IN CHE VERSO VA LA VITA

Partecipano: Anna Buoninsegni, Poeta; Ewa Chrusciel, Poeta. Introduce Davide Rondoni, Poeta e Scrittore.

 

IN CHE VERSO VA LA VITA
Ore: 19.00 Sala Tiglio A6
Partecipano: Anna Buoninsegni, Poeta; Ewa Chrusciel, Poeta. Introduce Davide Rondoni, Poeta e Scrittore.

DAVIDE RONDONI:
Iniziamo nonostante il microfono non vada. Unica défaillance di questa serie di letture di poesia, i nostri tecnici. Buonasera e ben trovati, siamo qui per questo terzo e ultimo appuntamento di poesia. La poesia al Meeting c’è sempre stata e ci sarà sempre, al di là di chi la interpreta, di chi la può portare, perché la voce della poesia è sempre stata nell’esperienza umana un luogo in cui l’emergenza dell’umano non si può nascondere, non si nasconde. L’arte esiste perché c’è sempre un’emergenza uomo. E proprio la presenza di Gianfranco Lauretano, che è uno studioso di poesia russa – ha tradotto un grande poeta che si chiama Mandel’stam – mi fa venire in mente che proprio laddove il pensiero dominante tende a oscurare la vita, a inscatolarla, a irregimentarla, proprio in quei momenti, che possono essere momenti duri come è stato durante la dittatura sovietica o altre dittature o più duri ancora come questi, in cui c’è una dittatura del pensiero dominante ancora più forte, la poesia viene messa a tacere. Poi ci sono tanti modi per far tacere la poesia: si possono ammazzare i poeti, ed è la cosa più veloce da fare ma anche quella che funziona meno, per fortuna, oppure si fanno altri tipi di chiacchiere, altri tipi di parole. Si dà nobiltà di parola ad altri tipi di linguaggi: per dirla in maniera molto semplice, si preferisce che i ragazzi parlino d’amore non leggendo Leopardi, Ungaretti o Jacopone da Todi ma ascoltando la Maria de Filippi: questo è un modo con cui si mette a tacere la poesia perché si mette a tacere l’urgenza dell’umano che c’è, per esempio, nell’esperienza amorosa. Per questo la poesia c’è sempre stata al Meeting e continuerà ad esserci, in vari modi e in varie forme. Purtroppo oggi non può essere con noi la poetessa che abbiamo annunciato, perché Martina Abbondanza, una giovane, bravissima poetessa di Cesenatico, non sta tanto bene: ci ha fatto sapere che, per motivi personali, non è potuta essere qui. Ci sarà anche oggi, come l’altra volta, un ospite a sorpresa. E però sono molto contento perché c’è oggi con noi una poetessa che io stimo molto, che ammiro da tempo, la cui opera conosco da tanto tempo, che si chiama Anna Buoninsegni, è qui alla mia sinistra, viene da Gubbio e ha fatto tante cose. Come avete visto anche le altre volte, non ho fatto presentazioni formali, eccetto che per Samuele Donati che aveva una riga sola di biografia, e quindi non mi attardo sulle tante opere che ha fatto Anna. Dico solo che ha lavorato molto, è presente in tante antologie, ha lavorato anche per la poesia degli altri, dimostrando una generosità che non sempre è frequente nel mondo artistico ma una generosità intelligente, perché non basta essere generosi ma bisogna anche essere generosi al livello giusto e con gli artisti che sono tali. Per l’editore Crocetti, per esempio, cura una collana di cd di voci di grandi poeti, ha fatto un’antologia bella che si chiama I sentieri della notte. Sono contento che sia con noi oggi a leggere le sue poesie. Sentirete che si tratta di una poesia non condiscendente, nel senso che non è una poesia che si preoccupa di piacere. Questo per la poesia è un buon segno, nel senso che la poesia non deve piacere, dev’essere poesia. Poi, se è bella poesia, piace anche, ma lo scopo della poesia non è piacere: sono altre cose che devono piacere in senso stretto. Ascolteremo tra poco le sue poesie. Invito chi vuole, attraverso gli amici della Fondazione Claudi, a lasciare il proprio nome o il proprio riferimento, se si vuole essere informati per altre cose di poesia che si faranno nei prossimi mesi. Mi permetto di aprire la lettura di Anna con la lettura di una mia poesia nata al telefono: tante cose nascono al telefono, questa volta è nata una poesia. E’ nata perché a un certo punto una mia amica, una signora di Bologna, mi ha detto che stava andando dal parrucchiere. E io, che sono un tipo curioso, le ho chiesto: “Cosa vai a fare dalla parrucchiera?”. E’ una domanda del cazzo, perché una donna, cosa va a fare dal parrucchiere? Era una domanda superflua. E lei mi ha risposto dicendo: “Vado a fare colpi di buio”. M’ha detto che nel linguaggio dei parrucchieri significa una certa cosa, adesso è inutile stare a spiegarlo: colpi di luce, colpi di buio. Ho capito che, evidentemente, è il contrario dei colpi di luce. Le signore mi correggeranno. Comunque, esiste una terminologia tecnica dei parrucchieri, l’espressione “colpi di buio”. Questa cosa mi ha colpito e così è nata questa poesia che vi leggo: è un modo per dare poi la parola ad Anna e alla sua lettura. So che ci farà vedere anche delle cose. «Colpi di buio dice i parrucchieri li chiamano così. Ci sono giorni frenetici fermati in controtempo dalle parole come il sabato in cui mi dicesti “Vado” e mi ritrovai tra gente vestita da sera capitata in aeroporto. Non avevo la lingua perfetta dei cosmetici. Ecco cosa mi veniva incontro a deviare i baci, a rubare l’istante dopo: colpi di buio. Non sapevo se ero vivo o se ero morto. Mi toglievano fiato, visione, orientamento sulla mappa dove avevo segnato il tuo nome. Mi stavano guidando sbandato, felice in un altro cielo della giovinezza, dove le notti sono lacrime e la solitudine un angelo distratto e la perfezione un respiro sospeso alle spalle». Prego.

ANNA BUONINSEGNI:
Ringrazio il mio chairman, il mio Presidente, per ciò che ha detto, per come ha introdotto; e ringrazio lui per avermi in qualche modo coinvolta in questa giornata dalla quale esco rinfrancata. Poi vi racconterò anche qualche cosa della mia vita e di ciò che in questo periodo si è dipanato: pagine non particolarmente belle. E’ un momento in cui mi ripropongo all’attenzione e all’ascolto dopo alcuni mesi difficili per la scomparsa di mio marito, che per altro Davide ha conosciuto e ha incontrato. Era un editore molto speciale, ma di questo parleremo dopo. Dicevo, esco rinfrancata da questo appuntamento del Meeting di Rimini perché la sensazione positiva che ne ho ricavato è quella che non tutto è perduto. In un momento di sfacelo particolare nel quale si trova forse il mondo intero ma ovviamente l’Italia in particolare, vedere innanzitutto tanti giovani confrontarsi e cercare di approfondire alcuni temi intorno a quello che è uno slogan che trovo interessante, cioè valori in corso – che poi è l’anagramma di lavori -, mi ha dato l’impressione che non fosse soltanto un happening autoreferenziale, come spesso capita di vedere in giro in incontri, tavole rotonde, riflessioni, ecc., ma ci sia veramente il tentativo di riproporre la centralità dell’uomo, il senso della vita. Ho ascoltato anche la lezione di Abruzzese ieri, ho visto la bellissima mostra di Chesterton e questo mi ha veramente rinfrancata, per cui ringrazio Davide e tutti quanti voi per essere presenti. Partiamo dal mio percorso, brevemente Davide l’ha illustrato, ma lui lo conosce molto bene. E’ un percorso con la poesia che viene da lontano e che rappresenta in qualche modo quella che si può definire la lotta con l’angelo, un angelo che poi si è rivelato, nel corso della mia vita, abbastanza duro e spietato, per alcune prove alle quali mi ha sottoposta e le cui tracce sto ritrovando in poesie antecedenti a quelle attuali. A volte la poesia, ma credo tutte le forme d’arte, ha qualche cosa di divinatorio che ci riesce decifrabile solo a distanza di tempo: mi è capitato, rileggendo delle cose o magari sentendolo dire da altri, di trovare dei sensi, dei significati dei segni che lì per lì non credevo di trasmettere alla parola. Ma questo credo faccia parte della magia. Le due raccolte che sono uscite con Nicola Crocetti, col quale come ricordava Davide ho collaborato anche per la realizzazione di questi cd, si intitolano La stanza di Anna e Ad occhi aperti. Hanno entrambe la prefazione di Mario Luzi, una persona alla quale Davide era molto legato. La stanza di Anna è del ’97. Ha un andamento di precognizione ma anche leggero: c’erano, in nuce, alcune tematiche che poi si sono sviluppate nel tempo. Parto con cose leggere, non per captatio benevolentiae ma per introdurre alcuni temi. Questa è legata al tempo in cui fumavo, non fumo più da un po’ di anni, e si intitola La mia aria. “La mia aria in fumo se ne va. In azzurre serpentine stordisco, disoriento la vela disarcionata del dolore. Sbuffo, alito, volute voluttuose, ardenti ghirigori per non vederti più. E sopportare tra questi piumati aspiri la nitida inclemenza dell’inganno. Nuoce gravemente alla salute. Sì, la vita nuoce gravemente alla salute”. Quest’altra è una specie di gioco legato all’esplorazione della luna. Forse ricorderete che è uscito un libro nel quale si parla di un bluff, cioè di una messa in scena fatta dagli americani per cui, in realtà, sembra che questo sbarco sulla luna non ci sia mai stato. Qualcuno ha rivelato che le foto fatte in realtà erano una specie di messa in scena, di set cinematografico, e mi è venuto in mente di scrivere questa poesia. “Ventuno luglio ’69 Bill Kaysing lavora per la NASA. Aldrin, Collins, Armstrong calpestano la luna. Il ventre pallido e glabro. Non era – Bill dice – ciò che era. Di un set felliniano il nuovo Messico di sicuro – lui dice – si trattava. Cratere meteoritico apprezzato. Posticcia solenne silente luna. Forse lassù non ci siamo mai andati. Dopo tutto anche Colombo fu abbagliato: d’essere sbarcato in India si illuse. Ancora prima morì di sapere che quel continente era un’altra storia”. E poi, nel ’97, ero ovviamente, come tutti, più giovane di oggi e così mi sono specchiata in un compleanno che era quarant’anni. Quindi: “Oggi che ho quarant’anni vorrei svegliarmi e trovare una torta di diciassette candeline nel frigo. I tratti del mio ritratto non sono più coetanei: mostrano sguardi chiari che più non trovo da indossare nel giorno di festa in attesa fuori la porta. E’ una sorpresa il risveglio, fa male alle rughe e scende piano nello stomaco un pianto concentrato insieme al tè profumato. La vita mi mangia ancora a piccoli denti giovani”. Vi leggo ancora questa, che era la storia di un amore tempestoso, burrascoso, come spesso succede, e si intitola Le porte. “Le porte d’alberghi di schianto aperte e chiuse sull’amore in fuga. Le ricordo aperte e chiuse tutte quelle porte discese e risalite, oliate tonde cigolanti e verticali. La vita tagliavano a pezzi, l’ammucchiavano fuori, addosso all’estate o nell’inverno pieno. E io Alice delle meraviglie ti seguivo incurante e lieve in luoghi rinfusi insieme a te inventati”. Poi ci sono state varie cose, questa raccolta del 2005 s’intitola Ad occhi aperti, un titolo che forse potrebbe sembrare ovvio e scontato, in realtà era stato in qualche modo un suggerimento di Mario Luzi, al quale io devo molto. Tra l’altro, io sono di origine toscana ma vivo da tantissimi anni a Gubbio e l’11 febbraio 2005 – Davide era presente – fu data la cittadinanza onoraria a Luzi. Pochi giorni dopo, il 28, è scomparso. Ma in qualche modo sono stata insieme a tante altre persone anche l’artefice di quel movimento enorme che ha coinvolto tutta l’Italia per la nomina di Luzi a senatore a vita. Partì da una chiacchierata tra me e Maria Luisa Spaziani, altra persona alla quale sono molto legata, oggi novantenne molto lucida. In un tavolo a Roma, al Bolognese, un ristorante, Maria Luisa si lamentava del fatto che Luzi non avesse il riconoscimento necessario e il Nobel, che sembrava gli fosse in qualche modo dovuto, in realtà aveva preso altre strade. C’era un rammarico sottile, non tanto in lui quanto in tutti gli estimatori che aveva nel mondo e che sono ancora molti. E allora ci venne in mente l’idea di suggerire questa nomina di Luzi a senatore a vita. Colsi l’occasione perché io in realtà sono anche giornalista, capo ufficio stampa del comune di Gubbio, conoscevo molto bene il sindaco Domenici di Firenze, e insieme al sindaco di Gubbio iniziammo questa campagna di pressione sull’allora Presidente Ciampi: mettemmo insieme una serie di firme eccellenti e da lì questa cosa si allargò a macchia d’olio in tutta Italia. Noi demmo l’avvio a questa operazione ma tanti si unirono per strada, non sappiamo neanche quanti. Nel 2004 Mario Luzi fu nominato senatore a vita. Purtroppo, il suo contributo è stato molto limitato e anche burrascoso; se qualcuno di voi lo ricorda, ci fu qualche querelle, qualche polemica per la sua schiettezza nel dire ciò che pensava, perché Mario Luzi era una persona che non si trincerava dietro alle parole: le usava per incantare o per affondare, là dove c’era da affondare, non si tirava indietro. La sua presenza in Senato è stata piuttosto breve, di qualche mese. Però ha lasciato un segno. E nelle nostre chiacchierate, un giorno mi disse: “Tu affronti la vita ad occhi aperti”. Ad occhi aperti, che poi è anche un rimando al libro della Yourcenar, Le memorie di Adriano, che finisce proprio con questa frase: “Entrare nella morte ad occhi aperti”. In effetti, può essere riconoscibile come una mia caratteristica. E così è nato questo libro, con questo titolo che si riferisce anche ad una poesia. “Il tuo nome leggerissimo che si asciuga appena pronunciato. La piccola leggera incrinatura del tuo arrivo spettacolare. Quando gli anni, i giorni, i minuti, le ore insomma ciò che resta del tempo ha iniziato a contarti nella mia vita. Anziché farti dimenticare, mi dimentichi in una tela completamente bianca. Certamente una falsa attribuzione, certamente poco più che un nome in corsivo e seguito dalla tua mano. Certamente annegato per infantile stravaganza. Anna soror, sorella Anna. Anch’io come te venuta al mondo per vanità d’amore che tutti abbandona sotto un cielo di buona speranza. Sorella Anna, Anna soror, che io possa bruciare come brucia chi incontra la vita ad occhi aperti senza ordine preciso di cattura”. Anche questa è una poesia d’amore che ho trovato, fra l’altro, inconsapevolmente ripresa da qualche blog su Internet. Benché giornalista, in realtà non sono una cibernauta, non sono su Facebook, non sono su Twitter. E stranamente ho scoperto che qualcuno ha messo una pagina su Wikipedia, non so chi sia stato. Però ho trovato questa poesia, spesso ripresa da qualche blog, forse perché ha delle immagini abbastanza evidenti. “Mandami una fotografia perché non ho più nascita essendo tutta nel contrario di te, sei apparso con un berretto d’inverno nevicato e sono stata betulla d’estate e verde intrepido, stagione del cielo al mio fianco sempre, spedisci una fotografia al luogo più solitario di te dove sto in silenzio, avendo già rischiato ciò che non passa, avanzo compita composta clandestina, troppo piena di te da essere perforata a ogni incedere d’amore”. Proseguo con questo che è un po’ una sorta di scherzo. “Quando guardi i miei occhi quale occhio vedi: il destro o il sinistro? Quello della ragion pura o l’altro? Puro sfarzo che nulla trattiene. L’occhio del giorno che riconosce le tue impronte o quello notturno che invece le cancella?”. E poi ci sono anche passaggi legati a dei luoghi visitati, percorsi, immagini della nostra esistenza. Per esempio, questa poesia che ho dedicato a Ventotene, un’isola che amo molto e dove sono arrivata in barca a vela perché a me piaceva molto la barca a vela: è da molto che non ci vado però mi è rimasta nel cuore e nell’anima. “Nome di mare Ventotene. Vento e catene stringono dolcemente la forma di piccolo animale. L’ugola dell’isola canta di notte sotto il cielo di cinque stagioni al cenno delle onde. Un immenso spazio tempo pronto a levare l’ancora, a perdersi nel buio nel corpo oceanico fondo a cui tutti i mari del mondo misteriosi si chiamano”. E poi volevo leggervi una cosa su un argomento che mi sta particolarmente a cuore, perché fa parte di quello che sono le nostre scelte di vita e purtroppo le nostre trappole. Davide prima faceva un accenno al quello che il filosofo Huxley aveva chiamato il totalitarismo delle coscienze. In tempi non sospetti, aveva scritto dei libri che si chiamano Il mondo nuovo e Ritorno al mondo nuovo in cui preconizza quello che sta avvenendo praticamente oggi. I sistemi totalitari che si basano sulla repressione fisica si possono combattere. C’è un totalitarismo più insidioso e difficile da sradicare, che è quello delle menti, che è quello dello spirito. E’ quello che ci stanno facendo in tutto il mondo. E lo vediamo in molte forme perché stanno insinuando nelle nostre coscienze l’io del benessere, l’io piccolo: il professor Abruzzese parlava di un io minimale rispetto ad un io che ha voglia di evolversi, che ha voglia di capire il mondo. Un io legato a quella che è la civiltà del benessere e che insegue piccole soddisfazioni giornaliere, ha piccoli appagamenti, che non guarda oltre quello che è il proprio orizzonte. Ci stanno creando delle trappole mentali dalle quali sarà difficile uscire perché non riusciremo a vederle e non ci ribelleremo. E in questo c’è anche il nostro rapporto con le cose del mondo, con la vita, con gli animali. Il nostro secolo è feroce verso gli animali: non sono considerati come essere viventi ma come cibo, e questo provoca una sorta di intossicazione del corpo e dell’anima, della mente, dalla quale è difficile liberarsi. Non so se avete presente o se avete mai visto, perché poco ne parlano, gli allevamenti intensivi degli animali, non solo in Italia ma anche in Spagna e nei Paesi dell’Est, come tengono gli animali. Per contro, i nostri animali domestici ci impegnano moltissimo nel dargli i kit cat migliori, le cose migliori, ma non lo facciamo per il benessere degli animali, lo facciamo per soddisfare una cattiva coscienza nostra. In realtà, da Ippocrate a Feuerbach, si dice che l’uomo è ciò che mangia e in base a ciò che noi mangiamo ci avveleniamo o ci curiamo, visto che Ippocrate diceva che il cibo è la medicina del corpo e che il corpo si cura attraverso il cibo. E allora io, pensando a quello che avviene del bestiame, che viene portato dai Paesi dell’Est in Italia e chiuso in carghi dove non c’è acqua, dove non c’è cibo, per essere macellato in Italia, per poter passare come carne italiana, ho scritto questa poesia che non è certo una carezza. “Nostro cibo quotidiano è questo dolore masticato di paura nella terra desolata. E’ un brutto mangiare nel piatto, è mille watt di esecuzione. Un catalogo di fame, di sete, di sonno, di suoni stramazzati per duemila chilometri al macello. Bestie del cattivo padrone. E’ un patire, un patire che strattona ogni battito, scalmana ogni muscolo in pelle mortuaria. L’intimo non è più un buon dormire. Non è più un sentirsi vivere, un odorare di miele e fiori. Ingoiamo la lenta esecuzione. La tortura scucita dalla fame primordiale. Mangiamo l’agonia sconsacrata dal difetto d’amore di essere tutto, di custodire il niente”. Davide, dimmi se dobbiamo cambiare stile, rotta. A me piacerebbe che il tecnico facesse vedere alcune immagini. Eccolo qua, introduciamo un argomento che riguarda una persona scomparsa, mio marito. Questo è nostro figlio, come lo chiamo io, si chiama Analfabeti. Lui è scomparso a febbraio di quest’anno per un tumore contro il quale abbiamo lottato duramente per un anno. Era un editore speciale. Le sue creazioni, creature che da vent’anni faceva, erano all’insegna della bellezza: lui parlava del risveglio dei sensi attraverso il libro perché usava carte di cotone a ph neutro, carte naturali, quindi, stampate con un sistema artigianale e legate a filo refe, cucite a mano, rilegate in maniera egregia, anche se a mano. E poi ha fatto anche opere uniche, una Divina Commedia che Davide ha visto e che si trova presso la biblioteca di Gubbio, stampata in nove fogli, tre per cantica, con disegni dell’artista che ha fatto i nuovi portali dei Musei Vaticani, un’opera dal valore assoluto. Questo è un libro di poesie che è nato da una provocazione di mio marito. Un giorno viene da me e dice: “Ma perché non fai delle poesie che iniziano con la lettera dell’alfabeto?”. E così ho fatto. Le ho scritte quasi in trance, una in fila all’altra e lui le ha arricchite con un’iconografia che è una cosa strepitosa, perché era uno scopritore particolare di cose preziose. Abbiamo unito queste due forme e queste due forze. Il libro ha la prefazione di Maria Luisa Spaziani e queste poesie prendono vita dalle lettere dell’alfabeto. Come vedete, vengono mandate delle immagini: queste sono delle acqueforti di Walter Valentini che rappresentano l’alfa e l’omega, quindi il giorno e la notte. Vi leggo alcune poesie che sono in realtà l’incarnazione di principi del mondo, sono astrazioni. Non scrivo in questo libro in prima persona: sono personaggi o forme disincarnate. “Benché bendato e con il polso ammanettato da calunnie scrivo il nome dell’autore in questo titolo di scena. La vita replica altre discendenze, nuovi spargimenti nell’invenzione della terra. Lo sanno bene Galileo e Cecco e Giovanni e Girolamo che galleggiano nella nuda proprietà dell’aria e aspettano di tornare spore. Adesso comincia il sogno e diventa storia fatta segno di misura. Grazie al pensiero fatto voce non abitiamo più il domani. In buie periferie viviamo; e con noi slogan, formule, proclami. Siamo preda e inganno. Liberi di essere prigionieri non avendo altro che la nostra disattesa presenza. Ma ostacoli e comandi esigono necessità di dominio e gli ospedali hanno un perfetto impianto diffusore che per noi risponde a ogni movimento”. Anche questa si ricollega a quello che dicevo, a questo totalitarismo dell’anima e della mente. “Ho il braccio allenato a tastare segreti, a navigare su progetti residuali. Immagino pianeti al guinzaglio, piani di clonazione e in questo frastuono lingue e vento e pallidi clandestini in fiamme. Tutto quello che andiamo dicendo è la prima parola rivelata. Due volte velata per non essere scoperta. Legione sterminata siamo, vespaio celeste nel petto delle stelle, amanti folgorati dal candore fatto bersaglio. Eloisa e Abelardo, Camille e Rodin, Paolo e Francesca, Dino e Sibilla. Abbiamo costruito prigioni disarmate e rispondiamo quando ci disegnano in miniatura nella lunga strada di pagine bianche e ci chiamano la parte sbagliata dell’amore. Non ha centro questo universo, non ha tangente questo blu chiamato mondo. Nella docile clausura della carne tutta la crudeltà è nel perpetuo nascere. Fine e nife possiedono un solo grembo. Possediamo un unico cielo nell’intero firmamento che sia misurabile con il compasso invisibile del lutto”. Non so se sapete che nife è il cuore incandescente della terra, che sta bruciando da quando la terra si è formata e che forse in qualche modo sarà anche responsabile della fine, dell’estinzione del mondo. Mio marito, che era un anagrammista, aveva trovato la corrispondenza tra nife e fine. Ve ne leggo una ultima, che poi sarebbe la lettera “z”. “Zero caduto al tappeto dopo aver combattuto palmo a palmo nell’ultima estate volata via tra zavorre da sbarco e testamenti mercenari. Zero unico e affollato, strazio algebrico dei filosofi. Sono concreto ma senza odore. Avrete notato l’ostinazione con cui mi innalzo sul talento inespresso della storia. Porto con me l’indifeso e l’invisibile. Abbandono strade e promesse, le geografie d’oriente e l’occidente al crudele mutamento del tempo dato. Sono l’attraversamento e muto asse al giorno, traccio la mappa al codice celeste un attimo prima del disastro. Sarò zattera di un altro universo intatto, in viaggio”. Voglio dedicare questa cosa a un altro argomento che mi sta a cuore, che è la violenza sulle donne, che non è una violenza di genere ma un crimine contro l’umanità, in realtà, contro una parte dell’umanità. Credo che gli strumenti legislativi di per sé possano soccorrere le donne nella difesa possibile ma in realtà non credo che sia quella la risposta giusta. La risposta giusta è sempre, come si diceva una volta, a monte, cioè nel cambiamento di mentalità, di costume, di stile, di coscienza, di convivenza. Se non troviamo questo e se la barca gira su se stessa, è perché rema una parte sola dell’umanità. Bisogna capire che la barca, perché possa andare, bisogna farla remare in due: spero che si possa trovare il modo di non suicidarci nella parte più profonda di noi stessi, attraverso una violenza che non è fatta solo sulle donne come termine finale ma è fatta proprio contro la parte più profonda dell’umanità. “Donne che potremmo chiamare sante bambine, analfabete della vita perché non hanno fatto in tempo a vivere, a dispiegare il cerchio terrestre del volo. Guardano in faccia il mistero della creazione. Si sussurra che potrebbero dare del tu a Dio. Sigillo del corpo femminile è il vaso. Ricevere, contenere, non è forse il gesto religioso per eccellenza? Salomè di abbagliante prontezza, slancio della propria morte; Antigone, strumento di volontà altrui; Ofelia, annegata nelle oscure manovre di corte; Medea, separata dalla carne di madri. Vite vicarie in contumacia. Strana maturità la loro. Donne così sante che commettono crimini. Fuorilegge innocenti intoccabili: si chiamano Giovanna d’Arco, Elettra, Molly Flenders, Fedra, Giulietta, Maria. Molti predispongono per loro una strada, una cella, un rogo, un obitorio, un giaciglio in ospedale, un seggio in parlamento, un letto di nozze dove scoprono la propria tomba. I loro volti brillano in un firmamento strano. Dell’amore possono vedere solo il riflesso di Narciso quasi non volessero trovare ciò che la stirpe comanda. Se la madre ritira quello che ha partorito, che mondo potrà mai essere?”.

DAVIDE RONDONI:
Grazie ad Anna per la sua presenza, innanzitutto, per la lettura che, avete sentito, è molto varia nelle cose che tocca e negli spunti che prende. Anche questo apparente esercizio della poesia, libero acrostico di poesie che iniziano con le varie iniziali, potrebbe sembrare un gioco: avete sentito come quello che apparentemente potrebbe iniziare come un gioco – perché non fai delle poesie che iniziano con le lettere dell’alfabeto? -, in un poeta che è vero, diventano non l’occasione di un gioco ma l’occasione di poesia? E dicevo prima che anche oggi c’è una piccola sorpresa, perché passeggiando per gli stand del Meeting si fanno tanti incontri strani e una persona che ho incontrato è una poetessa che sapevo, temevo sarebbe arrivata e che quindi è arrivata, Ewa Chrusciel, una poetessa polacca che però vive negli Stati Uniti. E’ una cara amica da un po’ di tempo e siccome è qui, non volevo privarmi e privarvi della occasione di una poetessa già di buon riconoscimento. I suoi libri hanno vinto anche dei premi importanti in Polonia e insegna nell’università degli Stati Uniti. Volevo che, essendo qui, ci leggesse un paio di sue poesie. L’accompagna, se non sbaglio, nella lettura una poetessa molto brava, italiana, Maria Donata Villa, che ha tradotto le poesie di Eva ed è anche autrice di un bellissimo libro di poesie edito da Raffaelli che vi invito a scoprire. Prego, le signore, se si avvicinano.

EWA CHRUSCIEL:
Grazie a Davide e a Maria Donata Villa.

MARIA DONATA VILLA:
Leggerà qualcosa da un testo che è già uscito nel 2010 che si chiama Strata, di cui ha rivisto alcuni testi, adesso vi leggerà il primo, Foglie di ginkgo: “Tua madre ti ha dato un foglia di ginkgo prima di morire, abitante millenaria dell’oceano permiano che cresce dentro di noi mentre studiamo le cianografie dell’attesa. Anche mia madre è un fantasma intrappolato, le sue vene di pensiero collidono in cacofonie, la sua testa è piena di segreti gialli. Queste foglie mi spingono in avanti mentre cammino per Manhattan per incontrarla, mi inginocchio e le raccolgo e diventano remi, mia madre si ferma nel parco per raccogliere le stesse foglie, tra le moltitudini possiamo solo dare ciò che abbiamo ricevuto, questi tralci che ci crescono dentro”. Voleva dire una cosa su questa poesia, che le è molto cara perché è nata durante una visita ad un amico che fa parte dei Memores Domini a Boston: lei aveva un libro con questa foglia di ginkgo. E lui le ha raccontato che l’ultima cosa che la madre gli aveva dato prima di morire era una foglia di ginkgo. Lei l’aveva raccolta in un parco mentre andava ad incontrare sua madre, in un momento in cui il loro rapporto era molto delicato. Questo le ha fatto pensare a un evento misterioso, come la preghiera che cambia le cose in maniera misteriosa. Adesso leggerà una poesia che sarà inclusa nel nuovo libro che uscirà l’anno prossimo in America. Anche questa nasce da una circostanza concreta, la visita al Metropolitan Museum dove ha visto le tante varianti di un’opera di Matisse, Il grande vestito blu. Il dipinto l’ ha fatta pensare al modo in cui la poesia funziona, alla natura della poesia. Si è trovata a far visita a degli amici portoghesi alle isole Azzorre e lì, vedendo il blu delle rocce, le è tornato in mente il quadro, il modo in cui la roccia viene lavorata dalla forza del tempo, questo blu di Matisse. Preghiera. “Ci vollero a Matisse infinite prove per il grande vestito blu, ripetute cancellando le aree della pittura, incidendo linee sinuose finché la materia putrida non è purezza, l’acqua marina interagisce con una crosta oceanica di colori che grattano, finché la luce sanguina nel blu, nel blu e nel non blu, nelle sue infinità. Nelle Azzorre vulcaniche i nativi fanno fiorellini e piccoli presepi con le lische dei pesci. I loro anelli sovrapposti ne rivelano l’età. Ogni tela è una scala, una roccia dentellata che svela anni luce di porosità, finché grani blu non formano un rosario. Il basalto nero accetta bozze, fluttuazioni, linee, cavità mancanti, “strata”, che nella mia lingua significa perdita”.

DAVIDE RONDONI:
Grazie a Eva e a Maria Donata per la loro disponibilità. Vale la pena ascoltare queste poesie di Eva che sono molto belle, la ringrazio. E ringrazio ancora Anna per la sua presenza e per quello che ha detto, per avere accettato l’invito in un momento non facile della sua vita, per averlo condiviso con noi, così come la poesia condivide la vita, in un modo apparentemente senza pudore che, invece, è assolutamente pieno di pudore, almeno di un pudore completamente diverso dal solito. E con una spudoratezza, appunto, che è completamente diversa dalla spudoratezza con cui normalmente si mischiano e si condividono le vite con i modi normali di espressione, di linguaggio e di scherno. Per finire, vi infliggo la stessa poesia che ho letto gli altri giorni, così leggendola mi accorgo se migliora, non son sicuro che stia migliorando, devo dire la verità, però ve la leggo lo stesso. E con questa piccola lettura, ci salutiamo e vi ringrazio. Ricordo, a chi vuole, di lasciare informazioni fuori anche per i prossimi appuntamenti di poesia. “Vorrei donarti questo oro, occorre somigliare a Dio per amare. E sentire tutto l’essere cani, l’impotenza d’essere meno che umani, cuore che latra nel petto vuoto, nella bocca povera della luce. Amare e non avere più tempo né diritto, fortuna. Il pallore in petto violento della luna. Essere indifendibili, ardere la mente nel roveto, rovinare dal monte nel vento. Giocare d’azzardo sapendo di perdere. Non calibrare la traiettoria dei respiri, inseguirli come farfalle, nomi. Morire in ogni cosa che fa vivere, e vivere sbandati, felici, in ogni cosa che fa morire, nessuna soluzione, nessun finale. Si resta in scena sempre. Fino a inginocchiarsi, che il sipario mannaia cali su pupille assetate. Essere nel grande fallimento di ogni notte, illuminarla seppur fiocamente, con il cuore, aquila, fisso nel sole della vittoria, essere sempre una storia come la storia dura, difficile, sacra e impura. Conoscere l’inferno delle donne, non solo il lontano paradiso cui protendersi insieme gridando cose sconnesse. Lasciare che prorompa la fonte, spaccando. Essere docile non è un punto di partenza ma di arrivo, se vi arrivi. E il whisky o la preghiera o il ventaglio infinito di baci non ti stordiscono prima, abbandonandoti morto in una stazione. Dio perché hai inventato l’amore? O tu stesso non potevi non inventarlo dominato, sfasciato dalla sua forza, la casa di cura mentale a Ferrara, dove porto quaderni con la copertina rigida per le poesie al mio amico, è tempio d’amore di oggi, non ha aria condizionata, armadietti di metallo semivuoti, vecchie pale girano senza muovere niente. Solo i suoi occhi di sessantenne andato da un pezzo mi dicono la felicità è portarsi a casa una ragazza, avere qualche soldo per i suoi vestiti. Dio potente, matto, Dio che m’hai strafatto che t’imminuscoli per troppa accecante maestà. Non ho avuto riguardo per te, ho accostato il mio bacio mormorante al tuo viso, ti sei impestato di me, non hai girato il volto, non ti sei sottratto a nessuna ingiuria, hai preso nella tristezza fiammeggiante, nel giugno lucente degli occhi la malora, l’incuria e il tuo sorriso ha deviato tutto. Nel nulla che tieni stretto nel pugno”. Grazie e buona sera.
Trascrizione non rivista dai relatori

Data

23 Agosto 2013

Ora

19:00

Edizione

2013

Luogo

Sala Tiglio A6
Categoria
Testi & Contesti