NATALITÀ E FAMIGLIA.

Natalità e famiglia

22/08/2011 - ore 15.00_x000D_ In collaborazione con l'Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà. Interviene Maurizio Sacconi, Ministro del Welfare. Partecipano: Maurizio Lupi, Vicepresidente della Camera dei Deputati; Alessia Maria Mosca, Deputato al Parlamento Italiano, PD; Barbara Saltamartini, Deputato al Parlamento italiano, PdL; Gabriele Toccafondi, Deputato al Parlamento Italiano, PdL; Guglielmo Vaccaro Deputato al Parlamento Italiano, PD. Introduce Emmanuele Forlani, Coordinatore della Segreteria dell'Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà.

In collaborazione con l’Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà. Interviene Maurizio Sacconi, Ministro del Welfare. Partecipano: Maurizio Lupi, Vicepresidente della Camera dei Deputati; Alessia Maria Mosca, Deputato al Parlamento Italiano, PD; Barbara Saltamartini, Deputato al Parlamento italiano, PdL; Gabriele Toccafondi, Deputato al Parlamento Italiano, PdL; Guglielmo Vaccaro Deputato al Parlamento Italiano, PD. Introduce Emmanuele Forlani, Coordinatore della Segreteria dell’Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà.

 

EMMANUELE FORLANI:
Buongiorno a tutti, grazie al Meeting che, anche in questa occasione, ha voluto ospitare l’incontro dell’Intergruppo per la Sussidiarietà, che ormai è una tradizione. Chiedendo scusa per il ritardo, do brevemente inizio ai nostri lavori che hanno come tema “Natalità e famiglia”. Premetto un paio di battute, innanzitutto per sottolineare come la giornata di ieri per il Meeting sia stata particolarmente importante per la presenza del Presidente della Repubblica, che ha voluto sottolineare la rilevanza di occasioni e luoghi di dialogo per il bene comune all’interno della vita politica. Ha fatto esplicito riferimento all’esperienza dell’Intergruppo per la Sussidiarietà che, come molti dei presenti sanno, nasce nel 2003, quindi in un’epoca politica nella quale sicuramente il dialogo non era ben visto. È stato sottolineato ieri dagli interventi del presidente Lupi e dell’on. Letta, come la possibilità di dialogo non nasca dall’assenza di una identità o da un compromesso che faccia fuori l’ideale col quale uno è sceso in politica. Anzi, è proprio in virtù della forza di un’identità che è possibile dialogare. Abbia voluto cogliere l’auspicio che il Presidente della Repubblica ci ha rivolto ieri, organizzando questo incontro subito il giorno dopo, come sempre mettendo a tema un aspetto particolare della vita politica.
Voglio sottolineare come l’esperienza dell’Intergruppo in questi anni sia sempre stata legata all’interesse personale di alcuni parlamentari – sono oltre 320, tra deputati e senatori – che hanno aderito. E non è un caso, quando si decide di affrontare un tema specifico all’interno dell’agenda politica, farlo partendo da un interesse o da una esperienza personale: sicuramente è qualcosa di costruttivo, lo è stato e lo è l’impegno che l’on. Farina, assieme ad altri parlamentari, ha portato avanti in questi anni sul tema delle carceri. Lo stesso vale per l’on. Vignali che, insieme all’on. De Micheli, ha portato avanti il tema dello statuto di impresa. Lo stesso vale per tutti i temi che l’Intergruppo in questi anni ha portato avanti. Tutti hanno collaborato e tutti si sono impegnati, a partire dal Ministro Sacconi che, già prima dell’esperienza di Governo, era in prima linea, all’interno dell’Intergruppo, sul tema del 5 per mille. Il tema di oggi non nasce a caso ma perché le persone presenti ci lavorano da tempo, è un tema che a loro interessa e l’obiettivo è poterne parlare assieme. L’on. Toccafondi e l’on. Vaccaro, membri della Commissione Bilancio e della Commissione Finanze, si occupano del tema da un punto di vista che tante volte sembra lontano dall’aspetto natalità e famiglia. Invece, come tutti sapete, in questi giorni e in questo ultimo anno, in periodo di crisi, al tema del sostegno alla famiglia si associa sempre il tema della risorse. A loro chiederemo come stanno lavorando e che cosa possono chiarirci del dibattito che si è sviluppato.
All’on. Mosca, Alessia Mosca, del Pd, e all’on. Saltamartini del PdL, entrambi in Commissione Lavoro, abbiamo chiesto di descrivere l’esperienza che stanno facendo in questa legislatura nel sostegno ad interventi in favore della natalità, della famiglia, della conciliazione lavoro-famiglia. Al presidente Lupi, come fondatore dell’Intergruppo, abbiamo chiesto di fare le conclusioni di questi nostri lavori. Ringrazio di cuore il Ministro Sacconi per aver accettato l’invito a partecipare, a lui spetterà l’ultima parola di questo nostro dialogo, perché possa aiutarci ad approfondire ancora di più il tema. Tema che – e chiudo – non è stato scelto casualmente. Ci sono studi internazionali che dimostrano un nesso proporzionale tra l’aumento della natalità e lo sviluppo economico: il premio Nobel Heckman ha compiuto numerosi studi che sono anche apparsi in pubblicazioni della Fondazione per la Sussidiarietà che, come sapete, si occupa della segreteria scientifica dell’Intergruppo. Riteniamo molto importante il tema della natalità e della famiglia, non ultimo in ragione dei dati che in questo periodo sono emersi. 150 anni fa, in occasione dell’unità d’Italia, per ogni famiglia vi erano circa 5,1 figli; oggi siamo appena sopra un figlio per ogni famiglia. Non è solo un dato di natura economica ma anche culturale. Io mi interrompo, do la parola all’on. Toccafondi, membro della Commissione Bilancio alla Camera dei Deputati, al quale chiederei in particolare di aiutarci a capire come, rispetto al dibattito di questi giorni, alla difficoltà di reperire risorse per sostenere la famiglia, sia possibile districarsi, anche in vista dei provvedimenti del prossimo autunno, e se ci sono possibilità di intervento. A lui la parola, e grazie ancora.

GABRIELE TOCCAFONDI:
Ringrazio il Meeting di Rimini per l’invito e l’Intergruppo per la Sussidiarietà. Spero di non emozionarmi come ha fatto ieri Maurizio Lupi da Napolitano, però il tema è altrettanto importante. Essendo in Commissione Bilancio, io mi occupo di numeri: e quindi, in senso buono, cercherò di dare un po’ di numeri, perché fa sempre bene partire dalla realtà. E, come ha detto il nostro Presidente ieri, non bisogna aver paura di dire agli italiani la verità, la situazione reale del Paese. Iniziamo a dire che gli italiani sono poco più di 60 milioni, le famiglie anagrafiche sono 25 milioni. In media, ogni famiglia ha 2,4 componenti. Possiamo ragionevolmente dire che, statisticamente, non tutte le famiglie hanno figli. E’ un numero che la dice lunga: non mi ci voglio soffermare perché ognuno di voi può ben comprendere cosa possa significare attualmente e cosa potrà significare a breve, quando chi lavora, i nostri figli, dovranno sopportare la spesa sociale, pensionistica, assistenziale della gran parte della popolazione italiana. Nessuno fa figli con la calcolatrice alla mano, questo è un dato di fatto: io e mia moglie non abbiamo fatto così e penso che nessuno di voi abbia fatto così. Però, un Paese deve decidere cosa abbia davvero valore. Le tante o poche risorse – in questo momento siamo alle poche risorse – devono essere destinate rispondendo alla domanda: “Cosa ha valore?”. Per questo stiamo oggi a parlare di famiglia e natalità, perché i figli sono un valore.
Altro dato di fatto, la situazione italiana. Sentiamo parlare del famoso debito pubblico italiano, il fardello – lo ha chiamato ieri Napolitano – che non possiamo lasciare alle nuove generazioni. Questa generazione dunque dovrà per forza farsi carico di un fardello che, in numeri, significa 1916 miliardi di euro. Per capirsi, quando c’era la lira, non avevamo una parola che potesse pronunciare una cifra del genere. Lo dovevamo scrivere in numeri. Significa che ogni italiano, ognuno di noi, ha 33mila euro di debito e paga ogni anno circa 1500, 1700 euro di interessi. Solo di interessi, il nostro Paese paga ogni anno 80 miliardi di euro. Pensate alla manovra che stiamo discutendo in questi giorni, non arriva alla metà. 80 miliardi di euro solo di interessi, e poco più della metà dei titoli del Tesoro sono in mano a stranieri. E meno male che tutte le volte rinegoziano i titoli con l’Italia! Ma ogni anno, è un altro dato di fatto, 40 miliardi circa vanno fuori dall’Italia. Allora, capite bene cosa vuol dire farsi carico di questo fardello. Se avessimo la metà del debito pubblico, avremmo da spendere ogni anno la metà di quello che spendiamo per interessi, 40 miliardi di euro. Avremmo più risorse da spendere, più elasticità.
Pensate a cosa vuol dire mettere in pratica il quoziente familiare, che in molti dicono possa costare intorno ai 15 miliardi di euro! Questo è un dato di fatto, e da questo punto io vorrei partire. Sono numeri che fanno pensare che forse ci dovrebbe essere una rivoluzione generazionale: cioè i figli, i nostri figli, dovrebbero spronarci a migliorare la situazione. E guardate, io penso che la crisi – e questo è un momento di crisi economica e finanziaria internazionale – sia anche una grande risorsa: ci permette di capire perché siamo arrivati a questo punto, cosa abbiamo sbagliato e cosa occorre cambiare. Altrimenti perderemo un’occasione, continueremo a navigare senza accorgersi del perché siamo arrivati a questo punto. L’Italia, almeno dalla metà degli anni ’70, ha un decremento demografico, decide di fare meno figli e ha un aumento del debito pubblico. È come se una famiglia, per trent’anni circa, dalla metà degli anni ’70 ad oggi, avesse deciso di continuare a mantenere il proprio stile di vita indebitandosi, e ogni anno aumentando il suo debito per mantenere quel livello di vita, pagasse interessi maggiori, stando abbastanza bene ma non facendo i conti con il futuro.
La situazione attualmente è quella. Con in più l’aggravante che siamo in una situazione di crisi economica e finanziaria violentissima. Quindi è giusto affrontare il problema ma altrettanto giusto e fondamentale chiedersi cosa abbia valore. Perché, in un momento di crisi, un Paese deve dirsi dove vuole destinare le poche risorse che abbiamo. È utile e opportuno abbattere la spesa, perché il dato di fatto ci dice che da trent’anni spendiamo più delle nostre possibilità. Occorre dare un taglio alle spese ma occorre anche decidere da cosa ripartire. L’Italia, a cosa tiene? Ognuno di noi, a cosa decide di destinare le poche risorse che ha? Parliamo oggi, non a caso, di famiglia e natalità. Vorrei fare alcuni esempi, anche problematici, dell’attuale situazione in cui un po’ tutto è permesso, perché siamo al paradosso per cui, per accedere ai servizi sociali ed educativi, per esempio degli enti locali, dei Comuni, conviene essere separati o conviventi. Nel ragusano, a Vittoria, danno 15 punti, 12 punti a Parma, 8 a Barletta, 5 a Venezia, 4 a Padova, aggiuntivi per le categorie protette di figli di separati e divorziati. Sapete quanti punti danno a San Giuliano Terme, Comune del Pisano? Venendo dalla Toscana, come penso si possa comprendere, conosco bene questa realtà che dovrebbe essere famosa in Italia per le terme: invece è famosa perché, per un figlio di genitori separati con affidamento congiunto, questo Comune dà 85 punti, mentre l’avere fratelli o sorelle in età scolare dà al massimo 2 punti. Capite bene la differenza!
Ora, mi chiedo, cosa ha valore, anche per gli enti locali? Fino ad oggi, quando si poteva fare tutto perché i soldi si prendevano a prestito, questa domanda non aveva senso, adesso si. Non è più possibile leggere questi esempi, perché il nostro Paese deve dire da che parte sta. E siamo anche al paradosso che, se hai bisogno di mandare un figlio all’asilo nido, conviene essere separati, madri o padri ragazze-madri o ragazzi-padri, salvo poi magari convivere con il tuo partner, tanto nessuno verrà a controllarti perché le poche ispezioni che si fanno sono sulle persone unite, non certo su chi – per comodo, aggiungo io – vive fisicamente da solo. La stessa cosa vale per i pagamenti agevolati degli asili nido, per gli alloggi popolari, il sostegno all’affitto: vi sono questioni – non entro nel particolare perché non ho molto tempo – che in questo momento non è più possibile sopportare, soprattutto sono situazioni che non rispondono alla domanda su cosa valga per un Paese. È il momento delle scelte, così come è un momento delle scelte rispetto alle agevolazioni fiscali. Il Ministro Tremonti l’ha detto chiaramente: bisogna dare una stretta alle 483 voci di agevolazioni e detrazioni fiscali che attualmente, nell’ordinamento, valgono circa 160 miliardi di euro di minori entrate per lo Stato. Il Ministro Tremonti l’ha detto: se non si arriva alla riforma, si taglia in maniera lineare il 5% delle agevolazioni e detrazioni per quest’anno, e dal prossimo anno, e per 3 anni, il 20% delle detrazioni.
Ma così facendo, non si risponde alla domanda “che cosa vale”, perché non tutte le detrazioni sono uguali. È il momento delle scelte, bisogna rispondere alla domanda “che cosa vale” e bisogna fare delle scelte. Attualmente, per esempio, se mando un figlio a fare sport posso detrarre 210 euro, se ho una colf posso detrarre contributi previdenziali assistenziali per 1500 euro, per l’acquisto di un abbonamento al trasporto pubblico locale, 250 euro, e così via. Bisogna fare delle scelte su queste 483 agevolazioni, ma guai a tagliare tutto in modo lineare, perché, lo ripeto per l’ultima volta, non risponde alla domanda “che cosa vale”. È come il gioco della torre, devi decidere chi buttare giù. E allora io, anche come provocazione, visto che nessuno in questi anni in Italia ha dimostrato di voler fare veramente delle scelte – uno che ha fatto delle scelte è il Ministro Sacconi, e questo bisogna dirlo -, in questo momento delle scelte bisogna farle: io, per esempio, nelle detrazioni e agevolazioni fiscali salvo chi manda i figli a scuola, chi fa una scelta di libertà educativa e non chi manda il gatto dal veterinario. E guardate che non è una battuta: se bisogna fare delle scelte, non possono essere scelte equiparate. Se porto dal veterinario la mia tartaruga o il mio gatto, posso detrarre le spese veterinarie, 258 euro. Se mando mio figlio a una scuola paritaria, a un asilo nido fino a 3 anni, perché poi le detrazioni non ci sono più, posso detrarre 120 euro.
Già questi dati dicono che la risposta alla domanda “cosa vale” è squilibrata. Già ora è squilibrata, figuriamoci con il taglio lineare del 20%, sarebbe ancora più ingiusto e assurdo. Allora, siccome è il momento delle scelte, ci sono alcune detrazioni e agevolazioni che possono anche sparire del tutto, altre che invece vanno assolutamente aumentate. È il momento delle scelte: io dalla torre butto giù una categoria e ne faccio salire un’altra, perché per me – e concludo – vale molto di più un figlio da educare che un gatto da castrare.

EMMANULE FORLANI:
Alessia Mosca è membro della Commissione Lavoro: si è occupata in questa legislatura del tema natalità e famiglia in più occasioni, presentando proposte di legge, intervenendo attivamente sui provvedimenti che erano in Commissione e in aula. In particolare, desidero chiederle di approfondire un tema che a lei è particolarmente caro e sul quale la sua attività in questi anni si è contraddistinta. Si tratta della conciliazione lavoro-famiglia, un altro degli aspetti sui quali non si è ancora entrati nel merito, forse, per quanto fosse necessario, un altro dei temi sui quali c’è tanto da fare. Grazie ancora per essere intervenuta, Alessia Mosca.

ALESSIA MARIA MOSCA:
Grazie mille, grazie dell’invito a partecipare anche quest’anno all’edizione del Meeting. Devo dire sinceramente che una platea così non può non emozionare: cercherò di essere comunque chiara nell’esporre il mio pensiero su questa tematica che – come diceva giustamente Emmanuele Forlani – mi sta particolarmente a cuore e sulla qualche, insieme a Barbara Saltamartini e ad altri membri dell’Intergruppo per la Sussidiarietà, abbiamo cercato di portare avanti. Speriamo che il lavoro congiunto possa portarci a fare passi in avanti ancora più significativi di quelli che abbiamo fatto. Parto da una considerazione, ribadendo uno dei numeri che l’on. Toccafondi ha già citato. L’on. Toccafondi diceva che ciascuno di noi oggi ha su di sé un debito di circa 33mila euro: ad ogni bambino che nasce oggi, noi mettiamo sulle spalle un debito di 33mila euro. Certamente non è per questa ragione che l’Italia si trova ad essere tra gli ultimi Paesi al mondo, insieme al Giappone, quanto a tasso di natalità perché, è vero quello che veniva già sottolineato prima, una famiglia non decide di fare o meno dei figli in base al debito che versa sulle spalle del nascituro. Però, è anche vero che chi ha la responsabilità di prendere delle decisioni non può non pensarci, ce lo ricordava ieri, fra le varie cose così illuminanti, il Presidente Napolitano. Ma pensare al futuro passa anche attraverso una presa di coscienza che il taglio del debito è l’unica via attraverso la quale noi possiamo consegnare ai bambini che nascono oggi un mondo migliore e una aspettativa di vita migliore rispetto a quella nella quale viviamo, considerando che ciascuno di noi è nato in un momento nel quale pensava che la propria vita sarebbe stata migliore rispetto a quella dei padri e dei propri nonni. Quindi, penso che la prima considerazione, la prima responsabilità dalla quale dobbiamo partire nel trattare il tema della natalità, debba essere esattamente questo: pensare a che cosa si debba fare perché il presente e il futuro delle persone – che è rappresentato, meglio che da chiunque altro, proprio dai bambini che nascono in questo momento – sia migliore.
Insieme alla riduzione del debito, non ci può che essere l’altro dei grossi temi e discussioni che sono su tutti i giornali e in tutti dibattiti, ormai da parecchio tempo, quello della crescita: non si può pensare di avere un mondo migliore se, insieme alla riduzione del debito, non si ha anche uno stimolo alla crescita. Anche in questo caso, il tema della crescita si collega al tema della natalità di cui discutiamo oggi, perché una delle ricette attraverso le quali noi possiamo dare uno stimolo al nostro Paese, perché possa uscire da questo rallentamento e da questo preoccupante declino nel quale da più di un decennio ci troviamo infilati, è portare nel mercato del lavoro gruppi di persone che oggi ne sono fuori. E il gruppo che più drammaticamente è fuori dal mercato del lavoro nel nostro Paese è il gruppo delle donne. Su questo, l’Italia veste purtroppo la maglia nera rispetto al tasso di occupazione femminile e, ahi noi, contrariamente a quanto ci si potrebbe immaginare, sono le donne che lavorano quelle che fanno più figli. Perciò, se vogliamo pensare di dare uno stimolo alla natalità, che è un sinonimo di sviluppo da qualsiasi parte e con qualsiasi indicatore lo si voglia guardare, non solo quelli strettamente economici, penso si debba avere uno sguardo un po’ più largo per affrontare queste tematiche e per disegnare un mondo diverso rispetto a quello nel quale viviamo, così come la crisi ci impone di fare. Allora, perché possiamo dare un contributo vero allo sviluppo, alla natalità e al futuro del nostro Paese, non possiamo non fare in modo di portare le donne che oggi sono fuori dal mondo del lavoro dentro il lavoro, perché questo crea sviluppo, benessere e anche una speranza di vita.
Allora, il fatto che ci troviamo su questi due binari, della riduzione del debito e dello stimolo alla crescita, non può essere considerato uno steccato o un alibi per non fare delle scelte. Anche questo ricordava prima l’on. Toccafondi. Il fatto che noi ci troviamo ad avere dei conti economici così drammaticamente in pericolo e sui quali si deve intervenire in queste settimane, non può essere l’alibi per non fare delle scelte che stimolino in questa direzione. Intanto, perché per fare alcune delle cose che servono perché le donne abbiano un ruolo attivo nel mercato del lavoro, si può scegliere di portare avanti delle misure, delle azioni che siano anche a costo zero. Ci sono delle misure che sono state prese e attuate, pesantemente e in modo molto deciso, da altri Paesi, che hanno avuto performance molto positive. Innanzitutto, la questione del grande tema della flessibilità, che non significa solo flessibilità dei contratti di lavoro ma flessibilità dell’organizzazione del lavoro, perché uno dei motivi per cui le donne lasciano il lavoro è perché diventa ingestibile conciliare la vita lavorativa con la vita familiare, e invece si potrebbero attuare una serie di misure che purtroppo sono state portate avanti ancora troppo timidamente.
Ne cito in modo pratico alcune: sono depositate decine di proposte di legge, anche il Governo ha avanzato in questi anni alcune proposte che, a mio avviso, sono rimaste lettera morta, troppo poco significative perché potessero avere una effettiva efficacia e potessero davvero invertire il trend della disoccupazione femminile. Del tema del telelavoro si discute ormai da vent’anni. Potrebbe essere una delle risposte che non richiedono un grandissimo dispendio di risorse ma potrebbero essere veramente e in pochissimo tempo inserite, migliorate, incentivate attraverso una collaborazione da parte di tutte le parti sociali. Perché, in un momento come questo, lo abbiamo sentito tante volte e ne siamo profondamente convinti, si devono fare una serie di azioni che possono essere fatte solo con il concorso di tutti. Attraverso un accordo condiviso di tutte le parti, attraverso l’azione del Governo, attraverso l’azione del Parlamento e attraverso l’azione delle parti sociali, credo si possano realizzare davvero in tempi rapidissimi e che possano dare un segnale molto significativo.
Così come le stesse aziende potrebbe essere sensibilizzate a creare ambienti che siano più favorevoli alla permanenza delle donne all’interno del loro comparto, attraverso la constatazione – dati alla mano e ne abbiamo moltissimi – per cui, quando ci sono ambienti più favorevoli alla conciliazione tra la vita familiare e la vita lavorativa, l’azienda produce di più. Anche in termini di pura convenienza economica da parte delle aziende, è un tema sul quale si possono fare grandi passi tutti insieme: ne beneficerebbe tutta la società nel suo complesso. Allora, in Parlamento abbiamo tentato di fare alcune azioni. Barbara Saltamartini approfondirà probabilmente queste azioni che abbiamo tentato di fare insieme, in spirito di collaborazione. Abbiamo presentato e abbiamo discusso insieme una proposta di legge per i congedi di paternità, che certamente non risolverebbe da sola il tema della conciliazione né, tanto meno, il tema della natalità, ma è un altro piccolo mattoncino che potrebbe andare nella direzione auspicata. Il fatto che i padri siano inseriti e che ci sia non solo conciliazione, che grava solo sulle spalle delle donne, ma anche condivisione del lavoro di cura all’interno della famiglia, tra uomini e donne, certamente potrebbe essere un altro segnale molto importante per stimolare la natalità e fare in modo che anche le famiglie giovani possano riuscire a prevedere nel loro futuro di fare dei figli e di farne magari anche più di uno, senza con questo relegare necessariamente le donne a casa perché obbligate alla scelta, a un aut aut tra lavoro, carriera e famiglia.
Abbiamo quindi tentato di portare avanti questa iniziativa che stiamo ancora discutendo in Commissione Lavoro e sulla quale speriamo ci possa essere una convergenza e un supporto di tutti coloro che ritengono che questo tema debba essere al centro della nostra agenda politica. Allo stesso modo, abbiamo fatto un’azione, anche in questo caso coinvolgendo tutti i gruppi che siedono in Parlamento, per portare un emendamento, che poi si è tradotto in ordine del giorno, perché era stata posta la fiducia alla scorsa manovra di luglio, attraverso il quale chiedevamo che i fondi che si stanno accumulando a causa dell’innalzamento dell’età pensionabile del settore pubblico delle donne, fossero tutti dedicati a una serie di misure per la conciliazione lavoro e famiglia, perché è vero che questo fondo dovrebbe esistere, ma non c’è stata fino ad ora alcuna trasparenza su come questi fondi possano essere reinvestiti in questa direzione. Anche in questo caso, abbiamo fatto un’azione, coinvolgendo tutti i gruppi perché potesse essere costituito questo fondo in modo strutturale e trasparente, e si potessero individuare le azioni specifiche finanziate attraverso i risparmi derivati dall’innalzamento dell’età pensionabile delle donne nel settore pubblico.
Ora, chiaramente si può proseguire con l’elenco delle iniziative che possono essere fatte, l’on. Toccafondi già citava la riforma del fisco. Ci sono veramente molte tematiche e, per quanto ci possano essere delle divergenze tra i vari gruppi politici all’interno del Parlamento, io sono certa che si possa trovare la capacità di essere propositivi ed efficaci nell’azione che portiamo avanti, nel momento in cui tutti condividiamo il fatto che debba essere posta, per la crescita, per lo stimolo alla natalità, per pensare ad un futuro di benessere migliore rispetto a quello che oggi prevediamo. Se c’è questa convergenza nel porre il tema della presenza delle donne nel lavoro come centrale rispetto a tutto quello che di benefico ciò può significare, allora pensiamo che il welfare debba essere modificato perché le donne non siano risospinte a casa per sopperire alla mancanza di servizi, ma perché le donne possano essere il fattore, uno dei maggiori fattori di sviluppo, una volta che abbiamo tutti la convinzione che questo è il tema cruciale per dare una scossa al nostro sistema.
Credo che allora le sottili divergenze che ci possono essere all’interno dei vari gruppi, possano essere superate perché questo è un tema davvero cruciale, su cui trovo difficile che ci possano essere ostilità tali da non consentire che si vada avanti. Allora, ci vuole una seria volontà politica perché si porti avanti questa convinzione anche sul quoziente familiare, di cui spesso si discuto. Ci possono essere certamente divergenze, io non sono una fan del quoziente familiare, se questo significa che si deprime l’opportunità delle donne nel lavoro, se le si disincentiva a lavorare. Se viceversa si trovano delle formule per le quali anche il fisco sia più favorevole a quanti hanno famiglie con figli, allora credo davvero che ci possa essere un lavoro fatto in modo congiunto. Penso che l’occasione che l’Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà ci ha dato in questi anni – e ci dà oggi ancora di più, con la responsabilità di essere noi stessi stimolo affinché alcune azioni non vengano solo dette ma anche attuate – possa contribuire a far sì che nei prossimi mesi si portino avanti molte delle cose che abbiamo già imbastito, e in pochissimo tempo. Anche perché di tempo, credo, non ne abbiamo poi molto nel mettere mano strutturalmente ad alcuni ritardi nei quali ci troviamo. Allora, credo che l’Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà possa davvero far fare a questo Paese un passo avanti: da parte nostra, c’è tutto l’impegno perché questo possa essere fatto in tempi brevissimi.

EMMANULE FORLANI:
Anche l’onorevole Saltamartini, come dicevo prima, è membro di Commissione Lavoro: a lei chiederei, oltre a continuare questo dialogo, anche di sottolineare eventuali esperienze interessanti o casi funzionanti anche in ambito internazionale, ai quali poter guardare senza avere la pretesa di replicare o di importare in maniera meccanica.

BARBARA SALTAMARTINI:
Ringrazio innanzitutto il Meeting, come hanno fatto i colleghi che mi hanno preceduto, e ovviamente l’onorevole Lupi, che in questo momento sta guidando il nostro Intergruppo per la Sussidiarietà, per aver voluto organizzare all’interno di questa edizione del Meeting un momento di riflessione come questo sulla famiglia e sulla natalità. Per arrivare a rispondere alla domanda che mi ha posto il dott. Forlani, parto da una dichiarazione che ha rilasciato il prof. Vittadini l’altro ieri, se non sbaglio, sul quotidiano Il Giornale. Vittadini diceva che di fronte alla crisi, in un mondo globalizzato e in rapido movimento, occorre che a ogni livello della società venga rimessa in atto una profonda disponibilità al cambiamento. E io parto da questa considerazione, perché sono convinta che mai come in questo momento la parola cambiamento significhi riforme. Sono convinta che in un momento come quello attuale, di crisi internazionale, economica e non solo economica, sia opportuno mettere in campo quelle riforme che noi riteniamo essenziali per la società e in particolare per l’Italia. E non posso non immaginare tutte quelle riforme che pongono al centro della società la famiglia. E’ uno dei momenti più importanti che ci troviamo di fronte, dove è difficile fare i conti, dove purtroppo, forse, il buon senso del padre di famiglia, quindi la buona amministrazione, non è più sufficiente; dove, come diceva Toccafondi prima, è opportuno compiere delle scelte. Scelte difficili, perché quando si hanno poche risorse e a volte non è possibile attuarle tutte.
Credo che una di queste scelte che dobbiamo avere il coraggio di portare a casa, una di queste scelte non più rinviabili, sia quella del quoziente familiare, anche in Italia. E lo dico, sapendo bene quali sono le difficoltà di attuare il quoziente familiare in Italia. Sappiamo quali sono i costi, ma con altrettanta chiarezza dico che noi non possiamo più accettare i rinvii di qualche esponente, anche della maggioranza a cui appartengo, in particolare mi riferisco al Ministro Tremonti, che in particolare su questo punto troppo spesso ci ha portato a prolungare i tempi in cui era possibile applicare un ragionamento di questo tipo. Abbiamo come vicino la Francia. Guardate, la Francia ha attuato e avviato la riforma del quoziente familiare con De Gaulle, subito alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quindi in un periodo di crisi nera assoluta di quel Paese, dove era necessario avviare un politica di crescita e di sviluppo. De Gaulle pensò da subito che l’unica politica in grado di garantire il futuro per il territorio francese fosse quella del quoziente familiare.
Allora, anche se siamo in periodo di crisi, anche se abbiamo poche risorse, non possiamo perdere l’occasione. E come farlo? Ho sentito tanti autorevole esponenti di centrodestra, di centrosinistra, anche di alcune forze non prettamente politiche, come ad esempio le forze sindacali, e tanti altri. Ognuno ha un po’ la sua idea. Io credo, anche rispetto a quel cambiamento di cui parlava Vittadini nell’intervista, che dobbiamo avere il coraggio di capire che oggi non è più rinviabile il tema dell’innalzamento dell’età pensionabile. Questo secondo me è uno dei punti su cui dobbiamo ragionare, uno dei punti su cui possiamo attrarre risorse utili per il quoziente familiare. Noi non abbiamo bisogno della riforma delle pensioni, l’abbiamo. Il Ministro Sacconi giustamente lo ha ribadito, e ha fatto bene. Ma noi possiamo anticipare l’equiparazione dell’età pensionabile, quello che già abbiamo previsto nella nostra riforma, al 2012. E i soldi che ne ricaviamo non devono servire a fare mera cassa. I soldi possono essere suddivisi in modo equo per politiche a sostegno della famiglia, e quindi della natalità, e per sostenere gli enti locali.
Perché dico di sostenere anche gli enti locali? Perché ritengo che soltanto sostenendo gli enti locali, ed evitando questi tagli lineari che, almeno ad oggi, nella manovra sono previsti, noi possiamo, anche lì, sostenere la famiglia, perché laddove fossero confermati gli attuali tagli agli enti locali, noi inevitabilmente costringeremo gli enti locali a tagliare quelli che sono i servizi sociali essenziali. Cosa che andrebbe a colpire inevitabilmente la famiglia, perché andrebbe a colpire le famose rette degli asili nido di cui parlava Gabriele Toccafondi prima, quelle misure di aiuto e di sostegno per gli anziani a carico delle famiglie, tutte le misure che sono necessarie a sostenere un welfare a misura di famiglia. Perché la famiglia è il centro da cui tutto deve derivare, anche nelle scelte di politica economica.
Allora, credo che la possibilità di individuare quelle poche risorse oggi disponibili e dirottarle sulla famiglia, nel senso del quoziente familiare che, come ho detto, credo sia una delle prime riforme strutturali necessarie all’Italia, ci sia, con l’aiuto e la collaborazione di tutti. E credo che l’Intergruppo possa svolgere un ruolo fondamentale – proprio perché crediamo, e il tavolo di oggi lo dimostra, che ci sia la possibilità di collaborare tra chi è maggioranza e chi è opposizione – per individuare le misure più urgenti da mettere in campo per superare quella che è la crisi internazionale, che probabilmente nessuno di noi aveva preventivato. Perché questo sì, è vero, forse non avevamo previsto una crisi così massiccia a cui dover fare fronte tanto velocemente. Allora, credo sia opportuno velocizzare anche il processo politico. La politica deve poter fare quel salto di qualità per rispondere al cambiamento di cui parlavo all’inizio. Noi siamo chiamati a velocizzare ogni processo normativo e legislativo. Non possiamo più permetterci di perdere tempo. E guardate, quando si parla di tagli alla politica, su cui siamo tutti assolutamente d’accordo, forse, prima che tagliare il numero dei parlamentari, sicuramente necessario, prima di arrivare a tagliare alcuni cosiddetti privilegi che vengono descritti sui giornali, spesso dicendo alcune bugie ma dicendo anche la verità, cosa che andrebbe sicuramente fatta, noi dobbiamo essere in grado di tagliare i tempi della politica.
La politica ha tempi troppo lunghi per una società che ha bisogno di risposte urgenti. E’ questo, credo, il senso di responsabilità che si aspetta il cittadino dalla politica, prima ancora che dal singolo politico. E l’altro grande tema su cui dovremmo avere il coraggio di riflettere, è la necessità di tagliare. Io sono un’accanita sostenitrice del taglio di tutte le Province, non di 26 o 28: quella sì, quella no, perché in quella vinco io e in quella vinci tu. Non può essere questo, il ragionamento. Quindi, io sono per tagliare tutte le Province, per tagliare quelli che sono i costi inutili della politica, ma attenzione: non possiamo più ragionare in tagli lineari, come siamo stati abituati a fare in questi anni. Non si può tagliare trasversalmente di tutto un po’. Bisogna scegliere quali sono le priorità e quali sono i tagli che ci permettono di arrivare a sostenere quelle priorità. Questo, una classe politica dirigente matura deve poter fare. Questo siamo chiamati a fare noi eletti, nominati, perché – almeno i parlamentari – non siamo eletti con le preferenze ma siamo individuati attraverso liste bloccate.
Allora – e chiudo perché non voglio rubare tempo agli interventi che mi seguono – , ripeto: alla crisi si risponde con le riforme, alla crisi si risponde con il sostegno dei redditi familiari. Perché oggi, se siamo ancora qui e abbiamo ancora la forza di affrontare questa crisi, lo dobbiamo a quella cellula fondamentale che è la famiglia, che è stata il grande e vero ammortizzatore sociale che ci ha permesso, in Italia, di reggere meglio che in altri Paesi. Se è vera questa affermazione, non possiamo che partire dalla famiglia, non possiamo che partire da quelle politiche per la natalità che rappresentano il futuro del nostro Paese, ma soprattutto non possiamo più ritardare un ragionamento sul fatto che diventare una famiglia, dove nascono dei figli, non può essere più una cosa privata. E’ un bene dello Stato, è un bene sociale a cui noi dobbiamo continuare a guardare come punto di riferimento. Grazie.

EMMANULE FORLANI:
L’onorevole Guglielmo Vaccaro è membro di Commissione Finanze. Mi piacerebbe chiedergli brevemente, data la sua importante esperienza internazionale, di aiutarci a comprendere se, nel rapporto che lui tesse da tempo con i gruppi politici a livello internazionale, ci siano spunti che possano essere utili al nostro dibattito. Con un accenno ad un tema che a lui sta particolarmente a cuore, il lavoro approfondito che è stato fatto sul tema del controesodo, sul rientro dei giovani in Italia e sull’attrazione di giovani capitali umani dall’estero. E ancora, quali possano essere le leve dell’ottimismo e della fiducia che sono stati richiamati anche ieri dal Presidente della Repubblica. Grazie

GUGLIELMO VACCARO:
Grazie, Emmanuele. Userò i riferimenti internazionali in chiave europea, in omaggio all’onorevole Mauro. Questo sarà il Meeting delle emozioni di Lupi. Io non c’ero, ieri, ma mi associo. Sono stato qui un po’ di anni fa, la prima volta. Il titolo era: Cercatori di infinito, costruttori di storia. Era l’88. Ero stato appena eletto rappresentante degli studenti all’università di Salerno e fui invitato da alcuni amici che si davano particolarmente da fare durante le elezioni universitarie. E devo dire che fui colpito, folgorato dal titolo e poi rapito dall’emozione di quelle giornate riminesi. Quindi, essere qui dopo qualche lustro, veramente mi riempie il cuore di gioia. Per rimanere nei tempi assegnati, vengo subito alle questioni che abbiamo di fronte, che sono particolarmente urgenti. Il tono, il timbro di voce del Presidente della Repubblica ieri mi ha colpito. Questa forza, questo desiderio di tenere insieme il Paese a partire dalla responsabilità delle forze politiche, trova nell’Intergruppo per la Sussidiarietà – e voglio sottolinearlo, spendendo 10 secondi su questo – un punto di riferimento alto, che ha incrociato anche l’esperienza mia e di Alessia, entrando in Parlamento. Grazie al lavoro di Maurizio, di Emanuele, di tanti altri colleghi che hanno animato l’Intergruppo nelle legislature passate, è stato possibile immediatamente incrociare, anche dall’opposizione, amici pronti a valutare idee, iniziative, proposte, senza pregiudizi, con grande disponibilità e talvolta anche riuscendo a portare a segno qualche risultato importante come l’approvazione di qualche legge.
Questo sicuramente rimarrà per me un punto di riferimento nel lavoro politico dei prossimi anni – ovviamente mi riferisco a quelli in cui saremo noi in maggioranza – per dare disponibilità e accoglienza alle proposte che arriveranno dai colleghi della futura opposizione. Lo sottolineo per dirvi quanto sia importante e per collegare immediatamente quello che è accaduto ieri a quello che sta accadendo oggi. Le cose che hanno accennato Alessia, Barbara, Gabriele, che probabilmente riassumerà il Ministro, sperando che possa rapidamente cogliere qualche stimolo per un emendamento, anche in questa manovra, un po’ rispondono alla nostra urgenza, al desiderio di dare alla responsabilità che le famiglie italiane hanno nel tirar su i propri figli, una solidarietà. Uno Stato che sia più vicino e presente. Non è così in Italia.
Vado rapidamente, per flash, su tre filoni. La spesa sociale italiana è sbilanciata a favore delle pensioni. L’Italia spende il 51% per la vecchiaia, il 26 per la malattia e poi, per la famiglia – è una tabella ISTAT pubblicata il 27 maggio 2011 – il 4,7%. La media dei 15 Paesi UE, quella storica, è dell’8,3. L’UE a 27 è all’8,3. Siamo ben sotto la media. Tendiamo verso la metà della spesa media europea per le politiche a favore della famiglia. C’è qualcosa che non va, c’è qualcosa di grave che non va, perché dietro questo deficit, questa distrazione, questo sbilanciamento, questa schizofrenia, ci sono famiglie, difficoltà, bisogni che non trovano tutela, che non riescono ad essere accolti e messi in sicurezza. Io ho un’esperienza particolare. E vi cito tre nomi per dare alle poche riflessioni che espongo l’idea di un volto fatto di carne e sangue. Quando noi politici ragioniamo anche delle riforme, dobbiamo ricondurre le proposte a qualcosa, all’evento, al miracolo della nascita. Vi dico tre nomi: Raffaele, Theodor e Alessandro. Raffaele è mio figlio. E’ nato in Belgio, in uno di quei Paesi che ha la spesa sociale per la famiglia che tende al doppio di quella italiana. Quando mio figlio è nato, ho avuto una serie di attenzioni in Belgio che ho continuato a cercare nell’esperienza dei miei amici italiani per capire se, nel tempo, qualcosa cambiava. Non è successo molto. Mio figlio ha quasi 18 anni. Appena è nato, mi è arrivata una visita a casa con delle persone che mi chiedevano se fossi a conoscenza di tutti i miei diritti, di tutte le possibilità che il Governo federale, il Governo della comunità francofona – lì c’è una divisione abbastanza radicale anche nelle politiche di aiuto – mi metteva a disposizione. La domanda simpatica che mi fece la signora dell’assistenza sociale fu: lei ha una bilancia? E io risposi: sì, beh, me l’hanno regalata, me l’ha portata mia sorella, fra i tanti piccoli doni che ho avuto quando è nato mio figlio Raffaele. Poi mi hanno spiegato cosa avrei dovuto fare, cosa loro potevano fare per me e così è andata avanti l’infanzia di mio figlio che, come tutti i bambini che stanno crescendo in questo momento in Belgio, può andare in un asilo messo su da privati, fra quelli convenzionati e non.
Vi dico questo perché in Italia non è possibile. Ed è grave che non sia possibile. A questi asili convenzionati, il Governo belga riconosce fra il 70 e l’80% in media delle spese. Ovviamente sono soggetti a procedure di certificazione, verifiche, controlli e tutto quello che giustamente si deve fare in questi casi. Se non riesci, o se preferisci andare in un asilo non convenzionato, le tue spese possono essere detratte dal reddito. A differenza di quello che accade in Italia, una famiglia europea che vive in Belgio in questo momento può togliere dalle tasse più di 3.000 euro per le spese dedicate all’assistenza che strutture private mettono a disposizione in Belgio. La detrazione in Italia, il signor Ministro lo sa bene, è pari al 19%, con un massimale di 639 euro che finirà sotto la mannaia di questo taglio del 20%. Cosa ancora più grave – e mi riferisco in questo caso ad Alessandro, il figlio di un mio amico che è appena nato a Salerno – non c’è una differenza di trattamento tra amici che hanno reddito diverso. E anche questa è una cosa profondamente ingiusta. Ed è per questo che, insieme ad Alessia, abbiamo fatto una piccola proposta di modifica del sistema di detrazione. Non è pensabile che persone che guadagnano un milione di euro possano detrarre la stessa cifra di chi guadagna 35.000 euro. Questo è profondamente ingiusto. Bisogna superare questa schizofrenia che c’è nel sistema delle detrazioni italiane. Ma andiamo avanti.
Due mesi fa è nato il figlio di mio cugino Enrico, in Svezia. E’ nato lì perché la mamma è svedese, stanno benissimo: ma nel momento in cui mia zia ha proposto a mio cugino di portarlo a nascere in Italia, mio cugino ha detto: non se ne parla proprio. Theodor avrà fino a 18 anni, ogni mese, 120 euro di baby bond che il Governo svedese mette a sua disposizione e che potrà utilizzare – cumulo totale, non attualizzato, 26.000 euro – al compimento del 18° anno di età, per investire nei suoi studi futuri piuttosto che in una attività di libera intrapresa. Questi Governi fanno molto meglio di noi, sono dei punti di riferimento. Ma aggiungo un dettaglio, che è sorprendente per noi: il Belgio è uno dei pochi Paesi che premia la scelta di non portare in un asilo, in una scuola materna, i propri figli. C’è la possibilità di detrarre dal reddito la scelta di gestire in famiglia la crescita dei primi anni, cosa che è accaduta per tanti di noi, non è sorprendente? Ora, è chiaro che noi possiamo essere d’accordo o in disaccordo, ma io devo dire che tra Raffaele, Theodor e Alessandro, che un mese e mezzo fa è stato registrato a Salerno, io vedo messo male, purtroppo, Alessandro, che ha visto suo padre costretto alla trafila burocratica, in questo sottoscala del Comune, dove la signora che registrava le nascite e i morti chiedeva – è surreale, ma è stata l’esperienza di questo mio amico – : nascita o morte? Lui ha detto: per fortuna è una nascita, si chiama Alessandro, e sono andati avanti. Poi gli ha chiesto di andare subito all’Agenzia delle Entrate per avere il Codice Fiscale, e lì il mio amico Gianmatteo ha cominciato a temere per il futuro di suo figlio. Dobbiamo riformare questo Paese, possiamo farlo solo insieme. Grazie

EMMANULE FORLANI:
La parola al Ministro Sacconi che certo non ha bisogno di presentazioni, se non di un ulteriore ringraziamento per aver accettato il nostro invito.

MAURIZIO SACCONI:
Grazie al Meeting, che offre ogni anno all’Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà l’opportunità di verificare insieme lo stato delle politiche che sono riferite ai fondamentali obiettivi che lo stesso Intergruppo si è dato. Vorrei trattare il tema della famiglia, della natalità, sotto tre rapidi profili: quello delle scelte valoriali delle politiche pubbliche, in primo luogo; quello della spesa pubblica a sostegno della natalità in contesto di matrimonio e quello delle politiche di conciliazione e, conseguentemente, delle stesse relazioni industriali quali si determinano in funzione dell’obiettivo della conciliazione.
Innanzitutto, la scelta valoriale: devo dire all’amico Vaccaro che poco fa manifestamente dissentivo dalle sue considerazioni sulla Svezia. La Svezia è il Paese che spende di più per la natalità, a prescindere dal contesto in cui questo si determina. E’ il Paese in cui noi registriamo in assoluto, nell’Occidente industrializzato, il più alto numero di figli nati fuori dal matrimonio e il più alto numero di single mothers o single fathers. Io non credo che debba essere un modello, quello svedese, nel quale l’istituto del matrimonio si va decomponendo e con esso si va disgregando il più generale tessuto connettivo sociale.
La Francia è un Paese che spende, non so ancora per quanto, perché la manovra che Sarkozy è costretto a produrre, commissariato anch’egli dal mondo, metterà in discussione molte di queste provvidenze. La Francia è il Paese, come qualcuno ha detto, dei “figli senza famiglia”, così come la Cina è il Paese delle famiglie senza figli. Voglio dire che è fondamentale assumere, come politiche pubbliche, come decisori, una scelta valoriale netta in favore della famiglia e del matrimonio, quali contesti idonei alla natalità e alla prosecuzione della società. Questa affermazione siamo costretti a farla perché non è scontata, neppure nel Paese che Giovanni Paolo II chiamava “l’eccezione italiana”.
Siamo noi ancora l’eccezione italiana? Siamo noi l’eccezione nell’Europa a 27? Fortunatamente, ancora sì, se guardo ad alcuni indicatori. Purtroppo la nostra famiglia si rattrappisce, purtroppo l’istituto matrimoniale si ridimensiona – solo nell’arco degli ultimi due anni, 30.000 matrimoni in meno – , ma rimaniamo certamente il Paese con i figli che nascono e crescono nell’ambito del matrimonio, in misura fortunatamente eccezionale rispetto a quella dell’Europa a 27. Pensate che noi siamo al 17% e rotti di figli nati fuori dal matrimonio contro il doppio dei 35 e rotti della media dell’Europa a 27. Analogamente, i divorzi, pure incrementatisi, sono meno della metà della media per 1000 abitanti (come indice di frequenza) rispetto all’Europa a 27. C’è un’eccezione italiana, ancora, nonostante tutto, nonostante la famiglia si rattrappisca, nonostante la natalità sia così ridimensionata e prodotta in età avanzata. Ma siamo ancora quell’eccezione sulla quale le politiche pubbliche devono fare leva in termini di scelta valoriale. Esistono alte relazioni affettive che meritano rispetto ma che non meritano quel riconoscimento pubblicistico che solo all’unione di un uomo e di una donna in funzione della potenziale procreazione deve esserci.
Voglio dire – e finisco per questa prima parte – che solo un progetto di lungo periodo di coppia consente ragionevolmente di riproporre la natalità, e insieme con essa ovviamente la famiglia, come il compimento fondamentale di una persona. Recentemente ho incontrato i capi del personale di grandi aziende e chiedevo a loro, capi del personale, di considerare una persona che si sposa e che fa figli come una persona destinata a maggiore produttività, perché si realizza compiutamente, non riduce le proprie capacità, le proprie potenzialità nell’ambito lavorativo in ragione del matrimonio e – peggio ancora sarebbe – in ragione della natalità. Quindi, scelta politco-culturale alla base delle politiche pubbliche.
Secondo: la spesa pubblica. Noi spendiamo per la famiglia, se consideriamo alcuni fondamentali aggregati in termini di spesa fiscale e di spesa di prestazioni sociali, circa 65 miliardi di euro, e questo senza considerare una voce importante come l’assegno di accompagnamento, che vale 13 miliardi di euro su base annua. Consideriamo anche l’assegno di accompagnamento, oltre agli assegni familiari, all’indennità di maternità che valgono più di 10 miliardi di euro, alla pensione di reversibilità, che non è data in ragione dei contributi quanto del rapporto parentale e che vale 35 miliardi di euro: siamo il Paese che la distribuisce nelle forme più generose, salvo l’ultima norma contenuta nella penultima manovra, che l’ha distribuita sempre, a prescindere dall’età e dall’aspettativa di vita del coniuge superstite. O consideriamo ancora le detrazioni per familiari a carico, che valgono 12 miliardi. È su questo aggregato che dobbiamo lavorare. Come in generale ormai siamo impegnati a lavorare su quell’aggregato più ampio, che è fatto dai 160 miliardi di euro, che ricordava prima il collega on. Toccafondi, per quanto riguarda il complesso delle agevolazioni fiscali, più quei circa 55 miliardi di euro di prestazioni sociali che è ragionevole scomporre per ricomporre in termini di maggiore efficacia, soprattutto con riferimento agli obiettivi che riconosciamo essenziali per la nostra vitalità complessiva, a partire dalla primaria vitalità demografica.
Questa è la delega per il fisco e l’assistenza. La delega deve essere necessariamente prodotta in tutte le sue componenti entro il 2013, cioè entro il pareggio di bilancio. Certo, la delega, come direbbe il mio collega Tremonti, non è un maiale fatto solo di prosciutti, significa anche un’economia complessiva, un saldo di 4 miliardi nel 2012 e di 12 miliardi nel 2013: quindi, non è un percorso facile, è un percorso aspro, impegnativo, che chiede scelte, come scelte prima il collega Toccafondi indicava, ma anche la collega Mosca e il collega Vaccaro. La collega Saltamartini indicava in particolare il tema che io preferisco chiamare del fattore famiglia, ma condividendo con lei il senso della sua sottolineatura. Allora, possiamo lavorare su una massa di circa 210 miliardi di euro per scomporre e ricomporre. Dobbiamo avere essenzialmente due obiettivi: la natalità in contesto di famiglia, non la natalità a prescindere, quindi natalità-famiglia, quindi famiglia numerosa, quindi famiglia in proporzione, anzi, famiglia in termini più che proporzionali rispetto ai componenti a carico della famiglia: figli, in primo luogo, ma anche non autosufficienti. Dall’altra parte, il lavoro. Questi sono i due fondamentali obiettivi di un ridisegno del sistema fiscale, doveroso a circa 40 anni dalla riforma Vicentini e a più di 50 anni dalla riforma Vanoni, in un tempo che ha visto cambiare completamente il modo di produrre, organizzare, distribuire la ricchezza. Importante perché il sistema di deduzioni-detrazioni fiscali – lo dico qui, nell’Intergruppo per la Sussidiarietà – corrisponde a un costruttivismo sociale, per cui è lo Stato che prevalentemente ti dice quello che devi o non devi fare, mentre noi invece dobbiamo fare la scelta di un sistema fiscale che sia, esso stesso, componente fondamentale della sussidiarietà, cioè della logica del meno Stato (migliore Stato), più società, quale si può produrre rivisitando in modo integrato, perché spesso sono sovrapposte, le agevolazioni fiscali e le prestazioni sociali.
Faccio un esempio pratico perché non voglio rimanere nel teorico: non sono la parte conveniente del prosciutto, quella ovviamente di detrazioni fiscali più che proporzionali rispetto alla composizione di un nucleo familiare o comunque di un fattore famiglia, più che proporzionale e che tenga conto anche dell’entità del reddito, come diceva Vaccaro. Per questo, dobbiamo in qualche modo riflettere sulle stesse deduzioni che ancor più accentuerebbero quella caratteristica, però preoccupandoci tanto della fiscalità centrale quanto della fiscalità territoriale. Ma per fare un esempio pratico sulla spesa per prestazioni sociali: l’assegno di accompagnamento, oggi erogato centralisticamente a prescindere da ciò che se ne fa, credo che debba essere conferito al Servizio Sanitario, cioè alle Aziende Sanitarie Locali, per essere a loro disposizione come leva finanziaria, come leva di prestazione monetaria, in complemento alla leva delle prestazioni reali. Più io do prestazione reale e presa in carico totale della persona non autosufficiente in un RSA, meno do prestazione finanziaria; più c’è assistenza domiciliare, più c’è – in misura anche superiore a quella attuale – prestazione finanziaria. Questa è una scelta di sussidiarietà, in modo che il Servizio Sanitario sia messo nella condizione di integrare finalmente, come fanno le buone Regioni e come non fanno le cattive Regioni (dal Lazio in giù), prestazioni di carattere sanitario, sociale e assistenziale.
Finisco con la considerazione cui opportunamente si rivolgeva la collega Mosca sulla conciliazione. Noi abbiamo fatto un accordo Stato – Regioni, Stato – parti sociali (una volta tanto, tutte!) il 7 marzo, alla vigilia della festa delle donne. Come, ve lo voglio ricordare. Un anno prima, avevo convocato le parti sociali e avevo chiesto loro: fate un avviso comune e noi recepiamo quello che decidete. Ma le parti sociali, mi sembra, qualche volta, quando si trovano, preferiscano parlare del portafoglio degli altri piuttosto che del loro. Per un anno non l’hanno fatto. Noi abbiamo riconvocato le parti sociali e abbiamo presentato un pacchetto di proposte, che è stato a quel punto oggetto di negoziato e di risultato finale. Qual è il cuore della politica di conciliazione, che soprattutto la contrattazione aziendale deve affrontare, quella di prossimità, quella aziendale o quella territoriale? La contrattazione di prossimità, che la norma contenuta nella manovra recente esalta, mettendo in condizione le parti sociali davvero di adattarsi reciprocamente nel nome di comuni valori, di comuni interessi, perché l’impresa deve essere una comunità di valori, oltre che di interessi. Allora, gli obiettivi che la contrattazione aziendale, resa oggi più potente, deve realizzare solo in termini di conciliazione, si producono soprattutto quando si affrontano temi come quello dell’orario: l’orario è ancora standardizzato, anche nelle attività terziarie, anche nelle attività che tollerano una sua modulazione al di là delle caratteristiche standardizzate della produzione che, peraltro, stanno venendo meno per essere sostituite da altre modalità. L’orario modulato consente l’adattabilità reciproca tra il lavoratore, come persona nella sua integralità, e l’impresa. Consente quella conciliazione tra tempi di lavoro e tempi di famiglia, spesso poco ma sentito dai capi del personale che ascoltano le ragioni di ciascuno e, come ho detto prima, considerano la natalità un compimento della persona e non un limite al suo sviluppo.
Abbiamo costruito un sistema di monitoraggio condiviso: molti sono gli accordi che si stanno producendo, molti di più se ne possono produrre. Ma in questo tempo, nel tempo del dopo-debito, nel tempo nel quale è finita l’illusione di poter costruire il benessere e lo sviluppo attraverso l’uso smodato del debito pubblico come privato, quanto è importante la leva, da un lato valoriale, dall’altro regolatoria? Certo, rimane importante una buona politica fiscale in senso lato, cioè di spesa pubblica e di entrata, corrispondente a una spesa che non deve essere in disavanzo e non potrà esserlo più dopo il 2013, anche per vincolo costituzionale. Nel tempo del dopo-debito, partiamo dai valori, usiamo fino in fondo le regole che sussidiariamente nella società siamo in grado di costruire insieme attraverso il dialogo e la coesione sociale. Concentriamo la limitata residua leva della spesa sugli obiettivi che con quei valori sono assolutamente consustanziali.

MAURIZIO LUPI:
Io credo di ringraziare anche a nome vostro sia il Ministro Sacconi che il collega dell’Intergruppo che hanno accettato di essere qui al Meeting di Rimini. Come dicevamo ieri alla presenza del Presidente Napolitano, c’è bisogno, in un momento come questo, di segni e di testimonianze. Una cosa non ci sarà perdonata – non l’esito o i risultati, perché molti di noi sanno che non è l’esito ciò che ci spinge a muoverci nella vita come nella politica, anche perché l’esito della nostra azione non è nelle nostre mani – o non sarà perdonata alla politica, e tanta insofferenza c’è e la sentiamo, andando in giro, proprio per questo: non averci provato, non aver giocato la nostra responsabilità, non averci messo la faccia, non aver giocato la nostra credibilità riguardo alla realtà in cui viviamo e alla responsabilità che ci è stata affidata. Questa mi sembra la prima grande questione. Credo che noi testimoniamo – ognuno di noi, con le nostre storie e con le nostre passioni, con gli ideali, con anche le nostre differenze che, grazie a Dio, ci sono e sono ricchezze – che la realtà non è un destino ineluttabile, che tutto deve andare come deve andare. A noi è affidata la sfida della realtà e la presenza nella realtà. Allora, io voglio dire tre cose a conclusione di questo incontro dell’Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà, che – lo dico anche al Ministro Sacconi, a tutti gli amici – aveva esattamente a tema, non solo la natalità, ma natalità e famiglia, perché la natalità è nella famiglia che si sviluppa, e il punto non è solo il numero di figli che si mettono al mondo ma anche di uomini che noi educhiamo, che formiamo, e la famiglia è il luogo dell’educazione. Non è pensabile scindere questo binomio.
Noi ci crediamo, ed è il motivo per cui ci siamo messi insieme a lavorare per servire il bene comune, pur appartenendo orgogliosamente a partiti, a parti diverse, ma avendo una comune idea. Ieri ci richiamavamo ad una parola che troppo spesso ci dimentichiamo: bene comune. Le tre cose sono: la prima – dobbiamo dircelo con chiarezza anche in questi momenti difficili, di crisi generale, dove sembra che l’Occidente, nelle scorse settimane ho avuto questa sensazione, bruci – è che una cultura, un mondo di cui siamo stati parte, sembra andare verso la sua conclusione. Dico sembra, sbaglieremmo se affermassimo che il problema è innanzitutto economico, sbagliamo a dire che il problema è innanzitutto quello delle risorse. La politica sbaglia a dire e ad affermare, qualora lo affermasse, che il primo problema per un Paese sono le risorse economiche. Il primo problema per un Paese è la propria risorsa umana, la persona è il suo capitale principale.
Guardate, ho assistito ad una scena che mi è rimasta impressa; non so quanti di voi siano rimasti colpiti, ma più di tutte le notizie che arrivavano, le immagine più drammatiche che ho visto sono quelle che arrivavano da Londra, dall’Inghilterra. Era drammatico vedere Londra che bruciava, i giovani che andavano ad espropriare i supermercati, le interviste che si sentivano. Una intervista mi ha particolarmente colpito, a sottolineatura di questo primo punto, un giovane che diceva: io avevo fatto domanda di lavoro in un centro commerciale, questi signori non mi hanno risposto, adesso vado e lo esproprio. É la riduzione dell’umano, perché la tua giusta aspirazione ad un lavoro non può mai diventare violenza verso se stessi e verso gli altri, è un bisogno che va accolto, a cui va data risposta, innanzitutto con l’essere protagonista della tua persona, della tua libertà che si mette in moto. Questo è il punto. Quando il Ministro Sacconi dice: c’è bisogno di scelte valoriali innanzitutto da parte di chi governa, quali sono le priorità, vuole dire questo. E’ una cosa che riguarda la politica ma noi siamo stati educati che la politica non ci dà la felicità, la politica è uno strumento importante che è messo a disposizione degli uomini per costruire la comunità, per servire il bene comune. Ed è proprio questa la prima sfida che abbiamo davanti, a cui noi possiamo contribuire. Il dato dell’Inghilterra è drammatico, altrettanto lo sono le famiglie che si sono accorte che non erano più famiglie. L’Inghilterra è lo Stato che ha il più alto numero di coppie separate o coppie di fatto. Contemporaneamente, è lo Stato in Europa che ha il più alto indice di disgregazione giovanile e di devianza giovanile. Una ragione ci sarà, se questo accade: e allora è lì che la politica serve, ad indicare la strada che bisogna percorrere. Questa è la prima sottolineatura. La seconda la ragione, Barbara Saltamartini, è che non possiamo però più permetterci di perdere tempo. Lo dico anche ai giornalisti: smettiamola di strumentalizzare i discorsi che vengono fatti dalle più alte cariche dello Stato o dagli autorevoli esponenti della Conferenza Episcopale Italiana. Ogni volta che qualcuno interviene, noi dobbiamo essere educati ad ascoltare e rimetterci in discussione, non a tirare per la giacca o per la tonaca chi interviene. E se interviene a favore della maggioranza, allora, evviva! Se interviene a favore dell’opposizione, allora, evviva! Ma poi non ci si rimette mai – nessuno di noi, in prima persona noi che facciamo politica – in discussione. Non possiamo più permetterci di perdere tempo, abbiamo una grande opportunità davanti, un grande rischio ma anche una grande opportunità: la crisi e i diciotto mesi che abbiamo davanti come Parlamento.
Non c’è solo la manovra finanziaria straordinaria, che dovremo approvare in tempi rapidi e certi, altrimenti non saremo in grado di dare risposte a quello che l’Europa ci ha chiesto. Abbiamo due grandi appuntamenti che, secondo lo stesso Ministro Sacconi, e anche secondo me, sono cruciali: la manovra, da una parte, dall’altra, la riforma previdenziale e la riforma fiscale. Per due ordini di motivi: il primo, perché se non abbiamo la coscienza e la responsabilità che queste riforme vanno fatte, la manovra che abbiamo approvato a luglio dice che scattano i tagli lineari, che sono – lo dico dalla maggioranza – la peggiore cosa che possiamo fare; una politica di tagli lineari non è una politica di scelte valoriali, non è una politica che si dà delle priorità. Mi assumo la responsabilità di quello che dico: se non ci sono soldi, come non ci sono, si tratta di dire con chiarezza quali sono le priorità. Le priorità sono la famiglia e il lavoro. E se le priorità sono la famiglia e il lavoro, si mettano le risorse che ci sono sulla famiglia e sul lavoro. Se una riforma fiscale dobbiamo farla – lo so perché stiamo lavorando su questo, la riforma fiscale previdenziale – venga anticipata, così come abbiamo anticipato una manovra straordinaria finanziaria di altri 43 miliardi. Si anticipi alle Camere la legge di riforma fiscale, la legge di riforma previdenziale, sia approvata nei prossimi tre mesi, entro il dicembre del 2011, così che il 2012 sia l’anno dell’attuazione di queste due grandi riforme. E su questo si metta in atto il lavoro dell’Intergruppo, il confronto tra maggioranza e opposizione, il confronto anche serio, anche duro, di idee e concezioni diverse che rispondano concretamente ad un unico desiderio.
Ogni anno qui ci raccontiamo anche qualche piccolo esito, e mi sembra giusto raccontarlo, qualche piccolo positivo esito del nostro lavoro. Sono in Parlamento dal 2001 e credo che le leggi, prima ancora che valore puntuale, abbiano un grande valore educativo, perché segnano uno Stato, dicono dove una Nazione vuole andare. Credo che, nell’ambito di questa manovra straordinaria, quando si chiede un contributo di solidarietà, giusto o sbagliato che sia, non entro in merito, devi dare un segnale in cui sia chiaro che è differente se chi guadagna 90.000 euro è solo o se è sposato e ha figli. Abbiamo il dovere morale di dirlo: è evidente che stiamo parlando di una fascia medio-alta della popolazione, ma questo sarebbe il segnale che, per la prima volta nella nostra legislazione, introduce il fattore famiglia, quindi una priorità che lo Stato indica anche quando fa una manovra straordinaria e chiede un contributo.
Concludo questo incontro che ogni anno è sempre affollato: e questo dice anche dell’affetto con cui seguite i lavori dell’Intergruppo. Quest’anno devo ringraziare – facciamo un applauso, perché il primo firmatario – l’amico Vaccaro per l’approvazione definitiva della legge a proposito dei giovani, che incentiva il ritorno dei talenti, il controesodo, come l’abbiamo chiamato, dei talenti nel nostro Paese. Chi è andato a studiare all’estero, chi lavora all’estero, sarà incentivato con questa legge per i primi tre anni a ritornare a lavorare in Italia. E devo ringraziare Raffaello Vignali: con tutto l’Intergruppo, abbiamo approvato alla Camera dei deputati lo Statuto d’Impresa, adesso è al Senato ed entro la fine dell’anno ci sarà l’approvazione definitiva, un altro piccolo segnale. Tre obiettivi – e concludo -, su cui speriamo di misurarci l’anno prossimo, sono il lavoro che ci aspetta, date quelle priorità di cui abbiamo parlato. Perché siamo realisti, non affidiamo un potere taumaturgico all’Intergruppo, sappiamo che è un segno che rimane nel tempo e che nel tempo darà frutto. Il primo è la proposta di legge su cui sta lavorando Renato Farina, che devo ringraziare di cuore per il lavoro nelle carceri, che ha fatto con Tiziano Treu. Il secondo è la proposta della conciliazione per i tempi del lavoro, su cui, anche con Maurizio Sacconi, stiamo lavorando. Poi c’è una legge importantissima, su cui vorremmo dare un segnale, perché la politica deve guardare ai veri protagonisti, le tante associazioni presenti nel nostro Paese che aiutano la famiglia a non essere sola, aiutano le persone a non essere sole. Noi dobbiamo andare lì. Ci è stato chiesto da molte parti di approvare una legge sul tema delle adozioni, ci stiamo lavorando, l’abbiamo iscritta all’ordine del giorno della Commissione Giustizia. Credo possa essere un altro segnale che va nella direzione indicata da Benedetto XVI all’A.N.C.I. Sussidiarietà e solidarietà sono i due grandi pilastri su cui possiamo ricostruire questo grande Paese che amiamo: l’Italia. Grazie.

(Trascrizione non rivista dai relatori)