STORIE DAL MONDO - Meeting di Rimini
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STORIE DAL MONDO

Rassegna di reportage internazionali. A cura di Roberto Fontolan e Gian Micalessin: Viaggio in America. Le scuole della vita. Dalla favela su palafitte di Salvador de Bahia all’Università del Cile: la persona e lo sviluppo. Produzione: Mover.

 

ROBERTO FONTOLAN:
Bene, buonasera. Stasera per questo nostro ciclo fortunato, perché vedo che nonostante la lunga giornata al Meeting venite sempre così numerosi, forse per rilassarvi un po’ e vedere un po’ di figure vi faremo vedere la prima parte di un viaggio in America latina che è stato trasmesso dalla Rai, la prima puntata il 27 luglio, la seconda puntata il 3 agosto. Stasera vediamo la prima puntata, che è un viaggio a Salvador de Bahia, dove c’è un grande progetto dell’Avsi che molti conoscono, e se non lo conoscono stasera avranno un’idea abbastanza chiara di come si è sviluppato questo grande progetto, che non è solo efficace sul campo, ma è anche, e questo è quello che abbiamo cercato di raccontare attraverso questo viaggio, un principio in atto di sviluppo e di educazione. È un viaggio in due parti, la prima dedicata al grande progetto Salvador de Bahia, la seconda, che percorre lo stesso filo, riguarda alcune esperienze in Cile, a Santiago del Cile. Con noi, poi più tardi, come di consueto, ci saranno Fabrizio Pellicelli che vedrete qui immortalato dalle telecamere, che è il responsabile Avsi a Salvador de Bahia, e attendiamo anche Emilio Parada del Cile, che ancora non vedo, poi lo vedrete nel documentario. Gian non l’ha visto, è una sorpresa anche per lui. Già ieri sera è stato qui e ha raccontato il suo documentario sull’Afghanistan che ha avuto enorme successo, me lo hanno già chiesto tutti, vogliono le copie, vederlo alla tv. Se c’è la possibilità in qualche modo di vedere il tuo documentario, poi magari dai l’informazione. Allora come sempre vediamo insieme il documentario, poi ne chiacchiereremo. A dopo, grazie.

video

ROBERTO FONTOLAN:
Ecco Emilio Parada, nostro amico cileno. Prima di cominciare volevo solo ricordarvi che domani il nostro ciclo si concluderà con un documentario intitolato “Venerdì a Gerusalemme”, che è proprio l’incrocio di tre destini in una giornata che è così simbolicamente importante per la vita della città santa. Il documentario l’avete visto, abbiamo cercato di raccontare questo percorso grazie alla Rai, molti so che l’anno visto e si sono lamentati perché è andato in onda molto tardi ma è comunque un’occasione straordinaria poter raccontare queste cose a un pubblico molto vasto. Vorrei ringraziare di la società di produzione, di cui vedo qui alcuni esponenti, perché effettivamente il lavoro sull’immagine e il montaggio di questo reportage sono stati veramente notevoli. Ora qui abbiamo Fabrizio Pellicelli che, come dicevo, è il responsabile del progetto Avsi di Salvador de Bahia. E’ in Brasile da moltissimi anni ed è una persona che mi fa dire di essere fiero di avere nel mondo amici che lavorano in questo modo. È con un senso di gratitudine che ogni tanto mi capita di poter vivere e raccontare queste storie. Gli amici dell’Avsi, Piatti, Castelli, sono per me amici carissimi, proprio perché tante volte mi capita di pensare al lavoro immenso che fanno in tanti paesi del mondo. Fabrizio è qui, c’è anche Emilio del Cile, tante persone mi hanno detto di non conoscere tutte queste storie del Cile, quindi per chi vuole approfondire, sono qui a vostra disposizione.

GIAN MICALESSIN:
Allora faccio i complimenti anch’io, e dico due cose sull’America latina che è così dimenticata, lontana dai nostri occhi, che quando vedi queste cose dici “ah cavolo, allora c’è ancora qualcuno che lavora da quelle parti, complimenti agli amici dell’Avsi”. Due cose volevo chiedere su questo, sulla parte della favela, ecco, come si è formata questa favela? Perché questa favela nasce agli inizi degli anni ’60, e poi, le favelas sono anche sinergiche con la criminalità…un po’ come i rioni napoletani, se tu volessi entrare in un rione napoletano dovresti fare i conti anche con la camorra. La camorra nuota nel pesce della povertà. Penso che sia la stessa cosa anche con la favela brasiliana, pur non essendo mai stato in Brasile. Ecco mi puoi raccontare un po’ com’è nata, perché questa gente disperata decide di andare in questa Venezia della disperazione sul mare? Dall’altra parte come si fa a svuotare una favela confrontandosi con quelli che hanno tutto l’interesse di tenere la gente in quella favela?

FABRIZIO PELLICELLI :
Buonasera, voglio ringraziare Roberto Fontolan, l’equipe che è stata in Brasile recentemente, tra l’altro Roberto è venuto già altre volte. L’ho ringraziato perché mi sembra che questo lavoro veramente rappresenti chiaramente quello che la fondazione Avsi sta tentando di realizzare, aiutando tantissime persone in questa comunità. Sicuramente per me è importante, perché, come diceva lui, sono 11 anni che vivo a Salvador de Bahia, lavorando nei progetti della fondazione Avsi, e tutte queste persone che Roberto ha intervistato sono persone che conosco da tanto tempo, quindi veramente è una testimonianza di persone che hanno iniziato un processo di sviluppo, legato allo sviluppo della persona che è il centro della sviluppo. E Avsi mette sempre questo elemento, come elemento fondamentale. Le favelas sono un fenomeno brasiliano, nel senso che in Brasile ha una dimensione molto importante. La favela nasce negli anni ’60, quando inizia un processo di trasferimento di persone che vivevano nelle campagne nelle città, soprattutto come occasione di lavoro. E’ il processo di industrializzazione che in Brasile inizia negli anni ’60. Considerate che il Brasile era completamente una nazione agricola, negli ultimi 40 anni c’è stata questa grande inversione di tendenza, e oggi è una nazione che si concentra in grandi città. Questa persone sono arrivate in città nella speranza di trovare un lavoro e soprattutto di cambiare la loro vita, e molte volte questo non è avvenuto, anche perché è stato un processo molto rapido. Io sono anche architetto, è difficile immaginare di poter programmare lo sviluppo di una città, con una trasferimento così massiccio di milioni di persone in un tempo così breve. Quindi queste persone hanno sostanzialmente occupato aree libere, che erano rimaste libere in queste città piccole. Considerate che Salvador nel 1965 aveva 500.000 persone, oggi sono 3, 5 milioni e questo processo è avvenuto praticamente in 10 anni. Quindi queste persone sono arrivate, non hanno avuto accesso alla città e hanno occupato queste regioni, creando queste aree informali, estremamente povere, che sono caratterizzate, sostanzialmente, da una mancanza di servizi essenziali come acqua, luce, strade, sistema fognario, e anche dalla mancanza di servizi alla persona, in grado di aiutare questa gente a iniziare un processo di sviluppo. Questo è comune a tutte le città del Brasile. Nel nord-est questo fatto è più forte, perché il Brasile è sostanzialmente diviso in due grandi regioni, il nord-est e il centro-sud, e nel nord-est la povertà è molto più forte. Per cui questo processo avvenuto in modo molto particolare, è caratteristico delle favelas brasiliane. Noi abbiamo trovato questa realtà nel 1983. La fondazione Avsi, come già si diceva, dalla fine degli anni ’80, ha iniziato un contatto con le persone di Novos Alagados, dove abbiamo iniziato a rispondere alle necessità di queste persone. Sicuramente oggi queste aree sono molto povere e molto pericolose, con delle problematiche molto serie, con degli indicatori di violenza molto grandi, c’è una marginalizzazione di questi territori… ma io vorrei dire che in questi anni di lavoro nelle favelas ho trovato anche un grande patrimonio, quello che diceva anche la nostra collega Benedetta. Noi riteniamo che in qualsiasi contesto, anche nelle favelas, ci sia una grande ricchezza, un grande patrimonio. Per cui partiamo da questo, vogliamo partire da questo elemento, non da quello che manca ma da quello che esiste. Per cui tutta la nostra azione è cercare di valorizzare quello che di positivo c’è ed esiste dentro queste comunità. Le persone che Roberto ha intervistato, sono delle persone incredibili, solo alcune delle persone incredibili che sono migliaia in realtà. Il video ha messo in evidenza questa positività, ha fatto capire che c’è sempre qualcosa, anche dentro queste condizioni, da cui bisogna partire. E’ questo il nostro punto di partenza per lo sviluppo: contribuire a mettere in moto questo io, questa persona per un percorso di sviluppo.

ROBERTO FONTOLAN:
Una cosa che mi ha molto colpito in questa storia di 15 anni, 16 anni, è che per così tanto tempo, che vuol dire giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, c’è stato questo lavoro continuo e capillare, che ha coinvolto prima poche persone, poi sempre di più nel tempo, con una pazienza e una tenacia veramente rare, perché significa lavorare in una situazione di estrema difficoltà, dove ogni giorno rischi di dover ricominciare da zero. L’esperienza di Edudown per me è stata proprio una folgorazione, un’illuminazione, Emilio ha già spiegato nel documentario com’è venuta fuori, dal bisogno di un amico, dal tentativo di dare una risposta al bisogno di un amico. Ma vorrei chiedergli com’è cresciuta questa cosa, come si è passati dalla risposta a un amico a 200 bambini! Una realtà incomparabile anche per un paese europeo. Grazie a Emilio.

JUAN EMILIO PARADA OLIVARES:
Tutto è cominciato dalla situazione che aveva con il figlio che è venuto nella nostra fondazione, nella nostra struttura e da lì è partito questo percorso. E dopo un anno, un anno e mezzo mi sono reso conto che tutto questo non era semplicemente necessario e utile per risolvere un problema, una situazione contingente, ma che tutto questo era assolutamente necessario anche per me, quindi non solo per apportare una soluzione alla situazione contingente. Riprendendo le parole di due anni fa di Julián Carrόn in un incontro, io vivendo questa situazione, ogni giorno mi creava sempre di più impatto, e quindi al di là di portare una soluzione alla situazione contingente, per me era una stringente necessità e lo vedevo come un’opportunità per la mia persona. Da un punto di vista operativo abbiamo cercato di fare in modo che la nostra struttura operativa funzionasse proprio come una sorta di impresa. Abbiamo cominciato con la presenza di due bambini e un’insegnante, e avevamo la possibilità di retribuire questo insegnante e poi a poco a poco abbiamo cominciato un lavoro, una captazione, un ottenimento di soci partecipanti a questo percorso e oggi siamo arrivati a 30.000. Attualmente la struttura funzione con 35 operatori presenti nella struttura, 200 bambini e 50 in posizione di attesa, di riserva, che possono subentrare nella misura in cui ci sia la disponibilità di un posto. Portiamo avanti un’opera di formazione, di orientamento per i genitori, e lo facciamo già da parecchio tempo, quindi diamo un sostegno, un appoggio alla formazione dei genitori. Organizziamo incontri, conferenze, dibattiti coi genitori. Accompagniamo anche i bambini alla scuola, con la presenza di insegnanti preposti, che possano seguire ed occuparsi in modo specifico dei nostri bambini.

ROBERTO FONTOLAN:
Se qualcuno vuole domandare qualcosa a Emilio o Fabrizio….

GIAN MICALESSIN:
Volevo sapere qualcosa di più sul Cile. Abbiamo parlato del sistema di sussidiarietà, volevo sapere in quale misura questo è legato all’esperimento economico che venne avviato negli ultimi anni dell’era Pinochet. Si è sentito molto parlare degli esperimenti economici dell’era Pinochet, che sono stati anche copiati, hanno detto che è stato l’unico esempio positivo… Cosa sopravvive? Cosa non ha causato danni?

JUAN EMILIO PARADA OLIVARES:
Noi cileni abbiamo sofferto molto sotto Pinochet, siamo stati colpiti dentro nel nostro intimo come cileni. E se forse possiamo dire che forse nell’ultima parte del governo Pinochet si sono gettate le basi economiche, poi lo sforzo, il tutto abbiamo dovuto compierlo noi che uscivamo da questa tragedia, da tanto dolore e da tanta disperazione. Quindi ci siamo rimboccate le maniche e abbiamo fatto noi. Anche se c’era una base economica, il lavoro lo abbiamo fatto noi.

GIAN MICALESSIN:
Io volevo chiedere a Fabrizio: in tutti questi anni, con tutto questo lavoro – abbiamo detto un progetto che ha coinvolto 150.000 persone, una città – ci sono stati giorni in cui vi siete detti “no! Non è possibile, non ce la faremo!”, e come si reagisce a questo momento, se c’è stato?

FABRIZIO PELLICELLI:
Chiaramente l’intervento ha grandi dimensioni, e attualmente stiamo lavorando anche in altre città dello stato di Bahia. È evidente che un intervento così grande pone delle sfide enormi, però io ritengo che dentro tutte le difficoltà che tutti i giorni noi affrontiamo, è come se la motivazione che ci pone lì tutti i giorni con queste persone, sia una motivazione che non è legata all’esito della nostra azione. Noi tutti i giorni lavoriamo in contatto con queste realtà, e ritengo che questo è in primo luogo per noi stessi, è un’azione che è per noi. È chiaro che all’interno di tutto questo lavoro ci sono momenti in cui è più semplice, è più difficile, ma sicuramente io ritengo che le testimonianze che tu hai raccolto e che noi tutti i giorni vediamo, ci fanno capire che bisogna partire dall’io, dalla persona, dall’educazione della persona. Questo sicuramente è l’elemento che può cambiare una persona e quindi una comunità e un popolo. Noi abbiamo incontrato tantissime persone e diciamo che tutto il nostro lavoro si può ridurre in questo incontro quotidiano con le persone. E quindi se io giudico il mio lavoro, la mia presenza a Salvador di 11 anni, partendo da questi incontri, sicuramente sono molto, molto felice. E sono convinto che questi incontri che si sono poi moltiplicati con altri incontri, sicuramente sono un segnale che ci da grande forza, perché abbiamo veramente visto che questo è quello che genera lo sviluppo, quello che genera questa scintilla, che è la scintilla che porta una persona a mettersi in moto e a cambiare la sua vita. È chiaro che tutto questo è dentro un contesto che è molto complicato, perché noi lavoriamo insieme a poteri pubblici, quindi il governo dello stato, la municipalità, organismi internazionali, la comunità, l’organizzazione di base. Ma io ritengo che quando uno pone come azione della sviluppo l’incontro con le persone, partendo da questa circostanza è come se questo rendesse possibile continuare ad essere lì e lavorar con loro, perché tutti i giorni si verifica che questo è veramente quello che genera lo sviluppo insieme a queste persone. Io ricordo solo che quando abbiamo iniziato uno dei nostri programmi, ci domandavamo “ma come possiamo lavorare in un’area così grande?”, “com’è possibile contribuire allo sviluppo in un’area di 4 km quadrati?”. E mi ricordo che in un incontro a Milano ormai nell’anno 2000, insieme ad alcuni amici di Milano che sono qui adesso, abbiamo detto “noi dobbiamo vedere quello che già esiste”, e quello che esisteva erano persone che si erano associate ad altre persone per contribuire allo sviluppo ma partendo dal desiderio della proprio felicità. In quest’area abbiamo censito quasi 100 organizzazioni di base. Partendo dal concetto che lo sviluppo parte dall’incontro abbiamo iniziato a incontrare queste persone, che per una concatenazione di incontro hanno incontrato altre centinaia e migliaia di persone. Quindi voglio dire che dentro la difficoltà di tutti i giorni che uno prova in un processo così complesso, io ho capito che partendo dall’ incontro come scintilla, motivo dello sviluppo, questo realmente fa vedere che vale la pena, e che realmente si aiutano le persone e che realmente aiutiamo noi stessi ad essere più felici.

ROBERTO FONTOLAN:
Bene, allora la giornata è stata intensa per tutti, io vi ringrazio, vi ricordo domani il nostro appuntamento, vorrei che accogliessimo ancora con un grande saluto i nostri amici latinoamericani. Grazie a domani sera.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

27 Agosto 2009

Ora

19:00

Edizione

2009

Luogo

Sala A4
Categoria
Testi & Contesti