STORIE DEL MONDO

Rassegna di reportage internazionali curata da Roberto Fontolan e Gian Micalessin: Afghanistan, atleti tra le rovine, di Gian Micalessin.

 

MODERATORE:
Buonasera, siamo allora tutti qui per questo quarto appuntamento della nostra serie, questa sera vedremo un documento molto interessante, che ha anche degli aspetti divertenti, sia pur collocato in una situazione effettivamente di grandi tragedie, di grandi drammi come quella dell’Afghanistan. E’ un lavoro realizzato dallo stesso Gian, che insieme a me ha curato questa serie di incontri con queste storie dal mondo ed è lui che adesso vi presenterà questo lavoro. La particolarità del documentario, il suo interesse, la sua originalità è proprio il punto di vista con cui si racconta una storia, una vicenda, un paese, un pezzo di un paese che per altro è spesso nelle cronache di queste settimane, di questi mesi, per le sue vicende tragiche. Il paese è l’Afghanistan e l’angolatura con cui guardiamo, osserviamo questa realtà, queste persone, questo mondo, effettivamente è un po’ particolare, perché è l’angolatura degli atleti che si allenano e cercano di partecipare alle Olimpiadi. Le Olimpiadi non sono quelle appena finite di Pechino, sono quelle della scorsa edizione, che era a Sidney se non sbaglio, ma il contesto, la realtà di questo mondo effettivamente emerge in modo molto plastico e interessante. Allora io chiedo a Gian di presentare brevemente, di collocare un po’ questo suo lavoro, dopodiché, come sempre, vedremo questo documentario e poi per chi vuole c’è la possibilità di approfondire con qualche commento, qualche osservazione e concludere così in questo modo la nostra serata.

GIAN MICALESSIN:
Si, buonasera, buonasera. Grazie Roberto, grazie a voi per essere venuti qui questa sera a vedere anche questo mio documentario, dopo quello bellissimo di ieri sera. Qui siamo in Afghanistan, come vi diceva Roberto, siamo nel 2004, l’Afghanistan è uscito da tre anni dal dominio dei talebani, incomincia a scoprire la libertà, incomincia a riscoprire la partecipazione nella comunità internazionale e vuole partecipare alle Olimpiadi. Ma partecipare alle Olimpiadi significa trovare degli atleti in un paese dove non si faceva più sport: non si faceva più sport prima perché c’era stata l’occupazione sovietica e quindi non c’era proprio neanche la possibilità di pensare a dello sport, poi c’era stato quel periodo grigio dei Mujaheddin, che hanno conquistato Kabul, le lotte interne, le lotte tra fazioni e poi c’era stato il periodo nero del ritorno alla preistoria dei talebani, in cui si distruggevano i templi, in cui mandare delle donne in calzoncini corti non era neanche pensabile, tanto meno permettere lo sport, l’allenamento a dei ragazzi che dovevano soltanto pregare e neppure ascoltare la televisione. E quindi dopo questo iato, durato dal 1979 al 2004, l’Afghanistan si ripresenta sulle platee internazionale, ma dove li va a trovare questi atleti? Li trova alla rinfusa, li cerca, i primi quattro che riesce a trovare sono un pugile, una ragazza che corre i 100 metri, trova un altro corridore, e li manda ad Atene. Noi seguiamo, da questa angolazione, il racconto di questi ragazzi che vanno ad allenarsi per le Olimpiadi di Atene e tornano in patria dopo aver partecipato alle Olimpiadi, ci raccontano la loro esperienza, la raccontano soprattutto a quelli che sono rimasti a Kabul ad aspettarli. Soprattutto vediamo le difficoltà, e anche il lato comico, umoristico, con cui molti afgani interpretano le difficoltà del loro paese. Grazie, buona visione, ci vediamo dopo il documentario.
Video

MODERATORE:
Bene, l’applauso era giustificato, perché veramente il lavoro l’ho trovato veramente delizioso. adesso spero che Gian, che sta credo ultimando un articolo per il giornale, arrivi subito, tra l’altro lui è tornato dall’Afghanistan proprio pochi giorni fa, sabato scorso e quindi può avere anche qualche aggiornamento su questa situazione. Io credo che abbiamo tutti gustato, goduto l’idea che in questa situazione di miseria, di desolazione, di devastazione totale, si possa affrontare una passione e lottare per questa e in tutti i modi cercare di farcela. Avete visto i ciclisti con quelle biciclette o quelli che giocavano a pallone a piedi nudi, in mezzo al fango o le difficoltà testimoniate da quelle ragazze della squadra di judo. Ecco, io ho trovato molto bella questa galleria di persone, di piccoli protagonisti di una passione, di un desiderio che ci ha regalato Gianni in questo documentario. Ho finito, solo un sacco di elogi, e tu naturalmente non c’eri, ma adesso ci racconti cos’è l’Afghanistan ora, visto che sei tornato pochi giorni fa da lì. E intanto se qualcuno vuole farsi avanti per qualche domanda, mi fa un segnale, così gli darò la parola. Grazie

GIAN MICALESSIN:
Grazie Roberto, scusate ero un attimo in ritardo, allora per rispondere alla domanda di Roberto, cos’è l’Afghanistan di oggi? L’Afghanistan di oggi è un grande limbo, ci siamo andati nel 2001, e dico noi perché ormai siamo presenti come alleanza atlantica. Ci siamo andati nel 2001 con la speranza di ricostruire un paese distrutto dai talebani. Poi il principale artefice della liberazione dell’Afghanistan, gli Stati Uniti, si son distratti per la guerra Irachena e per cinque anni la comunità internazionale ha dimenticato purtroppo le promesse fatte all’Afghanistan e ora ne stiamo pagando lo scotto. l’Afghanistan non è, non è perduto, non è finito, possiamo ancora recuperare ma siamo in grave difficoltà, perché in questi anni i talebani hanno approfittato della situazione di confusione, la situazione di assenza anche delle forze occidentali, della incapacità di addestrare un esercito afgano, dei ritardi in quegli aiuti all’Afghanistan che non hanno permesso al paese di fare molti passi avanti rispetto alla situazione che avete visto nel 2004. Quindi in molte zone del paese la popolazione è ancora ricattata dai talebani. Immaginate zone come la provincia di Helmand, quella dove è stato rapito il giornalista italiano Daniela Mastrogiacomo e dove io sono andato adesso con i marines americani, i quali però controllano una zona, un quadrato di quattro chilometri per sei, mentre centoquaranta chilometri di questa provincia, dall’ultimo avamposto dei marines, in cui ero io, fino al confine con il Pakistan, sono terra di nessuno, sono un regno dei talebani , dove può succedere di tutto, dove nessuno sa cosa succede e questo in tantissime altre zone. Pensate che i nostri 2400 uomini, schierati nelle quattro province occidentali, devono controllare una zona che è grande due volte l’Italia. Impossibile controllare il territorio in questo modo. Quindi c’è una sostanziale mancanza di uomini, c’è una sostanziale mancanza di soldi, di denaro da investire in Afghanistan. Siamo di fronte a un grande sforzo, a una grande scommessa per non abbandonare questo paese e non farlo ricadere nelle mani dei talebani. Non sarà facile, ma sicuramente non è possibile tornare indietro, non è possibile abbandonare una popolazione a cui abbiamo promesso tanto, restituirla al dominio dei talebani. Ecco, questo tanto per dare un po’ l’inquadramento, poi se avete qualche domanda da fare invece sul documentario, ci andiamo molto volentieri.

MODERATORE:
Magari qualcuno vuol sapere se questi atleti sono andati anche a Pechino, ma forse tu non li hai seguiti fino a questo punto.

GIAN MICALESSIN:
No, non li ho seguiti fino a questo punto, però potrei garantire e mettere la mano sul fuoco che nessuno di questi che avete visto è andato fino a Pechino, perché non erano sicuramente atleti che erano stati selezionati fra i migliori dell’Afghanistan, come ho detto eravamo agli embrioni del nuovo Afghanistan, si trattava di improvvisare una squadra e come avete visto quello è stato il risultato, insomma.

DOMANDA:
Mi colpiva il fatto che in quelle situazioni sport equivale a libertà, cioè, mi sembrava di poter leggere questo, perché nello sport c’è una componente di gratuità, cioè c’è qualche cosa di assolutamente non legato a un tornaconto, un risultato sì ma non un tornaconto, per cui mi colpisce il fatto che abbiano situazioni che per noi sono veramente incredibili, ma che sono disposti addirittura a rischiare la pelle per andare ad allenarsi…

GIAN MICALESSIN:
Sì, sì c’è sicuramente una cosa molto interessante. Lo stadio che avete visto, lo stadio di Kabul, quello che adesso in questo filmato era pieno di persone che andavano a giocare, ad allenarsi con tremila difficoltà, era lo stesso stadio dove i talebani facevano le esecuzioni capitali. Quindi i significati sono molteplici, per non parlare della campionessa di Judo che avete visto, che è quella ragazza che va nella squadra di judo. Già l’idea che questa ragazza sia andata nel 2004, in Grecia, alle Olimpiadi a fare judo, è sinonimo del fatto che usciva da una famiglia di idee liberali, aperte. Tanto è vero che sua sorella più giovane, che voi non avete visto in questo filmato ma che io avevo conosciuto prima dell’intervista, viene uccisa pochi mesi dopo, perché era la presentatrice di una delle più importanti televisioni che trasmettono musica a Kabul e nel resto dell’Afghanistan. Già in quel periodo è minacciata e pochi mesi dopo viene uccisa, uccisa dai talebani in un agguato, sotto casa e diventa una delle prime vittime di questa nuova offensiva talebana che adesso scuote un pochino tutto il paese. Quindi sicuramente lo sport è sinonimo di libertà, libertà e anche modo di affermare la condizione femminile, insomma tutte quelle cose che erano state dimenticate durante il regno oscuro dei talebani.

DOMANDA:
Nel video ad un certo punto le atlete, le donne, comunicano questo grosso disagio per cui appunto dicono che la cultura talebana ha creato molti danni, perché ha fatto penetrare all’interno della società questa idea per cui le donne non devono fare sport, le donne devono essere confinate ecc. Ecco, volevo capire, visto che sei stato li recentemente, a livello della società, culturalmente, a livello del pensiero comune a che punto è la partita, perché appunto la guerra si combatte con le armi ma i talebani sono alimentati da, come dire, da una cultura che pervade la società e che costruisce, come dire, soldati. Per cui, da questo punto, di vista come si trova l’Afghanistan?

GIAN MICALESSIN:
Dobbiamo anzitutto fare una distinzione fondamentale, che è quella tra l’Afghanistan urbano o meglio l’Afghanistan di Kabul e l’ immenso e maggioritario Afghanistan rurale, che è l’Afghanistan delle province. Nel 1983, quando andai per la prima volta in Afghanistan, ed era molto prima dell’avvento dei talebani, la situazione sostanzialmente non era molto diversa da quella di oggi o da quella della condizione del momento dei talebani. Le donne sostanzialmente vivevano separate dagli uomini, andavano a prendere l’acqua, coltivavano i campi, mangiavano separate, erano fantasmi, coperte eternamente dallo shador, questo in tutte le zone controllate dai Mujaheddin. I talebani cosa hanno fatto? Hanno trasformato in fatto coattivo un fatto che comunque era presente in larga fascia della popolazione. Oltre ad averlo trasformato in fatto coattivo, hanno tolto e tarpato le ali a tutte le donne, gli hanno impedito di lavorare, di frequentare le scuole. La ragazza che vedete, quella che corre i 100 metri, per molti anni non è andata a scuola, infatti deve recuperare gli anni scolastici persi, perché le ragazze non potevano frequentare le aule scolastiche. A Kabul, invece, per le donne c’era la possibilità, c’era la possibilità per le donne di accedere a posizioni nell’ambito del governo, a posizioni nell’ambito degli uffici, possibilità più alte di quelle delle zone rurali. Adesso la scommessa è quella di garantire che queste possibilità vengano mantenute. Anche all’interno dello schieramento non talebano ci sono schieramenti conservatori che non vogliono emarginare le donne. Ecco bisogna permettere, e come si fa a permettere lo sviluppo di una società? Innanzitutto bisogna levarla dal ricatto, finché i talebani sono liberi di agire, di fare quelli che si chiamano i ricatti notturni, le lettere anonime, quelli che ti dicono: se tu continui ad appoggiare il governo, tutta la tua famiglia verrà sterminata, è chiaro che sarà difficile arrivare ad un cambio della situazione, perché vivremmo la situazione che noi possiamo paragonare a quella della Sicilia oppressa dalla cappa mafiosa. E’ difficile permettere lo sviluppo del territorio di una zona, è difficile investire in un territorio se tu non riesci a garantire la sicurezza della popolazione. Quindi il primo presupposto è quello di riuscire a garantire la sicurezza della situazione. Riuscire a garantire la sicurezza della situazione non significa mandare mezzo milione di uomini occidentali, significa addestrare un esercito, creare delle istituzioni, creare una situazione di stato reale, in cui siano gli stessi afgani a garantire la propria sicurezza. Sicuramente sarà un processo lungo, un processo lento in cui dovremmo avere molta pazienza.

DOMANDA:
Rapidissimo. Ma qual è l’impressione, il clima generale? Si vedevano molti visi sorridenti…

GIAN MICALESSIN:
È vero, è vero, ma questa purtroppo era l’atmosfera che è molto cambiata oggi, questa è l’atmosfera del 2004, era l’atmosfera del dopo 2001, del dopo cacciata dei talebani. Voi vedete la bomba all’inizio del filmato, quell’attentato è uno dei primi grossi attentati a Kabul. Il primo grosso attentato scoppia proprio il giorno in cui arrivo a Kabul per girare questo documentario, ce lo troviamo davanti. Ecco, quell’attentato è l’inizio della grande offensiva, che lentamente spegne questo ottimismo, che tu hai visto sulle facce delle persone che intervistiamo. Infatti anche io, quando arrivo – erano tanti anni che non andavo a Kabul; dal 2001 al 2004 mi occupavo soprattutto di Medio Oriente, non ero andato mai in Afghanistan non andavo mai a Kabul -, avevo passato tre mesi in Iraq prima, e l’Iraq era proprio all’apice dell’insicurezza, e dico: ma qui a Kabul si sta benissimo, è una città allegra, divertente rispetto a Bagdad da dove arrivavo. E così in quei mesi, dal 2005 incomincia l’involuzione, la discesa. Adesso Kabul non è più così, adesso a Kabul si gira scortati, interi isolati sono chiusi, il pericolo degli attentati è costante, non ci si muove più a piedi come occidentali, di sera non si esce e si frequentano solamente locali dove è garantita la sicurezza di una scorta armata. E la stessa popolazione locale sente che la sicurezza nelle strade non c’è più. Il pericolo delle vecchie mine, quelle lasciate dalle guerre pregresse è sicuramente diminuito, perché c’è stata una grossa operazione di sminamento, di cui una parte la vedete anche qui. Però, se è diminuito il pericolo delle mine, è aumentato il pericolo insidiosissimo delle trappole esplosive, quelle che nel gergo vengono chiamate IED, Improvised Explosive Device, ordigni esplosivi improvvisati, che sono le trappole esplosive per far saltare i veicoli della NATO, i veicoli italiani, i veicoli dell’esercito americano, ma che vengono spesso collocati su strade in cui la popolazione civile transita tranquillamente. Questi ordigni sono molto semplici come fabbricazione, sono delle piastre d’acciaio con delle spugne in mezzo, quando un veicolo ci passa sopra, le due piastre d’acciaio fanno contatto, alimentano il detonatore che fa esplodere una bomba d’artiglieria, una bomba di mortaio collegato. Però purtroppo questo ordigni non sono sempre ordigni che vanno a bersaglio contro l’obiettivo militare, vanno a bersaglio anche contro la popolazione civile. Ne facciamo le spese sicuramente anche noi, come coalizione occidentale, come coalizione della NATO, i nostri soldati che sono ad altissimo rischio, ma visto che queste mine sono messe un po’ ovunque sui posti di passaggio, ne fa le spese soprattutto la popolazione civile, che non ha neanche i mezzi per prevenire e per riconoscere queste trappole esplosive.

DOMANDA:
Una domanda semplicissima, mi chiedevo come è nato questo reportage, è una cosa che hai voluto fare tu? Qualcuno te la chiesta? Perché?

GIAN MICALESSIN:

Questo reportage è nato, sia perché c’è un grosso interesse sportivo, quello delle olimpiadi, sia perché io mi sono sempre occupato di conflitti, di zone a rischio. Però a volte ritengo interessante coniugare anche lo sport, è quello che più attira come interesse. Il documentario sulla televisione italiana non va tanto, non interessa, i documentari di politica estera ancora meno. Già un documentario sullo sport in Afghanistan attira di più l’emittente di una trasmissione italiana, ancora di più perché è stato prodotto per SKY sport. Però forse, se lo avete seguito, dare un occhiata allo sport nell’Afghanistan nel 2004 è una scusa per mettere il naso e gli occhi all’interno della società afgana e capire che cosa sta succedendo.
I talebani in Afghanistan sono come me e lei, nel senso che un talebano chi è? E’ un classico guerrigliero, un uomo, una persona che nuota come un pesce nell’acqua. Quindi si nasconde tra la stessa popolazione, quindi è molto difficile individuarlo. Gli americani, i marines americani avevano l’ordine di fermare tutti i civili con un turbante nero. Però non è che i talebani siano stupidi, se sei un talebano ti togli il turbante nero. Un altro modo per tentare di fermare gli attentati era quello di fermare tutte le macchine con un solo occupante, con un solo guidatore, perché si presuppone che chi fa attentati suicidi non vada in due in macchina. Però queste sono proprio cose da americani, nel senso che non risolvono il problema. Chi è il talebano? Il talebano è qualsiasi afghano che non ricava nessun beneficio dalla presenza occidentale, qualsiasi afgano che ha sperato tantissimo dopo il 2001, è per forza di cose talebano, non si ritrova difeso. Quindi in qualche maniera deve collaborare, è costretto a pagare il pizzo ai talebani. Per questo bisogna spezzare…. cioè, non basta dire chi sono i talebani. Certo i talebani sono anche in Pakistan, fino a quando non chiuderemo il cancro pakistano, cioè il cancro di una nazione che appoggia indirettamente, pur promettendo di essere fedele all’occidente, all’alleanza con gli americani, appoggia e finanzia i talebani in nome del controllo pakistano sull’Afghanistan, non avremo mai risolto il problema di come fermare i talebani. Quindi il problema dei talebani, di come fermare i talebani, si esercita su due aree di influenza, una all’interno del Pakistan, per mettere fine all’appoggio e mettere fine ai santuari all’interno delle così dette zone tribali, l’altra all’interno dell’Afghanistan, trasformando la presenza militare in una presenza capace di addestrare un esercito afgano e trasferire il controllo della zona al governo Afgano.

DOMANDA:
Volevo sapere se c’è un concetto di persona in Afghanistan, un concetto di persona oppure se c’è soltanto un concetto di tribù, e se lo sport può aiutare incrementare il concetto di essere valore in quanto persona, come è nella tradizione cristiana occidentale.

GIAN MICALESSIN:
Non so se ci hai fatto caso, ma nel filmato vedi che ad un certo punto noi andiamo nelle vecchie zone controllate, nelle vecchie zone di Massud, nella valle del Pashchim. Come viene selezionata la formazione olimpica? Viene selezionata in base non alle capacità, ma all’etnia. Allora sicuramente la maggior parte di quegli atleti sono Pashtun perché i Pashtun sono l’etnia maggioritaria, quella del grande sud dell’Afghanistan. Poi subito dopo ci sono i Tagiki, che sono i combattenti delle regioni a nord est, quelli che combattevano con Massud, quelli fedeli all’alleanza del nord, ma poi nel grande complesso mosaico afgano ci sono gli Hazara che sono i musulmani di origine scita, e poi ci sono i Turkmeni. Le identità afgane sono questo complesso mosaico di popoli, che dalla fondazione dell’Afghanistan non hanno mai dato origine ad un vero stato nazionale. Si diceva sempre che a Kabul c’era il re che comanda su Kabul, che fa il sindaco su Kabul, un po’ come oggi Karzai che fa il sindaco di Kabul e poi tutto il resto dell’Afghanistan. Il segreto del vecchio dominio del re sul resto dell’Afghanistan era quello di controllare Kabul senza infastidire troppo i signori delle altre zone dell’Afghanistan. Ecco. anche questa è una delle grossissime difficoltà afgane: spezzare questo legame di identità locale e tribale è difficilissimo, ci vorranno decenni, ma solo così l’Afghanistan potrà diventare uno stato nazionale, se mai lo diventerà.

MODERATORE:
Bene chiudiamo qui questo incontro, vorrei ringraziare Gian per questi aggiornamenti e anche effettivamente perché il documentario di questa sera era veramente interessante e gradevole. Domani sera avremo un documentario sulla Cina di Raffaella Smith. Buona cena.

Data

27 Agosto 2008

Ora

19:00

Edizione

2008

Luogo

Sala A4
Categoria
Incontri