STORIE DI SPORT, STORIE DI VITA. Rassegna video a cura del giornalista TV Nando Sanvito. - Meeting di Rimini

STORIE DI SPORT, STORIE DI VITA. Rassegna video a cura del giornalista TV Nando Sanvito.

La forza dell’imprevisto: sport metafora del vivere

 

NANDO SANVITO:
Buongiorno a tutti, grazie di essere venuti. Mi scuso per la logistica, siamo in tanti, purtroppo la colonna in mezzo è rimasta da martedì e non siamo riusciti a toglierla, quindi è un problema come anche le casse, comunque, facciamo di necessità virtù. Quello che vi vado a proporre oggi è in realtà una cosa che qui al Meeting, come ho detto l’altra volta, in modo semi-clandestino avevamo proposto nel 2006. E’ nata da una assistente sociale che mi ha chiamato un giorno e mi ha chiesto di intrattenere una trentina di ragazzi che venivano considerati, si consideravano o le vicende della vita li avevano portati a considerarsi, degli “sfigati”. In che senso? Gente che si sentiva votata alla sconfitta. Ho pensato di raccontare loro queste storie per aiutarli ad avere una risorsa in più per affrontare la vita. La prima storia che vi presento è ambientata nel febbraio del 2004, siamo alla vigilia di una partita di calcio molto sentita, una semifinale di Coppa Italia. La partita d’andata è finita 2-2 e si è giocata a Torino, a San Siro si gioca il ritorno: stiamo parlando di Inter-Juve del 2004. Vengo mandato alla vigilia di questa partita ad Appiano Gentile, alla Pinetina dove si allena l’Inter, per le interviste di rito che si fanno alla vigilia, all’allenatore e a uno dei giocatori. Quando entriamo nella saletta della conferenza stampa notiamo una persona che noi giornalisti non conosciamo, una persona anziana, qualcuno pensa sia un procuratore, qualcuno pensa sia un dirigente, ma a un certo punto questo signore entra addirittura negli spogliatoi dei giocatori dell’Inter e ne esce con quello che allora (febbraio 2004) era il giocatore più rappresentativo dell’Inter: Christian Vieri.
Scopriamo quindi che questo signore non è un dirigente, non è neanche uno dei pensionati che stavano lì fuori a far comunella e che approfittando della confusione magari si imbucavano, scopriamo che è un papà disperato.
Questo signore non ha più notizie di suo figlio quindicenne, Francesco, che 10 giorni prima era uscito di casa da Capriolo, nel Bresciano, per andare a scuola e non era più tornato a casa.
Erano passati 10 giorni, non si avevano più notizie, lui aveva allertato tutti quelli che andavano allertati, ma non c’erano notizie.
Questo signore aveva un presentimento, che non fosse successa una disgrazia irreparabile ma che in qualche modo ci fosse stato un allontanamento volontario da parte di questo ragazzo in un momento molto delicato per la famiglia: lui e la moglie, infatti, si stavano separando.
Allora si fa venire un’idea geniale, sa che suo figlio è un tifoso dell’Inter, e dice: “Chissà mai che l’appello di un giocatore dell’Inter possa toccargli il cuore”.
Dunque Christian Vieri fa questo appello davanti alle telecamere: “Caro Francesco, non fare lo stupido, guarda come soffrono i tuoi genitori, sappiamo che sei nostro tifoso, ti vogliamo conoscere, ti aspettiamo alla Pinetina”.
Questo appello viene mandato in onda ininterrottamente da tutti i telegiornali sia locali che nazionali, il pomeriggio, la sera, la notte, il mattino seguente.
Noi il giorno dopo arriviamo allo stadio, entriamo e mentre saliamo la tribuna stampa incrociamo davanti alla porticina d’accesso della tribuna d’onore questo signore.
“Allora, novità? Come va? Notizie?”
Occhi lucidi, braccia larghe, apparentemente quell’appello non ha prodotto alcun effetto, o non è arrivato al ragazzo o non ha toccato il suo cuore.
A questo punto noi ci dedichiamo alla partita, che assume una traiettoria favorevole alla Juve: al 90° minuto la Juve sta vincendo per 2-1.
Finisse così la partita la Juve andrebbe in finale e l’Inter sarebbe eliminata.
Il quarto uomo segnala 4 minuti di recupero, durante questi 4 minuti la Juve fa un cambio per perdere tempo visto che è in vantaggio; i minuti di recupero diventano 5, vediamo cosa succede al 5° minuto di recupero di quella partita.

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NANDO SANVITO:
Bene, se siete sopravvissuti come timpani avete visto il goal che porta al 2-2 la partita, si andrà ai supplementari e poi ai calci di rigore.
Ci dice l’Auditel, sapete che questo meccanismo valuta quante persone stanno vedendo un minuto in televisione, che ci sono 14 milioni di telespettatori davanti al minuto del goal.
Tra questi 14 milioni c’è anche questo ragazzo, Francesco, che sta vedendo la partita dentro il bar della stazione ferroviaria di Genova.
Vede il goal di Adani, vede la scritta “Francesco torna”, capisce che il messaggio è per lui, si commuove, finita la partita esce da bar, va nel gabbiotto della polizia ferroviaria, si fa identificare, telefonano a casa ai suoi genitori, partono nel cuore della notte con un’auto, lo vengono a prendere e lo riportano a casa.
Quando abbiamo saputo l’esito di questa storia siamo rimasti molto colpiti perché c’erano troppe coincidenze per pensare a qualcosa di casuale in quell’episodio: goal nel momento di massima visibilità mediatica della serata, tenete conto che quando una partita va ai supplementari e poi ai rigori, il minuto più visto di quella partita sono i rigori, anzi l’ultimo rigore; in questo caso viene stravolta la logica di marketing e il minuto più visto è il minuto del goal di Adani; fa goal uno che non segna quasi mai, è un difensore Adani, avete visto lo score, 8 goal in forse 150 partite, da allora sono passati 6 anni e non ha più fatto un goal.
Segna l’unico che, quando esce dallo spogliatoio e vede un tavolinetto come questo con appoggiato un sacchetto di plastica con dentro 14 magliette con la scritta “Francesco torna”, l’unico che si ferma, la prende e se la mette su, è lui.
Quando gli abbiamo chiesto come mai, lui ha detto: “Beh io ho giocato a Brescia, mi sono preso a cuore le sorti di questo ragazzo bresciano, e quando mi sono messo quella maglia ero sicuro che sarebbe successo qualcosa”.
Certo che noi siamo rimasti colpiti, troppe coincidenze per pensare a qualcosa di casuale, era evidente in quell’episodio una regia dall’alto e che la vita sia un affascinante e al contempo drammatico ping-pong tra la nostra libertà e questa regia è qualcosa di molto presente a livello di coscienza collettiva nel mondo dello sport, soprattutto ad alto livello. Guardate queste immagini che vi faccio vedere, sono anch’esse immagini che appartengono a una platea televisiva sterminata.
In quel momento in diretta sono state viste da un miliardo e 800 milioni di telespettatori: stiamo parlando di una finale di Coppa del Mondo di calcio, a Yokohama, in Giappone, nel 2002.
Brasile-Germania, Brasile 2, Germania 0, doppietta di Ronaldo, mentre stanno portando in mezzo al terreno di gioco una specie di palco in legno per le premiazioni scende sullo stadio di Yokohama un silenzio impressionante: vediamo perché.

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NANDO SANVITO:
Bene, avete riconosciuto la squadra brasiliana, da queste immagini forse non si capisce ma loro si mettono in ginocchio a forma di cuore, e sono lì mano nella mano tutti, i dirigenti, i giocatori, staff tecnico e medico, addirittura i cuochi che facevano da mangiare per la quadra, una cinquantina,… sono lì in ginocchio che pregano in lingua portoghese con il Padre Nostro.
Questa gente è al top, avete visto Nilson, Kakà, con scritta “I belong to Jesus”, “Io appartengo a Gesù”, avete visto il portiere Marcos in un momento di commovente preghiera individuale, questa gente al top della loro carriera, in un momento clou della loro carriera, perché vincere la coppa del mondo per un giocatore è il clou, fanno un gesto molto semplice, un gesto di gratitudine, di ringraziamento, perché sanno che, come tutto nella vita, anche quel momento fa parte di quella misteriosa relazione tra la nostra libertà e questa regia.
Tra l’altro la cosa sorprendente è che quasi tutti loro hanno delle fondazioni per aiutare i bambini sfortunati delle favelas, quelli che sono abbandonati, orfani, malati, rifiutati, come dire, quello che noi abbiamo ricevuto l’abbiamo ricevuto perché lo condividessimo con gli altri.
Un giorno io ho fatto vedere queste immagini a una polisportiva di un paese brianzolo e c’erano 400 atleti lì schierati, ad Arcore, vicino, con me sul palco, c’erano due ex grandi giocatori, uno era Sandro Mazzola e l’altro era Piero Prati, uno ex-interista, l’altro ex-milanista.
Piero Prati si alza, mi prende il microfono e in dialetto milanese dice: “E, l’è facil, lor l’han vingiù!”. È facile, loro hanno vinto.
Detto da uno che 32 anni prima era stato dall’altra parte della barricata, Città del Messico 1970, finale di Coppa del Mondo, Italia 1 Brasile 4. Lui era stato dalla parte di quelli che avevano perso.
Questa banale osservazione di Piero Prati e l’incontro con quei ragazzi di quella sera, mi ha stimolato a riflettere su una delle componenti fondamentali dello sport, che è la sconfitta, e che non è solo una componente fondamentale dello sport, come sapete, ma anche della vita di ognuno di noi, che ha fatto, fa e farà l’esperienza della sconfitta, non solo per un insuccesso scolastico o professionale, non solo per una delusione affettiva o per un’amicizia tradita ma perché il pane quotidiano della nostra incoerenza morale è sempre lì davanti agli occhi.
Allora mi sono venute in mente delle facce di atleti e di come hanno gestito questo rapporto con la sconfitta.
La prima è quella di un atleta di colore che si chiama Francis Obiorah Obikwelu, nigeriano, a 15 anni lo portano in gita in un parco safari vicino a Lagos, il suo college, scompare quasi subito mentre gli altri si godono le bellezze della fauna e della flora del parco, arriva sera, tornano a casa, lasciano lì un povero insegnante a cercarlo con le guardie del parco.
Lo trovano, quando ormai è quasi buio, che, felice come una pasqua, si diverte a fare delle corse contro alcuni animali, tra l’altro alcuni feroci, presenti nel parco.
Lo prendono, lo vogliono giustiziare sul posto, poi pensano ma no, forse è meglio metterlo in un manicomio, ma alla fine prevale una terza idea, mettiamolo su una pista di atletica. Lo mettono su una pista di atletica e questo ragazzone alto e dinoccolato (non siamo ancora ai tempi di Bolt) sprigiona sul breve una velocità eccezionale nonostante sia alto più di 1.90.
Bene, comincia a diventare uno dei più promettenti sprinter africani sui 100 metri ma purtroppo la sua famiglia fa parte di una etnia che non è pacificata con le altre etnie, scoppiano dei disordini razziali, i suoi sono costretti a scappare in fretta e furia dalla Nigeria. Non sappiamo come e dove se ne va se non dopo due anni, quando un dirigente dello sporting di Lisbona va nel Sud del Portogallo per comprare una casa, e nel cantiere edile dove è entrato riconosce tra i muratori Francis.
Lo invita perciò a tornare a gareggiare, lo tessera nello sporting Lisbona, questo fa di nuovo dei tempi incredibili, gli danno il passaporto portoghese, va agli europei, fa un figurone, entra nella finale dei 100 metri, arriva secondo, dietro Justin Gatlin, che poi fu squalificato per 8 anni per doping e quando è tornato a correre, cioè l’anno scorso, nella sua autobiografia ha ricordato a tutti di aver fatto uso di 300 sostanze chimiche diverse dopanti.
A questo punto i portoghesi credono, visto che la medaglia poi verrà assegnata a lui, ma non lo sanno ancora, di avere uno dei migliori talenti in circolazione in Europa, anche se lui è nigeriano, di fatto è diventato portoghese.
Ma quando pensano di raccogliere i frutti di questo talento, l’anno dopo comincia a zoppicare.
Ha un problema al legamento di un ginocchio, qualcuno dice che gli avevano siringato della resina in Africa, insomma, non si capisce bene, non riescono a sistemarglielo, Francis si deprime, saluta tutti e torna a fare il muratore. L’unico che lavora nel Real Madrid come preparatore atletico e che l’aveva conosciuto, lo convince dopo molta resistenza ad andare in una clinica di Madrid per un ultimo consulto. Lì finalmente trovano il problema, lo risolvono, lui comincia a corricchiare, vede che non ha più nessun problema, gli torna voglia di gareggiare, va in pista, ma a questo punto siamo troppo a ridosso delle Olimpiadi del 2004, voi sapete che alle Olimpiadi si partecipa solo se si fa un tempo minimo o una misura minima di qualifica, non ha niente da perdere, ha una sola gara a disposizione, la va a fare, per un centesimo di secondo Francis centra il tempo di qualifica per le Olimpiadi di Atene del 2004.
Ci va, anche qui fa un figurone, entra nella finale, vediamo come va a finire.

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NANDO SANVITO:
Avete visto questa incredibile gara dei 100 metri, i primi 4 sono di 4 centesimi di secondo, addirittura il primatista del mondo, Asafa Powell, finisce quinto.
Lui fa la corsa su quello che tutti indicano come l’uomo da battere, cioè Maurice Greene, tiene con la coda dell’occhio la corsia di destra con molta attenzione.
A sinistra sbuca Justin Gatling che per un centesimo di secondo gli toglie la medaglia d’oro.
Chi di voi segue l’atletica sa che anche Justin Gatling è stato squalificato per quattro anni per doping; è tornato recentemente.
Invece Francis Obikwelu si è presentato agli Europei l’anno dopo, ha vinto l’oro nei 100 e nei 200 metri, e ha avuto una splendida carriera che continua ancora: dopo un tentativo di ritiro fatto dopo Pechino, l’avete visto protagonista ancora negli ultimi Campionati Europei.
Francis Obikwelu, uno che si considerava ormai un “ex”, uno sconfitto dalla vita, si fida di un amico, contro il suo stesso scetticismo torna ad essere protagonista.
Guardiamo quest’altra storia.

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NANDO SANVITO:
Quindi, avete visto queste immagini del 1983, siamo in Francia a Nantes.
L’Italia della pallacanestro vince per la prima volta qualcosa, il Campionato Europeo.
Protagonisti i giocatori, protagonista l’allenatore che avete visto intervistato, Sandro Gamba, che prima di essere un grande allenatore è stato un grande giocatore di basket.
Una sera a cena qualcuno di noi gli chiede: “Ma tu come sei diventato giocatore di pallacanestro?”, e lui racconta che nel 1945, pensate, il 25 Aprile, giorno della Liberazione e fine della guerra, lui sta giocando a Milano con degli amici sulle macerie di un edificio bombardato.
È il giorno della Liberazione e la fine della guerra ma in realtà c’è una sacca di resistenza, parte una sparatoria, scoppia un ordigno e ci va di mezzo proprio lui.
La sua mano destra viene spappolata.
Lo portano in ospedale, a quell’epoca erano di fatto ospedali militari e non si andava affatto per il sottile, e lo portano in sala operatoria per amputargli la mano.
Viene avvertito il padre che riesce ad arrivare in tempo, fa irruzione in sala operatoria, intima ai medici: “Fermatevi, non tagliategli la mano, troviamo un’altra strada”.
Questa strada più o meno la si trova, l’infezione si ferma ma resta però una mano fortemente handicappata.
Qualche mese dopo il papà di Gamba passa di nuovo di lì e trova un cartello con la scritta “Cercasi ragazzi per la pallacanestro”.
Ce lo ha messo un’azienda che produce macchine da cucire, la Borletti, che vuole sponsorizzare il basket milanese.
Torna a casa e dice a suo figlio: “Quello è il tuo posto!”, pensando a una salutare attività terapeutica della pallacanestro per riabilitare la mano.
Gamba si accosta così alla pallacanestro per fini terapeutici.
Effettivamente, nel frattempo, sviluppa un eccezionale abilità con la mano sinistra che era l’unica veramente abile, ma la pallacanestro funziona come attività terapeutica: la sua mano destra riacquista finalmente tutte le sue potenzialità.
Nel frattempo si appassiona alla pallacanestro, diventerà un giocatore professionista.
Seconda domanda della serata: “Ma qual è stato il segreto del tuo successo come giocatore?”.
Risposta: “Esattamente quella disgrazia. Io, avendo la possibilità di palleggiare con la stessa abilità di destra o di sinistra, nell’uno contro uno con il mio avversario lo mandavo in tilt e lo disorientavo con il rapido cambio di mano”.
Gamba, un altro la cui disgrazia, una mano spappolata, invece che essere la sua condanna diventa il migliore alleato del suo successo.
Guardiamo quest’altra storia.

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NANDO SANVITO:
Bene avere riconosciuto un momento trionfale per l’Italia, una finale olimpica ad Atene, di fioretto femminile fra due italiane, la Vezzali e la Trillini, che non sono solo connazionali, ma anche appartenenti ad una stessa scuola, la scuola di Iesi, che ha dato credo una quindicina di medaglie d’oro allo sport olimpico italiano. Siamo andati a vedere come mai n in una cittadina sperduta delle Marche, quanto meno fuori dalle grandi metropoli dello sport mondiale, a Iesi, ci fosse una scuola del genere. E ci siamo incontrati con la figura di questo signore, Ezio Triccoli. Tutto ha inizio da lui, quando all’età di diciotto anni, nel 1938, viene mandato a combattere in Africa Orientale dove l’Italia fascista ha un impero coloniale conteso dai Britannici. Viene fatto prigioniero nel giro di tre settimane e mandato come tantissimi altri italiani, credo alla fine fossero stati centomila in un campo di concentramento nel Sudafrica. Qui questo poveretto rimarrà recluso sette anni. È dura tirare sera in un campo di concentramento. Ci sono i lavori di corvee è vero, ma lì gli Italiani sono abbastanza fantasiosi, si organizzano, creeranno una vera città. Uno dei passatempi preferiti sono le sfide di scherma con i gli ufficiali inglesi. Triccoli si inventa addirittura l’impugnatura, la costruisce lui, di questa sciabola, come vedete si organizzano lì delle sfide. Lui è strutturalmente negato probabilmente per la scherma, essendo basso, tracagnotto, leghe corte, però grazie a un maestro siciliano si applica e quando finalmente nel 1945 sarà liberato, torna in Italia, va dal parroco della chiesa di san Francesco e chiede due locali per insegnare di scherma ai ragazzi. Nasce un’avventura del tutto amatoriale, dilettante, da dilettanti insomma e però col tempo diventa terribilmente seria, al punto da coinvolgere intere generazioni e da diventare forse la più importante scuola al mondo di scherma. Ezio Triccoli, un altro la cui personale tragedia, sette anni in un lager diventa non una condanna ma lo spunto per creare qualcosa di grande per intere generazioni. Ragionando sulla sconfitta non posso però non farvi vedere le facce di questo signore. Che non c’è. Intanto cambio la cassetta a questo punto. Grazie troppo buoni. Per allontanare il sospetto che questo incontro sia sponsorizzato dall’Ampliphon, adesso vi metterò un’immagine in bianco e nero muta. Eccola qui, questa era quella che abbiamo visto per ultimo e adesso la faccia di chi vi avevo preannunciato. Eccola qui. Questo signore si chiama Dorando Pietri. Quando ho portato in giro la sua storia credo che nessuno più si ricordasse di lui, ma adesso finalmente grazie anche al centenario di quello che vedrete è diventato molto famoso. Questo ragazzo emiliano è uno primi a cimentarsi nella maratona e verrà selezionato per le Olimpiadi di Londra del 1908. Vediamo che clima c’è attorno a quell’Olimpiade di centodue anni fa. Ecco qui nel comodo tennis femminile, che in realtà era un’esibizione, perché sapete che solo vent’anni dopo le donne furono ammesse all’Olimpiadi, ma c’erano delle gare di esibizione. Questa invece è una gara vera nella piscina dello stadio di White City Lane, gara di stile molto, molto libero … con tanto di salto dal trampolino. Questo stadio non c’è più, ci sono gli studi della tv britannica, la BBC, ma vicino c’è lo stadio del Tottenham per chi è pratico di Londra. Ecco qui una finta gara di tiro con l’arco, in realtà sono tutte ragazze inglesi ed è una sfilata di moda che ovviamente si fa in tema con l’Olimpiade. Probabilmente i cappellini non sono migliorati di molto in questi centodue anni per chi è andato ad Ascot qualche volta a vedere le corse dei cavalli. Ed ecco qui uno dei primi grandi ginnasti italiani, Braglia, modenese, lo stadio di Modena è dedicato a lui, che si esibisce alla sbarra. Un antenato di Cassina. Guardate il cavallo come è alto, incredibile, lì uno ci può lasciare qualsiasi cosa. Beh anche quello davanti ci può lasciare qualsiasi cosa. Beh, lancio del disco come vedete, questo statunitense, tecniche molto rudimentali, siamo agli albori delle discipline, dunque sono abbastanza primitive le tecniche. Questo ungherese più evoluto, vedete fa la doppia rotazione. L’asticella non si vede nella nebbia di Londra, ci mettono un fazzoletto. Non c’è scavalcamento dorsale neanche ventrale, qui siamo ancora a quello frontale. I divisori in corda per i 100 metri dove si correva in quattro. Serata a tema, non c’è solo la sfilata di moda, ci sono i night club dell’epoca che sono teatri, diciamo. Niente ballo del can-can, si devono inventare qualcosa in stile olimpico, quindi si inventano questa cosa qui al femminile. Dopo di che, in modo che nessuno abbia di che ridire di come viene utilizzata la donna in questi penosi spettacoli, la buttano, allora come oggi, in politica. Per giustificare tutto “Voto alle donne!”, che erano escluse dal voto e non solo dalle Olimpiadi. Ma insomma in quell’Olimpiade del 1908 la gara più attesa è la maratona. Perché? Perché pensate ad una gara di 40 km su strade sterrate, dove non ci sono telecamere, dove non ci sono controlli, che razze di porcate succedono, di tutti i colori, diventa la corsa più entusiasmante. Questa è la partenza di quattro anni prima, della maratona di Saint Louis 1904, dove effettivamente è successo di tutto. Quando il numero sette, Leutanow, era da solo al comando improvvisamente vede spuntare da una stradina laterale un cane randagio che comincia a rincorrerlo. Leutanow a questo punto non corre più per vincere la maratona ma per scappare dal cane che purtroppo per lui lo raggiunge, lo morsica nel polpaccio e maratona finita per Leutanow. Subentra il numero sei, il californiano Garcia il quale, bello bello, è lì da solo che corre, ma cosa fanno gli Americani, suoi connazionali, bastardi dentro e fuori? In quel caso, hanno delle auto che servono per i rifornimenti e i ragguagli sui distacchi. Sono delle auto che assistono gli Americani. Bene, mandano tre auto ad affiancarlo. Potete immaginare uno che corre una maratona a 40° sulla strada sterrata, con tre auto che gli corrono vicino sollevando polvere, gas, benzina, insomma tutta questa porcheria… Dopo 4 km collassa e ottengono il loro risultato. C’è poi quello col camicione bianco che è un cubano. Si chiama Felix Carbajal, fa di professione il postino, non è mai uscito da Cuba, gli hanno detto che c’è una maratona olimpica. Lui che corre l’isola per portare le lettere dice: “Chi meglio di me può far la maratona?”. Raccoglie i fondi, sale sulla nave che lo porta a Saint Louis, ovviamente lo intortano con una bisca clandestina di carte dove i praticamente gli spazzolano tutti i soldi, arriva senza più un dollaro. Non ha nessuno che lo assista, arriva nel cuore della notte, parte alla mattina, per lui Cuba era l’unico paese conosciuto fino a quel momento, durante la maratona per lui la corsa diventa anche un occasione di turismo, perché non ha mai visto l’America, non sa come si vive lì, quando la corsa arriva nei quartieri bene di Saint Louis, vicino a queste ville vittoriane di fine secolo, davanti a una di queste non resiste, bussa, chiede di entrare per visitare la casa. Gliela fanno vedere, prende il tè con le signore, esce, riprende. Tutto sommato ha perso quei 7 – 8 minuti, insomma, non c’è di che, solo che nessuno lo assiste, intorno al trentacinquesimo km ha una crisi di fame e di sete tremenda, vede un albero di mele dietro la recinzione di un muro, scavalca il muro, va su sull’albero, mele ahimè per lui acerbe, ne divora cinque, scende, scarica di diarrea fulminante, rimane diciamo appartato una decina di minuti. Bene, nonostante tutti queste disavventure Felix Carbajal è talmente forte che arriverà quarto, se non ricordo male, a quella Olimpiade che viene vinta, o meglio che vede il primo a tagliare il traguardo il numero trentuno, Fred Lorz, il quale sale a prendere il premio di quell’Olimpiade che era il bacio della figlia del presidente Roosvelt – io non l’ho vista ma si diceva un gran bene di lei. Preso il bacio, sceso dalla scaletta, prima che lo scoprano, confessa candidamente di essersi fatto scorazzare da un’auto per 20 km. Aveva finto di ritirarsi al 18-simo, si ripresenta al 38-simo, e naturalmente lo squalificano. Non ridete molto perché nel ’80, nella Maratona di Boston ha vinto una cubana prendendo la metro, quindi non è che… E cosi vince il numero 20, Thomas Hicks, il quale ha un calvario nel finale, sviene ben quattro volte, lo fanno rinvenire con dell’albume d’uovo mischiato a cognac, la quarta volta l’intruglio non funziona più, gli danno della stricnina, primo caso di doping nella storia olimpica, arriva talmente distrutto che non correrà mai più in vita sua una maratona. Arriviamo perciò alla nostra maratona, quella di Londra, vedete questo è il Parco dei Windsor da dove parte, ci sono gli inglesi, Lord Price, che si mettono in evidenza all’inizio, perché conoscono il percorso, c’è la folla, ma poi i valori si delineano nettamente e questo sud-africano, Hefferson, prende il sopravvento, vedete le biciclette dietro, perché qui non sono ammesse le auto, c’è una sola auto per tutti gli americani, ma ci sono le biciclette, ogni maratoneta ha due biciclette, due assistenti in bicicletta che portano i rifornimenti, danno i ragguagli sugli stacchi ecc. Questo sud- africano è in prima posizione e a sorpresa dietro di lui c’è il nostro Dorando Pietri che non è un favorito, ha il decimo tempo stagionale, un outsider, quindi secondo posto è grasso che cola, anche perché poi si scatena questo gigante indiano pelle rossa, alto due metri, corre per il Canada, si chiama Tom Longboat, se ne stato buono nei primi km, poi risale, comincia a risalire, a risalire, risalire, arriva a ridosso del primo, ma mentre sta per raggiungerlo si vede uno dei suoi due assistenti in bicicletta che gli porta un bottiglione di champagne, non è strano, perché per le condizione mediche dell’epoca l’idratazione dell’atleta doveva avvenire attraverso liquidi e zuccheri, cosa meglio dell’alcool pensavano allora? Ma un conto è un sorsetto, questo lo trovano poco dopo sdraiato su un prato che si è scolato tutto il bottiglione. Si è addormentato e si sveglia quando la gara è finita. Si scoprirà qualche mese dopo che il suo manager, un americano di origine irlandese, O’Flanagan, figlio di buona donna, visto che tutti i bookmakers scommettevano sul suo assistito, come grande favorito, ha pensato bene di scommettere una fortuna contro il suo assistito e in quel bottiglione ci ha messo qualcosa per drogarlo e farlo addormentare, a questo punto al secondo posto torna il nostro Dorando Pietri, ma dietro ci sono gli americani, che fanno gli americani, bastardi dentro, in questo caso, rifanno lo stesso scherzetto di quattro anni prima, vanno a prendere l’unica auto che hanno a disposizione, gliel’ha fanno correre a fianco per ovviamente ostacolarlo, ostacolarne la respirazione, sollevando polvere ecc. Peccato per loro che uno dei due assistenti di Dorando Pietri è un pugile, vi risparmio l’epilogo, vi dico solo che l’autista da allora ha avuto un dente in meno. Pericolo scampato, a questo punto Dorando Pietri arriva al cosiddetto cavalcavia di Wimbledon, Wimbledon non c’entra nulla, lo chiamano cosi, a quattro km dallo stadio di West City Lane, dove si fa l’ultimo giorno di pista e vede un puntino nero davanti a sé che si avvicina sempre di più, questo puntino nero, è il sud-africano Hefferson che è entrato in crisi e crolla. A questo punto, Dorando Pietri, che in teoria dovrebbe dosare le residue energie che gli restano, che fa? Dorando Pietri spinto dall’entusiasmo della folla o da chissà da quale altra sostanza entra in trans agonistica e dà fondo a tutte le sue energie, al punto che quando arriva nello stadio per l’ultimo giro di pista è completamente bollito, prende la pista in senso contrario, ma c’è il vigile che gli dice di là, quindi riparte dalla parte giusta, è in corsa da due ore e 45 minuti, gli restano da fare 260 metri e non c’è la fa, sviene una, due, tre, quattro volte; qui non c’è né zabaione, né stricnina, magari la stricnina l’aveva già presa, non si sa, ma lo fanno rinvenire a schiaffoni, e sono i due aiutanti del direttore di gara che hanno in mano il megafonone, alla fine osannato dai settanta mila riesce finalmente a rimettersi in piedi e a vedere quel benedetto filo del traguardo. Questa è la foto più famosa nella storia dello sport, lui che arriva, taglia il traguardo e collassa, viene portato in ospedale, rischia di morire, dicono i medici di avvelenamento per stress, qualcun altro da stricnina. Insomma a 35 secondi arriva questo signore americano Hayes, visto quello che è successo nella parte finale, i suoi dirigenti fanno reclamo alla giuria e la giuria stabilisce che effettivamente Dorando Pietri è stato indebitamente sorretto al traguardo e squalifica l’italiano. Vediamo lo spezzone di questa gara. Questo è il parco reale, vedete in alto con la corona Re Giorgio e vicino sua moglie la Regina Alessandra, anzi lei ha la corona, lui il capello, sono qui per la gara più attesa appunto, la maratona. Ed ecco il parco Windsor e riconoscete anche Dorando Pietri che ha in mano sempre un fazzoletto e ha i pantaloni neri, eccolo là. E questa è l’auto degli americani, l’Austin, qui sono canadesi, americani e sud-africani i favoriti. Questa è la parte finale dove Dorando Pietri è già da solo, questo è Ice, americano, questo è un altro americano che arriverà quarto. Settanta mila spettatori, tutti tifano per l’italiano, perché piuttosto che un americano, meglio che vinca un italiano, in settimana sono successe cose turpi tra di loro e gli americani; è qui che entra, sbaglia direzione, il vigile gli dice di là, ed ecco l’arrivo. Questo è l’americano, Hayes, di cui vi ho parlato prima, questo è il fotografo che ha immortalato la più celebre foto olimpica. Beh, devo dire che l’esito di quello gara è molto contestato dall’opinione pubblica americana, sobillata dai grandi giornali americani, scusate dalla opinione pubblica inglese, sobillata dai giornali di Londra che scrivono degli editoriali molto critici con la decisione della giuria di squalificare l’italiano, tra questi c’è lo scrittore Arthur Conan Doyle, l’inventore di Sherlock Holmes, che farà un intervento sul Daily molto critico e questo clima in qualche modo influenza l’ultimo giorno. L’ultimo giorno non si corre, è dedicato solo ed esclusivamente alle premiazioni, non ci sono ancora le medaglie, si danno dei diplomi come vedete e anche dei trofei in qualche modo relazionati alle discipline, alle gare, delle statuette tra cui anche il maratoneta morente, a ricordare appunto la leggenda di Maratona reinvertita da questa corsa. Gli americani, vedete, portano in trionfo il trofeo della squadra americano e da quel tavolino ci fanno sedere anche il vincitore Hayes, vedete non molto entusiasmo sugli spalti, e beh insomma, per gli inglesi è un duro colpo, ma guardate cosa succede, alla fine della premiazione, viene chiamato dalla regina sul palco Dorando Pietri e viene premiato con una coppa argentata. Non si è mai visto prima di allora, ne si vedrà mai più, prima di allora e dopo di allora uno squalificato premiato, è tale l’ondata emotiva che anche gli italo americani si gasano e offrono all’italiano una rivincita a due al Madison Square Garden contro Hayes. A questo punto deve abbandonare il dilettantismo e c’è un bel gruzzolo di soldi, i due ci vanno, viene svuotato il parco di legno, viene messa della sabbia, record di incasso, ventimila dentro, tutti che fumano il sigaro, immaginatevi l’aria come era bella pura, settantamila fuori a seguire attraverso gli altoparlanti l’esito di questa gara, sono 262 giri di pista, al terz’ultimo, dopo sorpassi contro sorpassi uno non viene più raggiunto. E’ Dorando Pietri che rimarrà in America sette mesi, correrà tutte le maratone e le vincerà quasi tutte, sarà l’atleta più pagato dalla storia dello sport fino alle borse milionarie dei pugili, poi si ritirerà a San Remo, dove metterà in piedi una rimessa di taxi. Eccolo lì diventato signore e morirà nel ’42, Dorando Pietri. Perché vi ho raccontato la storia di Dorando Pietri ? Chi ha vinto e chi ha perso quella maratona? Secondo gli annali, l’ha vinta l’americano Hayes, ma vi assicuro che nessuno si ricorda più di lui, guardate la pubblicistica che c’è su Dorando Pietri e scoprirete che la popolarità di Pietri è enorme. Beh a volte c’è un filo sottile tra sconfitta e vittoria, ci sono sconfitte che valgono come vittorie e vittorie che valgono come sconfitte, senza quella sconfitta non sarebbe nata la leggenda e l’epica di Dorando Pietri, ma ci sono situazione più tragiche, le vediamo ora.
Qui siamo al Tour de France 1995, siamo sui Pirenei e vedete c’è una caduta che coinvolge alcuni corridori. Quello su cui indugia la telecamera è un giovane, uno dei più promettenti del ciclismo mondiale, ha vinto le olimpiadi a Barcellona tre anni prima, ha ventitrè anni, sua moglie ha appena partorito un bambino, lui è un italiano, abita tra Como ed Erba ad Albese con Cassano, si chiama Fabio Casartelli, su questa curva scivola, non ha il casco, non era obbligatorio, va a sbattere la testa contro uno di qui piloni di cemento, coinvolge altri nella caduta, ma, come si intuisce da questa scena di sangue, lui è l’unico che non si alza più, muore sul colpo appunto Fabio Casartelli, è uno shock per il gruppo. Gli organizzatori cercano di minimizzare l’accaduto, perché per la prima volta quel giorno dopo tantissimi anni un francese conquista la maglia gialla del leader della classifica e questa tragedia rovina la festa nazionale.
Ma il gruppo non ci sta a minimizzare quello che è successo qui. E guardate cosa si inventano il giorno dopo. Qui siamo sul traguardo e la squadra di Casartelli è la Motorola, viene fatta sfilare sul traguardo del gruppo con cento metri di vantaggio. Il primo a sinistra con il berrettino bianco è il capitano di quella squadra, abita a Como ma è un americano, si chiama Lars Armstrong, questo giorno doveva andare a casa, perché i suoi valori erano veramente scarsi e la delegazione sportiva della Motorola aveva deciso di rispedirlo a casa per puntare su di lui più avanti su altre gare. La tragedia di Casartelli, aveva già comprato i biglietti aerei, la tragedia di Casartelli lo convince a restare. Ha vinto solo due gare importanti finora nella sua carriera, un mondiale e una tappa al tour. Guardate due giorni dopo cosa succede. Su un sasso piano, dirà un motociclista che era dietro di lui, e visto sul tachimetro di 70 all’ora, fa uno scatto impressionante, si lascia dietro tutti e poi comincia il suo dialogo con il cielo. Con quella Regia con la R maiuscola e con il suo compagno morto Casartelli.
Ma anche per lui questa Regia con la R maiuscola, riserva un percorso misterioso. Alla fine della stagione seguente scopre di avere un tumore che da un testicolo si è propagato al polmone e al cervello. Deve quindi abbandonare le gare, viene licenziato, deve pagarsi le cure da solo per la battaglia, anzi per la tappa più difficile della sua carriera, quella della sopravvivenza. E’ abbandonato a lottare. Suo papà lo ha abbandonato all’età di tre anni, dunque è uno che sa cosa vuol dire la vita dura e difficile. Si fa aiutare da un medico italiano, Canetta e riuscirà finalmente a vincere il cancro. Non gli basta, vuole tornare a correre, ad essere un campione, cerca una squadra, non trova nessuno disposto a scommettere su un ex malato di cancro, ci pensano però le poste degli Stati Uniti d’America, che mettono a sua disposizione una squadra, U.S.A. Postal, per andare al Tour e cercare di vincerlo. Sapete come è finita? Ha vinto sette Tour consecutivi. Nella sua autobiografia dice una cosa abbastanza scioccante: “forse non ci crederete ma la cosa più bella che mi è capitata nella vita è stato il cancro, senza quella malattia non avrei mai riconsiderato la mia vita, il mio modo di correre, la mia carriera, se non avessi avuto il cancro non avrei mai vinto il Tour de France”.
Certo che però non sono anni molto belli per il ciclismo quelli. Qualcuno di voi ricorderà che, al Giro d’Italia del 2001, la polizia di notte entra negli alberghi e dalle camere, anzi dai balconi delle finestre delle camere piove di tutto per evitare che vengano scoperti, medicinali, flaconi, siringhe, scatole. Alla fine verranno denunciati in una sessantina per doping, ma in quella notte del 2001 non c’è nessuno di loro che confessi davanti al Commissario la propria colpa. Uno solo quella notte, dice: ho fatto uso di eritropoietina, ed è un italiano, si chiama Simeoni. Questo italiano, Filippo Simeoni, viene escluso immediatamente dalla corsa, squalificato per un anno dall’Unione ciclistica internazionale, va a processo per direttissima, tre mesi dopo a Bologna non solo conferma la sua confessione, ma fa il nome del medico che gli ha fornito eritropoietina, è una data storica. C’era grandissima omertà nel ciclismo, nessuno aveva mai fatto i nomi, lui è il primo che li fa. Guarda caso due settimane dopo compare un’intervista al Le Monde, del big del ciclismo mondiale, Lars Armstrong che ha già vinto cinque Tour e che dice: guardate signori che Filippo Simeoni è un gran bugiardo, è un cialtrone. Perché dice così di Simeoni Armstrong? Perché il medico tirato in ballo da Simeoni è quello che ha in cura per la preparazione atletica tutta l’élite del ciclismo mondiale. Almeno quaranta corridori di altissimo livello, tra questi Armstrong, si riferiscono a lui per la preparazione atletica. Difendere l’onorabilità atletica è dunque difendere l’onorabilità del ciclismo mondiale, perciò attacco duro a Simeoni, che finisce di scontare la squalifica. Non è un campione, è un ottimo gregario, cerca una squadra e non trova nessuno disposto a riprenderselo, lui è l’infame, la spia, il delatore, non deve più rientrare nel ciclismo. Ma, come si sa, la forza dell’imprevisto ne sa una più del diavolo e dunque risulta che una squadra comincia ad essere falcidiata dagli infortuni e deve andare sul mercato a prendere un disoccupato e chi vanno a prendere? Filippo Simeoni. Se ne accorge Armstrong, che durante una cena, dice al capitano di quella squadra, ho saputo che avete preso tra di voi Simeoni, non portatelo nelle gare più importanti, non portatelo al Tour o sarà peggio per voi. Questo capitano, uomo di mondo, capisce subito l’avvertimento in stile mafioso di Armstrong, raduna i suoi compagni, fa pressione sui dirigenti, per lasciare fuori Simeoni. E Simeoni viene escluso addirittura da una Tirreno Adriatica che ha contribuito di tasca sua a livello economico a far passare come tappa dal suo paese Sezze (Latina), dove lui gestisce un bar con suo cognato, escluso anche da quella gara. Ma arriviamo al Tour, anche qui le pressioni non bastano più, il direttore sportivo decide che Simeoni deve venirci a quel Tour, nonostante l’ostracismo di Armstrong, si va dunque a questo Tour, Tour stradominato da Armstrong, che ha una squadra fortissima. Finiscono le montagne, i distacchi sono delineati su Gloden, su Basso. Beh, comincia l’ultima settimana, non ci sono montagne, sono tappe pianeggianti, sono le tappe di sfogo per quelli che sono troppo lontani in classifica per dare fastidio e per quelle squadre che non hanno vinto nulla: infatti quel giorno, dopo neanche quaranta km, parte una fuga. Eccola qua, ci sono sei atleti in fuga, guarda caso di sei squadre diverse, l’ideale perché il gruppo li lasci fare, anche perché hanno voglia di riposarsi nel gruppo. Ma non c’è nessuno della Domina Vacanze in questo gruppo, cioè la squadra di Filippo Simeoni. Dunque Simeoni si pronuncia in uno scatto, lascia il gruppo, recupera due minuti, e si porta su questi sei fuggitivi, i quali però quando lo vedono arrivare non credono ai loro occhi. Ehi, guardate chi vi porto, dice Simeoni, niente di meno che il leader della classifica, Lars Armstrong. I sei sono allibiti. Dicono ad Armstrong, sapendo che il gruppo tutto può tollerare tranne che il primo in classifica incrementi ulteriormente il suo vantaggio partecipando a una fuga: che ci fai tu qua? Finché c’è Simeoni in questa fuga, io da qui non mi muovo. Allora i sei per salvare la fuga cominciano a fare pressioni su Simeoni: “tu da qui te ne devi andare”, “e perché? Io qui sono pagato per vincere e non per perdere”. Cominciano gli insulti, le minacce, le pressioni, addirittura qualcuno tenta di farlo cadere, lui resiste per un po’, ma poi vedendo che il gruppo si è svegliato, ecco una fase della trattativa. Il gruppo ormai si è svegliato e sta rinvenendo, su questo gruppo decide di sfilarsi per salvare la fuga degli altri sei. E ovviamente con lui si sfila anche la maglia gialla Armstrong, che era lì solo per evitare che lui potesse vincere. Ed ecco il gruppo dunque che torna sereno, dopo lo sbattimento di essere stati obbligati a tamponare la fuga di Armstrong. Lo vedete torna il buon umore. Simeoni è stato accolto con insulti soprattutto dagli italiani, dagli altri italiani che volevano una tappa di tutto riposo dopo tanta fatica sui Pirenei e quel fuori programma li ha un po’ fatti imbestialire. E vedete anche il neo selezionatore C.T. italiano, che ride e scherza con Armstrong. Guardate qui invece, ultimo, al centonovantotto, Filippo Simeoni, è deluso, amareggiato, schifato da quello che ha visto, vuole ritirarsi. Ma dall’auto della sua squadra, l’ammiraglia, gli ingiungono di non cedere. Rimani in gara. La tua sola presenza sarà di denuncia dello scandalo che qui è avvenuto. E così Simeoni non si ritira, rimane in corsa e l’ultimo giorno, quello che porta il gruppo al carosello finale sugli Champs d’Elyse di Parigi, a settanta km dal traguardo, tenta una fuga, ma, come vedete, non c’è un cane che accetti di andare in fuga con lui, perché si sa ogni fuga può riuscire tranne quella in cui c’è dentro lui. Infatti sebbene Filippo Simeoni abbia più di due ore di distacco dal leader della maglia gialla, Armstrong e quindi non rappresenti alcun pericolo per la sua leadership, guardate dietro cosa fa Armstrong, organizza tutta la sua squadra che tirano come ossessi per andarlo a prendere. E non gli basta prenderlo ma arrivano anche a sfotterlo, come state per vedere.
Beh, chi di voi segue il ciclismo sa come è andata a finire. A parte che quasi tutti loro non hanno fatto una bella fine, un tribunale ha condannato il medico citato da Simeoni, e l’ha condannato per attentato alla salute dei corridori, ha dovuto smettere di fare quel mestiere ma poi la condanna è caduta in prescrizione e continua a fare questo mestiere anche se non più in Italia.
Io ho voluto raccontarvi questa storia perché io mi riconosco molto nella figura di Lars Armstrong, ritengo che Armstrong sia perfettamente emblematico di come è fatto l’uomo, di come è fatto ciascuno di noi. Noi siamo fatti così, siamo capaci delle imprese più nobili, più eroiche, più grandi e nello stesso tempo delle meschinità più schifose e abbiette. Questa contraddizione è dentro il nostro Dna di essere umani, ma per fortuna non è l’ultima parola su di noi. E vi assicuro che nello sport a volte ci si accorge di questa elementare verità, anche in modo molto comico come state per vedere.
Qui siamo a una partita di calcio, non vi faccio vedere la prima che è più famosa. Perché è già tardi. Vi faccio vedere la seconda, è uno spezzone, non allarmatevi, sarà un minuto o due. Una partita di serie B di cui non si è accorto nessuno, tranne, ahimè, io e qualcun altro che eravamo lì a vederla. Una partita dove siamo sullo zero a zero e siamo all’ultimo corner dell’ultimo minuto. Sapete che se io voglio vincere una partita, gioco in casa, ho un corner a disposizione, porto anche il mio portiere in area per segnare. Su quel corner di fatto la squadra di casa in area ci mette un solo uomo, quindi di fatto senza neanche tanta voglia di segnare. Abbiamo capito che zero a zero è quella partita, zero a zero deve finire. Vediamo cosa succede. E speriamo che non ci arrestino.
Un giocatore fa goal. Poi vedete che qui l’avversario comincia ad insultarlo e dirgliene di tutti i colori. Come mai si insulta l’avversario che ha fatto goal, se fare goal è il suo mestiere? Che ci fosse un accordo diverso? Beh magari se c’era un accordo diverso è stato involontariamente infranto, può darsi che ci sia tempo per rimediare. Attenzione a chi ha fatto goal, lo vedete al limite dell’area, appostato e quando arriva l’avversario in area palla al piede è lì, arriva il suo momento. L’ha deciso contro di lui, lo colpisce sullo stinco e l’altro va giù. No che non è rigore, alza le braccia, mani nei capelli, grande disperazione. Disperazione autentica, quando scopre che non indica il dischetto, ma ammonisce per simulazione l’avversario. Attenzione, giù le mani, va a recuperare la palla. Che si dirà adesso? Come spiegare quello che è successo? Occhiataccia all’arbitro di rimprovero. O sarà mica colpa mia, io il rigore l’ho fatto, se l’arbitro non lo da? Rivediamo. Tra l’altro sto poveraccio era già stato ammonito in precedenza, quindi viene pure espulso. Va beh, la partita non è finita, noi adesso tagliamo l’immagine sennò è troppo lunga ma guarda caso, nel punto in cui esce questo signore espulso, la palla arriverà da quelle parti. Si riparte, lui gira comodamente, ma la palla colpisce in faccia un terzino. Situazione molto tesa, l’arbitro tiene d’occhio possibili focolai e li stronca. E va beh, è andata così, questo è un campionato, è la partita di andata, c’è sempre la partita di ritorno, magari se c’è stato del mal tolto può essere restituito e allora noi andiamo a vedere la partita di ritorno.
Eccola qua. I rossi di prima sono i bianchi di adesso, sono loro che giocano in casa, attenzione perché siamo al novantesimo e siamo sullo zero a zero.
Niente, qui nessuno ha restituito alcun che e la partita finisce zero a zero. Inevitabile il regolamento di conti finale. Alziamo pure gli effetti audio.
Bene c’è un antico detto che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Noi diremmo che esiste la forza dell’Imprevisto con la i maiuscola. Quindi insomma, l’avete capito, si erano messi d’accordo, le cose dovevano andare in un certo modo ed erano tutti d’accordo che andassero in un certo modo. Eppure succede qualcosa di imprevisto che sconvolge completamente la situazione.
Se tutti noi qui ci mettessimo d’accordo che le cose devono andare in un certo modo ma il destino non vuole, state pur certi che il destino farà che le cose vadano in un altro modo. E’ la forza dell’imprevisto, per fortuna non è come pensiamo noi. Noi pensiamo di avere tutto sotto controllo, noi pensiamo che tutto dipenda da noi e non è così, ed è la nostra fortuna, perché non essendo così non siamo abbandonati alle nostre fantasie e ai nostri limiti.
Voglio chiudere con un’altra storia che ci tiri su il morale, andiamo a vederla.
Igor Cassina vince questa medaglia d’oro, ad Atene, con un movimento che nessuno prima di lui aveva mai fatto. L’avete visto? Tanto è vero che adesso si chiama movimento Cassina. Lui mi aveva raccontato che in realtà questo movimento l’aveva inventato quando aveva 12 o 13 anni. Poi lo aveva abbandonato e quando dopo una decina d’anni si presenta il suo allenatore e gli dice, Igor, ma perché non andiamo ad Atene con quell’esercizio che facevi tanti anni fa? Lui in dialetto milanese gli dice: ma ti te se matt! Sei matto! Perché? Come dargli torto, guardate la differenza di altezza tra Igor Cassina e gli altri due, sono sullo stesso livello del podio. Igor Cassina è 1.80 di altezza. Troppo alto per tentare quel tipo di esercizio, perché troppo alte sono le probabilità che facendo quel movimento venga toccata l’asta. Però sapete, le dinamiche di rapporto che ci sono tra un allenatore e un atleta sono tali per cui, lavorato ai fianchi oggi, domani… Alla fine Igor si convince che questa pazzia si può fare. Tentare di andare ad Atene con quell’esercizio. Ci va, il giorno dell’esercizio, in cui tra l’altro è successo di tutto in quel palazzotto per un altro esercizio di un’altra gara, che avrebbe potuto deconcentrare chiunque, una contestazione tremenda da parte del pubblico. Lui prova questo esercizio quattro volte e quattro volte lo fallisce, durante la gara non sbaglia. L’anno dopo presenta ai mondiali in Korea questo stesso esercizio, cade, si frattura tre vertebre e lo abbandona definitivamente.
Questa storia di Igor mi ha colpito, perché è proprio vero quello che diciamo, che dentro un rapporto educativo, in questo caso allenatore e atleta, ma potrebbe valere per amico-amica, genitore-figlio, studente-insegnante, sposo-sposa, dentro a dinamiche educative noi riusciamo a fare cose che da soli non riusciremo neppure ad immaginare e superare i nostri stessi limiti fisici. Questo insegna questa storia di Igor Cassina, ma credo che tutto quello che abbiamo visto, insegna che di fronte alla realtà ci possiamo stare o pensando che in fondo in fondo la realtà è qualcosa dia cui dobbiamo diffidare, qualcosa che non corrisponde esattamente a quello che abbiamo in testa noi e dunque da guardare con sospetto, e dunque da cui dobbiamo difenderci. E allora, siccome non coincide mai con quello che pensiamo noi, di volta in volta, saremo delusi, incattiviti, cinici o magari diventeremo anche violenti, saremo comunque arrabbiati e in rancore con la vita.
Nell’altro caso, aperti, umili, sapendo che la realtà è sempre più grande di noi e che è la grande educatrice con la E maiuscola, anche quando apparentemente sembra essere contro di noi, come abbiamo visto in alcune di queste storie. Beh, allora tutto diventa sempre sorprendente, fonte di novità, di gratitudine, beh in un caso saremmo incazzati con la vita e nell’altro saremmo innamorati.
Auguro a tutti voi di vivere da innamorati. Ciao!

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

26 Agosto 2010

Ora

15:00

Edizione

2010