Lunedì 22 agosto, ore 11

COME L'UOMO PUO’ PARLARE DI SE STESSO

Partecipano:

Giacomo Contri

psicanalista e saggista.

Conduce l'incontro:

Onorato Grassi.

La risposta alla domanda "come l'uomo può parlare di se stesso", permette di affrontare dall'interno la tematica del senso religioso. Cosa intendiamo quando diciamo "io", "uomo"? L'uomo può essere descritto compiutamente non a livello teorico, ma in quanto vive.

O. Grassi:

Cercherò di dialogare con Contri sul tema "come l'uomo può parlare di se stesso" il tema sembra difficile, eppure è molto vicino a ciascuno di noi: come noi, come io, posso parlare di me stesso? E indubbiamente un argomento, mi si passi il termine confidenziale, che sarebbe forse meglio trattare in pochi e solo in certe occasioni perché ha qualcosa di privato. Ma ne trattiamo qui, quasi trasformando questo grande salone in un piccolo bar, di sera, sulle rive del mare, con una bottiglia di whisky davanti, trasformando questo magnifico popolo del Meeting in una scelta compagnia di pochi e fidati, così da dirsi, come dicevano gli antichi, le cose più interessanti che si possono dire nella vita. Ma ne parliamo soprattutto perché questo argomento è pertinente alla tematica generale del Meeting, e a mio avviso - e comincio già a dire un mio parere - è la strada o il punto di partenza per affrontare dall'interno la tematica del senso religioso. Che cos'è infatti l'esperienza religiosa? Questa è la grande domanda che in questi giorni, in questi incontri sta riecheggiando. Se è un'esperienza, noi possiamo dire che è qualcosa che ha a che fare con l'uomo, e se ha a che fare con l'uomo il punto di partenza siamo noi stessi. Ma qui sorge la prima domanda: come noi possiamo partire da noi stessi, come l'uomo può partire da se stesso, come non può essere equivoca questa partenza da se stessi? Possiamo trasformare la domanda anche in questi altri termini: quando io dico me stesso, che cosa dico? Quando dico io, quando dico uomo, (ma non uomo in generale) che cosa dico? Come mi identifico, come identifico me? Penso che ciascuno abbia superato una concezione di indagine sull'uomo in termini astratti, come se parlar dell'uomo significhi parlar dell'umanità per poi arrivare a determinare la singola persona. Parlar dell'uomo vuol dire parlare dell'uomo concreto, l'uomo che si conosce in quanto vive. E questo sarebbe un primo contributo che io vorrei dare alla discussione: l'uomo si conosce in quanto agisce e in quanto ha dei rapporti con la realtà. E' impossibile determinare, identificare l'uomo in astratto. Ma lo si identifica, lo si conosce nella sua azione, nel suo atto, nel suo modo di agire. E qui vorrei iniziare a fare una serie di considerazioni. La prima: se l'uomo è soggetto che agisce, non è solamente un materiale su cui indagare, la conoscenza che si può avere dell'uomo è incommensurabile con quella che abbiamo di ogni altro tipo di oggetto. L'uomo parla di sé e allo stesso tempo è colui che parla di sé. Penso che questo sia il problema che noi dobbiamo affrontare, perché l'uomo quando parla degli altri oggetti parla di qualcosa che non sono lui, ma quando parla di se stesso è allo stesso tempo soggetto e oggetto, per usare un'espressione forse difficile: parlante e parlato. t colui che dice, ma è anche colui che è detto. Questa è una posizione del problema che prende le distanze da un altro modo di indagare sull'uomo, che è quello di considerarlo come uno dei qualsiasi oggetti nella sfera dell'esperienza naturale. E come uno dei qualsiasi oggetti dovrebbe essere indagato scomponendolo analiticamente vedendone le parti, gli organi. Io mi permetto di citare una pagina da un romanzo di Lewis "Le due vie del pellegrino", dove il protagonista John si trova in una delle sue tante avventure in una galera dove sta un gigante che ha il potere di penetrare con il suo occhio gli oggetti che ha davanti. "Proprio mentre guardava, il gigante cominciò ad aprire gli occhi e John, senza sapere perché lo facesse, si allontanò dalle sbarre, era infatti in una galera. Allora sognai che gli occhi del gigante avevano questa proprietà: qualunque cosa su cui si posassero diventava trasparente. Vicino a lui era seduta una bella donna, ma egli non s'accorse che era una bella donna, perché vedeva attraverso la sua faccia il cranio, e attraverso il cranio il cervello e i canali del naso, e la laringe, e la saliva che si muoveva dentro le ghiandole e il sangue che si muoveva nelle vene. Più giù ancora i polmoni che ansimavano come spugne, e il fegato, e gli intestini simili a uno groviglio di serpenti. E quando girò lo sguardo lungi da lei con ribrezzo, i suoi occhi si imbatterono in un vecchio e fu ancor peggio: perché il vecchio aveva un cancro. E quando si sedette chinando il capo verso terra per non vedere tutti quegli orrori non vide più altro che tutti i suoi organi interiori in movimento". È indubbiamente una metafora, una metafora per dire che questo occhio penetrante del gigante, della potenza, quando scruta l'uomo lo scompone, e scomponendolo si trova di fronte ad una realtà che è orribile, ad un orrore. L'uomo certo sa, attraverso questo sguardo, che ci sono i polmoni, che c'è il sangue, ma alla fine di questo sguardo, di questa visione, non ne può più, perché capisce che questa conoscenza che ha dell'uomo è orrenda, è orribile. L'uomo parla dell'uomo scomponendone gli elementi, ma non basta parlar dell'uomo in questo modo. C'è bisogno, e questa è anche una provocazione che lancio a Contri, di un approccio sintetico, quasi gestaltico: occorre mettere in evidenza una unità che viene prima e supera, non solamente la somma delle singole componenti di cui l'uomo è fatto. Ma questo mi porta ad una seconda considerazione. Se si tratta di esperienza, se l'uomo partendo da sé parte dalla sua esperienza, come esperienza va riconosciuta e osservata. Indubbiamente noi. viviamo in una civiltà, in una cultura fortemente determinata dalla tecnica, o come si diceva un tempo, dalla macchina. E oggi nel mondo della tecnica si è più proclivi a interessarci del modo di dominare le cose. Il problema non è certamente di oggi, e fa eco un certo ottimismo che nel secolo scorso, e anche all'inizio di questo secolo, faceva pensare alla costruzione di una società perfetta che avrebbe determinato la natura stessa dell'uomo onde renderlo felice. Noi sappiamo che questo ottimismo, queste speranze hanno dovuto infrangersi contro gli orrori delle guerre e non solo delle due guerre mondiali, ma anche dei genocidi che si stanno consumando in questi giorni, ai milioni di uomini che vengono sacrificati. Molti profeti hanno lanciato allarmi affinché l'uomo non si consegnasse alle macchine ma rimanesse una esistenza, una natura più forte delle macchine, più forte della tecnica stessa, ma soprattutto affinché l'esperienza umana non venisse spiegata dalla macchina - e macchina qui vuol dire lo strumento tecnico ma vuol dire anche la macchina economica, sociale, del potere. In un articolo che ho pubblicato sull'ultimo numero di Synesis, un discepolo di Romano Guardini, Kunish, parla di una poesia di Rainer Maria Rilke che profeticamente aveva, prima della prima Guerra Mondiale, tratteggiato questo orrore: descrivere l'uomo attraverso la descrizione della macchina. Nelle "Elegie Duinesi" Rilke dice: "Ogni conquista minaccia la macchina fin quando osa dominare sulla mente invece di obbedirle, ma l'esistenza per noi è magia ancora. In cento luoghi è origine che sgorga come fonte. Gioco di pure forze che nessuno attinge se non si china e ammira". L’esistenza è origine che sgorga come una fonte, è un ruscello che invade la vita e che non può essere dominata. A quest'acqua si può attingere solamente chinandosi e inginocchiandosi, o per dirla in un termine forse meno retorico, osservandola, riconoscendola. Stare in ginocchio e ammirare significa prendere atto e rendersi conto, uscire dalla sfera dei dominio e cercar di conoscere e descrivere l'uomo ammirandolo all'interno di uno stupore. Ma questo porta a dire che l'uomo che agisce guarda a se stesso, ed allora ecco la domanda: in questo modo non entriamo in un circolo vizioso? L'uomo ammira, riconosce la sua esistenza, parla di sé, ma è il parlato di questo discorso. Qual è il punto di paragone in cui questo gioco fantastico e avvincente comincia ad avere dei capisaldi, comincia ad avere qualche cosa in cui fondare lo stesso dire che noi facciamo.

G. Contri:

Più che un circolo vizioso è un circolo noioso. E la noia è un vizio, come tutte le cose che ci seccano. Dicendo questo mi impianto in linea diretta su una tradizione morale antica, qualcuno la chiamerebbe classica, in cui certi sentimenti erano trattati come dei vizi. Per esempio - è una parola vetusta - la accidia. Sapete che Dante secondo la morale ortodossa mandava all'inferno gli accidiosi, (anche in tutti i sensi dell'espressione, si dice a qualcuno di andare all'inferno). Ho semplicemente aggiunto alla lista dei vizi, la noia. Io trovo assolutamente interessante quella morale antica che trattava alcuni affetti, alcuni sentimenti, come dei vizi. Ma, certo, per potere ripensare in questi termini bisognerebbe riuscire a pensarli in modo completamente nuovo. Ho un debito verso la disciplina che pratico perché mi ha reso ripensabile ciò che per secoli è stato negato. Ho subito iniziato rispondendo a una domanda di Nori Grassi. Un altro modo per cominciare è questo: voi tutti conoscete l'espressione "sentirsi bene nella propria pelle", che dice moltissimo anche se è di quelle espressioni dell'uso comune, del parlar comune. Provate solo a fare uno spostamento e a inventare con me l'espressione "sentirsi bene nelle proprie parole". Ora a tutti noi è capitato di sentirci male nella nostra pelle, spesso, benché non volentieri, altrettanto spesso, o forse in un modo che implica il sentirsi male nella propria pelle, abbiamo sperimentato di sentirci male nelle nostre parole. Ecco, a modo mio, il tema che ci è stato proposto, il tema generale di oggi. Dovessi dire in altri termini ancora come concepisco un tema come questo, direi che, in un modo un po’ astratto di esprimersi, si tratta della possibilità dell'esperienza. Uno può dire: "Ma cosa c'è da rendere possibile o ritenere impossibile. L'esperienza è quella che è, è il dato positivo, quello che si vede; per esempio il fatto che stiamo qui a combinare quello che stiamo combinando". Ma il problema della possibilità dell'esperienza è che certi inizi abbiano termine, possano avere un fine, in caso diverso l'esperienza è letteralmente, ma anche psicologicamente parlando, insoddisfacente. Bi sogna che il punto di partenza sia arrivato "là" (dove?) per poter parlare di soddisfazione. Il lavoro che ho fatto nei giorni precedenti, in vista di venire qui, che ho fatto per noi, (cioè per voi ma anche per me stesso) è stato quello di ricostruire un piccolo vocabolario, quasi direi un abbozzo di lemme, come si , dice, come per un abbozzo di enciclopedia. L'idea mi è venuta perché mentre mi ero messo a segnare qualche appunto in vista di questo nostro Meeting, che vuol dire incontro, mi è venuto insistentemente alla mente un vecchio, ma credo anche attuale, recente gioco che da bambini un po’ grandicelli o da molto giovani, perché no anche da grandi, si è fatto: un gioco di società, quello che finisce con le penitenze. lo penso che lo conosciate tutti, non credo che solo nelle mie generazioni di ragazzini lo si facesse. Le penitenze sono scelte, espresse secondo un codice in cinque capitoli, e questi cinque capitoli sono cinque parole, guarda caso sono: dire, fare, baciare, lettera e testamento. Più ci penso e più trovo che questo pacchetto di parole è, non dico la fine del mondo, come si dice quando si parla iperbolicamente ("è la fine del mondo"), ma quasi. In un certo senso ciò di cui cerco di parlare oggi è di questo "quasi". Provate a far mente locale un istante. Dire: l'esperienza della parola; fare: intero campo dell'agire; baciare: vedetevela un po’ voi; lettera: qualcosa che va lontanissimo; testamento: ci si pensa poco ma è una parola polisemica, ha più significati, nell'esperienza corrisponde a più fatti. Mi è venuto da costruire una serie, secondo la stessa falsariga, in parte con le stesse parole e in parte no. Come finale, e il tempo è poco e mi vedrete procedere come se vi mandassi dei telegrammi, questa serie di cinque finirà non con una sesta ma con un supplemento, una parola in più. Il tempo essendo poco, entro subito nella serie di queste parole. Accenno con la stessa telegrafia a altri elementi che sarebbero di premessa. Un altro modo per dire, formularmi il tema propostoci oggi, è stato quello di pensarlo come il tema estraneità, o dello straniero. Anzi mi veniva da proporvi, se volete, un compito o una richiesta di collaborazione: provate a chiedervi, o forse addirittura a inventare, una parola che sia l'opposto di straniero, al posto di estraneità. E un compito: veramente non è facile trovare questa parola. Perché, per esempio, se vi venisse in mente la parola familiarità, io direi sì e no, perché l'accento è sulla famiglia. Alcuni amici di una bella rivista mi avevano chiesto un articolo sulla famiglia. Mi sono già scusato con loro e lo ripeto, non son riuscito a farlo, a finirlo. Ma ecco, una delle osservazioni che avrei fatto è che la famiglia, con l'universalità, con la infinitezza, beh, in qualche punto i conti non tornano molto bene. Io non son favorevole all'idea di familiarità come il vero opposto di estraneità. Ho detto questo per dare l'idea che c'è da inventare a questo proposito. Estraneità e a che riguardo. Lo straniero per esempio è straniero nella lingua se è in un altro Paese. A mio parere non è di questo che si tratta: non ho mai vissuto con sentimento di disagio il trovarmi in un Paese in cui non capivo assolutamente nulla al riguardo della lingua. Almeno per una volta facevano tutto gli altri. È vero che estraneità corrisponde a una sensazione, un sentimento, però l'idea di estraneità propriamente è un'idea giuridica, lo straniero è quello che, diciamo un po’ freddamente parlando, non ha certo i diritti di quel Paese, cittadinanza. Non volevo, ma ho già introdotto quella che ho chiamato la parola supplementare. Lasciatemelo dire in un altro modo. Il detto giuridico di estraneità (è il non avere la cittadinanza) a mio parere dovrebbe essere formulato pressappoco in questo modo: è il non potersi permettere qualcosa. C'è qualcosa che non ci si può permettere. Dirò fra un momento, anzi dico subito: io, come credo la maggior parte di voi, faccio parte, o ho fatto parte di quella stragrande maggioranza che è venuta al mondo chiedendo permesso. O, se non subito, pochi anni dopo. E la cosa curiosa nel chiedere permesso riguarda due cose o esperienza, o due parole. Rispetto al parlare e rispetto al pensare: noi in gran parte siamo li, non ce ne rendiamo conto, ma a chiedere permesso, a vivere chiedendo permesso. Osservo che è l'esatto opposto del privilegio. Il privilegiato non deve chiedere permesso. Si cerca di risolvere questa penosa situazione tutti: vedo due modi molto praticati in generale. L'una è la violenza, la prepotenza, la prepotenza personale, e l'altra è il malessere, o la malattia. Introduco qui l'idea stessa di malattia così come nel mio campo la pratico e la concepisco. Ciò che è da ricavare dall'osservazione di questi due modi di risolvere la penosa situazione del vivere chiedendo permesso, essendo sempre li a chiedere permesso, di questi modi di risolvere la cosa, la malattia o la violenza, non è affatto un prendersi la libertà, prendersi il permesso. E un rimanere nel non averla. E a questo punto si finirà per definire la libertà a partire dal non avere la libertà, sarà libertà tutto ciò che è possibile all'interno del non avere una libertà. All'incirca è l'idea o le idee, più circolanti, asserite e affermate nel nostro mondo intorno alla libertà. Ho già fatto un nesso fondamentale fra libertà e privilegio; aggiungerei che questo atteggiamento trova il proprio alimento essenziale nei nostri malesseri e nelle nostre personali prepotenze. Quando dico alimento, lo dico come parlerei della benzina, senza la quale la macchina non va. Permettetemi questa osservazioncella per trattare i casi dei bambini e degli zingari, di cui Rimini è piena: mi hanno estirpato un mucchio di soldi in questi giorni, per la libera arroganza con cui, vi prego di annotare l'espressione che ora dico, chiedono senza chiedere permesso. La formula dunque è: chiedere senza chiedere permesso. Chiedere o se volete, domandare, senza domandare permesso. Nel nostro mondo generalmente è proibito. Poche cose sono così proibite, eccetto che, come si dice, nella sfera privata. Oppure nella nostra malandata psiche viviamo il chiedere con un senso di umiliazione. Vedete, i fattori del domandare sono già due. Ho accennato a cinque parole, cinque fattori, e rispondo subito in modo ancora un po' aforistico, a un altro quesito di Onorato Grassi a proposito del racconto estratto da Lewis: santo cielo, scomporre l'essere umano nei suoi elementi, bisogna che ci si decida a uscire da un'ingenuità di cui veramente la nostra cultura è colpevole. Qui si tratta di decidere quali sono gli elementi in questione. Poco fa si trattava di anatomia, potremmo arrivare alla chimica, ecc., ma dire, fare, baciare, lettera e testamento sono cinque elementi anche loro ed è un altro modo di trattare l'umano. Fra degli elementi, fra dei componenti ci sono dei nessi; in lessico freddino si dice dei nessi logici, ma provate (dopotutto la parola nesso è una parola del vocabolario comune, come si dice, della lingua naturale) a parlare di compagnia fra elementi, la nozione di nesso rimane intatta. Inventarsi l'idea di compagnia logica è un bel salto, vi fa sentire, diciamo, a che livello sto portando le cose, qual è il livello della esperienza che si chiama umana. A parte il fatto che non si osserva mai abbastanza bene che anche l'anatomia è umana, non sto parlando di ciò di cui parla l'anatomia, sto parlando di quella disciplina che si chiama anatomia. E le mie cinque parole sono queste: la prima, la stessa della serie già detta, è la parola parlare, o dire, (ora non sento il bisogno di sottilizzare su una qualche differenza fra i due termini). A questo proposito mi limiterei a dire che è comunque priva di senso un'idea del parlare che non sia sinonimo di conversare. Se fossimo un seminario di studi vi rimanderei al Seicento, concetto di conversatio o di discorso, a monsignor Della Casa, Stefano Guazzo, anche Hobbes. Nella serie anzidetta, dire o parlare, fare, poi il resto, è una serie non sbagliata ma sospetta. Noi viviamo in una cultura della contrapposizione tra il parlare o il dire e il fare. Faccio notare che se c'è un proverbio fasullo, cioè che suona falso è il proverbio che tutti conoscete che dice: "Fra il dire e il fare c'è di mezzo il mare". Il dire è semplicemente uno dei fare con la particolarità di essere il primo fra essi. Il prologo del Vangelo di Giovanni lo privilegia per un certo primato. Ma per il resto è un fare come gli altri, il che significa che tutti i fare sono dei conversare, sono delle compagnie. Si è usato il dire, specialmente in una cultura abbastanza recente e per maledire il fare. Alla fine si è finito per maledire il dire stesso. Allora il parlare è un pesce dello stesso mare del fare, quando si sta male nelle proprie parole come nella propria pelle, è un pesce che nuota come nei mari di questi dintorni a quanto pare che sono inquinati. Questo è il mio contributo sul parlare e il fare, mi permetto di passare subito alla seconda con tante aggiunte che si potrebbero fare sulla prima, per esempio che si tratta di concepire un fare che sia costruito, istituito in forma tale da non rendere più impossibile il parlare. Alla luce di questa frase si potrebbe leggere l'intera storia del Novecento, con le sue guerre e con le sue paci. Pensiamo al cinquanta per cento almeno dei discorsi ufficiali sulla pace: essi non fanno che parlare di disfare oggi ciò che si è fatto prima, dallo smantellare gli armamenti a tutto il resto. Fu un fare che prendeva il posto del parlare, uccidendolo. Che ci si senta male nella propria pelle e nelle proprie parole non è una cosa che stupisca. Sul pensare faccio una sola osservazione. Mi sono chiesto spesso che esempio (nella storia umana, nella letteratura) di pensiero io presceglierei per dire cos'è il pensiero. Notiamo che anche questo è un notevole risultato del pensiero novecentesco, che oltre a maledire il dire e il fare, (lontana allusione alla questione delle opere, poco fa ho definito un'opera buona come quella che mantiene vivente e in essa opera il parlare) ha finito per maledire il pensare. Anzi soprattutto il pensare, perché fino al parlare in genere, può appartenere al campo della performance, del farsi da sé, che è una violenza in apparenza. Pensare è troppo delicato, è troppo vitale, è troppo anche inapparente, e dunque la sua soppressione può passare inosservata. Bene, devo dire - e in questo non c'è la minima compiacenza - che questo luogo, questa casa ospitale per tutti, è cattolica, non è fatta per una compiacenza a ciò che ho finito per individuare come esempio letterario. Dopotutto anche Dio ha fatto della letteratura, Antico e Nuovo Testamento sono letteratura, è l'esempio di quella giovane donna che è ricordata e venerata come la Madonna. È ben vero che nel celebre episodio di Luca 1 la Madonna è assente, vale a dire conclude con questo atto di parole, ma non è affatto cominciato lì; se voi vi trascrivete il dialogo con il messaggero, troverete che vi sono due atti precedenti di questo dialogo, in cui l'atto d'assenso è solo il terzo, anche in senso drammaturgico. Il primo è un atto di solo pensiero, non si sente dire alcunché e da parte sua si pensa e basta. Ricordo che quando mi sono accorto di questo momento di pensiero ho avuto come l'impressione di sentire un cervello in un moto infinito, e il secondo atto è il prodotto di un pensiero, formula una questione; una delle cose di cui siamo più incapaci nella nostra esperienza, formulare questioni corrette, o buone questioni. La definizione è ciò che succede in quell'episodio, che si creda o che non ci si creda. Per questo è da un po’ di tempo che mi diverto andando a raccontare in giro che la Madonna è un'intellettuale. E se ci pensate troverete, mi pare, che l'idea non è così frivola. Diciamo che non è neppure così mistica. In "Nostra Signora della Valle" della cui scoperta e rappresentazione va ringraziata davvero Laura Lotti e la sua compagnia, è inventato, un nuovo personaggio che è chiamato il piacere, in spagnolo el placera. È notevole che questo personaggio è assolutamente alleato con la figura della grazia e per di più, diversamente dalla figura della natura, è esente dal peccato. E’ una cosa notevole, bisogna dire che Calderon l'ha inventata in una maniera cospicua: in tutta la riflessione storica, cattolica o non cattolica successiva, non ho mai trovato valorizzata questa fantastica intuizione di Calderon. C'è solo una cosa che non condivido di Calderon, solo una frase. A un certo punto il personaggio del piacere dice: "Io conosco bene quali sono i miei piaceri" su questo e solo su questo punto, secondo me, ha torto. Non è affatto vero. L'uomo non è una macchina, più o meno cartesianamente, un organismo che riguardo al piacere ha le proprie leggi. Non che non ne abbia, ma sono delle leggi difettose. Gliene manca un pezzo per arrivare al termine. L'esperienza di piacere, come che sia pensata, è un'esperienza di termine, ha un punto di conclusione. Il piacere è qualcosa che vive del regime dell'incontro, e l'incontro è con un Altro; io lo penso e lo scrivo sempre con la A maiuscola, semplicemente ci sono degli altri buoni e degli altri meno buoni, non tutti sono di buona famiglia. Passo subito alla mia quarta parola. In fondo questa quarta parola potremmo sceglierla liberamente fra due parole, considerandole o sinonimi o quanto meno sposi indissolubili: una è la parola legge, l'altra è la parola desiderio. Noi abbiamo una bella illusione allorché diciamo che abbiamo qui, da qualche parte, i nostri desideri ma non sappiamo dove metterli: è così che ci autopresentiamo. E nelle parole è così che noi parliamo dei desideri, così come parliamo in un certo modo del piacere. Ciò che ho detto – se è vero - rovescia tutto a questo riguardo. Allorché parliamo di desideri in una certa maniera, (io ho i miei desideri ma la società li reprime, Dio è contrario, la morale non vuole, e l'educazione mi ha fatto finire in una certa maniera) abbiamo una concezione strettamente melanconica del desiderio. Se noi riuscissimo a concepire davvero un desiderio riuscito, riusciremmo a concepire che un desiderio e una legge sono una sola e medesima cosa. Quando parliamo del capitalismo noi non ci rendiamo mai abbastanza conto che il capitalismo o le sue leggi è un altro desiderio, è un'altra legge, è un altro modo di fare arrivare a un termine la questione che noi chiamiamo piacere, di dare un esito ai nostri movimenti, ai nostri moti. Ci sono desideri alquanto duri, e anche alquanto massacratori: secondo la mia opinione il desiderio di Marx, e più di metà del nostro mondo ne è tutt'oggi determinato, era una variante del desiderio che si chiama capitalismo. E finisco con l'ultima parola: la parola privilegio. Mi viene da dire: non domandate diritti, in questo modo finite solo nel sindacalismo (non ho niente contro il sindacalismo, intendiamoci). So partito dal domandare senza domandare permesso. L'idea di preghiera, a mio parere, è racchiusa in questa espressione. Quello di privilegio è un concetto legale, (per i romani, si chiamava la lex del privus, oggi diremmo del privato). Io penso semplicemente che un mondo senza privilegio è un mondo senza legge.Certo possiamo passare in rassegna l'intera storia moderna contemporanea che si divide in due fra un'era ancora costruita su privilegi oppressivi, in tutti i sensi, sul programma ufficiale in ogni partito (di destra, di sinistra o centro) di liquidazione di ogni regime di privilegio (la società di massa, la rivoluzione francese, e la egalité, liberté fraternité); in un regime di privilegio si dà la libertè, si dà la fraternité, non si dà l'egalité. Il privilegiato è un non uguale, anche se è minore. Il mio finale è un tentativo del mio pensare, cercar di pensare, cercar di parlare. E dove va a finire? Dove va a finire il parlare stesso? Dove va a finire se non è quella contraffazione, quella perversione del parlare che è quella concezione del parlare di sé che io chiamo gnostica, e quella che, diciamolo in modo generalissimo continuando a porre l'accento sulla ineffabilità di Dio, finisce, anzi si oppone in linea di principio all'idea che Dio sarà anche ineffabile? Per quanto ne sappiamo è anzitutto affabile, affabile viene dalla parola parlare, è uno che parla. Pensavo a Sant’Agostino, alle due città, (di città non ce n'è una sola). Pensando ai due temi, l'infinito e la storia, pensavo a questo: che l'una città, (indipendentemente dal pensare all'esperienza credente), ha come dimensione quella dell'infinito, la cui esperienza è quella del fratello. Sbaglio totale: è quella del Figlio. È la dimensione del Padre che è infinita. Vi sto parlando più a slogan che a dimostrazioni, prendeteli così. E le due città sono in tutte le esperienze, indipendentemente dal pensare come pensava Sant'Agostino; ci sono sempre le due città, non s'è mai dato che la nostra esperienza non sia strutturata dalle due città. Il punto è: se la nostra esperienza è strutturata dal fatto che sono due, o se il punto è che la nostra esperienza è divisa in due esperienze, nell'una e nell'altra. Il nostro mondo parla, per esempio, di privato e di pubblico, interiorità ed esteriorità, di morale propria e di morale pubblica, di morale e di diritto. Scherzavo su una cosa del "Sabato" dicendo che dopotutto i cattolici si occupano di una comunità che si batte per i diritti civili di Dio. A mio avviso la nostra esperienza è strutturata comunque, credente e non credente, dal fatto che le città sono due e che dunque è possibile una buona notizia. Non ho detto è doveroso ma possibile (è come dire: finalmente si respira, o come si dice in altri contesti, finalmente si può parlare). Finalmente si può parlare. O ci si può muovere. Secondo me è possibile e desiderabile, (c’è un nesso fra queste due cose) che si operi secondo la legge del privilegio che domina, che regna nella prima, nella storia, cosa mai accaduta, una legge del privilegio, del domandare senza domandare permesso, ottenendo, bussando, centocinquanta volte. È possibile operare a partire dalla legge che regna nel primo ordine.

O. Grassi:

Io provo ad inserirmi nuovamente e della serie di parole usate da Contri vorrei riprenderne due, che ripropongono nuovi quesiti. Ho sempre in mente una frase: "Ogni mattina mi alzo per conoscere l’inconoscibile". La prima volta che lessi questa frase in una raccolta di lettere, mi sembrò abbastanza ovvia; man mano che ho pensato, ho riflettuto, ho capito che la tensione fra l'inconoscibile e l'atto del conoscere si regge proprio sulla indefinibilità, indefinizione dell'oggetto che noi abbiamo. Per questo l'espressione "si vive chiedendo" è molto più profonda. Ciascuno di noi per vivere chiede e questo chiedere è una dimensione strutturale: l'uomo vive chiedendo, senza chiedere permesso. Chiedere permesso è una forma quasi di sudditanza. Ma vivere chiedendo significa ammettere che nella struttura stessa dell'uomo c'è un atto il cui contenuto è ultimo perché rimane sempre indeterminabile. Potrebbe essere la nozione di mistero se vogliamo, oppure nel senso più pieno la nozione di domanda. Io mi chiedo spesso se l'uomo quando parla di se stesso non può parlarne in modo pieno, parlando di sé come di una domanda. Parlar dell'uomo significa parlare della sua domanda, e questo è di più dei bisogni di cui l'uomo è fatto, che devono essere tenuti presenti, di più delle reazioni di cui l'uomo è costituito, perché la domanda comprende i bisogni, le sue reazioni, e la sua stessa esistenza. Ma è come una fessura all'interno di un muro che apre ad un orizzonte che è infinito. Vorrebbe dire che si parla dell'uomo: ponendo questo tema introduciamo a una prospettiva che va al di là della casualità in cui solitamente concepiamo l'esistenza. Noi pensiamo, ci pensiamo e quindi pensiamo anche la realtà, come qualcosa che sta avvenendo, non come qualcosa che è dato, che è definito, ma qualcosa che avviene, che si pone, perché porre una domanda evidentemente provoca lo sconvolgimento della situazione. In una pagina Eliade a proposito di Parsifal dipinge questa scena dove tutto si stava fermando (tutto in una retorica della formalità si stava arrestando): l'impero, il palazzo, la corte si stavano arrestando fintanto che quest'uomo, questo personaggio, irrompe e decisamente fa saltare tutti i protocolli e arriva a dire: "Dov'è il Gral?" Questa è la domanda che f a rivivere senza ancora aver dato la risposta fa rivivere quegli uomini che cominciano poco alla volta a riprendere vita, a riprendere fiato. Ecco, laddove la domanda è posta in un modo convincente, reale, la vita comincia a riprendere. Questa allora è anche una domanda che io faccio e ripropongo a Contri: se parlar dell'uomo non significhi parlar della sua domanda, non delle sue domande ma fondamentalmente della sua domanda, della sua struttura di domande. La seconda parola che Contri aveva toccato, segnalato, è quella di pensiero. In tutti noi c'è un'esigenza di ragione perché l'uomo non è la locusta di cui parla la Bibbia che si muove disordinatamente, in fondo, casualmente. Ciascuno di noi ha un'esigenza di ragione e parlare di noi stessi ha un punto di paragone. Pensare significa istituire un paragone fra qualche cosa. Allora se parlar dell'uomo vuol dire parlar della sua domanda, parlar dell'uomo vuol dire parlare anche di quelle evidenze basilari che gli permettono di giudicare, che gli permettono di non restare nel circolo vizioso o noioso, ma di uscirne, cioè di poter fare delle affermazioni, dire e fare qualche cosa.

G. Contri:

Se ho parlato del piacere in quel modo così scarno, assurdamente scarno, è proprio perché il piacere per noi è una questione: il piacere vive solo del regime dell'incontro perché non ha una legge sufficiente in se stessa, quindi ci vuole un'offerta. Il capitalismo di che cosa vive se non di offrire qualche cosa a una domanda? Per questo dicevo che non tutte le offerte, non tutti gli altri sono buoni. La parola domandare o chiedere è una parola in cui nella nostra cultura siamo diventati pudichi, lasciatemelo dire, come dei chierichetti nevrotici. È ovvio, banale, che conoscere è conoscere l'inconoscibile, è un'esperienza di tutti i giorni, di tutti i giorni in cui accade un qualche incontro che fa accadere qualcosa. Il verbo chiave è il verbo accadere. Il verbo domandare è un verbo fatto di nove lettere, una parola breve, ma è solo se abbiam poca, non solo fantasia, ma logica, (e son due cose diverse) che abbiamo un'idea bigotta del domandare senza domandare permesso. Chiedere produce conoscenza anche se lì per Pi o mai ottiene un incontro. Allorché lo si ottiene, l'incontrare apporta un non conosciuto. Per questo in principio me la prendevo con la coppia di parole conoscibile - inconoscibile, dicibile - ineffabile. Io invece dicevo che anzitutto Dio è affabile. Noi, gli altri, tutti, alcuni, quanti volete voi, continuiamo a nuotare molto male nel mare del desiderio, per usare una metaforaccia. È una illusione credere che quanto ai desideri, o al desiderio come sostantivo, essenza, i giochi sono fatti. Ecco a questo punto si tratta di amministrare i nostri desideri con la fortuna, l'astuzia. (Machiavelli). Crediamo che sappiamo tutto dei nostri desideri: è un'illusione. Da Omero in poi, dalla guerra di Troia in poi, da Elena in poi, la cosa che quanto ai rapporti fra i sessi e ai desideri connessi è piuttosto chiara è che il desiderio umano è strutturalmente in panne, e questa panne non è il sesso. Il sesso soffre di questa panne e tutte le nostre idee e ideacce a questo riguardo sono un prodotto della panne alla quale ho accennato. Per uscire, per guarire, per terapizzare - adesso dico perché questa parola - questa panne, non occorre un medico, non occorre un meccanico, non occorre neanche uno psicologo, occorre la immissione, non fosse che sottoforma di questione o di domanda, di un desiderio inedito, potrei dire anche, nuovo. t per questo che il povero Scorsese, puramente e semplicemente a quanto ho letto dai giornali, non ce l'ha fatta a capirci alcunché: Gesù Cristo si propone per definizione, anche per uno che non ci crede, come un qualcuno che è un desiderio nuovo. Allora, semmai, si trattava di chiedersi in che modo questa immissione di un desiderio nuovo in un uomo come lui interveniva sul desiderio umano strutturalmente, con quali conseguenze, con quali benefici? È una domanda che in Scorsese non esiste neanche per sogno, è lontanissima anche solo da immaginarsi. Per riuscire a pensare tanto piacere quanto i desideri, in certi momenti dovremmo rinunciare a immaginarli. Il pensiero non è solo immaginarsi, altrimenti l'immaginazione del desiderio si riduce a quello che si vede per le strade di Rimini, in cui le ragazze dopotutto hanno scelto un certo stile, niente di straordinario, piuttosto evidente. Mi è venuto in mente Kant, mentre Nori parlava, perché ho letto, mi pare sul "Sabato", la citazione di Pasolini che chiama Kant un "cane rognoso" o qualcosa del genere. Mi viene in mente che ciò per cui io sono arrabbiato con Kant (trovo che Kant è veramente una proposta, l'offerta, un Altro, con la A maiuscola anche lui, non è ciò che dice su Dio - a parte che un giorno bisognerebbe decidersi che parlar male di Dio, parlar male non è solo bestemmiare, si può anche credere di parlarne bene parlandone male - è per ciò che dice sulla passione. Voglio farvi osservare però, che anche voi in gran parte siete ancora kantiani e ve lo dimostro. Quanti di voi hanno usato ieri, questa mattina, il mese scorso, l'aggettivo spassionato, l'avverbio spassionatamente (si dice: le sparo addosso ma non è una faccenda personale, niente di personale, spassionatamente)? à proprio la bandiera di Kant, è la guerra alla passione, perché la passione implica l'altro, comunque, e non è un moto che viene dalle mie viscere individuate più o meno maschilmente o femminilmente per esempio, venute dalla storia, dall'educazione, dalle cattive compagnie, o anche dalle buone compagnie. Non c'è passione senza l'altro, ed è con l'altro, comunque, che ce l'ha Kant. Per questo il disprezzo di Kant e l'orrore di Kant per il corpo è qualcosa di enorme, lo si vede in tutte le pagine, in tutte le righe, ha orrore.

O. Grassi:

Se l'uomo è questa struttura esigenziale di domanda, di desiderio, evidentemente interessarsi all'uomo, parlare all'altro uomo vuol dire appassionarsi a questa esigenza, a questa domanda, e il cristianesimo è entrato nella storia come passione per la domanda dell'uomo, per questo bisogno dell'uomo. Parole come democrazia, tolleranza, che noi consideriamo fondate sulla impossibilità a definir la verità, vengono usate per affermare che è possibile essere democratici solamente quando c'è l'opinione, quando ci sono delle opinioni a confronto e non quando c'è la verità. Ma pensare all'uomo come domanda o come desiderio è, secondo me, dare un fondamento maggiore al tema della democrazia, ad esempio, o della tolleranza, perché chi rispetta l'altro (non formalmente) è appassionato ad un comune destino. Il fatto religioso o il cristianesimo, è una passione alla domanda che l'uomo ha, e questo fonda il rispetto in senso pieno, la passione perché l'altro possa mantenere questa domanda e darvi una risposta. Forse certe conseguenze come la democrazia che ormai è una parola, come diceva Eliot, tanto abusata quanto inutile per coloro che la usano, potrebbe essere ripresa, rinvigorita e assumere un significato che purtroppo oggi non ha.

G. Contri:

Sarebbe non solo crudo, a volte è necessario, ma ingiusto (scorretto in senso formale e morale della parola), dire che la storia degli ultimi quattro secoli sul tema della tolleranza ha fatto pari e patta, o affermare che prima l'intolleranza era un privilegio dei cristiani di certi secoli. Il nostro secolo è l'apogeo dell'intolleranza: l'impero dell'intolleranza si è completato nel Novecento, anzi l'intolleranza è stata fatta in nome del rigetto del cristianesimo. È stata la festa cupa dell'intolleranza il nostro secolo, del nostro kantiano secolo. Ogni volta che mi riferisco a Kant ho sempre paura che appaia un riferimento da letteratura filosofica, ma non è così. Vedete come le parole non sono una cosa da niente, sono o come dei mattoni che colpiscono e fanno male, o sono degli oggetti che ci portano. Noi ci facciam portare dalle parole, una volta che le abbiamo ben colte col nostro pensiero, si tratta di avere un buon rapporto tra il pensiero e la parola. Indubbiamente i cristiani stessi oggi hanno da vedere un po’ più chiaramente le proprie parole (desiderio, passione). E ciò per la ragione detta da Onorato Grassi e cioè che è del tutto diffusa, quasi non scalzabile l'idea che il cristianesimo è l'antipassione, allorché non è solo una coincidenza o un fatto di sinonimia, di un caso di coincidenza verbale, dato che il cristianesimo è centrato su quella che si chiama la passione, passione di Cristo. Non è solo un'idea mia, ci sono stati personaggi molto bravi e molto colti, che si sono occupati di questa sinonimia. Diciamo che avremo noi stessi da migliorare le nostre parole, come si dice migliorare i costumi, diventare migliori. Non avete mai pensato che diventare migliori è migliorare la propria parola? Altrimenti ricomincia il chierichetto nevrotico. lo sarei persino per considerare un'espressione come quella di "passione per l'uomo" come uno sviluppo di un implicito, vale a dire come qualcosa di pleonastico anche se didatticamente è meglio esplicitarlo. È in moto la passione, e Cartesio è stato un vile, teoreticamente parlando, quando ha parlato delle passioni, senza parlarne come dei moti, lui che era uno scienziato che si occupava dei moti e delle leggi del moto. E nel moto della passione la compassione e può non essere la cosa migliore perché dopo tutto soffrire insieme non si capisce perché migliorerebbe il nostro stato di cose. Compassione è connaturata alla passione, è solo una esplicitazione l'espressione con -passione o passione per l'uomo.

O. Grassi:

La discussione come quella che abbiamo fatto oggi ci porta a considerare il fattore religioso non come una cosa che si ha o non si ha, ma come quell'espressione dell'io, la persona umana, che nel suo rapporto con la realtà si esprime con domande e esigenze e quindi più che essere cosa che si può possedere o acquistare è dimensione. Per questo porre a tema l'esperienza religiosa è molto più impegnativo che comprare un grande palazzo.

G. Contri:

Vorrei fare un'aggiunta. Il senso religioso non ha niente a che fare con la psicologia religiosa. Può succedere che fra un po’ di tempo tutti saranno d'accordo sul senso religioso e lo chiameranno psicologia religiosa, antropologia religiosa o cose di questo genere. Di fronte a una menzogna di questo tipo io direi: esiste una forma che conosco un pochino, di questa parola menzogna (in senso tecnico mi pare ben spesa) che è una certa maniera di parlare del sacro oggi. Mi sono ricordato pensando al sacro (tanta gente parla del sacro: io sacro, tu sacri, egli sacra, noi sacriamo) il verbo sacramentare e tutti sapete che vuol dire bestemmiare. Credo che tutto questo sacrare è una forma del bestemmiare che aggira le censure storiche, è una forma in più, ed è persino, in fondo, come la parola sacramentare da cui sono tolte alcune lettere e un pochino abbreviata. Suggerisco di essere sempre molto sospettosi su una qualsiasi idea di religione in senso religioso, di psicologia religiosa: suggerisco proprio di spazzare via. Il sacrare è lo gnosticismo, grande sacrante della storia, il grande dissacrante della storia. Non si consacra nulla o, che è lo stesso, si consacra tutto. Il punto è che si consacra tutto ed è la via (di ritorno sempre maggiore a mio avviso ai nostri giorni) del clericalismo. Una cosa che mi ha sempre colpito è che i non cristiani in genere, salvo eccezioni, le sole cose che hanno imparato dai cristiani sono le cose peggiori. Il clericalismo è una di quelle, le forme stesse del clericalismo, o non consacrare, o consacrare tutto che tanto è lo stesso.