LE ECCELLENZE IN ITALIA

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Stefano Berni, direttore generale Consorzio Grana Padano; Gianmaria Bettoni, presidente Impresa Persona Agroalimentare; Giorgia Favaro, amministratore delegato McDonald’s Italia; Massimiliano Giansanti, presidente Confagricoltura; Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste; Bruno Piraccini, presidente Orogel. Modera Giuseppe Vaira, viticoltore G.D. Vajra – Barolo

Il comparto agroalimentare italiano si confronta per delineare strategie condivise di sviluppo e valorizzazione delle eccellenze nazionali. Dal campo alla tavola, passando per la trasformazione e la distribuzione, il panel illustrerà le dinamiche di un settore pilastro dell’economia e dell’identità culturale del nostro paese. Nel dialogo con il Ministro dell’Agricoltura si discuterà delle politiche necessarie per sostenere la competitività internazionale, la sostenibilità ambientale e l’innovazione tecnologica delle filiere produttive. Particolare attenzione sarà dedicata alle sinergie tra tradizione e modernità, con uno sguardo alle nuove sfide globali, tra cui i dazi, che richiedono risposte coordinate tra operatori privati e decisori pubblici. In linea con il tema del Meeting che invita a edificare con rinnovata visione nei territori da ripensare, come si vuole costruire il futuro dell’eccellenza alimentare italiana?

Con il sostegno di Unioncamere, Orogel
Con il contributo di Philip Morris Italia

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GIUSEPPE VAIRA

Buonasera a tutti, grazie per essere qui. Ringraziamo di cuore i nostri ospiti. L’incontro di stasera prosegue il dialogo iniziato dal Meeting e dalla Compagnia delle Opere con il Ministro Lollobrigida. Lo ringrazio particolarmente per il sacrificio di venire in presenza oggi e con gli attori dell’agroalimentare italiano. Dopo aver affrontato i temi della sicurezza e della cooperazione in ambito alimentare, poi della sostenibilità, quest’anno desideriamo approfondire il tema dell’eccellenza. L’agroalimentare è sicuramente un’eccellenza italiana, un’eccellenza che si esprime attraverso migliaia di protagonisti, si declina secondo le specificità di ogni azienda, prodotto, settore e territorio, e che produce non solo alimentazione, ma anche occasioni di lavoro. Un lavoro faticoso, ma bellissimo, perché fa toccare con mano ciò per cui si fatica e si suda: salute, cultura, turismo qualificato e gusto per la vita, in una parola, civiltà. L’etimologia di eccellere, o il significato etimologico, è di spingere fuori, distinguersi, superare. È un’azione, è un dinamismo. La tutela è assolutamente fondamentale, ma da sola non basta. Come nasce allora l’eccellenza? Quali condizioni ne permettono lo sviluppo? Perché è vitale sostenerla? E cosa c’entra fare eccellenza con il tema del Meeting di quest’anno? Come contribuisce, cioè a costruire nei deserti del presente? Ci faremo aiutare in questo percorso da alcuni autorevoli protagonisti. Li presento brevemente, poi vi chiedo un applauso per accoglierli. A loro chiederemo l’esperienza e i passi che stanno compiendo. Anzitutto, il Signor Ministro Francesco Lollobrigida, Ministro dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste. La Dottoressa Giorgia Favaro, amministratrice delegata di McDonald’s Italia. Gianmaria Bettoni, Presidente di IPAgro, Impresa Persona Agroalimentare. Bruno Piraccini, Presidente di Orogel. Stefano Berni, Direttore Generale Consorzio Grana Padano, grande amico del Meeting, e Massimiliano Gian Santi, Presidente di Confagricoltura. Benvenuti. Partiamo con la Dottoressa Favaro. McDonald’s è una multinazionale e il marchio di fast food più noto al mondo. Lei ne guida la divisione italiana nella patria dello slow food, dell’EDOP. Che cosa vuol dire promuovere l’eccellenza in McDonald’s? Come il suo lavoro e la sua azienda sono influenzate da questo contesto dell’italianità, è stato interessante quello che mi accennava prima, e come il dialogo con il Ministero, con i consorzi, sta generando operazioni e risultati virtuosi. Benvenuta.

GIORGIA FAVARO

Buonasera a tutti e grazie per la domanda. È sicuramente importante fare un inciso. Si dice cosa c’entra McDonald’s, un marchio globale con l’eccellenza italiana. Ebbene, io ci tengo a far sapere a tutti che una delle peculiarità di McDonald’s è quella di essere fortemente radicata nel territorio. Noi operiamo in Italia con oltre 160 imprenditori locali che gestiscono il 90% dei nostri ristoranti e abbiamo la maggioranza dei nostri fornitori che sono italiani. Noi lo chiamiamo lo sgabello a tre gambe, che è fatto appunto dall’azienda, dai nostri imprenditori, i nostri licenziatari, e dai nostri partner o fornitori. È per questo che ci teniamo ad essere parte, perché partecipiamo di fatto alla creazione del valore nel nostro Paese, proprio perché lavoriamo nel territorio e i nostri imprenditori sono fortemente radicati e attenti a quelle che sono le esigenze del territorio. In particolare, ormai da diversi anni, abbiamo instaurato un rapporto molto stretto con la filiera agroalimentare italiana. La maggior parte, come ho detto prima, dei nostri fornitori è italiana. Vi faccio solo qualche esempio. Il caffè è di Ottolina a Milano, il pollo e le uova sono di Amadori, la carne è di Inalca, il bacon e la pancetta di Fratelli Beretta, le arance sono di Oranfrizer, l’insalata è di Sav, ortofrutta. Abbiamo tutta una serie di fornitori locali proprio perché per noi scegliere fornitori locali significa scegliere qualità, affidabilità, ma anche sostenibilità. È chiaro che una filiera corta è una filiera che ti consente molta efficienza e soprattutto ci dà l’opportunità di continuare a mantenere fede a quella che è la nostra promessa, perché noi offriamo un pasto accessibile a tutti in un ambiente sereno in modo che tutte le famiglie possano trovare un pasto accessibile sempre nei nostri ristoranti. E indubbiamente il percorso che abbiamo fatto in questi anni è stato possibile grazie a collaborazioni importanti. Indubbiamente una delle collaborazioni più importanti è quella con Origin e Fondazione Qualivita che ci ha messo in contatto con, ad esempio, i consorzi di tutela D.O.P. e I.G.P. Qui ne abbiamo un rappresentante con il Grana Padano che parlerà dopo e questo ha coniugato un paio di cose. Innanzitutto sappiamo che il cliente italiano è molto attento alla qualità e noi abbiamo voluto adattare la nostra offerta di prodotti alle esigenze del cliente italiano e quindi fornire nel nostro menu delle innovazioni, delle novità che parlino un po’ con la nostra cultura. Quindi indubbiamente in questi ultimi anni siamo riusciti a valorizzare nelle ricette dei nostri panini ben 24 DOP e IGP e tutti gli anni cerchiamo di proporre delle ricette che diano spazio anche a delle eccellenze territoriali. Qualcuno di voi l’aveva vista, la cipolla di Tropea, la pera delle miglia romane IGP, che sono un modo per far conoscere questi prodotti al pubblico più giovane, perché da sempre noi siamo una meta privilegiata non solo delle famiglie, ma anche dei ragazzi più giovani che in questo modo hanno modo di provare dei prodotti in un prodotto che è il panino che è molto affine. Dall’altro lato devo dire, come ho menzionato prima, che i nostri licenziatari nel territorio sono molto in ascolto delle esigenze e centralmente, insieme a loro, cerchiamo anche di collaborare, ad esempio, con il Ministero dell’Agricoltura. Negli ultimi anni siamo state anche in ascolto e siamo consapevoli che la nostra scala, la nostra grandezza, ci consente di avere un impatto molto importante su certe filiere, quindi proprio dal dialogo che ha avvenuto anche con il Ministro, un paio di anni fa, per esempio, abbiamo deciso di introdurre il pomodoro di Pachino IGP nelle nostre insalate, consapevoli che era un periodo particolarmente critico per quel prodotto e per una fortissima concorrenza estera e questo ha dato un nuovo slancio da un lato al consorzio e dall’altro a noi che comunque offriamo delle insalate con dei pomodori di eccellente qualità. Un altro esempio, lo abbiamo menzionato prima, è quello della pera dell’Emilia-Romagna IGP, anche in questo caso, a causa delle alluvioni, sicuramente la qualità del prodotto non consentiva di essere utilizzata appieno. Abbiamo introdotto in una delle nostre salse, riuscendo a utilizzare un prodotto che non aveva un certo tipo di mercato e queste iniziative da un lato portano novità per i nostri clienti, dall’altro ci consentono di contribuire per quello che possiamo a quella che è la crescita di alcune eccellenze locali. Continuiamo in questo senso, nel senso che abbiamo in cantiere altri progetti perché poi devo dire che il dialogo e l’apertura è la cosa che ci caratterizza come sistema e avendo molti imprenditori nel territorio, ma anche avendo la possibilità di confrontarci con diversi Ministeri, raccogliamo e siamo attenti a questo punto di vista perché sentiamo la responsabilità dell’impatto che abbiamo nel Paese. Tutti gli anni investiamo oltre 400 milioni di euro nell’agroalimentare italiano e devo dire che puntare sulla qualità per noi rimane una priorità. Quindi continueremo a crescere, adesso abbiamo oltre 770 ristoranti nel Paese Italia, continueremo ad investire perché continuiamo ad aprire e ad ammodernare i nostri ristoranti. Il nostro sistema vuole aiutare il Paese e come attestato dagli ultimi studi di Altesis, le nostre nuove aperture dello scorso anno, 51 nuovi ristoranti, hanno portato un valore condiviso di 164 milioni di euro, pari all’1% della crescita del PIL di quest’anno. Quindi pensiamo che sia un contributo importante. Sentiamo di poter contribuire a questo Paese con le persone che sono italiane, imprenditori che sono italiani e fornitori che sono italiani.

GIUSEPPE VAIRA

Grazie. Due brevi battute, ma colpito il vostro slogan, una luce in mezzo alla strada. Lei adesso parlava dei giovani, dei giovanissimi che possono anche aprirsi a questa eccellenza, a questa scoperta del gusto conoscendo le nostre eccellenze sulla vostra tavola. Qual è anche il senso di essere una luce in mezzo alla strada, se ci può spiegare questo slogan? E poi, sperando di non far arrabbiare i suoi colleghi delle altre nazioni europee, ci ha raccontato qual è il feedback dei clienti internazionali che vengono e mangiano in un McDonald’s italiano.

GIORGIA FAVARO

I nostri ristoranti sono aperti molto presto la mattina, fino a tardi, quindi sono una luce molte volte. Alcuni ristoranti nei fine settimana sono aperti 24 ore e sono un posto anche di ritrovo sia per chi va a lavorare molto presto, fa i turni di notte, che per i ragazzi che tirano tardi in una zona come questa, dove, voglio dire, si sa che questa è la patria, Rimini, del divertimento. Da questo punto di vista noi offriamo un servizio disponibile anche a ore tarde e molte volte siamo anche una luce di sicurezza in certe aree dove è importante sapere che c’è un posto sicuro dove si può prendersi un caffè o prendere qualcosa quando si è stanchi durante il viaggio. Dall’altro punto di vista, come parlavamo di qualità, noi guardiamo molte recensioni dei clienti. Sapete che l’Italia è un Paese che ospita molti turisti e indubbiamente quello che notano i turisti stranieri è che la qualità dei prodotti McDonald’s in Italia è sicuramente di un altro livello e questo è dato proprio dalla materia prima che fa la differenza.

GIUSEPPE VAIRA

Grazie, grazie. Passiamo ora la parola a Gianmaria Bettoni, imprenditore agricolo, Presidente del Caseificio Torre Pallavicina e dell’Associazione Impresa Persona Agroalimentare. Gianmaria, l’eccellenza nasce sempre da uno slancio vitale, per riprendere le parole del tema del Meeting di quest’anno. Allora ti chiedo da cosa, anzi da chi, nasce l’eccellenza.

GIANMARIA BETTONI

Grazie, prima di tutto buonasera a tutti. Un ringraziamento al Meeting per l’invito a partecipare a questo incontro, un ringraziamento che faccio anche a nome e per conto delle tante imprese che fanno riferimento alla nostra associazione Impresa Persona Agroalimentare, che peraltro ha una caratteristica: un’associazione che rappresenta tutte le filiere verticalmente, quindi dalle filiere vegetali alle filiere zootecniche e rappresenta i vari anelli della filiera anche dal punto di vista orizzontale, quindi dalla produzione alla trasformazione, alla distribuzione fino alle aziende che forniscono servizi all’agroalimentare. Questo è importante perché è un punto di vista interessante, nel cui interno si vengono a confrontare a volte delle esigenze e degli interessi che possono essere convergenti e contrastanti. Venendo però alla domanda che mi è stata posta, quando noi pensiamo all’eccellenza dell’agroalimentare italiano, facciamo riferimento in primo luogo immediatamente ai prodotti, i prodotti che rappresentano il Made in Italy nel mondo, quei prodotti che tutto il mondo ci invidia, prodotti che creano valore per i nostri territori – 70 miliardi di valore dell’export agroalimentare italiano del 2024 è tanta roba – un valore che è diffuso tra i territori ed è diffuso anche tra le aziende, perché la base dell’eccellenza agroalimentare italiana è fatta dalle piccole e medie imprese. C’è però una questione che tu mi hai chiesto: dove nasce l’eccellenza? C’è però qualcosa che viene prima. I prodotti eccellenti dell’agroalimentare italiano sono il frutto, l’esito di un’eccellenza che viene prima dei prodotti ed è l’eccellenza degli agricoltori e degli imprenditori agricoli del nostro settore. Questo è un punto importante ed è una delle vocazioni della nostra associazione. Il fulcro, il fattore generativo dell’eccellenza è sempre la persona, quindi la centralità della persona come fattore che crea eccellenza. Questo della persona è la questione che trasversalmente caratterizza tutte le filiere e tutta la storia dell’agroalimentare italiano. C’è però un altro aspetto che vorrei sottolineare. Ognuno di noi ha una tendenza naturale, tu dicevi prima eccellere vuol dire andare oltre. Ciascuno di noi trova una soddisfazione quando va oltre, quando fa qualcosa di buono, quando riesce a rispondere a un bisogno in maniera più intelligente, quando riesce quindi a creare un’eccellenza. Quindi c’è un’attitudine naturale della persona ad eccellere. In realtà, però, questa attitudine, finché diventi un metodo di approccio al lavoro, è necessario che sia continuamente sostenuta e continuamente educata. Sostenuta perché raggiungere l’eccellenza, mantenerla, richiede una laboriosità, un’operatività, una capacità di sacrificio, quindi una grande passione. Mi ricordo l’anno scorso qua al Meeting, il poeta Davide Rondone disse: “Avere grande passione vuol dire avere grande disponibilità al sacrificio”. Poi deve essere educata, perché nella misura in cui c’è questa attitudine o tendenza naturale della persona ad eccellere, questa tendenza naturale è anche una tendenza a corrompersi. L’uomo non mantiene questo desiderio, questo desiderio si corrompe, quindi ha bisogno di essere educata, cioè tirata fuori in qualche modo, ha bisogno di rapporti, di relazioni che evochino l’eccellenza. Ecco quindi che accanto alla persona è necessario creare degli ambiti che sostengano ed educhino l’imprenditore all’eccellenza. È quello che cerchiamo di fare dentro la nostra associazione. D’altronde la storia dell’agroalimentare italiano è fatta di relazioni, è fatta di territori che sono in grado di generare personalità, un protagonismo dell’imprenditore. Pensiamo ad esempio le DOP o le IGP, cioè quelli che sono i prodotti legati al territorio: qual è l’elemento che lega questi prodotti al territorio? Sicuramente i fattori naturali, un certo tipo di clima, un certo tipo di caratteristica del terreno, ma soprattutto il fattore umano, cioè gli imprenditori di quel territorio, nati e cresciuti in quel territorio, educati dalla comunità che vive in quel territorio. Oppure pensiamo, andando più indietro nel tempo, all’esperienza monastica. I Monaci Benedettini sono stati i più grandi creatori di eccellenza nell’agroalimentare.  Avevano a disposizione le materie prime che anche altri avevano a disposizione, però mentre per altri erano semplici materie prime, per loro sono diventati ingredienti di prodotti nuovi. Chiaramente erano inconsapevoli, creatori di eccellenza inconsapevoli, il loro scopo non era quello di creare eccellenza, ma era un’esperienza che vivevano dentro il monastero. Quindi, una vita orientata al compimento di sé dentro la fedeltà alla regola, dentro tutto quello che significa vivere in un monastero, li rendeva più capaci, più attenti alla realtà e soprattutto in grado di cogliere il problema non come un’opportunità. Impresa Persona Agroalimentare ha proprio questa caratteristica, quella di aiutare chi nel nostro settore vuole mantenere una cultura dell’eccellenza, mettendo al centro la persona. Lo facciamo lavorando su due pilastri essenziali. Il primo pilastro è quello della conoscenza, perché la conoscenza è importante. Non è soltanto conoscenza di capacità tecnica, quindi di competenza, ma soprattutto una capacità, un’umiltà di stare di fronte alla realtà, al dato. Mi colpiva molto l’esperienza del più grande innovatore, creatore di eccellenza italiano, che è Michele Ferrero, il quale sottometteva continuamente i suoi prodotti al giudizio del consumatore, peraltro invertendo il paradigma non dal campo alla tavola, ma dalla tavola, cioè dal consumatore al campo. Quindi conoscenza, questa capacità di stare di fronte alla sfida della realtà cercando di porsi delle domande, contro la lamentela. L’altro aspetto è la speranza, perché alimentare la speranza vuol dire alimentare quello che dicevi tu prima, uno slancio vitale, quindi una capacità di non fermarsi al dato, ma di riuscire a mettersi in moto, ad intraprendere. Quindi alimentare la speranza vuol dire alimentare l’intrapresa, alimentare anche l’attitudine al rischio, che è una delle questioni fondamentali. Quando il Professor Zamagni dice che oggi in Italia c’è un problema di basso tasso di imprenditorialità, il rischio è perché? Perché tra le tante questioni sicuramente c’è anche una paura a rischiare, c’è una paura a mettere in comune, a mettere a frutto il proprio talento. Se mi lasci ancora un minuto, volevo…Volevo farvi vedere alcune immagini che vogliono essere evocative di cosa significa costruire l’eccellenza. Immagini di persone, di prodotti, di ambienti che generano un contagio. Nella nostra associazione vogliamo creare questo contagio positivo. Quello che abbiamo visto prima è Nicola Tagliaferri, un ragazzo delle valli bergamasche, appassionato di zootecnia. Si è reso conto che per dare un futuro alla propria azienda, Razza Bruna Alpina, deve dare valore al proprio latte. Quindi si è impegnato in un percorso di eccellenza, di diversificazione della sua produzione. Siccome le produzioni casearie non davano valore sufficiente alla sua azienda, ha iniziato a produrre gelato, ma l’ha fatto in maniera meticolosa, approfondendo l’alimentazione, vedendo le caratteristiche del latte, vedendo di legare le caratteristiche del gelato alle caratteristiche della materia prima. Oggi gestisce quattro punti vendita, quattro bellissimi punti vendita in quattro località turistiche dell’Arco Alpino. Questa è un’altra esperienza, un’esperienza Agricolt Brandoni, siamo nelle Marche. È un esempio di eccellenza non solo nel prodotto, ma anche nel processo produttivo. Anche qua due giovani, la terza generazione, Alessandro e Elisabetta, un’azienda che è un riferimento per gli imprenditori agricoli italiani in termini di capacità di controllo di gestione, diversificazione produttiva. Nel 2008 la prima serra fotovoltaica, l’innovazione del prodotto, un nuovo tipo di innesto che permette delle performance migliori e soprattutto l’utilizzo della tecnologia al massimo livello, dall’informatica in agricoltura, la possibilità di ottenere produzioni ottimizzando l’utilizzo delle risorse naturali. Questa è un’altra esperienza, quella ragazza, ormai signora, perché si è sposata, è una nostra associata, Eli Rosa Bajotta, con il padre Nicola Bajotta. Ha preso in mano l’azienda. Nicola è il fondatore. Siamo nella piana di Sibari in Calabria, un’azienda di 500 ettari. Questo è il luogo in cui lavorano. Diversificazione, produzione di energia da pannelli fotovoltaici, strutture ricettive, uno degli agriturismi più belli del Sud Italia. E Rosa mi diceva: “Voglio creare un’azienda che produce quantità, qualità, ma soprattutto che sia un luogo bello per chi ci lavora, per chi ci vive, per chi viene a visitarci”. Questa è l’ultima esperienza che voglio farvi vedere. Il nostro collega e imprenditore è Gino Agosta, siamo a Ispica in Sicilia, il quale ha avuto un’intuizione che per lui è diventata un desiderio e poi addirittura una missione, quella di riprendere una vecchia ricetta della tradizione siciliana, la ciappa di pomodoro, pomodori essiccati al sole. Una vecchia ricetta che lui ha riproposto, quindi coltivazione di pomodori di agricoltura biologica, essiccazione naturale e un prodotto che oggi viene venduto in tutto il mondo. Questo è l’esempio di un’eccellenza a cui ci educhiamo dentro la nostra associazione.

GIUSEPPE VAIRA

Abbiamo iniziato questo percorso parlando di un ambito, di un contesto dove fiorisce l’eccellenza. Di qua il racconto di chi la fa fiorire, di questa anima che va sempre rinnovata. Vi presento il Presidente Bruno Piraccini, fondatore e Presidente di Orogel, una bellissima storia di eccellenza. E proprio a lui abbiamo chiesto se poteva raccontarci come ha iniziato e quali scelte ha compiuto per puntare all’eccellenza. Che cosa gli ha permesso di non arrendersi di fronte alle sfide? E oggi a un giovane, come quelli che abbiamo visto nelle foto pochi secondi fa, che consigli si sentirebbe di dare se ci fosse un giovane che ha un’intuizione, un sogno, ovviamente ben radicato, ma sente tutta la vertigine di iniziare un’impresa nuova?

BRUNO PIRACCINI

Grazie, intanto saluto tutti. Volevo, rispondendo alla domanda, rappresentare brevemente perché è nata questa realtà, perché è nata Orogel. Noi siamo nati ormai 60 anni fa con il discorso dell’ortofrutta fresca, il problema della deperibilità dei prodotti che creavano eccedenze con gravi danni anche per il produttore. Ci siamo posti quindi il problema, insieme ai nostri agricoltori che si sono riuniti da prima a poche unità, poi via via sempre increscendo, su come affrontare il tema della deperibilità. Di qui poi sono venuti fuori i legami con le necessità dell’agricoltura, si collegano anche con la mutazione in corso nella società, nelle abitudini dei consumatori, nell’organizzazione sociale che cambia. E di qui quindi, con gli astronauti che avevano bisogno di cibi che si conservavano nel tempo, abbiamo pensato che la liofilizzazione da prima e la surgelazione potevano essere un metodo molto adeguato per far sì che si potesse protrarre nel tempo la conservazione e la conservazione con tutti i poteri nutrizionali. Di qui è venuta fuori la gradualità, la crescita costante della nostra attività. Siamo presenti oggi in Romagna, ma anche in Veneto e in Basilicata. Stiamo facendo la nostra attività surgelando i prodotti, gli ortaggi in particolare, proprio nelle zone vicine alla produzione perché i tempi sono importanti. Più i tempi della raccolta rispetto ai tempi della surgelazione sono brevi, più viene salvaguardato il potere nutrizionale del prodotto e la sua qualità. In tutti questi anni abbiamo fatto una crescita costante, graduale, sempre con risorse autoprodotte. Abbiamo ingigantito continuamente le strutture e soprattutto abbiamo impostato la nostra attività sull’innovazione e sulla tecnologia. Negli ultimi cinque anni noi abbiamo investito circa 300 milioni di euro, alcuni dei quali anche finanziati dal PNR, quindi ringraziamo anche il Ministero per queste possibilità, ma abbiamo veramente fatto un salto enorme per far sì che l’azienda sia moderna, sia adeguata dal punto di vista tecnologico, che la logistica sia intelligente, sia in grado di fare un servizio anche alla distribuzione garantendo la freschezza e la salubrità dei prodotti. Ma oggi abbiamo un problema ancora più importante, che è quello di essere molto più vicini ai nostri agricoltori, perché i nostri soci, i nostri agricoltori, l’agricoltura in generale ha di fronte dei problemi molto importanti che sono quelli della mancanza di manodopera, che sono quelli dei ricambi generazionali talvolta, sono quelli della mancanza di risorse naturali come l’acqua in certe circostanze o degli eventi climatici così avversi che hanno compromesso spesso le coltivazioni. Quindi il nostro obiettivo oggi è quello di sfidare le difficoltà che ci sono di fronte, proprio passando a studiare, innovare, finanziare, assistere i nostri agricoltori perché l’agricoltura si modernizzi, perché ci sia la tecnologia anche nelle operazioni culturali, perché ci siano i monitoraggi collegati con il centro in modo da poter risparmiare nei consumi energetici di acqua, ma anche attenti a mantenere sane le produzioni. Un lavoro enorme che ci siamo imposti di portare avanti perché siamo convinti che si diventa eccellenza cercando giorno per giorno di far bene le cose nei piccoli particolari, far bene le piccole cose giorno per giorno, avendo un obiettivo, avendo una finalità che per noi produttori è quella di assecondare le esigenze del consumatore, che oggi vuole qualità, vuole salubrità e vuole continuità nella fornitura. Ed è per questo che per essere eccellenti, noi come Orogel, deve essere eccellente tutta la filiera: la filiera produttiva, la filiera della logistica, la filiera della distribuzione e anche i rapporti con la grande distribuzione devono essere rapporti e sono già buoni, dobbiamo migliorarli sempre di più per far sì che tutto questo sforzo ripartisca le risorse in modo omogeneo e nello stesso tempo assicuri al consumatore di avere l’economicità massima possibile, perché siano alla portata della spesa e nello stesso tempo che possano portare a casa prodotti che in qualche modo assecondino quelle che sono le nuove esigenze familiari. C’è un problema anche di esportazione, noi la facciamo in modo molto limitato perché il nostro Paese è carente di produzione orticola, i prodotti italiani non sono sufficienti ad alimentare i consumi italiani, quindi c’è spazio per la crescita, una crescita che dà dei redditi garantiti ai produttori che li assecondano e per questo abbiamo fatto anche dei fondi interni di sostegno laddove ci sono le calamità, interveniamo con i nostri fondi per assicurare comunque un reddito al nostro agricoltore. Quindi direi che dobbiamo continuare su questa strada, gli investimenti sempre in prima linea e di fronte a noi il consumatore che è quello per cui vale la pena investire, lavorare, soffrire e trovare anche le soddisfazioni di tutti i protagonisti della filiera.

GIUSEPPE VAIRA

Presidente, cosa è per lei la cultura del noi? E perché fin da quando ha iniziato parlava di un noi?

BRUNO PIRACCINI

Sì, fin dall’inizio noi siamo nati così, col fatto che un’iniziativa come la nostra, oltretutto che investe tanta gente, tanti produttori, coinvolgerli, favorire la coesione e far partecipare tutti alle decisioni, tutti un ruolo. Tutti sono dei piccoli imprenditori, dal primo agricoltore fino al dipendente. Per noi la cultura che stiamo continuando a diffondere, ma anche a difendere, perché ci sono le nuove generazioni che devono incamerare questi valori, è la possibilità che un’azienda, tanto più la nostra, che ha carattere cooperativo, abbia il concetto che tutto quello che facciamo, anche se fatto da una singola persona, è frutto della collaborazione del lavoro di tanti. E quindi tanti si devono sentire impegnati, devono avere alle soddisfazioni dei risultati conseguiti anche i risultati. Questo è un punto fondamentale che fa sì che la cultura del noi è una cultura vincente e sono contento che anche la CDO, che ha fatto nello stand, ha fatto un bel percorso per parlare del lavoro e per chi si lavora e per come si lavora. Credo che la cultura del noi farebbe bene non solo alle aziende come le nostre, ma farebbe bene a tante aziende e anche al mondo in generale, al mondo politico, perché ci dobbiamo sentire tutti in qualche modo vicini ai bisogni del nostro Paese e solo così cresciamo insieme.

GIUSEPPE VAIRA

Grazie. Credo che Presidente Stefano Berni, qua abbiamo bisogno di poche presentazioni. Un grandissimo amico del Meeting. Lo scorso anno ci ha deliziato raccontando quella che è la storia millenaria del Grana Padano. Si è partiti dal desiderio di non sprecare la sovrapproduzione del latte estiva a fronte di una carenza invernale. Chi non l’avesse seguito, vada a cercarlo sul sito del Meeting. Quest’anno le chiediamo di aiutarci ad affrontare questi temi. Forse non tutti saprete, ma il Grana Padano è soggetto a dazi negli USA da 40 anni circa. Allora la vostra è una storia che è una testimonianza di cosa vuol dire che produrre eccellenza aiuta ad affrontare e a superare la crisi. E se ci racconta come fare un prodotto eccellente ha aiutato ad affrontare anche un momento, una contingenza faticosa. E in secondo luogo, come siete riusciti a fare squadra superando le inevitabili diversità che coesistono all’interno di un consorzio. Grazie.

STEFANO BERNI

Quella storia che dicevi prima era nata nel 1134 all’Abbazia di Caravaggio. Primo esempio nella storia di lotta allo spreco. Lì è nato il Grana Padano grazie ai monaci cistercensi che poi hanno divulgato a tutti questa esperienza. I dazi, i formaggi duri DOP italiani, in particolare il Grana Padano e il Parmigiano Reggiano. È 50 anni che pagano il 15% di dazio, o meglio, il 15% sulle licenze che sono diritti di importazione, è un costo fisso che oggi è attorno ai 2,22 euro, non dollari, e 20 al chilo per la parte fuori licenza. Fatto 100, oggi fuori licenza sta attorno al 35. Quando sono nati le prime avvisaglie di dazi eravamo molto preoccupati, perché il nostro timore, che in certi casi sfiorava il terrore, era che si aggiungessero tutti i dazi che venivano minacciati e annunciati da Trump. E proprio perché noi partivamo rispetto a tanti altri svantaggiati, con un dazio già digerito del 15%, ma che comunque appesantiva il consumatore americano, perché alla fine non dimentichiamo mai che il dazio lo paga il consumatore finale. In questo caso, lo avrebbe pagato e lo sta pagando il consumatore americano. Quindi eravamo molto preoccupati che ci fosse questa aggiunta e vi faccio un esempio. Noi in realtà abbiamo funzionato con il 25% qualche mese. A maggio, con il 25%, cioè 15% storico più 10%, che era la metà del 20% minacciato da Trump. Poi quando Trump disse: “Vabbè, grazie anche alla nostra Premier, ve lo do la metà, il 10%”, noi avevamo il 25%. Le esportazioni negli Stati Uniti di Grana Padano più Parmigiano Reggiano a maggio sono calate del 30%, a fronte di una vigenza del dazio del 25. Non era solo questo il motivo, veniva dopo l’aprile con la Pasqua dentro dove aveva spinto molto e si confrontava con un anno precedente dove la Pasqua era a marzo, però è successo questo. Dopodiché alla fine questa preoccupazione si è trasformata in rassicurazione e io ringrazio il Ministro Lollobrigida, ringrazio il Commissario Fitto e soprattutto la Premier Meloni perché sono riusciti a condurre una battaglia che ha alleggerito molto e nel caso del Grana Padano e del Parmigiano Reggiano ha alleggerito pressoché tutto perché tanto avevamo tanto abbiamo e quindi in realtà è solo sulla parte fuori quota un piccolo appesantimento, ma insomma il risultato è stato molto migliore rispetto ai timori e alle aspettative e quindi grazie ancora alla politica italiana, alle associazioni Presidente Gian Santi, con Faricoltura, quindi con Cooperativa, Coldiretti, che ci hanno aiutato, ma questa politica, ci ha coperto una parte importante e non tutta. Noi abbiamo degli amici, parlo del prosciutto di Parma, per cui gli Stati Uniti un mercato importante dove dovremmo tutti insieme aiutarli, proprio perché noi, fortunati, se così verrà confermato da un dazio temuto che in realtà non è arrivato, dovremmo dare una mano a chi invece con il prosciutto era zero ed è arrivato il 15% di colpo. La storia dei dazi si combatte con la politica, si combatte con gli accordi, si combatte con la qualità. Prima dicevo, il dazio pesa, in questo caso, il cittadino americano che comunque continua a comprare. Se fosse aumentato, forse un po’ meno, ma avrebbe continuato a comprare Parmigiano Reggiano e Grana Padano e gli altri prodotti italiani. Per quanto riguarda invece il secondo spunto, come si sta riuscendo all’interno del sistema Grana Padano a tenere insieme tante esperienze diverse: non è difficile. Basta avere un progetto comune condiviso come abbiamo noi. Non dimentichiamo mai che siamo il prodotto DOP più esportato e quindi più consumato in Italia e nel mondo. A maggio il 53% della produzione di Grana Padano è stata esportata. Parlo di maggio perché i dati Istat sono sempre abbastanza indietro. E poi la remunerazione del latte, quello da Silomais e chi sa di zootecnia, capisce cosa voglio dire, la Grana Padano è la più alta che c’è nella UE e probabilmente non solo nella UE, anche fuori. Quindi avere dei progetti comuni che ti portano dei risultati positivi valorizzando le eccellenze, ormai avendo un export che sta trascinando tantissimo la produzione e l’andamento del nostro mercato, è un elemento che consente a tutti quelli che producono e commercializzano Grana Padano di andare d’accordo finché si riesce a fare le cose bene, finché si riesce a fare business, finché si riesce a pagare bene il latte, a pagare bene il trasformatore del latte e vedere che c’è il mondo che ci apprezza così tanto. Allora non è difficile andare insieme, anche se le esperienze sono diverse. Vi do l’ultimo spunto, Osaka. Molti di voi sapranno, credo tutti, che è in corso l’Expo di Osaka. Il Padiglione Italia, non solo per le eccellenze agroalimentari, è nettissimamente il padiglione più visitato, come spesso dice anche il Ministro Lollobrigida, di tutto l’Expo. Allora, non solo per le eccellenze agroalimentari, ma buona parte ce l’hanno anche le eccellenze agroalimentari italiane, che in Giappone sono amatissime.

GIUSEPPE VAIRA

Grazie. Presidente, in parte ci ha già dato dei cenni, ma sicuramente un tema molto interessante del Consorzio Grana Padano è la presenza di tanti giovani. Che cosa accende la scintilla? Che cosa gli fa dire di sì e aderire al progetto che ha portato avanti?

STEFANO BERNI

Allo stand del Grana Padano avevamo aperto e rappresentato la storia del Trentingrana, che è una parte trentina del Grana Padano, un’eccellenza straordinaria. Si parlava di mattoni. Mattoni può voler dire due cose: vuol dire la costruzione di qualcosa di nuovo, ma può anche voler dire grossi matti. Quindi chi decide di rimanere fa parte del gruppo di mattoni, non dei grossi matti, come qualcuno mi diceva, ma di quelli che vogliono davvero costruire dei percorsi nuovi. E i giovani, che vengono dentro per fortuna sono tanti e non mancano, lo fanno per due motivi. Il primo, perché si sentono parte e protagonisti, sempre più protagonisti di un’avventura di pregio, un’avventura nuova. E il secondo, perché finalmente i giurassici come me hanno cominciato a capire che è anche il momento di dare più spazio ai giovani e nelle imprese zootecniche a casa, i giovani 30 anni, 40 anni hanno sempre più voce. E quindi, e quindi sono in grado meglio dei loro padri di guardare al futuro, di progettare, come diceva prima Gianmaria, di sperare, sperare in qualcosa di buono, in qualcosa di concreto, in qualcosa di vero. E noi abbiamo la fortuna di far parte di questo mondo dove ci sono tanti mattoni.

GIUSEPPE VAIRA

Grazie. Passiamo la parola a Massimiliano Giansanti, Presidente di Confagricoltura, Presidente degli agricoltori europei e soprattutto imprenditore agricolo con la sua famiglia, con una serie di bellissime imprese che conduce. Presidente, sviluppare l’eccellenza, anche qua è una domanda un po’ scomoda. Per costruire, sviluppare l’eccellenza richiede energia, focus, creatività. Spesso però ci troviamo a sacrificare una considerevole mole di tempo e risorse per sopperire ad alcune criticità. C’è un carico amministrativo su cui lei ha lanciato un grido di allarme qualche mese fa e questo è vero anche per i servizi. Una ricerca, la cui fonte è l’Accademia dei Georgofili, accennava a un 18,3% delle risorse PAC che viene eroso dai servizi necessari all’agricoltore per accedervi e poi il Presidente Piraccini accennava quello che è il tema del personale e quindi della competitività e dell’attrazione del personale. Allora se ci può raccontare l’impegno di Confagricoltura su questi fronti e come sostenete l’eccellenza. Grazie.

MASSIMILIANO GIANSANTI

Grazie, buonasera a tutti. Grazie al Meeting per questo bellissimo titolo, l’eccellenza in Italia, riferito poi al sistema agroindustriale. Come agricoltore sono fiero di essere parte delle eccellenze del sistema produttivo del Paese, così tanto desiderate e così tanto amate, perché no, così tanto copiate. Nella vita fa piacere essere copiati perché significa essere avanti, essere un punto di riferimento. Un punto riferimento che negli ultimi anni è cresciuto moltissimo. Io continuo sempre a dire che dieci anni fa in Expo a Milano l’Italia esportava 28 miliardi di euro, meno del Belgio. Oggi dopo dieci anni siamo a oltre 70 miliardi, una crescita esponenziale importante di un sistema dinamico, di un sistema che è cresciuto nonostante tante difficoltà, le crisi, le guerre, il cambiamento climatico. Questo è frutto ovviamente di un duro lavoro del sistema agricolo e del sistema industriale e credo che a tutti loro vada il nostro riconoscimento, il nostro grazie. Oggi il sistema agroindustriale contribuisce per 670 miliardi al PIL nazionale. Considerate, l’agricoltura di questi 670 ne rappresenta il 12%, quindi più di 70 miliardi, un settore performante, un settore che certamente vive le stagioni, come tutte le stagioni sono momenti migliori, momenti peggiori, ma comunque fatto 100 quello che una signora spende di spesa, è incredibile, all’agricoltura arriva lo 0,7 euro, che è una cifra bassissima se pensiamo nella creazione del valore. E dentro questo numero, se volete, c’è un po’ la risposta alle tante domande, la burocrazia asfissiante (certamente sì, i costi della burocrazia oggi fanno parte della perdita di valore delle imprese). Io ieri stavo negoziando ad esempio il contratto della soia; l’Europa si è dato un sistema di norme sulla deforestazione, chiediamo adesso a tutti coloro i quali importano in Europa una certificazione sulla deforestazione. Il paradosso è che le imprese agricole italiane pagheranno una certificazione della soia brasiliana o argentina per avere da loro la certificazione della deforestazione. Dovremmo pagare la roba, un dazio al contrario. Paradossalmente, come la mettiamo, la mettiamo, siamo sempre noi a dover pagare. Allora è evidente che c’è qualcosa che va ripensato. Mi aspetto da parte della Comunità Europea un forte cambiamento di rotta sui temi legati alla burocrazia e alla semplificazione. Un imprenditore agricolo italiano trascorre un terzo del suo tempo a fare carte. La mia domanda PAC è di 1.400 pagine. Voi immaginate se dovessi leggere 1.400 pagine e poi firmare? Ci metto un anno a leggerlo e poi vado a rifirmare l’anno dopo la domanda nuova. Allora è evidente che c’è qualcosa che probabilmente va immaginato in partenza, perché altrimenti vengono meno poi le basi di fiducia. Oggi un imprenditore che dedica un terzo del suo tempo a riempire carte capite che un terzo del tempo che perde per produttività, controlli in azienda, competitività dell’impresa, in un momento in cui siamo agricoltori globali, perché è finita la stagione in cui l’agricoltore del Lazio competeva con l’agricoltore umbro, oggi un agricoltore del Lazio compete con un agricoltore di qualsiasi altra parte del mondo, i prezzi sono prezzi globali. Allora dentro quella qualità, se noi vogliamo costruire modelli basati sulla qualità, sui prodotti a denominazione, che sono la forza della nostra capacità produttiva, dobbiamo correre più tempo in campagna e correre meno tempo nei nostri uffici. Ministro Lollobrigida, daremo tutto il sostegno. Qualcosa in Europa si è mosso, non fino in fondo quello che ci aspettavamo. Ci aspettiamo tanto di più. Il pacchetto semplificazioni proposto da parte del Commissario Hansen per noi italiani poco ci tocca ancora e quindi credo che vada cambiato in maniera significativa l’approccio all’impresa. Noi vogliamo passare più tempo a produrre e non a fare carte. Detto questo, il tema della manodopera è un altro tema fondamentale e importante. Come Confagricoltura, riteniamo che il tema della manodopera debba essere un tema che vada affrontato con serietà. Certamente il settore dell’agricoltura è uno di quei settori maggiormente attenzionati, non per questo se succede qualcosa, cosa che ovviamente tutti noi rifuggiamo e combattiamo, perché quando si parla di lavoro in agricoltura si pensa subito al caporalato. Questo è un errore, ci sono tante imprese, il 99% del sistema delle imprese nazionali opera rispettando le leggi e mettendo al centro la dignità del lavoro. In questo percorso dobbiamo lavorare perché il lavoro in agricoltura possa tornare ad essere attrattivo. Ancora oggi molti giovani non guardano al settore dell’agricoltura come un settore in cui trovare lavoro. Al contrario, noi abbiamo bisogno di lavoro. Se qualcuno ha un’idea di agricoltura vanga e zappa, non è più vanga e zappa. Oggi l’agricoltura è digitale, i droni che abbiamo visto prima, è tecnologia, sono sistemi di impianti di mungitura robotizzati. Quindi oggi noi abbiamo bisogno di competenze, su questo stiamo lavorando con le università. Come Confagricoltura abbiamo un rapporto strettissimo con il sistema universitario, stiamo lavorando anche con Paesi al di fuori del sistema europeo, perché poi alla fine la caratterizzazione passa anche attraverso la capacità di costruire ponti con quelle comunità che più di altri hanno bisogno di essere aiutati, e lo dico anche con forza dentro il Meeting di Rimini che da sempre costruisce ponti e costruzioni di comunità, perché a volte bisogna avere anche il coraggio di aiutare chi sta peggio di noi. Lo stiamo facendo con la Tunisia all’interno dei progetti del piano Mattei, lo stiamo facendo con l’Uzbekistan. Questo per dare risposte anche al sistema delle imprese, perché guardate, come Presidente Nazionale, è a volte scoraggiante parlare con gli imprenditori che ti dicono: “Vorrei produrre di più, ma non trovo personale”. Questo è il colmo. Allora, in un momento in cui c’è mercato e dobbiamo costruire sempre di più produzione nazionale, non possiamo fermarci perché manca manodopera. Su questo dobbiamo lavorare. Certamente il tema della manodopera è un tema complesso, complicato, un tema che a volte nasconde zone di grigio. Noi come Confagricoltura il grigio è un colore che non ci piace, a noi piacciono i colori chiari e quindi rispetto a questo siamo pronti insieme al Governo a fare quelle battaglie necessarie per dare risposta alle imprese. Da ultimo, se crediamo oggi al sistema agroindustriale che è elemento fondamentale nella strategia non più solamente produttiva, ma anche sociale e politica, perché se pensiamo a quelle immagini drammatiche che vediamo ogni sera in televisione sulla non disponibilità di cibo per tante popolazioni, beh, questo ancora di più deve far pensare quanto è necessario spingere sulla capacità produttiva. L’Italia è sicuramente un grande Paese per qualità, ma è anche il Paese, e mi fa piacere dirlo davanti al Ministro Lollobrigida, che rappresenta più del 10% oggi della superficie arabile in Europa. Quindi siamo una grande nazione, siamo un grande Paese produttore. Per me qualità e quantità vanno benissimo a braccetto insieme, quindi insieme al Governo continuare a spingere verso un percorso di crescita del sistema perché i numeri che vi ho detto sono qui a dimostrare che il settore nonostante tante difficoltà è in salute e certamente possiamo fare tanto ma tanto di più. Basta solamente crederci, i tempi sono maturi, il settore agricolo, il settore industriale è il primo comparto dell’economia del Paese, insieme credo che si possano fare grandi cose.

GIUSEPPE VAIRA

Riprendo solo una parola del Presidente Giansanti, quel “correre di più in campagna”. È un lavoro faticoso, ma per uno che sceglie l’agricoltura, una persona, uomo o donna, che sceglie l’agricoltura, correre in campagna è il motivo per cui l’abbiamo scelto, per cui per noi è motivo di gioia poterci dedicare al cuore del lavoro. Signor Ministro, grazie per la sua disponibilità a un confronto sempre costruttivo, grazie per essere qua, sappiamo che le è costato parecchi sacrifici e grazie per quanto sta facendo assieme a tutti i suoi collaboratori per il nostro comparto. La prima domanda che le pongo è questa: ha viaggiato in tutta Italia in questi tre anni, ha potuto conoscere moltissime realtà. Quando è arrivato, se posso svelare un piccolo episodio, mi ha impressionato la conoscenza del Ministro di alcuni dettagli del settore del nostro, certo ce lo aspettiamo dal Signor Ministro, ma incredibile come conosceva delle sfumature a livello millimetrico. E quindi la domanda è quali aspetti e storie l’hanno colpita maggiormente in questi viaggi, come possono rappresentare una strada e un esempio per tutto l’agroalimentare italiano e se ci racconta cosa ha fatto il suo Ministero per stare al fianco delle eccellenze. Grazie.

FRANCESCO LOLLOBRIGIDA

Grazie, intanto un saluto e un ringraziamento al Meeting perché dal 1980 rappresenta un’eccellenza in Italia, un’eccellenza emulata nella quale si dibatte, si discute, si coinvolgono tanti giovani di allora e di ora che sono rimasti uniti da un modello che è diventata anche la vetrina di apertura della stagione politica ormai da anni, nella quale si inizia a discutere di quello che dovrà avvenire, si fanno anche i conti su quello che è già avvenuto. Per questo voglio ringraziare ovviamente tutti i volontari, tutte le persone che operano all’interno del sistema fieristico di Rimini, una realtà peraltro eccezionale per tante ragioni, nella quale si svolgono anche eventi di sistema particolarmente rilevanti per mostrare quello che siamo al mondo. Un ringraziamento e un saluto alle nostre forze dell’ordine che sono qui presenti, alle quali dobbiamo garantire sempre quel rispetto che ogni tanto la macchina della comunicazione non riesce del tutto a garantire. Un saluto ai rappresentanti delle istituzioni, tanti sindaci, amministratori europei e regionali e di grandi associazioni come l’ASCI. Ho eletto Presidente La Russa, ho eletto Presidente La Russa, perché qualcuno anche lì cercando di spargere fango raccontava di nomine che invece non hanno avuto alcuna rilevanza. Un ringraziamento, un saluto a tanti imprenditori che vedo qui presenti e alla tua domanda Giuseppe Vaira, non è un giornalista, è un produttore di vino, di Barolo, l’eccellenza italiana. Una delle cose belle nella lettura della nostra Italia, che è un grande produttore di Barolo, che è stato un tuo predecessore e anche un mio, più bravo di entrambi di gran lunga, il Conte di Cavour intuì già all’epoca, quando fu Ministro dell’Agricoltura, come tutto si dovesse svolgere cercando di cambiare il paradigma legato al cibo. Il cibo non era solo nutrimento, cibo era innovazione, capacità di creare ricchezza e creare lavoro attraverso alcuni strumenti che mise in campo, immagino Cassa Depositi e Prestiti per sostenere le nostre imprese, si aprì il mercato togliendo i dazi.  Con la Francia, riuscì ad innovare e a immaginare un Ministero che fosse chiamato Ministero dell’Agricoltura, del Commercio e dell’Industria, legato alla nostra cultura nazionale, che poi quando divenne Italia Unitaria riuscì a declinarsi in una crescita esponenziale di questo settore, garantendo quell’eccellenza che certamente era garantita dalla nostra. Prima si faceva riferimento al ruolo dei monaci, alla tradizione cristiana, anche nel ruolo della persona, la persona come centro, la persona che è imprenditore, la persona che è operaio, che sta all’interno dell’azienda e la persona che consuma. Io odio il termine consumatore, lo dico con chiarezza, nel senso che noi siamo anche consumatori, ma prima di essere consumatori siamo molto altro, siamo cittadini, siamo individui, siamo persone, quelle che possono scegliere che cosa acquistare. Il consumatore mi appare sempre un soggetto passivo che assomiglia più a un frigorifero o a un televisore a cui attacchi la spina o dice che cosa deve fare. Siamo qualcosa di più all’interno di un’impresa che in Italia, meglio di altri luoghi, lega tutti quelli che vivevano all’interno e valorizzano il modello che tutti guardano con grande invidia, modello di impresa. Devo dire che se dovessi raccontare le tante esperienze che ho vissuto in questi anni, che mi hanno lasciato a occhi sgranati e con ammirazione e d’orgoglio ho potuto verificare nella loro competenza, nella loro capacità, nelle tante idee che quotidianamente avevano, non finiremmo i nostri prossimi mesi se non a parlare di questo. Mi soffermerò solamente sulle persone che stanno qui perché ognuna di loro anche nel racconto ha declinato qualcosa e la capacità che ha immesso nel proprio settore di sviluppare quella che è la qualità come centro e di capacità di portare a quel valore aggiunto che oggi ci rendono il sistema agricolo più forte d’Europa. Siamo tornati negli ultimi due anni e mezzo ad essere, lo sa Massimiliano Giansanti, la prima agricoltura europea per valore aggiunto, superando Francia e Germania. Non ci fermeremo a questi risultati. Vogliamo continuare a crescere.  A noi piacerebbe tornare, quando si parla di Italia, al 16 aprile 1991, a leggere sul Corriere della Sera in prima pagina, “quarta economia mondiale”. L’obiettivo è quello di rivedere l’Italia in tutti i settori, tornare a primeggiare, però intanto cominciamo a poter dire che oggi l’agricoltura è tornata ad essere il traino dell’economia italiana. Abbiamo un livello di crescita ben superiore alla media nazionale e anche alla media europea, 2,5% di crescita da dati Istat dello scorso anno. Abbiamo l’export che tocca i 70 miliardi, Massimiliano lo ricordava, e quindi un approccio con i mercati, un approccio positivo in cui viene riconosciuta l’Italia e il suo valore. Allora, per arrivare a valorizzare l’agricoltura, parto dall’altra parte, parto dalla distribuzione però. Faccio per esempio l’esempio di McDonald’s. McDonald’s è una grande azienda, una grande multinazionale, credo inizi la sua esperienza a metà degli anni ’50, sbarca in Italia nel 1986. Non avevo una grande simpatia per il fast food. Io ero abbastanza preoccupato, come lo erano tante realtà, Slow Food nasce nello stesso anno come reazione al modello del fast food. E McDonald’s però, essendo una grande azienda fatta di persone intelligenti, arriva a radicarsi nel mercato, avendo però una grande crisi nel 2006, se non ricordo male, di mercato proprio in Italia. Perché? Perché in Italia non è facile sviluppare un’attività di ristorazione che non si basi sulla qualità. Una crisi che poteva essere arginata e un imprenditore saggio come quello che è qui rappresentato oggi dalla Dottoressa Favaro in maniera brillante, riflette su come arginare una criticità. Per la prima volta il bilancio di McDonald’s inverte la sua tendenza e comincia ad inserire accanto alla carne italiana, che ha fin dall’assorbimento dei Burghy credo negli anni ’90, inserire prodotti di qualità italiana. Nel 2008 comincia a ricrescere nella competitività del mercato italiano. Per McDonald’s la qualità italiana è stata un buon affare e un imprenditore deve ragionare così, oltre che guardare ovviamente a tutte le pulsioni che fanno parte della nostra concezione della vita dell’uomo, la generosità, la solidarietà, però l’imprenditore deve fare business e McDonald’s ha usato la qualità italiana per affermarsi sul mercato e in questo che McDonald’s Italia in particolare ha una differenziazione a mio avviso con molte altre esperienze di fast food nel mondo che non hanno le stesse virtù e oggi io ringrazio per questo, inserisce prodotti nuovi aiutando anche filiere in difficoltà. Abbiamo avuto modo di confrontarci su questo, per esempio con l’inserimento del pomodoro Pachino, spesso le persone confondono il Pachino con il piccolo pomodoro. Il pomodoro Pachino è una particolarità, è un’eccellenza, l’hanno inserita e ha avuto due vantaggi. Uno di promuovere il prodotto in termini economici, quindi una crescita degli acquisti, ma non era quella la sfida. La sfida è far conoscere alle giovani generazioni, che spesso vanno da McDonald’s in maniera quasi naturale, i prodotti di qualità, abituarli alla qualità attraverso un luogo che frequentano in maniera abituale e poi restare su quello standard. Questa è la sfida che secondo me tutto il sistema della ristorazione, tutto il sistema HoReCa, può in termini di distribuzione garantire in termini di crescita del valore e allora arriviamo ad altre due aziende qui ben rappresentate, che peraltro hanno in comune il concetto dell’innovazione. Se il Grana Padano nasce dalla necessità di conservare i prodotti, anche Orogel nasce dallo stesso tipo di principio, ma se si riesce a far crescere il valore della distribuzione la filiera ne ha un beneficio. È quello l’obiettivo che ci dobbiamo proporre per riuscire ad evitare quella discrasia che prima veniva denunciata da Massimiliano Giansanti, che in alcuni settori non porta la giusta redditività al produttore iniziale. Partire dalla distribuzione, dare valore al prodotto, spiegare alla persona, è difficile spiegare dal consumatore, ma alla persona che consuma lo puoi spiegare, che il prezzo che paga è un prezzo giusto se quel prezzo riconosce il valore intrinseco del prodotto. Il valore intrinseco del prodotto ovviamente è dato da chi lo realizza, l’agricoltore, l’allevatore, il trasformatore che in Italia attraverso grandi regole, grandi disciplinari, una grandissima attenzione alla sicurezza del processo viene a garantire benessere alla persona che acquista. E allora l’effetto per esempio della produzione del Grana, così come di tanti altri formaggi qui ampiamente rappresentati, ha portato quando nella distribuzione si assumeva il giusto valore del prodotto riconoscibile sul mercato, a far crescere il prezzo conferito all’allevatore e quindi il prezzo del latte che i nostri grandi trasformatori realizzano e possono pagare ai produttori è molto più alto della media nazionale e della media europea, quando questo conferimento avviene garantendo però anche delle regole molto stringenti sui disciplinari di produzione e quindi garantendo alla persona anche un adeguato livello di benessere. Quindi grazie di aver tenuto alto questo livello e di avere anche un’altra chiave che è altrettanto importante, che sta nella logica del noi, in particolare quando gli imprenditori comprendono che tu non hai il tuo competitor nella stalla accanto o nell’azienda accanto. Ce l’hai in altri luoghi, nelle logiche mondiali di mercato, specie con la globalizzazione, tra virgolette, il tuo competitor, non avversario commerciale, è da un’altra parte e riuscire a fare squadra, consorziarsi, creare una promozione comune, riuscire ad efficientare il sistema ti garantisce maggiore competitività e questo è stato un impatto che ha apportato dei risultati straordinari in questi anni con una crescita esponenziale che stiamo ovviamente sostenendo con interventi di finanziamento amplissimi ed importanti sulle filiere e non finiranno qui a settembre, speriamo incrociando le dita, faremo anche di più. Oggi il prezzo del latte che viene pagato tra 0,70 e 0,80 è un risultato molto importante in questo settore, così come anche nel settore vino, altro settore strategico. Lì abbiamo avuto meno fortuna per ora con i dazi, perché loro passano da 0 a 15, ma insomma ci stiamo lavorando, non tocco in maniera ampia l’argomento. Orogel, altro settore che ho avuto modo di visitare insieme al collega e amico capogruppo Bignami. Subito dopo l’ultima alluvione in Emilia-Romagna. Rimasi molto colpito perché è lì che registri la capacità dell’imprenditore di essere attento a una logica che veda, dal primo all’ultimo di quelli che lavorano con lui, parte della sua vita, della sua esistenza. Io sono convinto, Dott. Piraccini, la mattina, anche nei momenti di crisi, e l’ho visto con i miei occhi, pensava all’agricoltore che doveva produrre, come nella sua intuizione, quando è iniziato il percorso, come faccio a evitare che nel momento di alta produttività, di un bene deperibile, come per la maggior parte il settore ortofrutticolo, riesco a garantire il prezzo. Se c’è troppa roba, il prezzo scende, troppa offerta e ovviamente questo limitava. Togliere dal mercato una parte del prodotto significava garantire il prezzo già nell’immediato sul fresco, ma riuscire a garantire anche la conservazione di un prodotto di qualità era la vera sfida. Ecco, io ho visto in quell’azienda gli agricoltori colpiti dall’alluvione guardare a lui come un padre, che è una logica già abbastanza commovente, ma anche efficace, affidarsi a sapere che non sarebbero stati abbandonati e poi ho visto anche la produzione in una filiera che garantisce la qualità anche del prodotto congelato. Eccezionale anche con il doppio lavaggio, quindi con una serie di attenzioni che molti altri non hanno. Questo garantisce qualità di eccellenza. Ho raccontato queste esperienze perché sono esperienze che mi hanno colpito e perché mentre parlavano mi venivano in mente le immagini che ho vissuto quotidianamente. Questo deve corrispondere e chiudo qui. Da parte nostra, come Governo, ha un’azione che deve consistere in promozione, cioè il racconto di quello che siamo. Non serve molto altro. Se noi raccontiamo quello che siamo, anche con le immagini che vediamo, con lo storytelling di quello che c’è dietro la nostra produzione, la capacità di mantenere l’ambiente attraverso un settore che assume valore. Quando uno ha il latte che viene pagato di più, o hai prodotti ortofrutticoli che vengono pagati di più, tu permetti di avere reddito agli agricoltori e quindi rendere attrattivo il settore. L’effetto per esempio sugli allevamenti, che noi abbiamo abbattuto nelle aree montane di produzione del latte, è l’età degli imprenditori di quasi dieci anni. Perché? Perché riesci a pagare di più il latte. Ovviamente si comincia a tornare al settore agricolo, anche lì abbiamo dei dati molto positivi, le nuove innovazioni tecnologiche fondamentali per l’agricoltura attuali permettono di rendere meno faticoso il lavoro e se c’è la giusta remunerazione i giovani tornano a quelle attività che Cicerone definiva la più nobile per l’uomo tra le attività che danno reddito, la più onesta e la più piacevole e quindi un’attività che metteva in condizione sempre Cavour di dire: “Io faccio il politico di professione, ma la mia passione è l’agricoltura, l’agricoltore per passione”. Oggi siamo il Governo che ha investito di più in agricoltura, 12 miliardi con Coltiva Italia, l’ultimo miliardo che va a guardare, non raccoglieremo i frutti di questo investimento, cioè non è un reddito di cittadinanza che tu dai e raccogli consenso perché metti in condizione qualcuno di ricevere senza far nulla, è un investimento di carattere strategico. Noi andiamo a mettere un miliardo sulle filiere deboli, quelle che l’Italia ha, per esempio le carni rosse, che hanno visto una perdita di competitività del nostro settore fino ad arrivare a una necessità di approvvigionamento esterno di più del 50%. Sull’olivicoltura, un altro settore straordinariamente importante per la nostra Italia, sul quale bisogna investire non solo dove ci sono problemi legati alle fitopatie, ma dove si può invece prevenire le fitopatie ed aumentare la produzione in un settore dove noi siamo importatori di olio, perché non ne abbiamo a sufficienza non solo per il consumo interno, ma anche per le esportazioni. Il terzo settore è ovviamente tutto il quadro necessario alla sovranità alimentare, questo concetto che qualcuno inizialmente criticava, che oggi è diventata una parola chiave per tutti, anche per le politiche della Commissione Europea. Tutti i settori in crisi devono avere un fondo capace di intervenire, prevenire e garantire continuità. Perché? Che cosa ci sta insegnando la storia? Molte certezze che c’erano state date negli anni, eravamo certi di tutto, della libertà e la pandemia ci ha insegnato che la libertà si può perdere per ragioni importanti, quelle di protezione della sanità, senza aver commesso crimini. La possibilità di perdere anche la libertà di consumare quello che vuoi, quando si chiudono le catene di approvvigionamento a causa di conflitti che sentivamo lontani e sono tornati alle porte dell’Europa, o possono chiudere le vie di accesso principale dei trasferimenti di merci. Allora noi dobbiamo avere capacità di resilienza, sfruttare al massimo le nostre potenzialità, sia per aumentare la nostra ricchezza, il nostro lavoro, dare la possibilità, e chiudo su questo, anche di rompere alcuni schemi. A volte si pensa che la destra ha problemi sull’immigrazione. Noi abbiamo problemi con l’immigrazione irregolare. Noi siamo il Governo che ha garantito maggiori quote di accesso ai lavoratori regolari che vengono da fuori d’Italia attraverso un’organizzazione dei flussi che permetta alle imprese di pianificare le necessità, offrire il lavoro e dignità alle persone che arrivano in Italia e contrastare fenomeni di devianza intollerabili come il caporalato. Continueremo così sentendo l’agricoltura e l’agroalimentare italiano come una certezza e una necessità per la coesione anche dell’Unione Europea e lì stiamo lavorando con Massimiliano e tutti i nostri parlamentari europei. Saluto il collega Carlo Fidanza, per garantire una riappropriazione da parte dell’Europa di un concetto che a volte perde sulle cose concrete che si trova alla coesione. Le 6 nazioni che fondarono l’Europa le fondarono, attraverso i Trattati di Roma del 1957 con la Comunità Economica Europea, su alcuni pilastri tra i quali il principale, non svelo un segreto, è l’agricoltura. L’agricoltura era per loro garanzia di sicurezza alimentare, perché veniva dalla guerra, c’era questa necessità impellente, ma il secondo elemento era quella della tutela dell’ambiente e la PAC, la pianificazione comune di una politica agricola, serviva a garantire reddito agli agricoltori per lasciarli sui territori ed evitare che si trasferissero nelle aree metropolitane creando i problemi che oggi registriamo, in particolare nelle periferie. Una cosa che si è riuscita a fare e che purtroppo oggi viene messa in discussione da un investimento sul bilancio che non abbiamo condiviso e che speriamo in quest’anno e mezzo di riuscire a cambiare. Quindi grazie davvero per il Meeting e grazie davvero di questa occasione per raccontare ovviamente parzialmente, il grande orgoglio che proviamo quotidianamente per questa nostra nazione e la consapevolezza che i custodi del territorio, agricoltori, pescatori e allevatori, abbiano bisogno oggi di essere difesi come hanno difeso la nostra terra per generazioni.

GIUSEPPE VAIRA

Davvero Signor Ministro, le siamo grati per tutta questa energia, questo impegno suo e di tutto il dicastero che guida, però le chiedo ancora una parola ai giovani che si affacciano al nostro mondo. Che cosa dice loro il Ministro? Che incoraggiamento diamo alle prossime nostre generazioni?

FRANCESCO LOLLOBRIGIDA

Solo in una battuta: quello che stiamo provando a fare è spiegare da anni. Dobbiamo garantire ai nostri giovani l’occasione di scegliere l’agricoltura come opportunità. Moltissimi non lo hanno fatto perché gli mancava reddito. Oggi che si sta creando, grazie anche alle filiere che si stanno creando, occasioni di reddito, ci sono molti giovani che guardano agli istituti agrari come occasione per sviluppare competenze e conoscenza, che grazie ai docenti di quegli istituti esiste da sempre. C’è la possibilità di tornare al mondo agricolo, anche con una cosa che qualcuno contesta, ma che ha avuto un grande successo, che è il servizio civile in agricoltura, una cosa che non ho inventato io, immaginate, l’avevano inserita nel 2001 nella legge Biagi, problema che io l’ho fatta, cosa che avevano dimenticato negli anni passati di realizzare, per dare la possibilità ai nostri giovani di entrare in contatto con questo mondo, non per fare i braccianti sottopagati, come qualcuno in maniera imbarazzante ha voluto raccontare, ma per entrare in contatto con un mondo straordinario come questo, innamorarsene e riuscire a svolgere le tante attività che prima anche attraverso le immagini sono state raccontate.

GIUSEPPE VAIRA

Grazie. Ancora grazie a tutti. Allora concludiamo solo dicendo questo. L’eccellenza fiorisce, può fiorire anche in circostanze non sempre facili se le comunità e i soggetti e i nostri interlocutori sono vivi. Perciò grazie di quello che fate e ci avete testimoniato per rendere vivo il nostro mondo. Buona serata a tutti.

Data

26 Agosto 2025

Ora

19:00

Edizione

2025

Luogo

Sala Gruppo FS C2
Categoria
Incontri