Storie dalla evangelizzazione dell’America.

Nella memoria grata dei testimoni

Venerdì 28, ore 15

Relatore:

Guzman Carriquiry

Guzman Carriquiry è docente di Storia della Chiesa e membro del Pontificio Consiglio per i Laici. Nato in Uruguay, da molti anni vive a Roma. E’ tra i fondatori della rivista Il Nuovo Areopago.

Carriquiry: La Chiesa cattolica celebra, in quest’anno 1992, il quinto centenario dell’inizio dell’evangelizzazione nelle terre del "nuovo mondo americano": tutt’altro che un ricorrente "mea culpa" ossessivo, masochista, perfino strumentale destinato a delegittimare il compito missionario, nonché di civilizzazione e liberazione, che essa oggi continua a svolgere presso i popoli dell’America Latina. Ma neanche un’apologia trionfalistica, superficiale, confusa nelle retoriche protocollari e gli omaggi convenzionali, che abbondano da ogni parte. Si tratta piuttosto di un "celebrare", inteso nel suo senso più profondo, cioè un fare memoria viva e grata, e al contempo impegnativa, del fatto — del Dono più sconvolgente, radicale e decisivo per la nascita, la storia e il destino dei popoli latino-americani: "Gesù Cristo, ieri, oggi e sempre" (Eb 13,8) (come recita il tema scelto dal Santo Padre per la prossima IV Conferenza generale dell’Episcopato Latino-americano, che si terrà a Santo Domingo nell’ottobre 1992). Occorre celebrare questo centenario — ricordò Giovanni Paolo II ai Vescovi del continente — "con un atteggiamento di gratitudine verso Dio per la vocazione cristiana e cattolica dell’America latina, come verso quanti furono strumenti vivi e attivi dell’evangelizzazione"(1). Anzi, sentendosi convocati ad "una nuova evangelizzazione" dell’America Latina che "si sviluppi con maggior vigore —come quello delle origini — un potenziale di santità, un grande impulso missionario, una vasta creatività catechetica, una manifestazione feconda di collegialità e comunione, una battaglia evangelica per la dignità dell’uomo (...)(2)". Come quello delle origini! Non invano una costellazione di santi percorre questo "nuovo mondo", dalla metà del XVI secolo fino alla metà del XVII, rendendo testimonianza con la propria vita — riconosciuta e proposta come esemplare dalla Chiesa — di tali dimensioni feconde della prima evangelizzazione.

Essi provengono ed emergono da quel mondo umano composito che, in una straordinaria avventura, la cristianità iberica riversa al di là dell’oceano. Dal più grande dei "conquistadores" al più oscuro dei soldati, portano tutti con sé quella sete di ricchezza, di potere e di gloria che non riescono a soddisfare nella madre patria, e che deve compensare gli enormi rischi e sacrifici affrontati, ma anche un senso di appartenenza cristiana che spesso suscita drammatici sussulti e "scarichi di coscienza". "Per servire Dio e il Re e portare la luce a quanti si trovavano nelle tenebre — confessa Bernar Diaz, uno dei grandi cronisti — come pure per conseguire la ricchezza, che tutti noi venivamo comunemente a cercare". La gratuità e la passione umana caratterizzano invece la grande corrente missionaria, in cui le testimonianze di Toribio de Mogrovejo, Martin de Porres, Juan Macias, Rosa da Lima, Mariana da Quito, Luis Bertran, Pedro Claver, Francisco Solano, José de Anchieta, Roque Gonzales e molti altri "ci insegnano che, superando le debolezze e le viltà degli uomini che li circondavano e talvolta li perseguitavano, il Vangelo fu vissuto e si può ancora vivere in America Latina nella sua pienezza di grazia e di amore (...)"(3). Sono testimonianze così cariche di adesione e affermazione della realtà tutta, di amore al proprio destino riconosciuto e accettato, di un vivere ogni cosa e incontrare ogni persona nell’effluvio di una smisurata fecondità umana che tutto abbraccia e unisce in quello stesso destino, che la loro memoria rompe la crosta di disquisizioni ideologiche tra "leggende nere" e "leggende rosa" in cui può trovarsi intrappolato e sminuito l’avvenimento cristiano. Ad esso, invece, costoro danno consistenza concreta, realismo attraente e affascinante, espressione credibile. Sono la prova vivente che, anche nel "nuovo mondo", in cui abbondò il peccato — spirale di dominazioni, sopraffazioni e schiavitù — sovrabbondò la grazia. I nostri santi americani sono perciò testimoni che hanno vissuto un’adesione totale, consapevole, cercata e continuamente riaffermata a un disegno di salvezza, incentrato nella ubbidiente sequela di Gesù Cristo, totalmente presi da questo loro essere "invitati" ad gentes, sempre in cammino verso il superamento di ogni limite e di ogni frontiera, per comunicare il fuoco della carità che arde nei loro "cuori". Nuovo mondo, nuovi santi, uomini nuovi, uomini veri, testimoni, profeti, promotori di quella pienezza di umanità ricreata, rivelata, compiuta in Gesù Cristo per la salvezza di ogni persona e di tutte le nazioni.

I. Intravedere ragioni nel Mistero

Due sono le chiavi storiche fondamentali per avvicinarsi al mistero di tali testimoni, che sono un grande dono, un miracolo di Dio, e attraverso cui i "cieli nuovi" si legano alla "terra nuova", per quanto la vecchia creazione permanga e persista nella sua schiavitù.

La prima è quella legata alla vitalità religiosa che pervade la penisola iberica con forti correnti di "riforma cattolica", antecedenti la crisi protestante, da cui la preservano, mentre preparano il Concilio di Trento. Non si può capire lo sprigionarsi di energie missionarie così generose, audaci e creative, nell’epopea americana, se non si tengono presenti i Sinodi provinciali di riforma in Hispania; la creazione di collegi per il clero, anticipazione dei seminari tridentini; l’innalzamento del livello spirituale, morale e pastorale prodottosi tanto nell’Episcopato che nel clero, ben al di sopra della media assai bassa di tante altre regioni europee; lo sviluppo delle Università di Alcalà e di Salamanca, al culmine della cultura umanistica rinascimentale, in piena ripresa degli studi biblici e patristici, diventate culla della seconda scolastica; la riforma "osservante" degli ordini mendicanti; la riforma del Carmelo e il tempo della grande mistica di Santa Teresa e di San Giovanni della Croce; la fondazione della Compagnia di Gesù...(4) Correnti e doni tutti per un risorgimento e una rivitalizzazione della tradizione cristiana, che rimetteva in evidenza la forza originale dell’incontro con Cristo e del suo annuncio come evento di senso ultimo e globale per affrontare le sfide di un nuovo crocevia storico.

Ma ciò che incanala e consolida tali correnti di riforma, forgiando quindi grandi santi, è questa seconda chiave, è la novità, l’urgenza, le sfide della missione nelle nuove terre "scoperte". Sono i popoli indigeni del nuovo mondo che suscitano l’ascolto attento e disponibile del pressante appello di Dio a mettersi in movimento, a farsi missionari, riprendendo e attualizzando il mandato: "Andate e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo" (Mt. 28,19) per essere suoi testimoni "fino agli estremi confini della terra" (At. 1,8).

II. Predicatori del Vangelo

Dal 1492 al 1620 si segnala una prima fase di estesa ed intensa espansione missionaria, cui si accompagna l’organizzazione della Chiesa nel "nuovo mondo".

Tutta la Chiesa vive all’epoca "in status missionis", in piena effervescenza. E’ questo infatti il momento creativo in cui l’evangelizzazione e la conquista procedono insieme, inscindibilmente e contraddittoriamente legate. Come non partire perciò da quelle prime correnti di religiosi — domenicani e francescani insieme ad agostiniani e mercedari — "staffette" del vangelo in America "che vennero ad annunziare il Cristo Salvatore, a difendere la dignità degli indigeni, a proclamare i loro inviolabili diritti, a favorire la loro promozione integrale; ad insegnare loro la fratellanza e come uomini e come figli dello stesso Signore e Padre, Dio"(5).

San Luis Bertran è espressione esemplare di questa prima epoca, creativa e dilacerante. Fu il primo santo a porre piede in terra americana, anche se non vi nacque né vi morì; nacque infatti e morì a Valencia (1526-1591), capitale del Levante spagnolo — tuttavia è un santo "americano", iscritto nell’Ordo Sanctorum della Chiesa universale da Clemente X insieme a Santa Rosa da Lima nel 1671 e proclamato da Alessandro VIII nel 1690 patrono di Nueva Granada (oggi Colombia). Cinquantacinque anni di vita, trentacinque come domenicano, sette, ma quali sette! in terra americana...

"Allorché San Luis nasceva, Francesco Saverio compiva 20 anni e Santa Teresa 8, il Padre Las Casas meditava chiuso nel suo convento delle Antille sul tremendo caso di coscienza che l’impresa delle Indie rappresentava per gli spagnoli; il Padre Francisco de Vitoria maturava quelle riflessioni che 10 anni più tardi avrebbero commosso la Spagna intera (...)"(6). Egli si inserisce in quella tradizione di religiosi riformati, quindi di stretta osservanza, i quali per fedeltà al proprio carisma di predicazione del Vangelo con speciale dedizione ai più lontani, sbarcano nel nuovo mondo fin da quella prima missione a Santo Domingo, nel 1510, in cui primeggiano Pedro de Cordoba, suo è il primo catechismo redatto in America e Antonio da Montesinos, del quale la cronaca conserva la prima predicazione profetica del Vangelo, sulla dignità e giustizia per gli indigeni. L’Università e il convento di San Esteban a Salamanca per cui passò anche Luis Bertran costituiscono il centro di gravitazione intellettuale e di slancio missionario di detta tradizione(7). La divina provvidenza si serve dell’incontro, a Valencia, tra Luis e un indio travestito da frate e con documenti falsi (sia Colombo che altri conquistadores avevano portato con sé alcuni indios) per chiamarlo alla missione. "Per San Luis Bertran quell’indio fu come il macedone apparso in sogno a S. Paolo: passa in Macedonia e aiutaci"(8).

Da Valencia a Siviglia, a piedi, con solamente un breviario, una Bibbia e il necessario per dire la Messa, senza soldi, ma non privo della compagnia dei confratelli... e da lì a Cartagena de India, dove incontra 30 confratelli, installati in un rudimentale convento di fango e paglia, giunti a Nueva Granada fin dal 1529, ossia appena 30 anni dopo la fondazione della città-porto, di cui fu secondo vescovo Jeronimo de Loyasa, allora primo arcivescovo di Lima.

Benché di salute cagionevole, trascorre sette anni attraversando fiumi e monti, sopportando il caldo umido dei tropici, "dormendo in selve asperrime, infestate da orsi, tigri e grossi serpenti". Il missionario non conosce riposo nel predicare la Buona Novella di Cristo tra svariate tribù selvagge ai margini del rio Magdalena e nel golfo di Darien. Predica, battezza, insegna, combatte superstizioni e idolatrie, difende gli indigeni. "Non sono venuto nelle Indie dirà poi, per essere priore e tengo più alla conversione di un indio che a tutti gli onori e gli incarichi che ha la Chiesa di Dio". Rischia la propria vita tra i selvaggi e tra gli "encomenderos" spietati.

Due volte, sia gli uni che gli altri, tentarono di avvelenarlo. Non gli furono risparmiate le calunnie. Ma egli non ha tempo per la paura, e purtroppo neanche per apprendere le lingue locali. Solo Dio sa come riuscì a farsi intendere, tuttavia corre voce che tutti lo capissero, miracolo di un grande amore per gli indigeni e segno dello stupore che suscitò tra indios e spagnoli. Vive proteggendo i suoi indios contro l’avidità e la crudeltà di coloro che il suo confratello Las Casas definiva "encomenderos satanici, maledetti, infernali, maomettani". Un giorno, uno di loro scaccia a bastonate gli indios dalla povera chiesa in cui il religioso si sforza di riconoscersi figlio di Dio. Si racconta pure che, mangiando una volta con alcuni coloni, cui rinfacciava le loro crudeltà e le loro ostinazioni, prese una torta di mais e stringendola con forza la fece grondare sangue, esclamando: "Questo è il sangue che mangiate e succhiate da questi miseri indios". Rientra così in un modo di comportarsi intransigente e profetico. La sua coscienza resta turbata di fronte alla drammaticità delle situazioni che deve affrontare e Las Casas contribuisce ad agitarlo, ammonendolo di non assolvere i coloni nel confessionale. Spiega Egana: "Bertran non trova la formula giusta per assolvere coscienze prese in lacci di inveterate ingiustizie, che egli si rende conto di non poter dominare (...). Entrambe queste situazioni negative — il non poter assolvere e il non poter porre rimedio alle situazioni — dovettero scatenare nella sua anima una forte tragedia (...)"(9). Tragedia che è certamente alla base della sua enigmatica decisione di tornare in Spagna, da dove la sua testimonianza alimenterà nuove ondate missionarie.

III. Apostoli itineranti

La figura del missionario itinerante per eccellenza ci è fornita da San Francisco Solano. Nato nel 1549 a Montilla (Andalusia), riveste a vent’anni il saio francescano e durante i successivi 18 anni alterna, nelle austere comunità conventuali del Sud della Spagna, lo studio, gli incarichi di governo e il ministero apostolico. Parte infine verso le Indie, attrattovi e spintovi dalle correnti missionarie dei suoi confratelli, già presenti con una prima ubbidienza a Santo Domingo, ma soprattutto dalle tracce e dagli echi delle gesta dei "12 apostoli" nel Messico di Cortés, con Fray Martin di Valencia e Fray Toribio di Benavente, "Motolinia" e dei loro "colloqui" di proposta evangelizzatrice; nonché degli educatori, traduttori, linguisti, etnologi, cronisti, catechisti — un Fray Pedro de Gante, un Fray Bernardino di Sahagun! per amore degli indios e per "piantare" il Vangelo nel loro cuore; e ancora un Fray Juan de Zumarraga, primo vescovo e grande arcivescovo di Città del Messico, il quale nella sua Dottrina breve, richiama spesso l’esempio della "Chiesa primitiva" nella cui purezza e santità l’"evangelismo" messianico dei francescani sperava di edificare la cristianità messicana con i "poveri indios"(10). I tre bambini indigeni di Tlaxcala non avevano forse dimostrato con il loro martirio la loro adesione eroica alla fede cristiana(11)? Non era stato un indio Juan Diego — oggi venerato come "beato"(12) — l’eletto ad essere l’inviato e il messaggero di quella "bella signora" che è "la perfetta discepola" e la "pedagoga del Vangelo" in America? Nei grandi collegi per gli indigeni non si era forse formata un’intera generazione di leader cristiani? L’indigeno — al pari di S. Francesco con le sue stigmate "totus Christo configuratus" — non era forse il "poverello di Gesù", l’Uomo dei dolori, il Giusto perseguitato, il Cristo della passione?

Che tremenda traversia quella di Fray Solano! La spedizione di cui fa parte riesce sì ad attraversare l’oceano — immenso cimitero per tante di esse! — e a raggiungere Cartagena. Ma a Panama muoiono due dei suoi confratelli, mentre un altro perisce nel naufragio della nave diretta a El Callao, il porto di Lima. E qui rimane il buon frate, con un gruppo di naufraghi abbandonati sul litorale colombiano del Pacifico, ma non si perde d’animo. A piedi e a dorso di mulo percorre una distanza immensa fino a raggiungere la sua destinazione: Tucuman — nel nord dell’Argentina attuale — dall’estremo nord all’estremo sud dell’impero inca, attraverso la cordigliera andina del sud della Colombia, del Perù e della Bolivia. Arriva nel 1590, allorché solo due vescovati — quello dei Tucuman e quello di Rio de la Plata — con pochi francescani, domenicani e mercedari — coprivano un territorio enorme.

La documentazione sulle attività apostoliche è assai scarsa. Sappiamo che rimase a Tucuman solo 11 anni, prima come missionario e "dottrinero" poi come custode o vice-provinciale di tutti i conventi di Tucuman e Paraguay, dipendenti dalla provincia del Perù. La sua carità, mitezza e povertà permisero al Solano di conquistare il cuore degli indigeni. Si dedicò a studiarne la lingua e Dio ricompensò i suoi sforzi, dato che si disse di lui che possedeva il dono delle lingue. Lasciò la sua impronta a Santiago del Estero, La Rioja, Cordoba, finché, nel 1601, i superiori lo chiamarono in Perù per il nuovo convento di Nostra Signora degli Angeli, che si stava fondando a Lima. Si narra che gli indios piansero, quando partì. Vive i suoi anni peruviani nell’obbedienza e nella penitenza, ma la sua tremenda predicazione, di tono apocalittico, si fa sentire per le strade di quella Lima aristocratica e frivola, tanto scioccante per l’austero religioso. Muore nel 1610 e Benedetto XIII lo proclamerà santo nel 1726.

IV. Nuova cristianità nelle Indie

Colui che meglio illustra entrambi gli aspetti dei tempi di fondazione — ossia la missione itinerante e l’organizzazione della Chiesa nelle Indie — è senza dubbio, San Toribio de Mogrovejo (1538-1606). La sua città natale fu Mayorga, allora situata nella diocesi di Valladolid e oggi in quella di Leon. Studia diritto canonico nelle università di Salamanca, Coimbra e Santiago e diventa poi presidente del Consiglio dell’Inquisizione a Granada, incarico svolto con giustizia discreta e misericordiosa. Mai si sarebbe aspettato, lui un laico di 39 anni che il re Filippo II gli avrebbe offerto l’arcivescovado di Lima (rimasto vacante per più di 4 anni, dopo la morte del geniale Jeronimo do Loaysa) il centro spirituale e politico più importante del Sud America, cui erano soggetti diocesi e fedeli da Panama a Rio de la Plata. Ricevette gli ordini maggiori a Siviglia e fu poi consacrato vescovo. Nel frattempo compiva visite periodiche al Consiglio delle Indie e imparava a conoscere le terre e gli uomini che gli erano stati affidati.

Dopo un viaggio di 4 mesi arriva al porto di Paita — il più settentrionale del Vicereame del Perù e percorre poi 800 chilometri a dorso di mulo fino alla "Città del Re".

Due furono i suoi compiti fondamentali nei suoi 26 anni di governo arcivescovile. In primo luogo si dedica all’organizzazione ecclesiastica della "nuova cristianità delle Indie". Così come il grande Viceré Don Francisco de Toledo era riuscito a domare la fronda dei "conquistadores" contro le "leggi nuove" del 1542, imponendo l’autorità della Corona e l’impero della legge e gettando le basi giuridiche e amministrative del vasto territorio, lo stesso fece Don Toribio a livello ecclesiastico e religioso. Appena arrivato, si affrettò a convocare il III Concilio Provinciale di Lima, che fu poi aperto il 15 agosto 1582 e al quale parteciparono, sotto la sua presidenza, i Vescovi di tutta l’America meridionale. Con esso, venivano applicate e per così dire, inculturate, le disposizioni del Concilio di Trento (1545-63), ma al contempo veniva ripresa la tradizione delle "juntas" e delle assemblee sinodali, che la giovane Chiesa celebrava in Messico e Perù per portare avanti, con realismo, l’evangelizzazione presso i nuovi popoli. Questo III Concilio di Lima si occupò soprattutto della promozione umana e cristiana degli indigeni e della riforma del clero. "Non vi è cosa più importante che i prelati e gli altri ministri, tanto ecclesiastici che secolari, debbano compiere in queste province delle Indie, perché a loro affidata da Cristo (...) che mostrare un affetto paterno e un’attenzione al bene per queste tenere piante che la Chiesa ha di fronte a sé come sua responsabilità, ossia ammaestrare ed orientare la popolazione indigena". Riguardo ad essa, un decreto conciliare dispone che "sia istruita nel vivere sociale affinché si abitui a badare alle proprie persone e alle proprie cose (...)". Per questo, il Santo Sinodo si dichiara addolorato "del fatto che non solo nei tempi passati siano stati fatti tanti affronti a questi poveri indios e in maniera veramente eccessiva, ma che anche al giorno d’oggi molti cercano di fare lo stesso. (Il Sinodo) Prega Gesù Cristo e esorta tutti i Magistrati e i Governatori a mostrarsi pietosi verso gli indios, a fronteggiare l’insolenza dei propri Ministri quando occorra, e a trattare questi indios non come schiavi ma come uomini liberi e vassalli della Reale Maestà, a carico della quale li hanno posti Dio e la Chiesa. E ai parroci e agli altri ministri ecclesiastici seriamente comanda di ricordarsi che sono Pastori e non macellai e pertanto devono sostentarli e difenderli come figli nel seno della carità cristiana". Sulla base delle preoccupazioni e indicazioni sinodali fu elaborato il Catechismo di Lima, redatto in tre lingue (spagnolo, quechua e aymara), primo libro stampato in America del Sud nel 1584-85. Quanto al clero, il Concilio segnalava che "ciò che principalmente devono tener di mira i vescovi è dotarsi di operai idonei per questa gran messe degli indios. E se mancassero, è senza dubbio meglio e più vantaggioso per la salvezza dei nativi avere pochi sacerdoti, ma buoni, che molti e meschini". Don Toribio si preoccupò quindi di ordinare ai sacerdoti-"doctrineros" di risiedere nei villaggi indigeni, di fondare a Lima il primo Seminario di tutta la Chiesa universale per formare un clero secolare giovane e autoctono; di imporre lo studio delle lingue locali ai seminaristi e ai sacerdoti — alla fine del secolo le conoscevano più del 90% dei sacerdoti! —, di decretare la scomunica ipso facto contro i chierici dediti a "contratti e negozi che sono la rovina dello stato ecclesiastico", di ergersi contro i "privilegi" dei religiosi spingendoli a non rinchiudersi nelle loro parrocchie bensì ad andare in missione... Molto gli costò far approvare dal Re e dalla Santa Sede le risoluzioni del Concilio, a causa degli attacchi di coloro che vi si opponevano. Il IV e V Concilio provinciale di Lima, sempre convocati da Don Toribio, misero in pratica e continuarono quest’opera.

Ma dei suoi 25 anni di governo, molti furono anche occupati da visite pastorali a tutte le comunità sparse nell’enorme giurisdizione ecclesiastica. La prima di queste visite durò quasi 7 anni (1584-90), la seconda 4 (1593-97) e dalla terza, iniziata nel 1605, non ritornò vivente. A cavallo, visitò centinaia di villaggi e di "riduzioni", dalle spiagge della costa fino alle vette più elevate della Serra, tra capanne e abituri, edificando e abbellendo chiese, ospedali e scuole, mostrando severità verso gli abusi dei chierici, coloni, encomendadores e "corregidores", denunciando spesso lo sfruttamento del lavoro nelle miniere e nelle fattorie, il male rappresentato dalla "coca" e dalla "chica" ecc, convivendo con gli indigeni — "che sono i nostri figli più cari" — e accumulando esperienze e informazioni tanto utili per la loro elevazione umana e cristiana. Trovò anche il tempo, nel corso dei suoi passaggi, di presiedere 17 Sinodi locali. Nel 1594 scrisse al Re di aver percorso 15.000 km. Accusato di star sempre fuori Lima, gli diceva in una lettera del 16 febbraio 1594: "E’ mio dovere e mio obbligo non permettere che un solo indio muoia senza il sacramento del battesimo (...) la vita è breve e ognuno deve vegliare su quanto ha a suo carico (...) è in queste terre abbandonate che vi è maggior necessità del Santo Vangelo". Qualcuno ha calcolato che battezzò quasi un milione di indigeni e ne cresimò 120.000. E "sebbene mi esponga a gravissimi pericoli derivanti dagli spostamenti, dall’odio dei nemici, dalle strade le più rischiose del mondo intero, perché è una terra accidentata e traversata da grandi fiumi (...) (molte volte sono stato in pericolo di morte) — scrive — faccio tutto questo per Dio e per compiere il mio dovere", come "sollievo alla coscienza". I suoi rapporti con i 5 viceré successivi furono ora calmi ora conflittuali. Fu accusato di non rispettare il Patronato Regio perché si metteva in contatto diretto con Roma, fu calunniato e dovette sopportare intrighi e insidie di ogni tipo. "Mi sono molto rallegrato nel Signore — scriverà un’altra volta — per questi travagli, avversità, calunnie e afflizioni, che ricevo come dalle sue mani e considero come un dono, intendendo seguire gli Apostoli e Santi Martiri e il buon Capitano Cristo nostro redentore, con il suo aiuto e la sua grazia, (...) considerando che, quanto più uno serve Dio, tanto più viene perseguitato dal mondo, e dal baccano (...)". Lo amarono soprattutto gli indios — che lo chiamavano "Tata Toribio" — e presso di essi morì in una povera chiesa. Condusse una vita così povera e austera — distribuiva infatti le sue rendite tra opere di chiesa e i più bisognosi che definì "i miei creditori" — che corse voce che fosse morto di fame. Benedetto XIII lo proclamò santo e Giovanni Paolo II "Patrono dei vescovi dell’America latina".

V. Opzione santa per i poveri

Aristocratica e frivola, ma al contempo punto focale di irradiazione di santità, Lima vede convivere nel suo seno Toribio de Mogrovejo e Francisco Solano, insieme a due poveri fratelli laici domenicani e una ragazzina criolla, chiamata Rosa... costellazione di Santi!

L’Ordine dei Predicatori che fa mostra di insigni teologi a Salamanca e a Trento — un Cayetano, un Soto, un Cano — conta anche santi in quel luogo strategico che erano le portinerie dei conventi, laddove i chiostri si aprivano per accogliere tutti i bisogni, materiali e spirituali, di un mondo di poveri e di derelitti. Uno di questi è Martin de Porres, il cui foglio di battesimo, redatto a Lima nel 1579, dice: "figlio di padre ignoto e di Ana Velasquez, "horra" (schiava liberata)", ossia frutto degli amori clandestini di un hidalgo spagnolo e di una mulatta, quindi di pelle scura, educato cristianamente da sua madre nei quartieri poveri di Lima e riconosciuto anni dopo da suo padre. "Donato" al convento dei domenicani, quasi come un servo, 9 anni dopo fa la solenne professione dei voti, accogliendo con gioia l’ordine dei superiori. Sarà il primo mulatto a entrare nell’ordine. Si occupò della portineria e fu anche barbiere del convento, come pure infermiere e financo "praticante" medico e chirurgo. Di notte studiava e pregava, all’alba faceva la sua adorazione all’Eucarestia — cui era molto devoto — e durante la giornata, con il cuore e le braccia aperte a servire i suoi confratelli del convento e aver cura di quella "seconda eucarestia" di indios, schiavi negri, bambini abbandonati, malati di tutti i tipi, ammucchiati sia nella portineria che nei quartieri più miserabili. Fonda l’Asilo e la Scuola di orfani di Santa Cruz, primo istituto di questo genere a Lima. Rosario al collo — come tutti i domenicani d’America — e un altro appeso alla cintura, la sua immagine, oggetto di grandissima venerazione, ce lo dipinge anche con la scopa in mano. Già durante la sua vita si parlò molto delle guarigioni miracolose da lui operate. Ma più miracolosa ancora era quella semplice e umile "caritas Christi" che plasmava la sua esistenza quotidiana. Metteva pace fra le coppie, faceva riconciliare i nemici, definiva cause, promuoveva la religione... Era l’angelo di Lima.

L’altro fu Juan Macías (1585-1645), che, orfano a 4 anni, custodiva le pecore recitando il rosario per i campi della sua Estremadura natia. Da Siviglia va in America in una spedizione commerciale, tra quei "diseredati e derelitti di Spagna" — come dice Cervantes — che rischiano l’avventura per cercare fortuna nel Nuovo Mondo. A Cartagena venne congedato perché non sapeva né leggere né scrivere. Si mette in cammino per Lima e colà, a 37 anni nel 1623, dopo un anno di noviziato, fa la sua professione di laico domenicano. Grande amico di Martin, anch’egli si aggira in portineria ove sfila ogni genere di miserie. Dà da mangiare, consola, insegna il catechismo. Lo si vede sempre con un grosso cucchiaio di legno, conservato ancora oggi. Ma lascia anche una catena macchiata dal suo sangue nelle severe penitenze che si infligge nelle notti di preghiera. Non sono forse i santi, le persone più umili, coloro che in maniera più acuta hanno l’esperienza della propria fragilità e della propria esperienza di peccato? Come Martin, anch’egli ebbe estasi mistiche. Stranezze? O forse una corrispondenza molto più reale a ciò che siamo originariamente, al nostro "cuore", che non le cose che comprendiamo bene, nelle loro apparenze tanto familiari? Non super-uomini, bensì uomini veri, in tutto. Anche quando ammucchiava vestiti, denaro, cibo nel carrettino con cui percorreva Lima: mendicante di Dio e degli uomini per il servizio dei poveri.

Martin morì nel 1639, Juan 6 anni dopo. Entrambi furono beatificati insieme da Gregorio XVI. Il primo fu canonizzato da Giovanni XXIII (1962) e il secondo da Paolo VI (1975).

VI. Vergini, mistiche, penitenti

Forse le donne furono assenti in questa prima colonizzazione ed evangelizzazione? A differenza delle famiglie intere partite con il Mayflower, i tempi duri e altamente rischiosi di spedizioni e conquiste furono soprattutto degli uomini. Non mancarono tuttavia donne eroiche e piene di abnegazione, che traversarono l’Atlantico con padri e mariti, tra le quali anche alcune di grande tempra e abilità politica. Già tra il 1501 e il 1606 vennero fondati a Lima 5 monasteri femminili. Ma colei che si segnalò sopra tutte fu una ragazzina criolla di Lima, di famiglia umile e onesta, nata nel 1586 e battezzata col nome di Isabel, ma che fin dall’infanzia ebbe dalla propria nutrice india il soprannome di Rosa. Fin da giovane si sentì attratta dalla vita religiosa, ma non diventò mai monaca. La sua vocazione era d’impronta domenicana, maturata nella vicina chiesa di San Domenico ai piedi della vergine del Rosario e incoraggiata dai suoi confessori dell’Università di San Marco. Ebbe come modello Santa Caterina da Siena e come uniche letture i testi di Fray Luis de Granada. A Lima il convento dell’Ordine sorse solo dopo la sua morte: rivestì quindi l’abito di terziaria.

"Quell’amore con cui la nostra Santa si sforzava di corrispondere a Cristo, e Cristo crocefisso, è la chiave che spiega — come è stato giustamente scritto — l’andamento eroico della sua vita": la sua fuga dal mondo senza tuttavia smettere di vivere in mezzo ad esso; la sua vita eremitica nella minuscola cella costruita con le sue mani nell’orto di casa, la sua rottura con ogni vanità (famoso il gesto di tagliarsi i capelli perché si trovava troppo bella); il santo furore con cui armava il proprio braccio e flagellava la propria carne nell’anelito di somigliare sempre più al suo Amato divino(13). Udì dalle labbra di Cristo: "Rosa del mio cuore, sii la mia sposa" e ebbe profonda intimità con Lui nelle lunghe ore di solitudine e di preghiera, attraverso una fervida vita eucaristica non comune a quei tempi, in uno spirito di penitenza e di amore appassionato alla Croce che la portava ad essere "giglio tra le spine" per mezzo di ogni genere di digiuni, veglie, cilici, austerità, discipline. Tramite doni straordinari fu elevata al sommo grado della vita mistica. Ebbe frequenti apparizioni, improntata alla massima familiarità del suo angelo custode, di Santa Caterina, della Madre di Dio...Si sottomise senza riserve all’autorità dei maestri e teologi, lei, donna semplice e poco istruita, sicura e ferma nelle sue affermazioni, rigorosamente teologiche, aliena da ogni sentimentalismo.

Ancor oggi si conserva la celletta in cui riceveva le sue amiche "terziarie", come pure il piccolo ospedale a fianco della sua casa, in cui portava i malati ridotti allo stremo. Soccorse le necessità materiali e morali di chiunque incontrasse e si adoperò per evangelizzare indios, negri e infedeli, raccogliendo a tal fine elemosine e sostenendo seminaristi bisognosi. Muore nel 1617, tra terribili sofferenze, senza che si riuscisse a capire la natura del suo male né le si riscontrassero lesioni organiche. Forse le fu possibile morire d’amore per vivere più pienamente con il suo Amato. Fu canonizzata nel 1671, insieme a Luis Bertran e a Francesco de Borja e dichiarata "Patrona del Perù, delle Indie e delle Filippine".

Se Rosa da Lima volle essere domenicana, Mariana de Paredes (1618-1645) affermò sempre: "Sono tutta gesuita, figlia della Compagnia di Gesù". Di famiglia nobile e benestante fu "azulena" (giglio) di quella Quito spagnola che Bolivar definirà molto tempo dopo come "quanto di più simile a un convento". Consacrata al Signore dalla più tenera età, decise di fare come Rosa: chiese ai suoi di assegnarle una stanza e nelle tre che le diedero si rinchiuse a 12 anni per non uscirvi che per andare alla Chiesa della Compagnia di Gesù o ad accudire ai suoi poveri. La vita quotidiana di Mariana, sempre vestita con una tonaca nera (a mò di sottana dei Gesuiti) con un Jesus impresso sul petto, si svolgeva nell’alveo di una regola imposta sugli esercizi ignaziani: 6 ore di meditazione, confessione e comunione giornaliere, imitazione dell’"Uomo dei dolori" con un ascetismo portato fino al limite. Intendeva intercedere presso Dio e espiare i peccati della sua epoca: avvocata e vittima allo stesso tempo. Leggeva gli scritti di San Francesco Saverio e di S. Francesco d’Assisi, ma soprattutto di Santa Teresa, le cui opere erano arrivate in Ecuador. Passava pure ore gradevoli con familiari e amiche — offrendo a tanti compagnia, consolazione e consigli —, fu un’eccellente catechista per i fanciulli e si dedicava inoltre quanto più possibile a distribuire pane tra i mendicanti, a visitare i malati, a essere vicina a coppie e famiglie in difficoltà... Morì a 26 anni, tra profonda commozione del popolo. Tre secoli più tardi, nel 1955, Pio XII la elevava agli altari come Mariana di Gesù.

VII. Questa banda di Santi

L’anno in cui nasce José Anchieta, il 1534, è anche quello in cui matura l’organizzazione di un primo nucleo di uomini attratti da Ignazio di Loyola e dai suoi compagni dell’Università di Parigi.

Il giorno della festa dell’Assunzione, il 15 agosto, pronunciano a Montmartre i voti religiosi e di consacrazione al servizio di Dio e della Chiesa. Paolo III approva la Compagnia nel 1540. Quando Anchieta arriva all’Università di Coimbra — culla del cultura umanistica del Portogallo — per entrare poi nel 1551 nella Compagnia, i Gesuiti erano già lanciati nel clamore del mondo, temprati dai loro "esercizi spirituali", per seguire la consegna ignaziana: "Andate e incendiate il mondo". Saranno sia la massima espressione della riforma cattolica e del Concilio di Trento, che gli arditi missionari di questo mondo tanto vasto e alieno dell’Estremo Oriente, delle Indie, dell’America, stringendo le fila intorno al Papato nel mezzo della separazione delle nazioni, disinteressandosi di piramidi feudali e puntando più in là dei "patronati regi".

I gesuiti inizieranno la loro opera in terra americana per via lusitana in Brasile, dove svolgeranno un ruolo decisivo. Sotto il loro grande provinciale, Manuel de Nobrega, Anchieta comincerà i suoi 43 anni di vita in quegli immensi territori, fino alla sua morte, avvenuta nel 1597. Nel 1565 fu ordinato sacerdote e nel 1577 fece la professione definitiva. Linguista, naturalista, poeta, drammaturgo, diplomatico, fondatore di città, sacerdote, santo: ossia un missionario nel senso più ampio e profondo del termine. Percorse tutto il Brasile da Bahia a Rio, sebbene il centro delle sue attività fosse nel capitanato del Sud: San Vincente Espiritu Santu. Divenne una figura familiare, povero, itinerante, evangelizzatore, per quel mondo primitivo di tribù sparse qua e là, di schiavi negri che i mercanti della "tratta" stavano cominciando a trasportare, a partire dal 1553, per le nuove piantagioni, di miseri meticci, di coloni portoghesi. Studiò a fondo la principale famiglia di tribù indigene — i tupì e scrisse diverse opere pure in lingua tupì per meglio conoscerli ed evangelizzarli. Si servì del teatro popolare a fini pedagogici, in un’originale fusione di coreografia e rituali indigeni e di atti sacramentali di origine medievale. Creò e diffuse la canzone popolare a sfondo religioso. Promosse la fondazione di vari villaggi indigeni. Difese la libertà indios contro le pressioni distruttive di colonizzatori brutali. Redasse grammatiche e dizionari in lingua indigena per il suo gigantesco e capillare lavoro di catechesi. Divenne pratico dell’abbondante farmacopea domestica e popolare del Brasile. Fu consigliere di governatori e il suo nome è intimamente legato alla fondazione di Rio de Janeiro e di San Paolo. Come Provinciale (1577) visitò più volte comunità e opera della Compagnia da Olinda, al Nord, fino alla costa meridionale. Promozione di collegi, scritti storici, composizione di poemi... il più significativo dei quali fu De Beata Virgine Dei Matre Maria, in latino, che, prigioniero degli indios, compose mentalmente con i suoi quasi 3000 distici mandandoli interamente a memoria, in conseguenza e segno di una alleanza stretta con la SS.ma Vergine. Apostolo del Brasile, "terra di Santa Croce", fu beatificato da Giovanni Paolo II in una cerimonia svoltasi a San Paolo il 3 luglio 1980.

I primi gesuiti che arrivarono nelle Indie spagnole mettono piede nel 1567 in Perù e nel 1572 in Messico. In Perù si stavano svolgendo i Concili di Lima e don Toribio non mancò di servirsi del consiglio dei gesuiti. Quattro di essi — José de Acosta, Barzana, Valera e Bartolomé de Santiago (gli ultimi due meticci) redassero quel catechismo che sarà poi tradotto anche in guarani dall’apostolo francescano Luis BolaÍos, un precursore delle "riduzioni", e utilizzato nelle Missioni del Paraguay. Furono il governatore Hernandarias e il francescano BolaÍos a dare inizio alle "riduzioni" nel Paraguay e a chiamare i gesuiti, grazie ai quali l’impresa assunse una dimensione sistematica e metodica, di portata inaudita. Gli antecedenti si possono individuare in quei "villaggi ospedali" promossi da Vasco de Quiroga, vescovo di Michoacan (Messico) e destinati a realizzare concretamente la "Utopia". Un esiguo numero di gesuiti disarmati, nel folto della selva avviano un processo, sorprendente e vertiginoso, di attrazione evangelica degli indios e di fondazione di villaggi. Il potere della parola e l’esempio furono sigillati con il sangue dei martiri, i padri Roque Gonzales de Santa Cruz, Juan de Castillo e Alonso Rodriguez, canonizzati di recente da Giovanni Paolo II ad Asuncion(14). Fondatore di villaggi missionari, aspro con gli spagnoli e affettuoso con gli indios, Roque Gonzales svolse ogni genere di attività, come del resto gli altri confratelli: fu parroco e catechista, maestro di scuola e infermiere, architetto e muratore, agricoltore... Il sangue di questi martiri divenne veramente germe di nuovi cristiani. La crescita delle Missioni fu infatti enorme: la popolazione passò da 50.000 nel 1650 a 100.000 nel 1700 e a quasi 150.000 nel 1732. Crearono dal Paraguay il nucleo di sviluppo più portentoso della conca del Plata e servirono come centro sperimentale e guida alla fondazione di una catena di missioni in America del Sud — una serie di villaggi dalla Colombia alla Conca del Plata — quasi prefigurando l’intenzione contemporanea dell’"autopista della selva". Era il germe fecondo di una nuova civilizzazione, inculturazione del Vangelo in comunità indio-gesuitiche, capaci della più intensa e autosufficiente crescita educativa, culturale, tecnologica e produttiva, in condizioni di schietta fraternità, fuori dall’intromissione della "spada". La cospirazione dei grandi potentati del tempo contro la Compagnia di Gesù e la brama di mano d’opera dei coloni ("encomenderos" e "mamelucos") posero fine a questa grandiosa esperienza smantellando le Missioni(15).

Toccò a un altro grande gesuita aprire cammini eroici di solidarietà e di evangelizzazione della moltitudine di schiavi negri che sbarcavano ammucchiandosi nelle bettole del porto di Cartagena — per l’immondo traffico negriero delle coste africane — per essere poi avviati verso le regioni delle piantagioni tropicali o per lavorare nelle miniere o al servizio dei "signori". Quel catalano taciturno, nato a Verdù (Gerona) nel 1580, mostrerà che non erano vane parole quelle che accompagnavano la sua firma nell’atto di ratifica della sua dedizione definitiva alla Compagnia il 3 aprile 1622, nella terra di Nuova Granada: "Pedro Claver, schiavo dei negri per sempre". E già che gli era costato molto trovare il giusto cammino vocazionale e religioso. Fu un anziano gesuita, Alonso Rodriguez, di pochi studi ma di molta saggezza, a spingerlo verso l’America. In Nuova Granada sarà un altro gesuita, Alonso de Sandoval, studioso delle razze, lingue, usi e religioni degli "etiopi" ad introdurlo alla conoscenza e all’amore dei diversi mondi di schiavi negri violentemente sradicati e trapiantati in terra americana.

La missione di Claver si svolgerà soprattutto — e per 34 anni — nelle grandi stive delle navi negriere, straboccanti di "mercanzia" appestata, putrefatta, appena capace di sopravvivere. Dovette vincere il lezzo insopportabile, la nausea, il rigetto e lo sconforto in quegli antri di sofferenze e di dilacerazioni umane. Appena la nave attracca, è già sul posto a curare le ferite, dare da mangiare, lavare sozzure, provvedere a bebè nati nella terribile traversata... Impara a distinguere i luoghi d’origine dei negri: yolof, mandinga, felup, biafrani... e a comunicare con loro nella lingua di ognuno. Dalle stive all’ospedale San Lazzaro, dove sono accolti gli infermi maledetti, i lebbrosi, i rifiuti umani e da là a Getsemani, il quartiere dei negri, fuori delle mura della città. Questo è il suo mondo. Convertì e battezzò 300.000 negri. La sua "Compagnia" lo sosteneva, sebbene i rapporti ufficiali inviati a Roma lo descrivano così: "ingegno" che stava passando da "inferiore alla mediocrità" (1616) a "buono" (1651), "giudizio" sempre "mediocre", "prudenza" sempre "scarsa"; esperienza della vita e delle cose, mediocre (!?), "melanconico" e "sanguigno", "insigne nel tratto verso gli etiopi", "profitto spirituale ottimo". Canonizzato il 1 gennaio 1888 da Leone XIII, si ritroverà così nuovamente con Alonso Rodriguez nella gloria del Bernini, in S. Pietro.

Gli studi e i richiami di Sandoval, i rapporti della Compagnia della Indie, gli echi del ministero di Claver non furono estranei alla condanna energica del mercato degli schiavi emessa da Urbano VIII, il 22 aprile 1639, nonché all’ordine dato 50 anni più tardi da "Propaganda Fide" ai suoi missionari d’Africa a che predicassero contro quest’indegna compravendita di creature umane.

"A Cartagena de India — si racconta — vi è una statua del santo che con l’aria salmastra del mare si è scurita. Guardandola, i negri pensano che doveva essere proprio così: che S. Pedro Claver doveva essere negro come loro, altrimenti non gli sarebbe stato possibile amarli tanto"(16). A Dio e con Dio nulla è impossibile.

VIII. Tanti altri

E qui ci fermiamo. Bisognerebbe arrivare fino alla seconda metà del XVII secolo e sospingersi in terra guatemalteca per trovare il Beato Pedro de Betencourt (1626-1667), giunto dalle Canarie, fondatore del primo ordine religioso propriamente americano per il servizio degli infermi, che l’America non ha saputo ben preservare (anche se la torcia è stata ripresa dalle religiose). E poi saltare ancora un secolo per seguire il francescano Junipero Serra, beato, missionario in California. E ricordare ancora San Miguel Febres, dei Fratelli delle Scuole Cristiane, i martiri messicani e più vicini a noi, Santa Teresa delle Ande, Santa Mercedes de Jesús Molina. E tanti altri ancora, di ieri e di oggi, molte volte occulti e ancora non riconosciuti ufficialmente. I santi continuano sempre ad essere testimoni costruttori di un "nuovo mondo".

Vale per l’America quanto Giovanni Paolo II diceva ai cattolici spagnoli: "Siete tutti chiamati alla santità... Così come fiorirono magnifici testimoni di santità... attraverso la Riforma cattolica e il Concilio di Trento, rifioriscano ancora ora, nei tempi di rinnovamento ecclesiale del Vaticano II, nuovi testimoni di santità"(17). Che l’imitazione e la frequentazione di quanti furono fedeli discepoli serva da sostegno e stimolo nella "communio sanctorum". E’ quanto già veniva raccomandato agli albori dell’era cristiana, dato che la Didaché esorta: "Cercate ogni giorno il volto dei santi e traete conforto dai loro discorsi".

 

NOTE

(1) S.S. Giovanni Paolo II, Allocuzione alla XIX Assemblea ordinaria del CELAM a Port-au-Prince, il 9 marzo 1983, in "L’Osservatore Romano" dell’11 marzo 1983.

(2) S.S. Giovanni Paolo II, Allocuzione inaugurale del novenario di preparazione al "V centenario" a Santo Domingo, il 12 ottobre 1984, in "L’Osservatore Romano" del 14 ottobre 1984. Altri testi pontifici più recenti sulla celebrazione: "Los caminos del Evangelio", "Messaggio ai religiosi e alle religiose dell’America Latina", in "L’Osservatore Romano" del 29 giugno 1990; Allocuzione ai partecipanti alla II Riunione plenaria della Pontificia Commissione per l’America Latina, in "L’Osservatore Romano" del 14 giugno 1991; Omelia della Messa solenne di Capodanno in "L’Osservatore Romano" del 2/3 gennaio 1992; Allocuzioni domenicali — meditazioni dell’"Angelus" — dedicate al "V Centenario", come "pellegrinaggio spirituale per i santuari di America", cominciate il 5 gennaio 1992, cfr. "L’Osservatore romano".

(3) III Conferenza Generale dell’Episcopato latino-americano, Documento di Puebla n. 7, EMI, Bologna 1979.

(4) Cfr. Daniel Rops, "Une Ere de renouveau: La reforme catholique", vol. IV, 2 Fayard, Paris 1965; Tüchle, Hermann, "Reforma y Contrarreforma", vol. III, in "Nuova Storia della Chiesa", 5 voll., Marietti, Torino 1971.

(5) S.S. Giovanni Paolo II, Saluto al Presidente della Repubblica Dominicana, il 25 gennaio 1979, in "L’Osservatore Romano", del 27 gennaio 1979.

(6) Falch, Jorge "Doce Santos latinoamericanos", CELAM, Bogotà 1987, p. 125.

(7) AA.VV., "Los dominicos y el Nuevo Mundo", Actas del I, II y III Congresos Internacionales, Ed. DEIMOS S.A., Madrid 1988, 1990, 1991.

(8) Falch Jorge, op. cit., p. 129.

(9) Egana Antonio, "Historia de la Iglesia en la America espaÍola", Biblioteca de Autores Cristianos, Madrid 1965, vol. II, pp. 551-52.

(10) AA.VV., "Los franciscanos en el Nuevo Mundo", Actas del I, II y III Congresos Internacionales, ed. DEIMOS S.A. Madrid 1987, 1988, 1991; Cayota Mario, "Sombra entre brumas. Utopia franciscana y humanismo renacentista, una alternativa a la conquista". Ed. Instituto San Bernardino, Montevideo 1990.

(11) S.S. Giovanni Paolo II, Omelia nella Messa solenne di canonizzazione a Città del Messico, il 6 maggio 1990, in "L’Osservatore Romano" del 7/8 maggio 1990.

(12) Ibid.

(13) Falch Jorge, op. cit., p. 34.

(14) Cfr. Giovanni Paolo II, Omelia nella Messa solenne di canonizzazione dei martiri nel Paraguay, 16 maggio 1988, in "L’Osservatore Romano" del 16 maggio 1988.

(15) Cfr. Pastells Pablo, "Historia de la CampaÍia de Jesus en la Provincia del Paraguay", Madrid, 1912-1949; Furlong Guillermo, "Los Jesuitas y la cultura noplatense", ed. Huarper S.A., Buenos Aires, 1946; Methol F. Alberto, "La conquista espiritual. Las Misiones", Enciclopedia Uruguaya, Montevideo, 1968.

(16) Cobos M. Emila, "Nuevos mundos, nuevos santos", Publicaciones EspaÍolas, 1962, p. 127.

(17) S.S. Giovanni Paolo II, Allocuzione ai laici spagnoli, Toledo, 4 novembre 1982, in "L’Osservatore Romano", 4/5 novembre 1982.