Dalla finestra della casa comune: l’uomo europeo e la sfida della cooperazione allo sviluppo

 

Mercoledì 28, ore 15

Relatori:

Arturo Alberti

Gervaso Gestori

Andrea Borruso

Roberto Formigoni

Giuseppe Balboni Acqua

Bernard Ryelandt

Moderatore:

Giorgio Vittadini

 

Vittadini: Lo sviluppo dei Paesi del cosiddetto Terzo Mondo è un problema sempre più scottante. Per noi questo è uno dei punti più qualificanti di una politica a livello nazionale ed internazionale, non tanto perché ci interessa questo problema in astratto, ma perché fortissima è nel nostro ambito la presenza di aiuto in questi Paesi. Non per niente in questo Meeting uno dei filoni più importanti riguarda la presenza missionaria e la sua capacità di promuovere lo sviluppo. Proprio per questo ci sembra fondamentale dibattere in termini politici su come aiutare lo sviluppo di tali Paesi.

Arturo Alberti, presidente dell’AVSI.

Alberti: Io credo che la cooperazione sia la capacità di rapportarsi e di aprirsi verso coloro che hanno più bisogno di essere aiutati a crescere. In questi ultimi tempi la parola che ha definito meglio il cambiamento dei ruoli nel mondo è la parola interdipendenza: non esiste più la possibilità di considerarsi autonomi e isolati in quanto gli effetti degli avvenimenti nel mondo ci coinvolgono tutti.

In questo senso il problema del sottosviluppo dei popoli che sono sempre più in difficoltà è un problema che ci coinvolge se non altro per il problema dell’emigrazione di massa.

Come organismi non governativi (che sono, come l’AVSI, delle esperienze, delle organizzazioni che nascono da esperienze concrete di condivisione e di rapporto con popoli di paesi in via di sviluppo attraverso questo rapporto di condivisione e di incontro), si cerca e cerchiamo di trovare delle risposte adeguate al loro bisogno. Sostanzialmente la caratteristica degli organismi non governativi è di aver privilegiato l’incontro con realtà popolari per aiutarle a dare una risposta al loro bisogno a partire da una lettura comune di questo bisogno. La nostra metodologia consiste proprio nel privilegiare il soggetto persona rispetto alle risorse materiali non dimenticando però che per dare un aiuto è necessario che ci sia anche invio di risorse materiali e di aiuti concreti che insieme devono essere utilizzati e valorizzati per fare un cammino.

In tutti i nostri progetti c’è sempre lo sforzo e il tentativo di favorire la nascita di un soggetto sociale nuovo, che sarà il protagonista di uno sviluppo fatto insieme. L’interdipendenza implica l’abbandono di una immagine di cooperazione intesa come solo trasferimento di risorse materiali o solamente grandi operazioni infrastrutturali.

Da parte delle Organizzazioni Non Governative (ONG) è necessario un superamento di astratti ideologismi, di idealismi utopistici a favore di un’azione realistica e concreta. Occorre altresì individuare i campi di intervento prioritari per avviare azioni sperimentali efficaci. Alle istituzioni chiediamo di mettere in atto delle procedure facilmente percorribili che diano veramente spazio a questi soggetti che noi siamo e che consentano una pronta realizzazione dei progetti elaborati. Chiediamo inoltre di avere nei nostri confronti non un atteggiamento assistenzialistico; ci interessa che l’istituzione svolga un controllo efficace, puntuale, competente e premi i migliori e non dia spazio a chi non è capace. La selezione va fatta sulla base di un giudizio di operatività reale e quindi non un finanziamento a tutti semplicemente perché esistono. Come diceva Giovanni Paolo II, è una questione di uomini. I volontari per noi sono una risorsa umana fondamentale perché favoriscono la nascita nei Paesi in via di sviluppo di questi nuovi soggetti sociali che sapranno prendere in mano responsabilmente il destino della loro nazione.

Giuseppe Balboni Acqua, vicedirettore generale della cooperazione allo sviluppo del Ministero degli Esteri.

Balboni Acqua: Il mondo sta cambiando rapidamente e le conseguenze delle contrapposizioni Est e Ovest si avvertono di più in quei Paesi che proprio da questa contrapposizione sono stati sospinti ai margini della politica internazionale.

Nella prosa quotidiana dell’azione della direzione generale per la cooperazione e lo sviluppo della Farnesina ciò che a me pare conti davvero è avvertire il senso e il respiro di questo generale processo della società internazionale, lavorare con pazienza affinché i problemi si affrontino con questa direttrice di azione affinché tale prospettiva non naufraghi nel disordine, ma conosca approdi giusti e possibili.

È stato scritto di recente che la democrazia non appartiene solo al codice genetico dell’Europa, è un patrimonio universale. Vorrei aggiungere che essa può manifestarsi in modi diversi e realizzarsi in forme istituzionali non sempre e non tutte riconducibili al modello classico pluralistico parlamentare. Vi sono innegabili specificità nelle società in via di sviluppo ed esistono, al di là della bipartizione tra democrazie liberali e regimi autoritari, forme di democrazia relativa, oppure orientata, parziale oppure in fieri, che meritano il nostro rispetto.

Questa specificità è rilevabile anche sotto il profilo economico per cui ai paesi del Nord industrializzato e ricco si oppongono vari Sud con caratteristiche, potenzialità non omogenee alle quali si adattano strategie differenziate nel processo di fuoriuscita graduale dal sottosviluppo.

Occorre quindi affrontare con idee nuove le tematiche relative alle politiche, agli strumenti, alla gestione e alla procedura della cooperazione allo sviluppo. Un impegno particolare è richiesto all’Europa; nel prossimo inverno verrano a maturazione decisioni rilevanti per quanto riguarda la solidarietà esterna che l’Europa è chiamata a fornire nel decennio in corso, anche in considerazione del fatto che la materia della cooperazione e lo sviluppo si appresta ad entrare nei trattati CEE.

Il Governo italiano ha lanciato lo scorso anno la proposta che i dodici paesi membri della Comunità elevino all’1% del prodotto nazionale lordo la loro quota di aiuto allo sviluppo riservando lo 0,25 di tale quota ai paesi dell’Europa centro-orientale e un altro 0,25 ai paesi del Mediterraneo. Tale proposta è diretta ad avviare nella Comunità europea una riflessione comune sull’ammontare globale delle risorse da destinare ad aiuti non in modo astratto, ma in relazione alla verifica delle necessità concrete di far scattare nei paesi beneficiari un circolo virtuoso di crescita economica e di sviluppo sociale.

La questione dell’ammontare minimo degli aiuti è collegata a quella della scelta delle regioni che devono prioritariamente esserne destinatarie favorendo processi di cooperazione e di integrazione tra aree geografiche.

Per quanto concerne la scelta dell’ONG per programmi affidati i criteri sono stati deliberati dalla Commissione ONG e recepiti in sede di Comitato Direzionale, assumendo quindi veste formale, e si concentrano nella valutazione delle capacità gestionali dimostrate dall’ONG e nelle indicazioni che pervengono da parte dei governi dei paesi in via di sviluppo unite a quelle delle nostre rappresentanze diplomatiche, la specializzazione in settori di intervento ecc. Abbiamo infine ottenuto una maggiore tutela sul piano normativo dei volontari e cooperanti destinati a svolgere la loro missione all’estero in materia di contributi assistenziali e previdenziali facilitando nel contempo il loro servizio nei programmi ONG e dando all’amministrazione centrale statale la tranquillità conseguente all’applicazione di norme e procedure precise che ritengo in questo caso molte più eque.

Dobbiamo ora passare al futuro, guardare i prossimi impegni, cercare connessioni sempre più strette con uguali organismi di altri paesi non solo nell’ambito dei 12, ma anche al di fuori della Comunità Europea, in vista di impegni per programmi comuni per crescenti interventi finanziari e un nuovo livello di impegno che dobbiamo approfondire e portare a realizzazione.

Un’ultima osservazione. Il giornalista e scrittore Furio Colombo che per l’autorevolezza della sua personalità è stato nominato di recente Direttore dell’Istituto Italiano di cultura di New York ha scritto sull’Europeo nel marzo scorso un articolo intitolato: "Perché il volontariato è solo cattolico", sottolineando come di fronte al dramma albanese la cultura laica è andata in tilt perché a suo dire non saprebbe aiutare chi ha bisogno. Giudizio molto duro che non trova riscontro in altri paesi e negli Stati Uniti, ove accanto al volontariato religioso esiste un imponente schieramento di gruppi che rispondono ad una propria visione della vita e della solidarietà, che trovano ragione per le loro opere nella propria dignità e umanità. Egli conclude augurandosi una stagione anche in Italia in cui i due grandi movimenti di volontariato compiano fianco a fianco il loro impegno e la cultura laica possa dialogare su questo tema con quella cattolica. Con l’unione europea che avanza ci incamminiamo verso mete di paragone e di giudizio europeo, che vengono sempre più armonizzate nell’ambito di un sistema comune di coesione. Dobbiamo però avere la consapevolezza che vi sono contributi che nascono da coerenze diverse e da itinerari non uguali.

Bernard Ryelandt, capodivisione per le organizzazioni non governative della Commissione della Comunità Europea per lo Sviluppo.

Ryelandt: È davvero necessario un aiuto allo sviluppo ed è necessaria una cooperazione allo sviluppo?

Dato che lavoro in questo settore a livello europeo, potreste facilmente supporre che la mia risposta io l’abbia già data, ma capirete anche nel seguito del mio intervento a che condizioni ritengo sia utile la collaborazione allo sviluppo.

Parto da una constatazione, che i meccanismi classici della cooperazione hanno dei limiti estremamente rigidi e stretti, limiti che sono anch’essi diversi a seconda delle diverse condizioni di cooperazione. Il primo tipo di cooperazione sarebbe quello di porre il paese interessato in condizione di svilupparsi sulla base delle proprie risorse da un punto di vista mercantilistico e se vogliamo economico e commerciale; in questo senso è evidente che molto di più dovrebbe essere fatto perché questi paesi siano messi nelle migliori condizioni per creare una maggiore occupazione nella nazione, per potere incrementare azioni di sviluppo al loro interno.

Passiamo adesso all’ambito dei finanziamenti dei programmi di sviluppo. Sappiamo che alcuni di questi progetti si sono rivelati utili, hanno dato i frutti che ci si era prefissi; altri invece non hanno ottenuto questi risultati favorevoli. Detto questo resta che la formula classica del finanziamento infrastrutturale è comunque un punto fondamentale che dovrà continuare e migliorare per quanto possibile nel futuro. Limitandoci a questo, però, non si sarà contribuito in modo efficace al reale sviluppo di questi paesi. Naturalmente ci sono errori concettuali nostri da un lato, ci sono anche problemi nei nostri interlocutori a volte mal guidati e mal orientati. Comunque il problema fondamentale è che queste forme di cooperazione non poggiano su un impegno che sia innanzitutto umano e culturale in senso lato dei nostri paesi ma anche dei paesi che tentiamo di aiutare.

È per questo che sono sorte nuove forme di cooperazione ed in particolare ricordo l’azione sviluppata dalle ONG, un mondo in continua evoluzione. Uno degli elementi chiave è il ruolo crescente svolto dalle ONG locali nei paesi in via di sviluppo dove si crea un nuovo interlocutore più valido che conosce meglio i problemi del paese. Così i paesi possono farsi carico del loro destino, del loro proprio sviluppo. Dobbiamo capire che la fase delle opere pie o "caritatevoli" nel senso più limitato del termine è superata, che non è più l’elemosina, la carità, quello di cui hanno bisogno questi paesi ma di una azione efficace, professionale.

La Commissione della Comunità Europea assegna in via prioritaria finanziamenti per i progetti che ci vengono sottoposti dalle ONG. Nell’ottica più ampia che si sta delineando la parola chiave è il coinvolgimento delle popolazioni nell’iniziativa che deve essere intrapresa e anche nella realizzazione effettiva di queste. Più recentemente si sono sviluppati una serie di meccanismi che vanno tutti sotto il nome di cooperazione decentrata con la quale gli strumenti ufficiali di cooperazione sostengono e supportano le iniziative che vengono prese dai poteri pubblici locali o dalla popolazione purché valide. In questo modo possiamo renderci conto delle reali necessità delle popolazioni. Questo si rivela efficace non solo in termini di qualità nel senso più comune del termine ma anche nel senso di politica più generale. Ci rendiamo conto che per la riuscita di questi programmi è necessario che le autorità locali accettino di buon grado che anche gruppi e raggruppamenti della popolazione possano sviluppare iniziative spontanee e volontarie. In questo senso torniamo al tema della libertà che è il tema che ci occupa in questi giorni. Se vogliamo che una iniziativa abbia successo è necessario capire che bisogna uscire un po’ dal circolo vizioso di una struttura troppo gerarchica, cioè si deve creare una struttura intermedia che faccia da tramite tra l’autorità centrale e la popolazione e questo sempre in un discorso di non totalitarismo. In tema di diritti dell’uomo e di democrazia la commissione ha avanzato delle proposte al parlamento europeo e agli stati membri sulla base di questo criterio, che è necessario avviare un approccio che sia fondato sugli sforzi locali, ed è essenziale dare un sostegno a questi paesi soprattutto perché essi ritrovino il vero senso dei diritti dell’uomo e perché autenticamente siano in grado di sviluppare una propria forma di democrazia e quindi fare in modo che trovino da soli il senso vero di queste parole. Vi è, dunque, un legame ormai evidente tra sviluppo, diritti dell’uomo e democrazia. Ma ancora una volta deve essere data la possibilità agli individui, ai gruppi localmente di sviluppare delle iniziative autentiche e personali e la società, le autorità devono essere in grado di cogliere questi germi di volontà popolare e di rispettare le iniziative che vengono prese.

Vittadini: La concezione di cooperazione espressa dal dott. Ryelandt come integrazione tra gente che fa la carità e gente che è impegnata nel processo produttivo e il rapporto con le forze locali come motore dello sviluppo, non solo è nella nostra concezione ma la stessa idea della Compagnia delle Opere è nella prassi descritta, tanto è vero che in questi giorni sono presenti molti protagonisti africani o latinoamericani di questo sviluppo.

Mons. Gervaso Gestori, presidente del Comitato Aiuti Caritativi della CEI.

Gestori: La mia presenza non era segnalata ufficialmente e si è aggiunta all’ultimo momento, ma vi confesso di essere venuto molto volentieri. In questi ultimissimi giorni mi andavo chiedendo che cosa avrei dovuto dirvi e che cosa avreste desiderato da me in questo mio breve intervento. Mi venivano in mente soltanto pensieri rari e nebulosi. Facevo fatica a trovare un aggancio preciso e valido. Poi mi sono ricordato dell’ultimo documento della conferenza episcopale italiana: Evangelizzazione e testimonianza della carità. Sono gli orientamenti pastorali di questo decennio di fine secolo proposti dai vescovi del nostro paese a tutte le comunità italiane e contenenti anche delle precise indicazioni in tema di cooperazione. Il punto nodale di tutto il documento credo che sia quello di riuscire a coniugare l’annuncio del Vangelo e la testimonianza della carità. Il Vangelo della verità e il Vangelo della carità. La profezia e la storia, la teoria e la sua realizzazione. I vescovi italiani sono ben consapevoli che le sfide emergenti dalla situazione attuale sono grandi e in parte inedite. Ad esempio per l’Italia il solito problema tra Nord e Sud, per l’Europa i nuovi rapporti Est-Ovest, per il mondo i grandi argomenti della pace, della solidarietà, della difesa del creato, senza dimenticare la ricerca sempre più estesa di senso per la vita dopo il crollo di tante fallaci ideologie e di molte illusioni culturali e politiche. A queste grandi sfide i vescovi italiani invitano a rispondere non con tattiche paurose ed incerte ma con una strategia in grande secondo lo stile e i contenuti del Vangelo di Cristo: una fede chiaramente vissuta, un annuncio deciso, evidente, una carità testimoniata con coerenza, soprattutto, l’esperienza offerta dell’incontro personale con Cristo e della vita nella comunità ecclesiale: ecco la risposta in grande alle grandi sfide del nostro tempo. In altre parole la Chiesa deve in questo tramonto di secolo e in questa chiusura del secondo millennio dell’era cristiana dare un segno decisivo di speranza ad un mondo bisognoso di ideali e offrire contenuti di verità e gesti di amore ad una umanità disorientata. La Chiesa non deve temere di servire ancora il mondo e di annunciare che Cristo merita ancora perché è vivo in mezzo a noi. Pertanto la risposta alle grandi sfide di oggi non consiste nello stare a guardare da una finestra asettica e lontana gli avvenimenti grandi o piccoli che ci passano davanti o sotto. E anche la casa da cui si guarda non è priva di storia, ma ne possiede una lunga e chiaramente identificabile, è quella specifica del Vangelo di Cristo e della presenza della sua Chiesa capace di offrire una prospettiva lungimirante ed efficace in quanto radicata nella verità dell’uomo secondo Gesù Cristo.

Una cooperazione che escluda ogni tipo di colonizzazione anche ecclesiale ma che si apra alle autentiche dimensioni della missione, del dialogo e dello sviluppo, non dovrebbe dimenticare alcune preziose indicazioni segnalate dai nostri Vescovi. Premesso che la cooperazione è un dovere per ogni cristiano, se ogni cristiano deve evangelizzare e deve testimoniare la carità; e la cooperazione è un modo per annunciare e per testimoniare, innanzitutto occorre il rispetto dell’altro in quanto persona della sua storia e della sua cultura. Poi occorre ricercare sempre quei semi di verità presenti in ogni uomo e in ogni società. Terzo: rimane fondamentale lo stile del dialogo per il fatto che il Vangelo della carità non si annuncia se non attraverso la carità. Quarto: rimane essenziale, per chi vuole annunciare il Vangelo e dialogare con le persone e le culture, il fatto che non ci può essere partenza se non dal proprio incontro personale con Cristo e da una vita profondamente innestata nell’esperienza della comunità cristiana.

Un tipo di intervento nuovo di cooperazione è quello che la Conferenza Episcopale sta mettendo in atto da alcuni mesi attraverso un comitato che usa dei fondi provenienti dall’8 per mille. Si tratta di realizzare un aspetto contemplato dalla legge attuativa del Concordato del 18 febbraio ‘84. L’anno scorso questo comitato della CEI aveva a sua disposizione 30 miliardi di lire, quest’anno sono 50, speriamo che andando bene la campagna dell’8 per mille i miliardi siano sempre di più. Questo comitato della CEI si è dato delle priorità nei suoi interventi. La prima è questa: tutti quei progetti provenienti dalle aree geografiche più povere hanno priorità. In concreto si dà la precedenza ai progetti provenienti dai paesi del Sahel africano. Per l’Asia sono privilegiati il Bangladesh e il Vietnam e per l’America Latina il Perù e il Salvador. Poi hanno la priorità i progetti a contenuto educativo, formativo: alfabetizzazione, salute, sviluppo della coltivazione agricola di base. Terzo: qualsiasi ente privato o pubblico, governativo, laico o religioso, può presentare dei progetti alla CEI anche se una attenzione prioritaria viene riservata a quelli presentati dalla conferenze episcopali del terzo mondo. Quarta priorità: vengono favoriti i progetti formulati nel terzo mondo da persone del terzo mondo in quanto si suppone che questi siano maggiormente aderenti ai bisogni reali delle situazioni locali e in quanto sono una occasione favorevole per un ulteriore sviluppo dei soggetti operanti in quei contesti anche se frequentemente tali progetti risultano elaborati con modalità spesso lacunose e imprecise. L’esatto concetto di cooperazione ad ogni livello non è facile né di immediata attuazione perché comporta l’agire insieme, un donare e un ricevere. In questa particolare ottica di interscambio uno spirito di autentica cattolicità domanda una crescita di disponibilità alla cooperazione tra le nostre chiese e le altre chiese. Scrivono i nostri vescovi: "Deve maturare in tutti i cristiani la consapevolezza che mentre le chiese giovani abbisognano della forza di quelle antiche, queste a loro volta hanno bisogno della testimonianza e della spinta delle più giovani in modo che le singole Chiese attingano dalla ricchezza delle altre Chiese. Veramente cattolica è quella comunità che non si preoccupa solo di dare ma anche di riconoscere, di accogliere e di valorizzare il patrimonio di ricchezza spirituale e culturale delle altre Chiese, in spirito di comunione". E questo come vale nei confronti delle Chiese del sud del mondo, vale in particolare verso le Chiese a noi vicine dell’Est dell’Europa che ci hanno offerto una testimonianza eroica di perseveranza nella fede.

La trasposizione di tutto questo dall’ecclesiologia alla promozione umana non è automatica né immediata ma qui i vescovi indicano una strada, ricordano uno stile e ripropongono un metodo che deve essere l’imperativo rigoroso di chi voglia fare dell’autentica cooperazione. Che cosa offrire e come operare ci è abbastanza noto mentre rimane problematico che cosa ricevere e che cosa imparare. È indiscutibile che abbiamo anche molto da ricevere e tanto da imparare, soprattutto negli ambiti dei valori umani, familiari, civili e morali. Una vera cooperazione per essere credibile e per risultare efficace domanda certamente molta fantasia nell’inventare e grande generosità nell’operare ma domanda soprattutto il coraggio dell’umiltà personale e di una continua conversione di mentalità.

Formigoni: A me sembra che il quadro emerso fino adesso sia estremamente chiaro. Chiaro innanzi tutto di quello che la cooperazione è e può fare e sta già facendo da tempo anche se, anticipo il giudizio, non riconosciuta o non sufficientemente riconosciuta nel suo valore e nella sua importanza. Perché dico questo? Mi sembra che il quadro emerso dagli interventi abbia dimostrato che la cooperazione allo sviluppo ha un valore politico essenziale al punto che ormai la cooperazione allo sviluppo è uno degli elementi fondamentali della politica estera di un moderno paese e soprattutto di un moderno paese sviluppato come il nostro o come i nostri della comunità europea. È chiaro che la politica estera è fatta di diversi aspetti, ma la cooperazione allo sviluppo è una questione che riguarda il grado di civiltà stessa del paese.

In questi anni, girando il mondo, ho potuto vedere delle splendide testimonianze della cooperazione italiana. Ho presente il lavoro fatto per i Kurdi, la scuola agricola di Manaus. Quello che stringe il cuore e quello che fa reagire politicamente è che moltissime di queste iniziative rischiano lo strangolamento per fame a causa della situazione attuale e della politica attuale riguardo la cooperazione e lo sviluppo. Mentre la legge 49 sulla cooperazione prevedeva, ad esempio, la possibilità di finanziare extra bilancio le iniziative delle organizzazioni non governative, si ricorre a questo strumento in rarissimi casi, costringendo così l’organizzazione non governativa ad anticipare magari per un anno o due anni le spese per le strutture e le spese per gli stipendi che mantengano in vita i volontari o il personale che va giù.

La domanda è se il nostro paese voglia continuare a tenere effettivamente aperto un capitolo di politica estera che è la cooperazione allo sviluppo. In tal caso occorre cambiare in profondità in alcune direzioni. Innanzitutto occorre liberare la cooperazione allo sviluppo dalla logica del commercio estero e del vantaggio economico per i paesi donatori. Non ho nulla contro gli affari, contro l’economia, ma i vantaggi degli operatori economici italiani non possono essere finanziati con i soldi destinati alla cooperazione e allo sviluppo. E voglio portare la testimonianza di un osservatore di altissima qualità quale l’ambasciatore italiano in Unione Sovietica Sergio Romano che parlando nell’ottobre del 1990 al circolo di studi diplomatici affermava: "L’assistenza finanziaria dei paesi industrializzati si è risolta – parla nei confronti dei paesi in via di sviluppo – in buona parte in una gigantesca partita di giro tra i governi donatori e le imprese del loro paese. Il resto è finito nelle tasche di élite locali e di famelici ceti emergenti. Considerati in questa prospettiva, i debiti del terzo mondo sono in realtà il prezzo che le società dell’occidente hanno pagato per assicurare ai loro connazionali alcune commesse che nessuna banca avrebbe accettato di finanziare". Queste sono denunce che non possono essere passate sotto silenzio e sono all’ordine del giorno nella politica e nel cambiamento della politica del nostro paese e dei paesi della comunità europea.

L’azione di cooperazione allo sviluppo si deve sviluppare poi evidentemente nel rispetto delle culture diverse e dei diversi tempi di maturazione. È sbagliato sia pretendere una totale omologazione sia richiedere una impossibile separatezza che porta di fatto al rifiuto del dialogo e al richiudersi in se stessi. Mi sembra che su questo le osservazioni di Monsignor Gestori siano totalmente condivisibili e illuminanti non soltanto sulla capacità dei cristiani di realizzarlo ma sul fatto che i cristiani utilizzano in questo caso un metodo pienamente umano, e quindi seguibile anche dagli altri, anche tenendo conto che l’occidente cristiano e laico può essere il portatore di una serie di valori fondamentali su cui avviare il dialogo con queste culture diverse: cioè il lavoro, il valore della famiglia, la dignità di ogni essere umano, la valorizzazione della donna.

Collaborazione allo sviluppo significa soprattutto sviluppare azioni che valorizzino la capacità di iniziativa delle comunità locali, privilegiando il sostegno ai progetti che generano lavoro. Per far questo occorre fissare, una volta per tutte, una quota del bilancio dello stato. È del tutto ovvio, da questo punto di vista, che andrebbe cambiato anche il modo di intervenire del governo nei confronti dell’emergenza. L’emergenza gestita direttamente non può portare che a casi come a quelli tristi che ho citato prima. Non che questo sia la regola, per carità, ma certamente favorisce interventi non intelligenti e non adeguati. Anche l’emergenza va gestita con quella capacità di gestione, di cultura, di progettualità che degli specialisti assieme a volontari sono in grado di garantire molto più che non altre strutture.

Andrea Borruso, sottosegretario al Ministero degli Esteri, delegato alla cooperazione e allo sviluppo.

Borruso: Sono d’accordo con quanti, anche qui, hanno detto che occorre ripensare in profondità la funzione e il ruolo della cooperazione, per una serie di ragioni: la prima è che dobbiamo constatare che trent’anni di cooperazione allo sviluppo nei confronti dei paesi africani ha avuto come risultato che il reddito medio dei popoli africani è inferiore a quello che avevano nel periodo della colonizzazione e che il reddito medio oggi in Africa si colloca tra i 400 e i 600 dollari l’anno per persona; è che vi è un rischio, una disattenzione dei paesi donatori nei confronti dell’Africa, perché non più strategica rispetto a 10 o 15 anni fa. C’è un secondo elemento di riflessione: fino a qualche tempo fa, noi parlavamo della cooperazione nord-sud, scoprendo invece che esiste anche un’altra cooperazione imposta dai tempi, che è est-ovest; quando la Commissione Europea, nell’incontro preparatorio dell’altro giorno, ha stimato che, per quanto riguarda l’Unione Sovietica, sono necessari per il prossimo inverno da 2.000 a 2.500 miliardi di dollari per affrontare la fame di quel popolo, voi capite che si apre un versante di riflessione della cooperazione che non esisteva fino a qualche tempo fa.

C’è un terzo elemento che obbliga alla riflessione; è che non si potrà più parlare nei prossimi mesi solo della cooperazione nord-sud, est-ovest, ma anche est-ovest-sud, cioè nel senso che molti dei progetti di cui i paesi dell’Europa orientale si erano fatti carico, soprattutto in alcune aree del globo, vengono meno e creano un vuoto.

Queste tre questioni sono all’ordine del giorno degli incontri dei Ministri per la Cooperazione Europea, proprio per riflettere sul dato di divisione della Cooperazione.

Vi è un quarto elemento: da una stima recentissima del programma per i Paesi in via di sviluppo delle Nazioni Unite, si rileva che c’è un potenziale di immigrazione di circa un miliardo e cinquecento persone che sono nell’area della fame e che rischiano di mettersi in movimento fra qualche tempo. Voglio poi ricordare che papa Giovanni Paolo II, non più di un mese e mezzo fa, parlò del grave dramma che l’Africa sta vivendo, in termini di livelli di sussistenza. Questo è il quadro entro il quale noi ci muoviamo. Allora, se questo è il quadro, gli strumenti della Cooperazione per i Paesi in via di sviluppo, sia quella bilaterale – Italia nei confronti degli altri paesi – sia quella multilaterale, non sono più in grado di affrontare questioni delle dimensioni di quelle a cui ho fatto riferimento. Siamo quindi impegnati – Governo, forze politiche, forze sociali, coscienza popolare – a fare questa riflessione, che ha anche una scadenza: nel maggio prossimo, quando si firmerà il protocollo di intesa europea per l’unione monetaria e l’unione politica, nel documento vi è un capitolo che riguarda la cooperazione e la revisione degli strumenti della cooperazione.

Per non fare un lungo discorso mi limito ad elencare quali sono le questioni: la Comunità Europea aveva fissato, circa sei o sette anni fa, che il livello medio di reddito da destinare alla cooperazione dei Paesi dei 12, sul prodotto interno lordo, doveva essere lo 0,70%; la media oggi europea, o meglio, la media dei paesi donatori, si colloca intorno allo 0,27%. L’Italia, per la verità, dopo tante critiche che facciamo, è il terzo paese in cifra assoluta, con 5.800 miliardi l’anno che destina alla cooperazione dei Paesi in via di sviluppo ed il quarto in via percentuale, avendo una percentuale sul prodotto interno lordo nell’ordine dello 0,37.

Nella riunione che abbiamo fatto in Olanda nel mese di luglio abbiamo rilanciato l’ipotesi che i Paesi ricchi destinino almeno l’1% del prodotto interno lordo per iniziative di cooperazione.

Vorrei fugare una preoccupazione che hanno in modo particolare i paesi sud-sahariani, che essendo l’Europa più preoccupata delle vicinanze geografiche dell’area del Mediterraneo e oggi anche dei Paesi dell’Est, dirotti mezzi e risorse, che erano precedentemente dedicate all’Africa, verso queste aree. L’1% deve esser suddiviso nello 0,25% per l’Europa orientale, lo 0,25% per l’area del Mediterraneo e lo 0,50% per l’area dell’America latina, America Centrale e Paesi sud-sahariani. Quindi c’è un problema finanziario, cioè di aumentare il volume di reddito che dobbiamo destinare alla cooperazione. Questa, innanzitutto, è una questione che riguarda la coscienza dei popoli, perché quando io parlo di un reddito medio di 400 dollari l’anno, poco più di un dollaro al giorno, cioè poco più di 1.600 lire, il futuro di questi paesi è la fame; quindi c’è la necessità che i Paesi ricchi destinino quote maggiori di reddito per la cooperazione ai Paesi in via di sviluppo. Se non lo volessero fare per una ragione di solidarietà, dovrebbero farlo per una ragione di convenienza.

Se mi consentite un esempio: a me sembra che i paesi dell’Europa occidentale si trovino come si trovava l’Impero Romano negli anni del massimo fulgore, quando era circondato da popoli che avevano fame, e i popoli che avevano fame distrussero l’Impero Romano. Io credo che l’Europa si trovi nella stessa situazione, circondata da milioni di persone che hanno fame e che c’è quindi l’esigenza di agire, se non si vuole per un principio di solidarietà ma almeno per un principio di necessità.

Detto questo voglio anche ricordare che c’è un impegno particolare dei cristiani, che è stato richiamato nell’espressione "la pace è opera della solidarietà", contenuta nell’enciclica Sollicitudo rei socialis, che io amo però collegare anche all’altra frase di Pio XII: "La pace è opera della giustizia", perché non si costruisce solidarietà senza giustizia, non si rende la giustizia se non dentro un principio di solidarietà. Questo interpella la coscienza dei cristiani e io ritengo che sia questa la strada sulla quale dobbiamo camminare; revisioni debbono essere fatte sul piano della strumentazione. Anche qui, per usare un’espressione diversa, forse nel prossimo futuro, anche per le cose che sono state dette e che io condivido, invece di parlare di cooperazione dovremo parlare di partecipazione allo sviluppo. Forse l’errore della cooperazione negli anni della politica post-coloniale è stata quella di ritenere di fare della cooperazione senza partecipazione soprattutto della popolazione interessata. Ritengo che se un connotato culturale della cooperazione deve cambiare è quel connotato che coinvolge la gente ai processi di sviluppo secondo la specificità delle loro culture.

C’è un altro rischio in Africa, se non stiamo attenti: i paesi che per anni hanno avuto la suggestione di un modello ideologico come quello marxista, oggi – cadendo la suggestione del modello marxista – rischiano di approdare verso una tendenza di fondamentalismo islamico, creando una serie di questioni che voi immediatamente potete immaginare. Allora se, come dice l’U.N.D.P. (Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo) bisogna traguardare la cooperazione al problema della salvaguardia dei diritti umani, al problema dei "processi di democratizzazione", ci sono però dei parametri che noi dovremmo subito adottare, e cioè: aiutare in modo proporzionale i Paesi che proporzionalmente riducono gli investimenti nel settore degli armamenti; se parliamo di partecipazione allo sviluppo è bene che in alcuni paesi la cooperazione avvenga in modo più sostanzioso e in modo proporzionale alla riduzione della spesa pubblica nel settore degli armamenti.

Secondo: che la cooperazione sia legata ai processi di tutela e di difesa dei diritti umani e delle singolarità individuali ed etniche; c’è da fare una distinzione tra la cooperazione che passa attraverso Stato con Stato e la programmazione che passa tra il popolo italiano e il popolo del paese in cui noi andiamo.

Per spiegarmi arrivo a due questioni: ritengo che sul piano dell’emergenza noi dovremmo utilizzare, in via estensiva e non in via occasionale, le organizzazioni non governative per la semplice ragione che l’emergenza è diretta al popolo, evitando i rischi, che abbiamo corso anche in alcuni recenti fatti, di darla a degli Stati in cui poi l’emergenza veniva gestita secondo criteri politici; basterebbe andare a vedere nel Corno d’Africa. Allargare ancora di più, nella fase della programmazione che faremo a fine anno, l’area dei programmi affidabili alle organizzazioni non governative, perché esiste un problema – lo schematizzo –: non serve fare le grandi opere, anche se utili (non parlo di quelle inutili), se poi non ci preoccupiamo di chi le gestisce una volta che le abbiamo realizzate; quindi esiste un problema di creare in questi paesi una struttura minima almeno, di quadri medio, medio-bassi che consentano di sostenere lo sviluppo, e questa può essere un’area di attività delle organizzazioni non governative.

Altro elemento: dobbiamo legare insieme i momenti dell’investimento nel settore delle grandi opere e il momento formativo. Ho visto, rileggendomi i resoconti dei lavori di alcune commissioni bilaterali, che noi facciamo delle opere e poi facciamo corsi di formazione di tutt’altra cosa che non c’entrano niente: con il risultato che, in alcuni casi, una volta realizzata l’opera, non c’è chi la sa gestire. Sono d’accordo che la Cooperazione non è lo strumento di penetrazione commerciale di un paese: questa va fatta con strumenti diversi, va fatta con strumenti del commercio con l’estero; ma qui si apre un problema, quello che viene detto in termini tecnici lo "slegamento". Cosa vuol dire "lo slegamento"? Vuole dire che nel momento in cui noi facciamo degli interventi a dono imponiamo l’impresa italiana che li realizza: così fanno anche gli altri, per la verità. Sul piano europeo è stato posto, anche da noi, il problema di non obbligare l’utilizzo di un’impresa italiana su un dono che l’Italia fa ad un paese, ma di lasciarlo alla libera capacità organizzativa di supporto che esiste sul territorio.

L’ultima considerazione è questa: c’è una sfida nuova, però, e ho lasciato questa per ultimo perché è contenuta in modo centrale nella Centesimus annus, ed è la sfida alla cultura cattolica e alla cultura moderna di sapere coniugare insieme le ragioni dello sviluppo e il dovere della tutela dell’ambiente. È tema questo che si sta ponendo con grande forza proprio nei Paesi dell’America latina. Ho l’impressione che questo tema verrà fuori con forza nell’Africa australe non appena il Sud Africa potrà essere coinvolto nei processi di sviluppo di quest’area. Si pone il problema di come coniugare insieme le ragioni dello sviluppo di questi territori con il dovere della tutela dell’ambiente. Su questo, al di là delle lamentele e al di là dei sentimentalismi, manca una cultura.

Ultima considerazione. Io sono preoccupato di una cosa, parlando delle ONG: aumenta il loro numero e diminuisce quello dei volontari. Mentre è vero che noi abbiamo riconosciuto tante ONG in questo ultimo periodo, ho però l’impressione che il numero dei volontari sia notevolmente diminuito. Io ho una preoccupazione, che in alcuni casi e in alcune aree vi sia una sorta di mutazione genetica delle ONG, e cioè che diventino da organizzazioni non governative fondate sul volontariato a organizzazioni pseudo-volontariali legate all’imprenditoria italiana. È un rischio questo, e c’è anche qui una sfida al mondo cattolico, perché dopo gli anni ‘60 e ‘70, anni di grande animazione del mondo cattolico sull’impegno internazionale del volontariato, la coscienza cattolica ha una sorta di rimozione rispetto a queste questioni. Vorrei richiamarvi un dato, e parlo sempre sull’Africa, perché nessuno ne parla più. È vero che la lontananza che ci separa rispetto a quei territori crea una difficoltà, ma attenzione che la lontananza non costruisca una distanza, perché in un mondo che sta diventando simultaneo nei suoi processi e sincronico nei suoi movimenti, occorre che noi abbiamo la coscienza che se la pace non si costruisce sulla solidarietà, non come emozione del sentimento ma come responsabilità comune, rischiamo di vivere un tempo di grandissime tensioni ancora più gravi di quelle della guerra, perché sono tensioni che lacerano la coscienza e gli animi delle persone. Per questa ragione il tema della cooperazione non è argomento tecnico, non è argomento soltanto di coloro che la fanno: deve diventare coscienza di un popolo. E l’Europa si costruirà nel suo futuro se si costruirà sulla coscienza della collaborazione e della cooperazione con chi ha meno di noi.

Vittadini: Concludiamo questo incontro con alcuni slogan: la cooperazione nasce da una vita, una vita che è annuncio del Vangelo e testimonianza della carità, deve portare a uno sviluppo che coinvolga le forze locali e quelle non governative dei paesi di origine. E allora speriamo che anche qui si passi un po’ di più a "più società e meno stato".