Venerdì 31 agosto, ore 11.15

LA CHIESA PER IL FUTURO DELL’AMERICAIN

Partecipano:

Mons. Antonio Quarracino,

argentino d’origine italiana, vescovo d’Avellaneda, presidente della Conferenza episcopale latino-americana (CELAM)

padre Egidio Viganò,

cileno d’origine italiana, Rettore Maggiore dei Salesiani, presidente dell’Unione dei Superiori generali, docente alla Facoltà teologica di Santiago del Cile.

Mons. Richard Malone,

statunitense, segretario della Commissione dottrinale della Conferenza episcopale degli Stati Uniti don Francesco Ricci,

italiano, esperto d’affari g ecclesiastici latino-americani

Quale proposta ha la Chiesa per il futuro dell’America? Quale proposta che rispetti la grandezza dell’uomo americano, rispetti la grandezza del mito americano, quest’inesausta volontà di felicità per l’uomo, che anima la storia dell’America, questa volontà di non rassegnarsi ad una vita mediocre, di non accettare un’inferiorità che sia consolazione?

A. Quarracino:

Parlando lo scorso anno ad Haiti il Papa ha detto che la fede della Chiesa ha impresso il proprio sigillo sull’anima dell’America Latina costituendo così la matrice culturale del Continente. Nonostante crisi e vicissitudini d’ogni genere, la Chiesa si è consolidata con forza crescente nelle Repubbliche latino-americane La Chiesa latino-americana ha un volto proprio, allo stesso modo delle altre Chiese; questo volto, con i suoi lineamenti, non è nato improvvisamente e non resterà per sempre uguale; bisogna che la Chiesa latino-americana pensi al futuro e non può farlo se non pensa allo stesso tempo, almeno minimamente e umilmente, al futuro dell’America Latina. Io non intendo fare il futurologo e nemmeno azzardare delle previsioni; vorrei soltanto sottolineare certi punti, forse i più semplici, ma a mio avviso non senza importanza. Ricordiamo anzitutto, e credo che questo è stato detto nella sede del Meeting, che l’America Latina come continente, o se preferite come subcontinente, ha bisogno dell’unità. Ragioni storiche di diversa natura hanno fatto dell’America Latina un insieme di 22 nazioni, alcune grandi (non faccio nomi) e altre più piccole, anzi, alcune piccolissime, che presentano, queste nazioni, una quantità enorme di bisogni e di problemi. Una conseguenza prevedibile e oggi evidente, è una certa debolezza, per dire così, generale, in tutte le nazioni e a tutti i livelli di vita d’ogni nazione. Si è parlato della patria grande; lasciando da parte ogni discussione di tipo politico e geopolitico, è vero, e questo è il principio, che l’America Latina deve integrarsi politicamente e culturalmente nel modo più profondo possibile. E’ stato detto che la fine di questo secolo troverà l’America Latina unita o dominata., Anch’io penso che sarà cosi. La Chiesa cattolica, per la fede diffusa nel continente, per quella fede che certi dicono arrivò profondamente all’anima del continente, per la fede, dico, del continente, e per la cultura che è basata sulla fede stessa o sulla stessa fede e su una lingua comune, che possiamo chiamare iberica, cioè lo spagnolo e il portoghese, costituisce un’insostituibile forza d’unità Concretamente dico che la sfida della Chiesa sul futuro latino-americano è di mettersi a lavorare con anima e cuore per l’unità di quest’America, senza intolleranze, e con grande comprensione, ma con forza e senza complessi, e sempre con amore. Perché l’unità, qualsiasi sia, da un punto di vista cristiano, sempre è frutto dell’amore. Ci saranno degli ostacoli in questo lavoro, senz’altro, e vorrei segnalarne alcuni. Primo: il nazionalismo esacerbato; c’è un giusto nazionalismo, che comincia ad essere ingiusto quando perde la visione e la comprensione dell’insieme; nel nostro caso, l’America Latina. Secondo: l’opera sospetta e deleteria delle altre mille sette religiose che in questi anni si sono diffuse nel Continente; una fede indebolita e frantumata perde forza come elemento d’unità.

Terzo: la Chiesa non sarà affatto un forte fermento d’unità se quest’ultima, cioè l’unità, non sarà vissuta intensamente al suo interno. Questa è una condizione indispensabile. Un regno in sé diviso perisce; una Chiesa disunita non unisce. Quanto diciamo, tra parentesi, vale tanto in campo nazionale, cioè di una Chiesa nazionale, che internazionale, cioè nel complesso di una Chiesa in molte nazioni, in questo caso in America Latina Un altro punto. L’America Latina ha bisogno di superare le ingiustizie e la povertà; in genere, diciamo, del sottosviluppo, che, fra parentesi, crescerà in questi anni, e non so dove arriverà con il grossissimo problema del debito estero (credo che all’Italia non ne dobbiamo gran che, però ad altri paesi sì). La Chiesa non ha una dottrina economica, voi lo sapete; non è suo compito presentare dei piani, o soluzioni o ricette di questo genere; penso che in questo campo, nel futuro, la Chiesa dovrà impegnarsi di più nei seguenti punti. Primo: una predicazione chiara e ferma, ma equilibrata e realista, della giustizia sociale, con una necessaria denuncia delle ingiustizie quando fosse opportuno. Questa predicazione non deve essere una cosa isolata, ma deve mettersi nella cornice dell’insegnamento e promozione della dottrina sociale e globale della Chiesa. Certamente non si troveranno nel suo seno le risposte concrete ai problemi del sottosviluppo, bensì lo spirito e la prospettiva che devono animare quelle risposte.

Secondo: deve impegnarsi in un lavoro di promozione umana e di evangelizzazione della cultura. La presenza della Chiesa nei grandi mezzi della cultura contemporanea, principalmente nei mass-media, è debole, è insufficiente; ma in questo ambito culturale può essere presente una Chiesa povera di mezzi economici ed umani? E un grosso problema.

Terzo: nel futuro dell’America Latina la presenza della donna avrà un forte e importante rilievo Il famoso ‘machismo’ latino-americano, anche se continua ad esistere, sta diminuendo, e fra non molto tempo, penso, perderà gran parte della sua forza, almeno in certi paesi. C’è una rivalutazione della donna secondo un femminismo che la fa diventare più schiava, un femminismo (parlo in genere) superficiale, alle volte veramente stupido; un femminismo che fa diventare alle volte, senza saperlo, l’uomo più padrone; ma c’è anche un femminismo che pensa ai ‘insieme’; non contro l’uomo, ma insieme all’uomo. La Chiesa ha una diritti e ai doveri della donna, che non usa la parola 'contro', ma la parola antropologia e una teologia che valorizzano la donna, ma purtroppo sappiamo tutti che continua ad esistere una letteratura proprio contro quello che ho appena finito di dire.

Quarto: un futuro dell’America Latina cristiana, in cui sia rispettata la dignità dell’uomo, non può dimenticare la dimensione verticale, cioè la vita, l’attitudine contemplativa. L’America Latina non può crescere o avanzare soltanto, né vogliamo che sia così, soltanto secondo la dimensione prometeica. Sarebbe penoso e quasi contro la natura stessa dell’anima latino-americana non farlo anche in modo giovanneo, direi quasi mistico, se non sembra un uso abusivo della parola. Questi quattro aspetti credo siano elementi necessari per contribuire a superare la situazione malandata della realtà sociale dell’America Latina. Ma per arrivare fin qui è indispensabile la formazione di una coscienza laicale, propriamente ecclesiale e impegnata con tutte le realtà di un mondo che bisogna portare verso Cristo, o meglio un mondo, il cuore del quale deve battere secondo i ritmi della verità e della vita del Cristo Risorto

E. Vigano:

Quali sono a mio avviso i compiti principali della Chiesa oggi, in America Latina, per preparare il suo futuro? Chi conosce Medellin Puebla può farne facilmente un’indicazione esaustiva. Io mi voglio riferire solamente ad alcuni aspetti che mi sembrano strategici per l'attività della Chiesa. Il primo aspetto è l’impegno della Chiesa nel fare, nel proclamare una grande profezia della libertà, la profezia della libertà. Il Vangelo ci assicura che solo la verità ci farà liberi. C’è bisogno di una verità che salva, questa che è contenuta esaustivamente nel mistero di Cristo, Parola del Padre, tutta la Verità. E allora per far capire ai popoli del continente, ai costruttori della società in che cosa consiste questa verità di Cristo, c’è bisogno di una profezia che spieghi chi è Cristo, che cos’è la Chiesa, che cos’è l’uomo. Lo ha detto Giovanni Paolo Il nel suo famoso discorso a Puebla. Questo significa che uno dei compiti fondamentali (per me lo considero il primo, il più radicale) è l’evangelizzazione della cultura, cultura nel senso evidentemente antropologico e non nel senso illuministico d’erudizione. La cultura del popolo, la cultura dell’opinione, la cultura dei centri di studio. Evangelizzare la cultura, fare arrivare la luce di Cristo. La missione della Chiesa, l’antropologia cristiana ha gli elementi costitutivi della mentalità, del pensiero, del giudizio, dei progetti, della strutturazione della società, della vita politica. A Puebla nella Commissione che ha studiato la cultura c’è stato un battibecco abbastanza forte perché si voleva metterla cultura dopo i problemi della promozione, dell’economia, della politica e finalmente anche della cultura. Infine invece si è mutato l'ordine del testo, anteponendo la cultura. Questo per significare che alla radice dell’economia, della politica, dell’attività umana, anche della maniera di sviluppare le scienze, vi è un senso integrale dell’uomo che costituisce una cultura. Quindi, ecco, per me, il primo elemento che la Chiesa, portatrice di novità, deve impegnarsi a fare in America Latina. Evangelizzare la cultura, portare la vera profezia della libertà. E voi capite che solo al dire questa parola nascono tanti problemi, ci sono grossi problemi, nell’interpretazione anche, da parte di cristiani. E allora questa profezia della libertà ha bisogno di irrobustire ciò che costituisce la mediazione del Verbo di Cristo, che sono i pastori della Chiesa. Per l’evangelizzazione della cultura c’è bisogno di un episcopato che si impegni profondamente, quotidianamente nell’orientamento della cultura dei popoli latino-americani, il Papa e i Vescovi, ricordando che la verità che libera non è una verità scientifica, ma è una verità di salvezza portata da Cristo il quale ha fondato la sua Chiesa non su idee, non su filosofi, e neppure su teologi, ma su Pietro e sugli Apostoli e sui loro successori. Questo è un impegno per me strategico, primordiale e fecondo per il compito della Chiesa per il futuro dell’America Latina. Secondo: considero caratteristica del continente latino-americano l'esplicitazione della beatitudine della povertà. Che cosa significa ‘Beati i poveri’. Chi sono i poveri e che cosa significa optare per i poveri. Anche qui percepite subito che ci sono tanti grossi problemi. Però quello che io voglio significare con l’esplicitazione della beatitudine della povertà è stato indicato in due righe del documento di Puebla. Mi ricordo a memoria il numero del paragrafo perché ci ho pensato tante volte. E’ il n. 1152 dove, dopo aver presentato il documento, la beatitudine della povertà, ossia il concetto cristiano di povertà, che non è la miseria sociale, ma è tutto un concetto sui beni economici, sul loro valore di relazione, sul loro essere creati da Dio per tutti, quindi sulla loro condizione costitutiva di servire al bene comune, di servire alla società, fa pensare che se si riesce ad esplicitare nel popolo, nei politici, nei sociologi, nei conduttori dei gruppi umani questa beatitudine della povertà si troverà. Ecco le parole del documento: `si troverà un’alternativa di progetto sociale che sostituisca gli attuali progetti sociali materialisti, dell’Est e dell’Ovest. Ma questo è bellissimo. Ritengo che questa sia la gran parola che l’America Latina, la Chiesa, i cristiani in America Latina potrebbero dire alla Chiesa universale: inventare un progetto ispirato alla povertà evangelica che non sia né capitalista né collettivista. questo che hanno cercato di individuare i Vescovi. Ma per questo, carissimi giovani, se prima per la profezia della libertà ci volevano dei bravi vescovi e dei bravi preti, qui ci vogliono numerosi, ottimi , competenti, preparati laici. C’è bisogno d’economisti, di scienziati, di politici cristiani. Urgentissimo. La politica è espressione della carità sociale. Abbiamo bisogno di cristiani che sappiano fare politica e non di preti che rubano il lavoro ai laici Terzo e ultimo: un terzo impegno della Chiesa per il futuro del continente è (cerco una parola un po’ originale, un po’ strana per farla ricordare) la testimonianza dell'originalità sacramentale. Che cosa intendo per originalità sacramentale? Guardate che qui tocchiamo il tema della nostra vita cristiana, il messaggio più grande di Gesù Cristo, che si riferisce al primato della carità, al primato dell'amore. Il cristiano, noi, voi cari giovani, siamo sacramento. La vita cristiana non consiste nella sua perfezione all’osservanza di una legge, ma nel significare e comunicare, ossia essere segno, essere sacramento dell'amore. Qual è l’azione cristiana più perfetta? Quella compiuta in perfetta osservanza dei dieci comandamenti? (Ricordate il giovane ricco nel dialogo con Cristo?) No. E’ quella che esprime più amore

R. Malone:

( ...) All’origine degli Stati Uniti ci sono due diversi apporti che determinano, negli anni 1750-1760, quel grande risveglio che porterà le colonie nordamericane dell’Inghilterra al distacco dalla madrepatria e alla conquista dell’indipendenza con il nome di Stati Uniti d’America. Da una parte il risveglio religioso suscitato dal movimento che si ispirava alla predicazione dei fratelli Charles e John Wesley: un movimento che coinvolge tutte le colonie, fino ad allora chiuse ognuna in se stessa, facendo loro scoprire di avere, in comune, al di là delle singole confessioni, una stessa fede religiosa e quindi la base di una possibile unità. Dall’altra l’attività di intellettuali come Jefferson, come Benjamin Franklin, che avevano trascorso la gioventù in Francia ivi subendo largamente l’influsso della filosofia illuministica. Il combinarsi di questi due apporti ha fatto sì che gli Stati Uniti siano nati all'insegna di una separazione non antagonistica e non conflittuale fra fede e istituzione politica e pubblica in genere: una tolleranza religiosa di fondo basata sul comune senso religioso del popolo (...) Basti questo esempio: negli Stati Uniti si giura non sulla Costituzione americana ma sulla Bibbia intendendo con questo entrare in un’alleanza solenne al tempo stesso con Dio e con il popolo. Da venti o trent’anni a questa parte, però, si è andati sempre più cercando la base della concordia civile non più nella comune fede religiosa ma in un'unità laica costruita sull’idea che tutto ciò che potrebbe creare divisioni debba essere confinato nell’ambito della vita privata dei singoli, e pertanto meriti dissenso da parte di alcuno, contribuisce a far crescere la concordia demo che rilevanza pubblica soltanto ciò che, non suscitando critica. Ciò ha determinato il ritiro della Chiesa cattolica, e delle Chiese in genere, dal dibattito pubblico. Si è creato così un vuoto, e quando si crea un vuoto c’è sempre qualcuno che corre a riempirlo. E in questo caso questo qualcuno è stato l’intellighenzia ‘laica’: di qui la secolarizzazione delle scuole, l'eliminazione della preghiera all’inizio delle lezioni ecc. Frattanto però la gente conservava il senso religioso e reagiva alla secolarizzazione che calava dall’alto con un forte risveglio religioso: parte di rilievo di tale fenomeno sono per esempio i carismatici, sorti nella Chiesa cattolica a partire dal 1967. A seguito di questo risveglio religioso si sta di nuovo largamente diffondendo la convinzione che i problemi morali e religiosi non devono restare confinati nel privato, e che non si deve esitare a far oggetto di pubblico dibattito anche temi come l’aborto, che finora era ritenuto tabù: si diceva infatti che mettere in discussione la liceità dell’aborto equivaleva a limitare la libertà di chi vuole abortire. Oggi siamo impegnati a far sì che il dibattito sull’aborto sia ricollocato al suo giusto livello, a far capire che una libertà democratica, la quale sia del tutto sganciata da un senso religioso e da un patrimonio di comuni valori morali, conduce all’atomizzazione della società. In tale contesto la Chiesa ha un compito che peraltro non contrasta affatto con il principio della tolleranza di cui essa riconosce il grande valore. Ha il compito di richiamare senza esitazioni la società democratica a non perdere di vista i valori umani trascendenti mancando i quali non c’è convivenza civile. La Chiesa deve difendere la società da quella nuova forma d’intolleranza che consiste nell’attribuire alla maggioranza il potere di definire che cosa è morale e che cosa non lo è; non deve perciò temere di riannunciare il Vangelo in tutta la sua profondità; un discorso che a volte la maggioranza preferirebbe non dover riascoltare, ma di cui nel tempo lungo avrà essa stessa bisogno per dare consistenza alla società che sta costruendo. Questi, in sintesi, i compiti nei quali deve impegnarsi ed in cui s’impegna oggi la Chiesa negli Stati Uniti

F. Ricci:

Il mio è il contributo di chi guarda all’America da europeo, direi però non soltanto da europeo occidentale. Ho, infatti, alle spalle diversi anni d’interessi e di contatti con l’Est europeo, ed oggi mi occupo soprattutto d’America Latina. Dalla frontiera dell’Impero d’oriente, insomma, cioè Praga, Budapest e Varsavia, sono finito direttamente a quella dell’Impero d’occidente, cioè Rio de Janeiro, San Paolo, Santiago del Cile, Buenos Aires, senza aver tempo di conoscerne le due rispettive metropoli (...) Vorrei qui passare in rassegna i tre ‘occhi’ con cui dall’Europa si guarda all’America, in particolare all’America Latina. Cominciamo con l’occhio dei mass-media, cioè degli strumenti della cultura dominante da noi, diciamo i giornali. In questi giorni, su quello che i giornali, e perciò l’italiano medio pensa dell'America latina, della Chiesa per l’America Latina, lo slogan corrente è la teologia della liberazione. A leggere i giornali sembra che se c’è una Chiesa per il futuro dell’America Latina, questa Chiesa è rappresentata dalla teologia della liberazione, non solo come contenuti, ma proprio come prassi. Non voglio entrare qui in questa sede, perché non è la sede giusta né opportuna, nel merito del problema. Ne parlo piuttosto dal punto di vista della strumentalizzazione che della teologia della liberazione, delle sue intenzioni e dei suoi risultati, buoni o cattivi che siano, si sta facendo da parte degli strumenti di manipolazione della opinione pubblica in Europa occidentale e anche qui da noi in Italia. Certamente quello che si può dire da questo punto di vista è che con questa teologia si è inteso mettere a fuoco, si è tentato di mettere a fuoco un problema oggettivamente certo e inevitabile, ossia che non ci può essere evangelizzazione senza liberazione; come diciamo noi, che non ci può essere comunione senza liberazione. Di questo dobbiamo prenderne atto, non ci può essere una fede che non si realizzi in un affronto, in un impatto, in un’incarnazione concreta nella storia, non ci può essere una fede separata dalla vita, non ci può essere una Chiesa assente e non presente alla storia concreta degli uomini. In quello che è il suo valore ideale, la teologia della liberazione attuale trova però anche il suo limite. Purtroppo non si tratta tanto di una teologia della liberazione latino-americana pensata all’interno della storia, e dell’esperienza di fede come avvenimento di liberazione, dei credenti latino-americani; si tratta più modestamente di una. trasposizione scritta e parlata in spagnolo o in portoghese di tematiche in gran parte pensate ed elaborate in Europa. E’ una delle tante forme di colonialismo e perciò, visto dal punto di vista latino-americano, è una delle tante forme di dipendenza in cui vive ancora il grande continente latino-americano. Ma qui sta a punto. La Chiesa nell’America Latina non può pensare al futuro o porsi per il futuro dell’America latina, dei popoli latino-americani, se non giungendo ad una coscienza, un'autocoscienza dei suoi cinque secoli di storia; se non facendo della memoria di questi 500 anni il contenuto di un’autentica teologia latino-americana (...).Un secondo ‘occhio’, con cui dall’Europa si guarda alla Chiesa latino-americana, è quello della cultura nel senso positivo, nobile del termine. Dal elementi di elaborazione di una presenza della Chiesa nel futuro dell’America Latina emergono, come rilevanti e determinanti, quelli che Puebla ha elaborato in termini di coscienza storica, di memoria e anche di cultura. Mi riferisco qui all'accenno che ha fatto mons. Quarracino a quel famoso tema del substrato culturale cattolico dell’America Latina, che non può continuare a restare un titolo, una dichiarazione. Deve costituire una grande ipotesi di lavoro, su cui la chiesa latino-americana si impegna e non dico appena nei suoi livelli accademici o intellettuali, ma a livello di autocoscienza di Chiesa, si impegna ad approfondire una propria autocomprensione così da poter diventare soggetto creatore di storia nel continente. Non dimentichiamo che anche in Europa, la grande teologia europea, quella di cui ancora noi viviamo, è nata, giusto nel IV V secolo, attorno a grandi tematiche che hanno avuto come centro la questione cristologica e non solo nei suoi elementi strutturali, ma anche proprio nei suoi elementi dinamici, storici, soteriologici, redentivi, Cristo redentore del cosmo e della storia. molto importante come in questo momento, con una vicenda storica che già rappresenta la maturità di un'esperienza, la Chiesa latino-americana adempia alla indicazione che ha dato a se stessa a Puebla. Noi possiamo confermare, dal punto di vista dell’esperienza storica delle chiese moria e perciò la questione della cultura europee, che la questione della me è una questione fondamentale perché la Chiesa sia una presenza, e questa presenza sia una promessa, una speranza, sia una guida dei popoli verso il loro futuro. Veniamo infine al terzo ‘occhio’ con cui si guarda alla Chiesa latino americana dall’Europa: l’occhio’ della Chiesa medesima. Che cosa dice l’esperienza delle Chiese europee, delle Chiese bimillenarie? Dice che la Chiesa può interpretare la storia delle nazioni, la storia dei popoli, solo nella misura in cui essa si fa soggetto, non che guarda dal di fuori, giudica dal di fuori, orienta dal di fuori; ma nella misura in cui, all’interno del popolo, la Chiesa si costituisce come un soggetto, che vive la storia del popolo, secondo la novità che il Cristianesimo fa irrompere nella vita degli uomini e nella storia delle nazioni. Cioè la Chiesa può interpretare la storia e la Chiesa latino-americana interpreterà la storia del continente latino americano nella misura in cui la Chiesa si farà soggetto storico, portatore di una trasformazione, portatore di una novità e, per dirla con una parola che almeno in Europa è pienamente legittima dal punto di vista ecclesiale e dal punto di vista culturale, nella misura in cui la Chiesa si fa movimento Vorrei, prima di concludere, accennare a due aspetti a mio avviso significativi del compito cui noi europei siamo chiamati con riguardo all’America Latina. Occorre innanzitutto che noi cominciamo a realizzare nuove forme di solidarietà cristiana, con le Chiese dell’America Latina, che andando ben oltre il cosiddetto ‘terzomondismo’, ormai morto e sepolto, creino quella corrente di comunione, che permette di dare al carisma, che lo Spirito suscita, quel respiro, quella dimensione di cattolicità in cui è l’unica possibile verifica della sua vita Occorre poi che questo impegno di ricerca di numero forme di solidarietà sia assunto anche dalle Chiese nordamericane, affinché si realizzi un grande e unico movimento, che abbracci complessivamente le radici, che sono nostre europee, e i nuovi germogli, i nuovi virgulti che sono loro, dell’America del Nord e del Sud. Aggiungo che questo movimento grande e realmente cattolico potrà coi! di bili diventare una realtà storica solo se noi, in Europa e in America del Nord e in America del Sud, costruiremo un’unità della Chiesa che sia così visibile da diventare una proposta percettibile, concretamente tangibile per gli lei n uomini dei nostri popoli e dei nostri continenti. Perché questa unità sia il contenuto della liberazione, e perciò ne possa essere anche il metodo.