato di svalutare l’identificazione, dicendo che il frammento 7Q5 rientra perfettamente in altri luoghi biblici, tanto dell’Antico, quanto del Nuovo Testamento. Le ipotesi alternative, già considerate e discusse in altre sedi, sono: Es 36,10-11; 2 Sam 4,12-5,1; 2 Sam 5,13-14; Mt 1,2-3. Recentemente però è stata proposta un’altra ipotesi, cioè Zc 7,4-5, il cui rifiuto verrà prossimamente pubblicato. D’altra parte ora sappiamo che il risultato della prova informatica realizzata a Liverpool (Inghilterra), per vedere se le venti lettere di 7Q5, secondo la mia lettura, potevano essere comprese in un altro luogo di tutta la letteratura greca (biblica, patristica e classica), fu negativa. Soltanto confermò Mc 6,52-53.

Ho accennato alla mia interpretazione paleografica delle lettere del 7Q5, ed ora devo aggiungere che l’unica lettera sulla quale c’era ancora qualche polemica (cioè il "N" maiuscolo della riga 2), è stata chiarita. Infatti il 12 aprile del 1992 questo papiro fu ispezionato, con lo stereomicroscopio ed altri strumenti tecnici, nel Dipartimento di Identificazione e Scienza Forense della Polizia Nazionale d’Israele. Ebbene, il risultato della ricerca è che viene esclusa la lettura d’uno iota, giacché si vede, connesso con la parte superiore del primo palo della lettera, l’inizio di una striscia del tratto obliquo discendente di una N. Resta, quindi, assolutamente escluso lo iota proposto da diversi impugnatori.

Oggettivamente parlando non c’è dubbio che la scienza conferma ogni volta di più la nostra umile proposta. E quindi l’autenticità dell’esperienza cristiana fin dalle origini, il che non è stato accettato da tutti gli scienziati. E non parlo soltanto degli autori contemporanei.

Già nell’anno 1778 Lessing pubblicò l’opera postuma del Reinmarus, nella quale il Cristo dei Vangeli era un’invenzione irreale degli apostoli. Nel 1835-36 D.F. Strauss diceva che i Vangeli erano una narrazione religiosa prodotta dalla primitiva comunità cristiana. Nel 1892 M. Kahler stabilì la classica distinzione tra il Gesù storico ed il Cristo della fede. W. Wrede e J. Wellhausen, nel 1901, affermavano che i Vangeli, lontani da essere biografie di Gesù, nemmeno potevano servire come documentazione per redigere una vita del Signore. Infine, nel nostro tempo, arriviamo al Bultmann, con la sua nuova scuola critica della Formgeschichte. Quanto viene riferito su Gesù nei Vangeli appartiene alla mitologia del Nuovo Testamento e questa dipende infatti dalle concezioni cosmologiche, apocalittiche ed escatologiche dei Giudei(2).

Come è stato esposto così bene dal professor Thiede, ora queste teorie non possono avere lo stesso valore. Così, possiamo rilevare l’importanza del Gesù vivente e sempre attuale. Questo però non è alcuna novità nel campo dello studio dei Vangeli. Non è infatti la storicità dei Vangeli un’innovazione degli ultimi tempi.

Penso che il modo migliore per concludere questo mio semplice intervento, sia ricordare le parole del Vaticano II, nella costituzione Dei Verbum V,19: "La Santa Madre Chiesa ha ritenuto e ritiene con fermezza e costanza massima, che i quattro suindicati Vangeli, di cui afferma senza alcuna esitazione la storicità, trasmettono fedelmente quanto Gesù, Figlio di Dio, durante la sua vita tra gli uomini, effettivamente operò e insegnò per la loro eterna salvezza, fino al giorno in cui fu assunto in cielo".

Cesana: Il professor O’Callaghan giustamente dice che non vuol fare apologetica: io invece sì, e lo ringrazio molto delle ragioni che dà a quello che noi riconosciamo presente. Come avete sentito, il primo attacco alla fede è dire che è un mito, una fantasia, un’invenzione, qualcosa che non ha storia. Noi, invece, riconosciamo in un avvenimento presente qualcosa che è avvenuto nella storia e che continua oggi. Il presente è tutto quello che abbiamo, ma nel presente si condensa tutto il passato, e la consapevolezza di questo è la cultura di un uomo, la coscienza che l’uomo ha di sé e della sua capacità di dare ragione.

 

 

NOTE

(1) José O’Callaghan, E Marco scrisse..., in Il Libro del Meeting 91, pp. 21-25 (n.d.r.).

(2) Cfr. I. De La Potterie, Ciò che abbiamo visto e udito. I Vangeli: storia e fede, in Il Libro del Meeting 92, pp. 183-188 (n.d.r.).