L'icona immagine dell'invisibile - Meeting di Rimini

L’icona immagine dell’invisibile

 

‘Da quattro anni a questa parte a Seriate (Bergamo) è iniziata un’esperienza, spirituale ed artistica insieme, che ha coinvolto persone affascinate dalla ricchezza delle tradizioni culturali cristiano-orientali e desiderose di assimilarne il profondo contenuto di fede. Sotto la guida di Padre Igor Sendler, gli allievi hanno alternato a ore di studio teorico momenti di apprendimento tecnico, in una convivenza fondata e ritmata dalla preghiera. Essi sono stati così iniziati ad un mondo dominato da una ricchezza sovrabbondante ed al paziente lavoro di trapassare l’umano per farlo risplendere della gloria di Dio. La mostra è espressione di questo lavoro. Ma cos’è un’icona? “Se vuoi conoscere ciò che sei, non guardare quello che sei stato, ma l’icona che Dio aveva in mente nel crearti” (Evagrio il monaco). L’icona (dalla parola greca eikón che significa “immagine”) non è la semplice rappresentazione di un soggetto sacro, ma un vero “sacramentale”, cioè segno di presenza divina, “occasione di un incontro personale, nella grazia dello spirito, con Colui che essa rappresenta”. Nell’Antico Testamento, Dio aveva proibito che si facesse una sua immagine, ma venne tra gli uomini Gesù Cristo, che è “l’immagine del Dio invisibile” (Colossesi 1,15). Dopo l’incarnazione, Dio non è inaccessibile allo sguardo umano, ma è una persona reale: Gesù Cristo uomo-Dio, ed allora può essere anche rappresentato (…). L’arte bizantina muove da una visione del mondo terreno trasfigurato dalla fede e tende soprattutto a manifestare quello divino. Solo la tradizione della Chiesa può, col suo autorevole magistero, garantire la verità di tale trasformazione mediante il linguaggio dell’arte. E l’artista, nell’accettare la sua dipendenza dalla storia e dalla vita del popolo di Dio, di cui fa parte, è consapevole di aver contemporaneamente ricevuto un dono e una vocazione: quella di annunciare, attraverso l’opera umile delle sue mani, la gloria del Signore. La Chiesa d’Oriente ha sempre considerato i pittori di icone come portatori di una particolare missione ecclesiale. Un tempo erano in gran parte monaci, ma in ogni caso il loro posto era a metà fra i servitori del santuario ed i semplici laici: ad essi venivano richieste pazienza, disposizione d’animo ed eccellenti qualità tecniche. Ancora oggi, per compiere il suo ruolo di interprete della rivelazione di Dio, all’iconografo sono richieste ascesi e virtù; egli deve evitare ogni distrazione, pregare ed essere paziente. In tal modo lo Spirito parlerà attraverso di lui. Il pittore costruisce l’icona, la fabbrica, attento all’insegnamento della Chiesa. Struttura materiale, colori, fondo d’oro, ecc., erano predestinati ad una estetica chiarita e formulata dalla fede. Si è detto predestinati ad un’estetica, non costretti nell’ambito dei moduli: questo è fondamentale per la comprensione dell’icona. Non una gerarchia in contrasto con il popolo, ma una comunione di fede formulava gli ambiti e le modalità di un’arte che doveva raffigurare il divino. I canoni di costruzione non erano schemi imposti necessariamente, ma espedienti, mezzi che ogni volta bisognava reinventare, alla luce della convinzione del fine (…). E’ importante sottolineare che la costruzione delle icone non è un canto solitario. Una sorta di lavoro di équipe caratterizza la produzione delle icone. Anche quando lavora da solo, il pittore d’icone è calato nella collegialità del lavoro, ma più spesso i lavori vengono suddivisi e varie mani collaborano; alla più esperta, sono assegnati i particolari salienti, alle meno esperte quelle dai quali non dipende l’esito artistico.’

Data

21 Agosto 1982

Edizione

1982