INVITO ALLA LETTURA. Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano. - Meeting di Rimini
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INVITO ALLA LETTURA. Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.

VÉRONIQUE. Dialogo della storia e dell’anima carnale
Presentazione del libro di Charles Péguy (Ed. Marietti 1820). Partecipa Pigi Colognesi, Giornalista e Scrittore.

A seguire:

LETTERE DI FEDE E AMICIZIA (1925-1963)
Presentazione del libro a cura di Marco Roncalli e Loris Capovilla (Edizioni Studium Roma). Partecipano: S. Ecc. Mons. Luigi Negri, Arcivescovo di Ferrara e Comacchio; Marco Roncalli, Saggista e Presidente della Fondazione Papa Giovanni XXIII.

 

INVITO ALLA LETTURA. Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.
Ore: 15.00 eni Caffè Letterario A3
VÉRONIQUE. Dialogo della storia e dell’anima carnale
Presentazione del libro di Charles Péguy (Ed. Marietti 1820). Partecipa Pigi Colognesi, Giornalista e Scrittore.

A seguire:

LETTERE DI FEDE E AMICIZIA (1925-1963)
Presentazione del libro a cura di Marco Roncalli e Loris Capovilla (Edizioni Studium Roma). Partecipano: S. Ecc. Mons. Luigi Negri, Arcivescovo di Ferrara e Comacchio; Marco Roncalli, Saggista e Presidente della Fondazione Papa Giovanni XXIII.

CAMILLO FORNASIERI:
Un benvenuto a voi tutti. Cominciamo il primo appuntamento pomeridiano di “Invito alla lettura”. Sono selezioni che il Meeting di Rimini fa tra le tante proposte che riceve, o qualche prospezione non esaustiva del panorama, dell’interesse e della bellezza, cercando di tenere punti vivi tra attualità e memoria, e soprattutto indicativi di un percorso che, in qualche modo, anche indiretto, illustri il senso del tema del Meeting. Oggi abbiamo come prima proposta una grande figura che è Charles Péguy, e un suo grande testo, proposto in una nuova traduzione, rivista e arricchita, da Marietti: Veronique. Dialogo della storia e dell’anima carnale, con una postfazione di don Giacomo Tantardini, una lezione tenuta a Padova nel quadro di un ciclo sulla storia del pensiero cristiano. Abbiamo con noi Pigi Colognesi, che salutiamo calorosamente. Caro amico, giornalista, scrittore, è stato uno dei direttori di Litterae Communionis-Tracce. Collabora con diversi quotidiani, editorialista de IlSussidiario.net, ha pubblicato anche diversi libri, dedicati a William Congdon, L’avventura dello sguardo, a padre Romano Scalfi, ecc. Ci avviciniamo al 2014, che sarà il momento di ricordo della tragica vicenda, intessuta però di tanti fatti umani di vita e di convivenza, della Prima Guerra Mondiale, ai cui albori muore anche Péguy. Un anno, quindi, che vogliamo dedicare a questa grande figura dello spirito cristiano. Veronique è un grande scritto, dove Péguy concentra molta della sua riflessione e giudizio sul rapporto tra la libertà, il desiderio dell’uomo di verità e la storia; dove tenta di unire in un quadro sintetico di profondo senso teologico il vivere degli antichi e il vivere dei moderni, fino a quelli del suo tempo, soprattutto nella sua unica, precisa, appassionata scoperta e stupore per il cristianesimo come avvenimento, che ha unito il grande tema del senso della storia, dell’esistere, dell’essere e il tema dell’io, della libertà, degli uomini.
Chiediamo appunto a Pigi Colognesi di darci dei flash per farci intuire quale prezioso suggerimento, anche per la vita, contengano queste pagine, e invitarci alla lettura di un testo, certo, abbastanza impegnativo ma davvero alla portata di tutti. Quindi, Pigi, a te la parola per introdurci.

PIGI COLOGNESI:
Grazie. Giugno 1909: Charles Péguy ha trentasei anni e dal gennaio del 1900 dedica tutte le sue energie all’opera della sua vita, i Cahiers de la Quinzaine, una rivista che doveva essere quindicinale e in realtà usciva, tra enormi difficoltà economiche, quando poteva. Fin da ragazzo, Péguy aveva avuto a cuore la creazione di un “journal vrai”, un giornale vero, cioè che descrivesse la realtà così come si presenta e non come la vorrebbe l’ideologia politica o culturale cui si appartiene. Un giornale che contribuisse a costruire la Città armoniosa, titolo di una sua opera, cioè l’ideale socialista di cui lui aveva parlato nel 1898 e a cui si era dedicato completamente fin dai tempi del liceo, dopo aver abbandonato senza troppi rimpianti la fede cristiana che aveva ricevuto da bambino a Orléans. I Cahiers, la sua rivista, nascono però da una rottura col diversificato socialismo ufficiale del tempo, perché agli occhi dell’intransigente Péguy quel socialismo era troppo cedevole a compromessi inaccettabili, ed era sistematicamente propenso a far prevalere gli interessi dell’ideologia contro la verità e la giustizia. Cioè, non era “vero”, secondo le sue parole. Questo fenomeno di corruzione del socialismo era stato evidente durante il celeberrimo “caso Dreyfus”, che sconvolse la Francia di fine Ottocento perché i socialisti si disinteressarono di salvare quest’uomo ingiustamente accusato. Comunque, il “gerente”, come amava chiamarsi, dei Cahiers – che aveva già subito un tracollo finanziario perché aveva investito tutti i soldi ricevuti, ingenti, dalla dote della moglie che aveva sposato solo civilmente nell’ottobre ’97, in un’impresa di una libreria-casa editrice poi fallita -, il socialista Péguy si trova sempre più isolato rispetto agli uomini del partito e perennemente sull’orlo della catastrofe economica, dell’impossibilità di sfamare la moglie e i tre figli che nel frattempo aveva avuto (un quarto nascerà dopo la sua morte). Per di più, la riflessione che lui conduce dagli anni del liceo in avanti, lo porta a un punto decisivo, cioè a comprendere quello che lui chiama il “disastro del mondo moderno”. Lui dice: la cultura moderna, il mondo moderno, la mentalità moderna inaridisce l’umano; lo inaridisce proprio perché, invece di imparare dal dato della realtà, invece di imparare da quello che succede, invece di essere aperti alla novità che ogni istante, ogni incontro, ogni comunicazione apportano, tenta di richiudere tutto dentro lo schema di una idea che si sa già prima, di un’ideologia, ma lui preferiva usare la parola “sistema”, dentro un sistema. E dice: un mondo così è un mondo che perde l’umanità, che inaridisce l’umano, che distrugge l’umano. Tant’è che l’insieme di questa solitudine in cui si trova per le vicende che ho sommariamente descritto, il senso del dramma per questo mondo che si disfa, che non genera più l’umanità ma la soffoca, la strozza, lo portano a momenti di vera depressione, di abbandono, di sentimento di inutilità, quasi di morte. Tant’è che, per un po’ di anni, lui non scrive più niente sui suoi Cahiers, se non un articolo intitolato “À nos amis, à nos abbonés” (ai nostri amici, ai nostri abbonati), che è come il grido di disperazione di un uomo che dice: “Ma vi rendete conto di dove stiamo andando? Vi rendete conto di quanto l’ideologia, il sistema stanno distruggendo l’umano?”. Tuttavia, proprio questi anni di dramma, di difficoltà, di solitudine e di abbandono, sono gli anni in cui Péguy riscopre il cristianesimo, cioè ritrova la fede cristiana che aveva imparato da piccolino. Ed è interessante che lui non abbia mai descritto questa esperienza, non è uno dei tanti scrittori che hanno lasciato il proprio “journal”, il proprio diario, in cui raccontano l’evoluzione personale, interiore, che hanno avuto. Certo, ha sempre parlato di sé nei suoi scritti ma mai in termini intimistici o di riflessione interiore. Tant’è che lui non vorrà mai che si chiami questo ritrovamento della fede con la parola “conversione”, come se si dovesse parlare di una rinuncia a un pezzo di strada che aveva fatto da giovane socialista, agli ideali socialisti che cercano di costruire la città armoniosa: questo, dice, non lo voglio rinnegare, perché il mio cristianesimo non l’ho incontrato come rinuncia a un pezzo del mio cammino ma andando a fondo del mio cammino. Scriverà: “Noi abbiamo costantemente tenuto la stessa via dritta, ed è questa stessa via dritta che ci ha condotti dove siamo adesso. Non è affatto un’evoluzione, è un approfondimento. Noi teniamo da vent’anni la stessa via dritta, la stessa via d’approfondimento: essa ci ha condotto lontano, grazie a Dio. Non è affatto per un ritorno indietro che noi abbiamo trovato la via della cristianità, noi non l’abbiamo trovata ritornando: noi l’abbiamo trovata alla fine. E’ per questo che noi non rinnegheremo mai un atomo del nostro passato”. La prima attestazione storica della ritrovata fede cristiana di Péguy è del 1907: in un colloquio con Jacques Maritain, che era un suo giovane collaboratore da poco convertito, Péguy ammette di essere tornato cristiano. E poi l’anno successivo, con un suo caro amico, Joseph Lotte, in un momento di crisi anche fisica, perché in questo periodo aveva avuto parecchie malattie, racconta che a un certo punto, steso sul letto, si alzò appoggiandosi al ginocchio e, piangendo, disse: “Vecchio mio, non ti ho detto tutto: sono tornato cattolico”. Veronique, il libro di cui trattiamo, è la prima espressione del Péguy tornato cattolico, il primo scritto di Péguy esplicitamente tornato cattolico. Ed è un’opera strana, perché lui non la pubblicò (fu pubblicata in francese per la prima volta nel 1955); e soprattutto è strana perché è una combinazione di due dialoghi, si chiama Dialogo della storia e dell’anima carnale. Lui cominciò a scrivere, poi divise i due colloqui, entrambi rimasti inediti, Clio. Dialogo della storia e dell’anima carnale e Clio. Dialogo della storia e dell’anima pagana. Ma la cosa interessante è che a un certo punto, nell’autunno 1909, scrive gran parte di Veronique, poi si interrompe per scrivere Il mistero della carità di Giovanna d’Arco, che è forse la sua opera più famosa e più celebre, poi riprende in mano il testo, nutrendolo, come diceva lui, facendo delle aggiunte, commentando dei pezzi che aveva già scritto. E così l’opera si è ingigantita finché l’ha appunto divisa in due. Quello che mi interessa sottolineare a questo riguardo è il metodo di scrittura di Péguy. Péguy ha usato a un certo punto, in una sua opera, un’espressione fantastica: “Bisogna rispettare la sovranità dell’avvenimento, cioè bisogna rispettare il fatto che la realtà non va avanti per sistemi meccanici, va avanti per scoperte continue”. La realtà, e quindi anche la storia, la vita personale. Questo faceva sì che lui, per esempio, scrivesse in modo molto strano. Non cancellava mai niente, scriveva un pezzo, poi magari succedeva qualche cosa – la lettura di un articolo di giornale, l’incontro con un personaggio, una riflessione personale – per cui deviava dalla linea di scrittura per fare aggiunte. Quello che ci troviamo di fronte, cioè il libro compiuto, non è una cosa che lui abbia fissato a tavolino nel suo schema, nelle sue parti, nel suo inizio, svolgimento e conclusione, come ci insegnavano alle elementari. Questo dà tutta la ricchezza del libro ma anche tutta la difficoltà, perché possiamo essere sviati dal fatto che lui segua piste secondarie: magari sta parlando di una certa cosa, improvvisamente gli viene in mente un verso di Victor Hugo, suo poeta amato, e scrive venti pagine di commento a quei versi, rischiamo di perderci, poi torna indietro, le sue famose ripetizioni. In una lettera scrisse: “Io non ho mai scritto una ripetizione in vita mia”. Se lo leggi, dici: “Ma come? Sembra tutta una ripetizione, sembra che riscriva la stessa frase cambiando una sola parola!”. E’ sempre nella logica dell’avvenimento, perché l’avvenimento è una cosa che tu non esaurisci con le parole: dici una cosa che hai già detto ma cambi un aggettivo, cambi un verbo, in modo tale che ci sia una luce nuova a illuminare la stessa cosa che tu, discorsivamente, cioè con le idee, non hai esaurito. Perché la realtà, questo è il primo grande messaggio di Péguy, non è mai esauribile dai nostri pensieri, è sempre più grande, è sempre, appunto, un avvenimento, sempre debordante, qualsiasi costruzione mentale o intellettuale noi facciamo su di essa. Questo dà tutto il fascino della scrittura di Péguy: così debordante, così piena di variazioni, così piena di rivoli apparentemente secondari e così piena di apparenti ripetizioni, ma così ricca, così stimolante, da un certo punto di vista quasi da leggere ad alta voce, quasi ascoltandosi, per capire la novità che un semplice aggettivo può portare ad un concetto che ci sembrava già di sapere. In realtà, non sappiamo mai niente, impariamo sempre di nuovo: è il grande messaggio della scrittura di Péguy. Senza contraddire quello che abbiamo appena detto, senza cioè cercare di fare un sistema ideologico su questo libro, cerco di darvi qualche dritta per la lettura. Secondo me, il tema, che Péguy aveva già anticipato in scritti precedenti e riprenderà in scritti successivi, fino alla sua morte (com’è stato accennato, avverrà quando lui ha 41 anni, nel settembre 1914, durante la battaglia della Marna), è la Storia, o meglio, il significato del tempo. La questione di fondo è posta subito all’inizio del libro, con una domanda apparentemente bizzarra. “Claude Monet, il famoso pittore, ha dipinto decine e decine di volte un soggetto chiamato Le ninfee: Péguy l’aveva visto in una mostra a Parigi nel 1909 (avete in mente, no? questi grandi quadri dell’ultimo Monet, dove non si capisce bene il confine, la differenza tra l’acqua, il fiore, l’erba …). E Péguy si fa questa strana domanda: “Ne ha dipinte trentasette. Quale sarà la migliore, la prima o l’ultima? Quale sarà la più bella? Quale sarà la più riuscita?”. E Péguy – o meglio, la Storia che è Clio, la Musa della Storia, quella che parla durante tutto il dialogo, che in realtà è un monologo della Storia – risponderebbe: la migliore è l’ultima, perché nel frattempo il pittore ha imparato, ha acquisito maggior tecnica, ha approfondito il tema, si è sviluppato, è progredito. Sviluppo, progresso: due parole chiave della modernità. L’ultima sarà migliore della prima perché c’è stato un progresso. Errore, dice Péguy, errore gravissimo. La migliore sarà la prima perché la prima ha la novità dell’inizio, è tutta carica dello stupore di una scoperta, dello stupore di una cosa nuova. La prima non ha imparato perché si impara solo invecchiando. L’“imparamento” coincide con l’indurimento, con l’invecchiamento, con il decadimento, perché tutte le cose hanno un inizio e poi decadono. La verità è nell’inizio perché la verità è una sorpresa, è qualcosa che ci sorprende. “Solo lo stupore conosce”, diceva Gregorio di Nissa. E’ all’inizio, stupendosi della prima ninfea, che Monet ha detto tutto quello che doveva dire. Il resto saranno ripetizioni che magari sono progredite come tecnica ma avranno sicuramente perso la purezza stupefacente, stupefatta, dell’inizio. Capite subito che questo è in contrasto radicale con la mentalità moderna, col mondo moderno, perché tutti noi pensiamo che sia il contrario, cioè che le cose debbano svilupparsi per diventare meglio se stesse, “progredire” è forse la parola più chiara. Ma lui dice: no, state attenti! L’umano non funziona così! E farà degli esempi significativi che poi vi racconterò. Il primo che fa è quello del genio. Qui troviamo le pagine di Hugo. Chi è il genio? E’ quello che scopre qualche cosa di nuovo nel panorama di tutta la cultura mondiale. Per esempio, dice: Hugo, in un suo verso, paragona la falce della luna nel cielo alla falce del contadino che miete le stelle. E’ un verso straordinario! Da lì, Hugo poteva solo decadere. Ma in che cosa consiste il genio? Consiste in quello che si stupisce di qualche cosa ed è capace di esprimerlo come nessun uomo ha mai fatto prima, dicendo appunto: la falce della luna sta mietendo le stelle. Ma il paragone più chiaro viene subito dopo. Il genio è come il bambino. Il bambino è quello che si stupisce ma è il massimo dell’umano, non il minimo! Perché l’uomo che cresce, contemporaneamente decresce, invecchia, indurisce, si abitua, diventa un’anima abituata, un’anima che si carica di conoscenze che gli opprimono lo stupore iniziale. Il bambino no, il bambino si stupisce di tutto, il bambino capisce tutto! Applicando questo principio alla pedagogia, Péguy dirà: “I bambini li mandano a scuola per diventar vecchi”, perché imparano solo ad invecchiare, perché perdono lo stupore che, tra l’altro, ogni adulto riconosce benissimo. Perché l’adulto, anche il genitore, il padre e la madre, si commuove tantissimo del bambino che a due anni dice una parola strana, che usa male un verbo, che addita col ditino qualcosa di cui si sorprende, e scopre una pienezza dell’umano che poi il bambino disimparerà. Cioè, il suo imparare coinciderà con il perdere la grandezza dell’inizio. Ma allora questo è un dramma! Capite? Con questi esempi, l’artista, il genio, il bambino, è definito il dramma della storia, perché allora la storia è tutta un invecchiamento. Clio è la musa del diventare vecchi, duri, abituati, ideologici, del perdere la freschezza dell’inizio. Questo è, secondo me, il tema. Tant’è che arriva a dire: l’uomo grande, l’uomo abituato, l’uomo adulto, odia il genio e il bambino perché non può sopportare “tutto quello che oppone resistenza profonda all’analisi intellettuale”. Cioè, l’adulto non accetta la logica dell’evento che invece il bambino accetta, perché il bambino si stupisce. Il bambino è sempre nuovo, per lui tutta la vita è nuova, è tutta una scoperta, è tutta una cosa che gli fa spalancare gli occhi. Nel Portico del mistero della seconda virtù, descriverà se stesso che porta i suoi figli a fare la spesa. Dice: io, adulto, vado da qualche parte a fare la spesa perché sono abituato a uno scopo, a una finalità. Il bambino, no: fa la strada venti volte, corre avanti e indietro perché per lui l’importante è lo stupore continuo con cui coincide la strada. Allora, dicevo, il tema drammaticamente è posto, cioè il tema dell’invecchiamento. A pagina 23 di questo testo, Péguy introduce l’uomo dei trent’anni, come in altre opere introdusse l’uomo dei quarant’anni. Chi è l’uomo adulto, cos’è l’uomo adulto? E’ l’uomo invecchiato, l’uomo che sa che non ritornerà mai. Scrive: “Mai berrà ancora alle sorgenti dell’inizio”. E’ l’uomo cosciente della dinamica inesorabile dell’invecchiamento personale, ma non solo personale, anche dei popoli. E qui, in un ramo che si diparte da questa riflessione, Péguy introduce il tema dei fondatori. Dice: non solo gli uomini nascono per poi aver di fronte la terribile domanda dell’invecchiamento ma anche i popoli, anche le città. Allora lui, che era un grande grecista, un grande conoscitore del mondo greco, fa tutta una riflessione sui fondatori delle città, che venivano quasi venerati come degli dei, dei semidei, perché avevano dato inizio a qualcosa, cioè avevano fatto sorgere nella corteccia dura, indurita delle nazioni, una novità, una città nuova, una cosa nuova. Ma anche qui sorge necessariamente la domanda, anche rispetto alle città: “Quale sarà la sua fine?” scrive Péguy, “quale sarà semplicemente il suo corso?”. Che è la domanda, che c’è stata anche insegnata, che ha un padre di fronte al figlio. Che fine farà questo bambino? Quale sarà il corso della sua vita? Che destino avrà? Perché, appunto, l’uomo si accorge dell’inesorabile correre del tempo, cioè dell’inesorabile parabola cui ogni inizio è destinato. A un certo punto, la Storia, che sta parlando a Péguy, dice: “Voi cristiani!”. Per la prima volta Péguy si mette tra i cristiani e comincia a parlare del cristianesimo. E qui comincia la parte centrale più celebre e anche, secondo me, più stupenda del libro, in cui questo tema che abbiamo visto, cioè il dramma del tempo, il dramma dell’invecchiamento, il dramma della Storia, il dramma dell’indurimento si scontra con la proposta cristiana. Il primo inizio di questo scontro, Péguy lo riprende da quello che ha appena detto sui fondatori delle città greche: anche i cristiani hanno fondato delle città, per esempio i grandi monasteri francesi di Cluny e Citeaux. Hanno fondato delle città terrene, come i greci, ma delle città che vivevano, proprio perché cristiane, un nesso con l’eterno, perché il cristianesimo è l’eterno entrato nel tempo. Questo sarà il tema di tutto il dialogo, cosa ha da dire il cristianesimo: Io sono l’Eterno, Dio, Eterno, quindi fuori del tempo, sopra il tempo, che interviene nel tempo, cioè in quel dramma dell’invecchiamento che abbiamo visto prima. E la prima cosa che Péguy dice è: attenzione, quelle città che nascevano si sottoponevano alla logica del tempo, non ne scappavano! Erano città umane che però avevano in sé l’Eterno. In queste città, dunque, la temporalità è in nesso con l’eternità. Ma questo nesso non elimina la legge del tempo, infatti Cluny e Citeaux, scrive Péguy, “devono ricominciare sempre nel Tempo”. E poi c’è questa frase meravigliosa: “Quegli alveari ronzanti di riposo, d’adorazione, di preghiera, dovevano sempre riprendere il loro inizio”. Don Giacomo Tantardini, nella sua postfazione, spiega questo con una bellissima frase: “L’inizio, per rimanere inizio di Grazia, e quindi per stupire anche tuo figlio” stava facendo una conferenza “deve riaccadere sempre, altrimenti quello che ha stupito te non è detto che possa stupire tuo figlio”. Cioè, per usare ancora le parole di Péguy, “la perpetuità spirituale, immagine della perpetuità eterna, si conserva solo attraverso riinizi temporali, attraverso precarie, temporanee riprese”. Anche nel cristianesimo vale la legge del tempo e quello che è nato come città nuova deve continuamente rinascere. Questo vuol dire che nel meccanismo cristiano, come dice Péguy, la storia, il tempo non sono pleonastici, inutili, il cristianesimo non è solo la religione dell’eterno, ma dell’eterno venuto nel tempo, che accetta la sfida di quell’invecchiamento, del decadimento, di ricominciare sempre, altrimenti tradisce qualcosa di se stesso. “Un’eternità di fondazione” scrive, quindi la Chiesa non impediva affatto, non si sottraeva al fatto che bisognasse sempre ricominciare nel tempo, e in un certo tempo del secolo. Bisogna ricordare che la parola “secolo”, che Péguy usa molto in questo libro, è un po’ una tecnica: i preti secolari sono quelli che vivono nel mondo. Il cristianesimo non può rinunciare al secolo, al tempo, al mondo, perché altrimenti non salva il tempo, lascia l’uomo nel tempo, condannato all’invecchiamento, alla impossibilità di ricominciare. Invece il grande annuncio cristiano è esattamente questo, che l’uomo può continuamente ricominciare. E infatti dice, una delle frasi centrali dell’opera: “In questo senso, tutto l’invecchiamento, che tu sai bene” è la Storia che parla a Péguy, e Péguy parla a ciascuno di noi, perché li abbiamo passati quasi tutti, i trent’anni, sappiamo cos’è l’invecchiamento, la conosciamo, quella dinamica di perdere lo stupore dell’inizio “tutta l’età è parte integrante della Creazione, altrimenti non ne varrebbe la pena! La difficoltà terrestre, il passaggio di invecchiamento, la difficoltà terrena, la sofferenza sarebbe vana e inutile, sarebbe un pezzo di troppo, un pezzo superfluo; altrimenti verrebbe subito il regno di Dio, e non questa Città di Dio, dice citando sant’Agostino. Il cristianesimo nella storia non è già il regno di Dio, è la città di Dio, cioè una città contemporaneamente terrena, sottoposta alla legge dell’invecchiamento, ed eterna, cioè che può essere continuamente recuperata dai continui inizi dell’eterno che entra nel tempo. Allora, la grande scoperta di Péguy, che fa da filo conduttore al libro: “è quella che perdono di vista, di solito, i nostri chierici, e coloro che vivono nella regola, e anche coloro che vivono nel secolo”. E qui c’è tutta la polemica, bellissima, di Péguy contro il clericalismo, cioè contro un cristianesimo che è diventato puramente spirituale, come se la salvezza dell’uomo fosse solo nell’eternità e il tempo venisse lasciato soggetto al decadimento. Péguy si ribella a questo, ha pagine memorabili di cui voglio leggere alcuni esempi perché secondo me colgono anche un pericolo che vive in ciascuno di noi. “L’idea fissa dei chierici è che Dio abbia fatto una creazione – in cui la temporalità, abbiamo visto, è centrale – come a vuoto. Ma questa è una eresia! Infatti finisce per eliminare il cristianesimo stesso. Costoro – cioè quelli che tolgono il temporale dal cristianesimo, lo storico, il transeunte, il passeggero, ciò che invecchia, che lo tolgono perché non lo sanno salvare, non capiscono che è salvabile – tolgono la creazione, l’incarnazione, la redenzione, il merito, la salvezza, il premio della salvezza, il giudizio, qualcosa d’altro, e naturalmente, e soprattutto, tolgono la grazia”. Perché la grazia è il fenomeno dell’inizio, è lo stupore che ci prende perché qualcun altro continuamente riinizia una storia che altrimenti invecchierebbe! “Più di ogni mistero, tolgono il mistero e l’operare della grazia. I chierici – proprio per questa operazione che fanno, cioè di staccare il temporale dall’eterno – sono la causa della scristianizzazione”. Ora, vi ricordo che siamo nel 1909: il cristianesimo, in Francia come in tutta l’Europa occidentale, sembra ancora molto vigoroso, molto potente, molto in auge. Péguy ha la suprema intuizione che non è così, che è debole proprio perché ha scardinato questo nesso inscindibile dell’eterno con il temporale, il valore della storia, la necessità che si faccia esperienza della salvezza nella Storia. E parla di scristianizzazione, che è una parola cui noi siamo abituati perché da qualche decennio, anche sociologicamente, è un termine usato e posto al centro dell’analisi sociologica, politica, culturale e tutto quello che volete. Ma nel 1909 era un termine molto forte, molto rischioso. Non per niente, i cristiani dell’epoca non hanno molto apprezzato Péguy. E’ unico, come suggeriva adesso Camillo, come uso di questo termine. E la colpa è di questi signori, perché “non si può tenere nascosto” scrive, guardate che acutezza, “che il più grande problema storico, forse, la più grande difficoltà, l’impossibilità consiste in quello che chiamerò il venir meno della cristianizzazione”. Ricordo che è la Storia che parla. Che il mondo sia diventato cristiano non è stupefacente; è la scristianizzazione che crea problema! “Questo è un problema: come mai di quel popolo che era così profondamente cristiano si sia potuto fare quel popolo che conosciamo, così profondamente incristiano, così profondamente, così interiormente incristiano. Ci si chiede ancora come sia potuto succedere”.
Forse alle orecchie di qualcuno suona la domanda di Eliot nei Cori della Rocca: come è potuto succedere che da un mondo cristiano si sia passati a un mondo dove gli unici dei sono usura, lussuria, potere? E ci tornano alle orecchie anche le parole, la domanda che, sull’onda di Péguy, si fa anche don Giussani ne La coscienza religiosa dell’uomo moderno: “E’ l’uomo che ha abbandonato la Chiesa o è la Chiesa che ha abbandonato l’uomo?”. E’ potuto succedere, dice Péguy, perché si è scardinato il nesso di cui si è parlato prima. “Si potrebbero trovare tante risposte, ma tutte queste cause, sociologiche, psicologiche, culturali, storiche, politiche eccetera avrebbero un difetto che non sarebbero dello stesso ordine della causa che ha generato la scristianizzazione. Per spiegare, bisogna che sia stato commesso un errore dello stesso ordine. Per spiegare un tale disastro, cioè la scristianizzazione, doveva esserci un disastro mistico”. E’ stato commesso un errore di mistica. Mistico non vuol dire misticheggiante, vuol dire un errore di concezione del cristianesimo. E qui Péguy ha delle pagine meravigliose in cui ripropone cos’è la natura ultima del cristianesimo, spesso in termini negativi, cioè opponendosi all’errore del cristianesimo moderno, del cristianesimo che ha ceduto al mondo moderno. La prima è questa, che è anche una descrizione meravigliosa: “I chierici prima di tutto faranno una cosa: non ammetteranno il disastro, non diranno che è successa la scristianizzazione”. E come faranno? “Daranno la colpa al male dei tempi”. Invece di andare verso il mondo, come aveva fatto Gesù, se ne ritirano, rifugiandosi dietro una regola morale, un sistema teorico, un potere. L’operazione cristiana originaria era un’operazione che andava verso il secolo, e non un’operazione che di lì tornava indietro. Consisteva non certo nell’evitare il mondo, ma nel salvare il mondo. Gesù non era venuto per dominare il mondo, era venuto per salvare il mondo. Era un oggetto tutto diverso, un’operazione tutta diversa! Non era venuto per tagliarsi fuori, per ritirarsi dal mondo. Faccio una parentesi. La logica è perfetta: se il mondo è il luogo soggetto alla caducità della storia e tu fai del cristianesimo la salvezza che non c’entra con la Storia, il mondo non ti interessa più. Allora ti ritiri dal mondo. Ma Gesù, dice Péguy, non ha fatto così! “Era venuto per salvare il mondo! Era un metodo tutto diverso! Capisci, amico mio? Se avesse voluto ritirarsi, starsene ritirato dal mondo, doveva solo non venirci, nel mondo! Era così semplice! Se voleva separarsi dal mondo, stare separato dal mondo, non avrebbe mai avuto un’occasione migliore: restare seduto alla destra del Padre. Così sarebbe rimasto tranquillo. Invece è andato nel secolo, per salvare il mondo. Uno, Dio, si è fatto uomo, cosa che, devi riconoscerlo, amico caro, non era precisamente un modo di ritirarsi dal mondo. Era forse piuttosto invece un modo infinito di entrarci in pieno, di esserci, di incorporarcisi, incarnandovisi. Ed è lecito dire che nessuno mai è andato così tanto nel mondo”, come Dio diventato uomo, cioè che ha assunto su di sé la temporalità. “E Gesù, una volta entrato nel mondo, continuò a muoversi verso il mondo, verso il secolo. Prima visse trent’anni di vita di famiglia, cioè la più coinvolta nel secolo che ci sia”. E qui permettetemi di leggere alcune frasi che lui scrive sul padre di famiglia. Sarà un tema che riprenderà in un’opera successiva, il tema della vita privata di Gesù, di Gesù bambino, di Gesù adolescente, di Gesù con la sua famiglia. E dice che “il padre di famiglia è il più grande avventuriero della storia. Solo il padre di famiglia è letteralmente coinvolto nel mondo, perché gli altri, al massimo, vi sono coinvolti con la testa, che non è niente; lui, invece, è coinvolto con tutte le sue membra. Niente di quello che succede, niente di storico è per i padri indifferente: soffrono di tutto. Chi non ha mai avuto un bambino malato non sa cosa sia la malattia, gli altri scantonano sempre. Temporali, cioè che vivono solo nel tempo, scantonano verso la carriera e le dominazioni; spirituali, scantonano, si defilano verso l’osservanza della Regola”. E perché il padre di famiglia è così importante? Lo scriverà in altre pagine meravigliose: perché dà la vita, cioè dà il supremo inizio! Dà l’inizio per cui la storia continua, e per forza è costretto a soffrire della domanda: “Questo inizio va verso la morte? L’inizio di mio figlio è destinato all’indurimento che conduce alla morte?”. Per questo il padre di famiglia è il più grande avventuriero e soffre di tutto. Ma, appunto, il mondo moderno sfugge da queste domande, e così, celeberrimo passo, “noi ci muoviamo continuamente tra due preti, ci destreggiamo tra due bande di preti: i preti laici e i preti ecclesiastici. I preti clericali anticlericali, e i preti clericali clericali”. Tenete presente che siamo nella Francia di Combe, cioè nella Francia che ha sciolto il concordato con la Santa Sede, che ha cacciato via i monaci, che ha chiuso le scuole cattoliche, ecc.: sono i clericali anticlericali. E ci sono anche i clericali clericali. “E gli uni e gli altri non sono affatto cristiani, perché la tecnica stessa del cristianesimo, la tecnica e il meccanismo della mistica cristiana è questa; è il coinvolgimento di un pezzo di meccanismo nell’altro; è un incastro di due pezzi, quel coinvolgimento speciale; mutuo; unico; reciproco; indefettibile, non smontabile; dell’uno nell’altro e dell’altro nell’uno, del temporale nell’eterno e (ma soprattutto, cosa più spesso negata) (cosa che in effetti è la più meravigliosa), dell’eterno nel temporale”. E qui Péguy ha uno scatto anticlericale nel senso bello, positivo della parola, anticlericalistico, sarebbe meglio dire. La Storia si chiede: “Tra le due bande, quale sarà la peggiore, i clericali anticlericali o i clericali clericali?”. E risponde: “Da incompetente, propendo purtroppo a credere che siano i preti ad essere ancora i meno cristiani. Chi vuole vedere l’eterno sorpassato dal temporale può solo cadere in una specie di materialismo. Non è un grandissimo pericolo. La mistica che nega il temporale dell’eterno è come più specificamente anticristiana. Si giunge a quei vaghi spiritualismi, idealismi, immaterialismi, religiosismi, panteismi, filosofismi, così pericolosi, perché non sono rozzi. Negare l’eternità, amico mio, essere materialisti è un’operazione rozza; ma negare la temporalità, la materia, la rozzezza, proprio l’impurità, negarmi me, la Storia, per affermare solo una spiritualità antistorica, ecco, invece è una finezza, è una purezza, è il puro sublimato”. Ma devo concludere. Péguy passa a dire che in questa stessa dinamica tra eterno e temporale entra dentro un altro grande paradosso, quello della coesistenza nel cristianesimo di santità e peccato. Ma per andare avanti, per fare un passo ulteriore sulla scristianizzazione, vi leggo quest’altro passaggio famoso. “Quando noi parliamo di scristianizzazione, quando noi constatiamo questo disastro della scristianizzazione, bisogna intendersi sui termini”. Quando si dice che il mondo moderno, la modernità, è tutto quello che c’è di più contrario al fatto cristiano, nella sua stessa radice, bisogna stare ben attenti a quello che si dice. Non è che si voglia dire che nel sistema cristiano la santità sarebbe ancora una volta sommersa dai peccati, tutto questo non sarebbe niente; quello che vogliamo dire, quello che abbiamo sotto gli occhi, che è infinitamente più grave, quello che si vuol dire è che il mondo evidentemente rinuncia a tutto il sistema insieme, ai due pezzi insieme, all’uno nell’altro, al funzionamento dei due pezzi, cioè all’intervento dell’eterno nel temporale e quindi alla valorizzazione del temporale. E’ troppo tardi: “se allora il Figlio di Dio ha assunto in sé come supremo momento dell’accettazione da parte dell’Eterno della dinamica del temporale”, su che cosa riflette? Su Cristo nell’orto degli Ulivi, su Cristo che muore. E ci sono delle pagine che sono state pubblicate in un volume a parte, intitolato Getsemani, in cui Péguy, come frutto, tra l’altro, della riflessione fatta durante la Settimana Santa del 1910, si immedesima con Cristo nell’orto degli Ulivi. Ma la cosa che lo convince è che lui dice: Cristo ha assunto in sé la suprema angoscia dell’uomo, che è la morte, che è l’ipostatizzazione, l’incarnazione della logica del decadimento del tempo, perché l’indurimento delle cose sottoposte al tempo arriva a un indurimento tale per cui non c’è più la linfa e c’è solo il ramo morto. Così fanno tutti gli inizi. E allora, che Cristo, cioè l’Infinito entrato nel tempo, abbia assunto su di sé questa esperienza umana, e l’abbia vinta nella risurrezione, ma prima l’abbia assunta totalmente come uomo, è la dimostrazione che il cristianesimo è vero, cioè che il cristianesimo non ha rinunciato all’insieme dei due pezzi, e non rinuncerà mai all’insieme dei due pezzi! Cioè a far rifiorire il temporale attraverso l’eterno che in esso entra, assumendolo. Infatti, se il Figlio di Dio ha assunto su di sé l’umanità fino alla morte, e se i suoi seguaci, cioè noi cristiani, non vediamo automaticamente evitate le sofferenze che la temporalità porta con sé, anzi, se ne viviamo i particolari, perché la libertà è particolarmente valorizzata nel cristianesimo, allora se è così, se – come Péguy mediterà per esempio in Eva – il cristianesimo è questo, cioè è il temporale che assume tutto, l’eterno che assume tutto dal temporale, non solo la salvezza è entrata nel tempo ma c’è la salvezza del tempo. Il tempo riacquista significato, cioè avviene la possibilità di continui inizi, cioè di continuo stupore, di una grazia che non viene mai meno. Per usare le parole di un grande studioso di Péguy, Andrea Russo, “tutta la vita risplende allora della felicità e della bellezza di una nascita perpetua. Ogni minuto dei secoli immortali è nascita di una vita eterna. Il mondo dell’eterna sottomissione al male e alla morte si apre incessantemente alla beatitudine infinita. Nel seguito disperante dei giorni che muoiono, la vita eterna comincia veramente”. Oppure, usando parole di Von Balthasar, “il movimento cosmico verso il nulla e la morte è trattenuto, fermato e invertito di direzione: tutto comincia di qui a risalire verso quell’origine che in Gesù è apparsa in mezzo alla storia”. E per concludere veramente, torniamo alle parole di Péguy. Perché potete chiedervi: cosa c’entra Veronique in tutto questo? Niente, non se ne parla mai. Péguy ne parla in una lettera coeva, dicendo che sta scrivendo qualcosa su Veronique. E dove sta la grandezza di Veronique? Eccola qua: “E’ stupendo, vecchio mio! Clio, la Storia, cioè noi, passa il suo tempo a cercare tracce, vane tracce; è un’ebrea da niente, una ragazzina, tira fuori il suo fazzoletto e prende una traccia eterna del volto di Gesù. E’ capitata al momento giusto; Clio, invece, è sempre in ritardo”. Grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie davvero a Pigi Colognesi: ha reso chiari ed efficaci i passaggi del libro. Mi pare che così il grande desiderio che si apre sia questa nascita perpetua per ognuno di noi, com’era per lui la tensione, perché Péguy ha parlato della sua esperienza. E allora, in questa nascita perpetua si pone il tema di questa ripresa continua, e quindi della fiducia che un avvenimento sempre riaccada. E’ il tema dell’educazione, della lotta, del seguire; infatti, chi è che è il primo pronto a seguire anche quando la storia sembra proporti una forma diversa? E’ il bambino, che è esattamente il simbolo dell’inizio, cioè il cuore semplice, la ragione allargata, la ragione pronta, la coscienza pronta. Quindi, dentro questa riflessione culturale così vivida, c’è proprio un’indicazione per la vita, che ci fa grande amico Péguy. E ringraziamo molto Pigi di tutto il suo lavoro per farcelo riscoprire. Segnalo il titolo, oltre a Veronique della BUR, del libro di Pigi Colognesi, La fede che preferisco è la speranza, che è la biografia ragionata, con tutti i saggi, su Péguy. Grazie ancora, vi invito a rimanere per l’immediata presentazione del libro. Chiamo i nostri ospiti, e cioè Marco Roncalli e Sua Eccellenza Luigi Negri. Il libro che presentiamo, che abbiamo scelto, è delle Edizioni Studium di Roma ed è un libro di Angelo Giuseppe Roncalli e di Giovanni Battista Montini. Perché è il carteggio tra queste due grandi personalità della Chiesa del Novecento, due grandi papi, e si intitola: Lettere di fede e amicizia (1925 – 1963). Abbiamo con noi Sua Eccellenza Monsignor Luigi Negri, Arcivescovo di Ferrara e Comacchio, che ringraziamo ancora perché, con i suoi tanti impegni, è qui tra noi. Grande, appassionato lettore delle vicende della Chiesa, del magistero dei papi nel secolo scorso, con tutta quella capacità di lettura che via via, mi pare, diradi, rispetto alle due figure che oggi avremo di fronte, tutte quelle nebbie dell’immediatezza, perché anche durante la loro vita e durante il loro magistero persone e movimenti e gruppi di persone hanno saputo leggere il loro insegnamento, e anche quella nebbia che spesso è più che altro far adottare un proprio schema alla storia e al tempo. E dunque anche oggi possiamo vedere con maggiore nitidezza il loro insegnamento e la loro grandezza. E poi Marco Roncalli, che ha scritto e raccolto tutto questo carteggio, Presidente della fondazione Papa Giovanni XXIII. E’ un saggista, giornalista, presente sulle colonne di Avvenire, del Corriere della Sera, legato in qualche modo a uno dei due nomi da storia famigliare. Lo salutiamo e lo ringraziamo del suo lavoro. Una data un po’ imprevista, 1925, ma è l’inizio quasi casuale della conoscenza tra i due grandi prelati di cui uno – il primo, Roncalli – diviene Presidente del Consiglio Nazionale Italiano dell’Opera per la Propaganda Fide, le opere missionarie in quel momento soprattutto rivolte all’Italia, e poi inizia i suoi mandati nell’Est dell’Europa. E per Montini, l’inizio della collaborazione alla Segreteria di Stato e la nomina ad assistente ecclesiastico della FUCI. Io chiederei dapprima a Roncalli di raccontarci quale segmento degli studi e della conoscenza di Paolo VI e di Giovanni XXIII rappresenta questo libro, e anche di darci qualche tratto. Poi, brevemente, a Monsignor Negri una sintesi di una visione più ampia.

MARCO RONCALLI:
Grazie a voi, grazie agli organizzatori di questo evento. Penso di interpretare non solo il mio grazie personale ma anche quello della fondazione che presiedo, la fondazione Papa Giovanni XXIII di Bergamo, e anche dell’istituto Paolo VI di Brescia, le due istituzioni depositarie delle lettere che sono poi affluite in questo carteggio. E ringrazio anche Sua Eccellenza Monsignor Negri per questa presenza che non vuole essere meramente di circostanza – fra l’altro, so che ha avuto occasione di incontrare Giovanni XXIII per portargli proprio il libretto rosso di GS insieme a don Giussani -, ho seguito molto anche l’attenzione costante al pontificato di Giovanni XXIII, in particolare a certi documenti non proprio ben conosciuti come la Mater et Magistra. E questo rientra anche nella sua visione di questa Chiesa che, se non è maestra, non è neanche madre. Mi hanno intrigato tante volte certe sue letture, soprattutto quelle sulla famosa distinzione tra l’errore e l’errante. Che cosa abbiamo davanti? Abbiamo davanti un carteggio che, per meno della metà, era uscito già negli anni ’80 curato da Monsignor Capovilla, il segretario di Giovanni XXIII che oggi ha 98 anni, con il quale abbiamo ripreso in mano questo lavoro, con una ricerca nei vari archivi privati, diocesani, aggiungendo altre lettere che allora non erano state utilizzate o solo in parte. E’ un primo tentativo di dare completezza a questo corpus che non è ancora completo perché indubbiamente ci saranno molte altre lettere da ritrovare. Però sono 201 lettere di fede e amicizia, come quelle tra Monsignor Maio e don Giussani. Ne viene fuori la testimonianza di una grande amicizia, discreta se vogliamo, fra due ecclesiastici. Viene fuori la conferma di una fede granitica, di un forte amore per la Chiesa. Soprattutto, è una specie di specchio di un servizio ecclesiale dove le ragioni pastorali e religiose prevalgono quasi sempre dentro ogni impegno legato a un ruolo: diplomatico, politico, culturale. E’ certamente una fonte a disposizione degli studiosi che permette di completare alcuni tasselli dei passaggi biografici, che può essere interpolata anche, come abbiamo fatto, con i diari di Roncalli e la cronologia di Montini, e che può essere messa insieme ai diari, agli omeliari, al tantissimo materiale che abbiamo di questi due pontefici, in particolare di Giovanni XXIII. Ma direi che quello che contraddistingue questa corrispondenza è proprio la cifra di comunione spirituale, anche nelle lettere dove in teoria si parla di problemi quotidiani, di lavoro, una cosa via via sempre più evidente che la rende un unicum nella letteratura epistolare, a prescindere dal destino dei due corrispondenti. C’è una specie di crescendo, dove i due interlocutori assistono a questo rafforzarsi della sintonia che si riflette anche nel registro stilistico della corrispondenza. Le due persone si danno del Lei, ovviamente, come si è sempre usato ma i toni a volte sono meno protocollari. Un altro aspetto interessante è che queste missive sono intessute di citazioni, soprattutto dalla Sacra Scrittura e dai Padri della Chiesa, e poi sono sempre segnate comunque da un atteggiamento di grande fiducia, che viene riconosciuta in una condivisione di esperienze, una corrispondenza dettata dall’intelligenza del cuore e dalla – mi piace sottolinearlo – sollecitudine per un progetto che non è mai per le proprie persone, legato ai ruoli, o che pensa a questi ruoli dentro una funzione di potere, ma è un servizio messo a disposizione della chiesa e degli uomini. Fornasieri ha ricordato prima come nasce questo carteggio, nasce addirittura nel ’25: è molto curioso anche questo dato di fatto che generalmente anche nelle biografie viene ricordato, abbiamo davanti due figure completamente diverse. Questo servirà anche per interpretare il destino futuro di quelle che rimangono due sensibilità diverse eppure destinate entrambe a diventare anelli consecutivi della catena papale. E’ interessante vedere come dietro loro sono molto presenti le loro realtà, che in questo carteggio si intersecano, due famiglie, due paesi, due città, due diocesi cariche di storia e tradizioni. Bergamo e Brescia come luoghi delle radici, delle prime finestre sul mondo, luoghi della formazione, dove si sprigiona la vocazione e, insieme, anche quel solido patrimonio della tradizione cristiana in Lombardia. Penso ai cardinali Ferrari e Schuster ma anche ad Achille Ratti, Pio XI, che ha permeato in profondità la coscienza individuale del clero, della comunità, del laicato; una istituzione giacimento di ricchezza spirituale e culturale, una tradizione dove religione significa anche studio, educazione, significa Milano, l’Ambrosiana piuttosto che la Cattolica di Gemelli, significa anche economia, la dottrina sociale e le varie imprese, le banche, l’editoria, la scuola, la stampa, la solidarietà. Questa chiesa battagliera che sta vicino anche alle esigenze concrete della gente e che, oltre al culto, si pone in prima linea nella promozione di iniziative. Pochissime righe proprio per darvi alcuni cenni: noi abbiamo davanti due famiglie, oltre che due città, completamente diverse. Il Roncalli di origine contadina, che vive il seminario – e il seminario in realtà è la vera famiglia di Roncalli, perché ci entra giovanissimo, per quanto il legame con quella di sangue sia rimasto – dove si forma moltissimo l’uomo, oltre che ovviamente nel periodo dell’infanzia in famiglia. Il Roncalli che vive accanto ad un grandissimo Vescovo, Radini-Tedeschi, che attraversa la tempesta del modernismo e che prima arriva a Roma, per questa chiamata che taglia in due la sua vita, i primi quarant’anni dati alla diocesi, al Vescovo Corradini ma poi anche al Vescovo Marelli, proiettato a Roma, chiamato dal Consiglio centrale dell’opera di Propaganda Fidei, che a Bergamo veniva chiamata rozzamente “l’opera del soldino”, perché bisognava dare una mano alle missione. E’ in questo momento che nasce l’amicizia con il Montini, di tutt’altra famiglia, altoborghese. Cresciuto lontano dalla palestra del seminario per motivi di salute, aveva frequentato altre scuole, gli Oratori della Pace, ecc. Dopo l’ordinazione arriva anche a lui a Roma, quando Roncalli arriverà, più tardi, lui è già lì dagli anni Venti. Dopo avere iniziato gli studi di diplomazia, comincia la collaborazione con la Segreteria di Stato che lo porta ad essere Sostituto ed assistente ecclesiastico della FUCI. Oltre al carteggio, che ha qui il suo incipit, ci sono poi testi, incontri, memorie dello stesso Montini che ricorda la figura di Roncalli, il giovane seduto davanti a lui nel suo ufficio di piazza Mignanelli, in un palazzo che dipendeva da Propaganda Fide. Dice Montini che subito diventarono amici per quella virtù straordinaria di comunicativa cordiale che aveva Roncalli, la capacità di essere accessibile a chi lo avvicinava, la comunanza di Brescia, perché c’erano state frequentazioni precedenti di Roncalli a Brescia. Ci sono figure importanti come quella di Mons. Zammarchi, poi c’è un vuoto epistolare, una grande lacuna che va dal ’25 al ’38, gli anni in cui Roncalli arriva in Bulgaria come Visitatore Apostolico. In teoria doveva rimanere pochissimo, in realtà rimane dieci anni, il periodo in cui accade anche la scoperta del mondo ortodosso. Il carteggio riprende con le lettere che stabiliscono il ponte tra Istanbul, dove Roncalli è Delegato Apostolico per la Turchia e per la Grecia, in un momento in cui i due Paesi vivono un esodo reciproco, con moltissimi problemi. E’ la Turchia di Kemal Ataturk, non quella islamica, la Turchia della laicizzazione totale, dove i sacerdoti devono vivere senza mostrare alcun segno della loro appartenenza, almeno in pubblico. Sono momenti molti duri, per certi versi, però è la stessa Turchia che diventa corridoio di un Paese neutrale per la fuga degli ebrei dalla persecuzione nazista. Ci sono alcune lettere di lavoro, molto interessanti, che mostrano questo mondo visto dalla periferia, prima dalla Bulgaria, poi dalla Turchia e Grecia. Intanto Montini ha il suo ruolo in Vaticano, alla Segreteria di Stato, con un duplice sguardo, dal centro e dalla periferia. In alcune lettere emerge già la consapevolezza di questo olocausto che si sta consumando. Ci sono anche lettere di premure papali di Pio XII che, tra queste due figure, ha un ruolo importante. Ci sono lettere molto importanti del periodo francese, dove emergono i problemi dei vescovi collaborazionisti, della Nouvelle Théologie, lettere dove gli interlocutori condividono una sorta di fraternità episcopale, con la vigilia del Conclave. Questo rapporto diventa una sorta di paternità, un’amicizia complessa, emerge il desiderio di trovare risposte a quello che sta accadendo, ad esempio l’inizio della secolarizzazione a Venezia e a Milano. Chiudo e affido eventuali precisazioni ad un secondo giro, grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
Uno scenario ampio e complesso, nutrito da quelle ragioni religiose che prevalgono tra queste due grandi figure. Sono 35 anni dalla morte di Paolo VI, 40 dalla sua salita al Soglio Pontificio. In questo Anno della Fede, sono stati ricordati i momenti di inizio del Concilio: chiediamo a Monsignor Negri di unire dentro questi spunti, seppure in modo sintetico, la grandezza di queste figure.

S. ECC. MONS. LUIGI NEGRI:
Bene, comincio con due brevissime premesse che però sono importanti. Man mano che procedevo nella lettura di questo libro, che è veramente straordinario, notavo come descriva due personalità che, per certi aspetti, sono ordinarie, e che la Chiesa ha maturato fino alle responsabilità supreme. Credo ci fossero centinaia di preti come Roncalli, nella diocesi di Bergamo, eppure c’è questa provvidenzialità. Fra venti, trent’anni, non sarà più possibile fare un libro così: ce lo vedete uno storico che parla dell’e-mail tra il Cardinale tale e il Papa tale, dei Twitter tra il Cardinale tale e il Papa tale? E’ la distruzione del cartaceo, della memoria, è la sostituzione della memoria, che dice sempre una singolarità che il cartaceo raccoglie ed esprime, a sacrifico di un anonimato, di una genericità rappresentata dalle e-mail di cui viviamo e che distruggono la nostra esistenza quotidiana. La seconda cosa: che questo libro è venuto al momento giusto ed è stato condotto con grande intelligenza, ci ha restituito quello che le lettere possono restituire perché le lettere non sono tutto quello che un ecclesiastico ha fatto, scritto e comunicato, sono la modalità con cui una personalità esprime se stessa in particolari condizioni di responsabilità o familiarità. Qui ci sono ambedue le cose, perché ciò che li tieni uniti è una responsabilità crescente ma, nello stesso tempo, una familiarità che si matura. Io li ho ritrovati come erano veramente: questo libro fa finire l’agiografia e la vulgata negativa su questi autori, perché ritroviamo Angelo Giuseppe Roncalli nel suo lungo cammino verso il pontificato e incontriamo Paolo VI così come si dice, obiettivamente. Uno sarà poi definito “Papa buono”, e con questo si cerca di coprire tutto, anche quello che forse immediatamente non è così comprensibile del suo ministero petrino. L’altro sarà “Paolo Mesto”. Mi è servito ritrovarli in una oggettività, mettermi in contatto con quel passato che dice qualcosa al presente, perché non si legge mai il passato nel passato, i grandi storici ci hanno insegnato che si legge la storia a partire da un presente. Il famoso, grande volume di Marrou, diceva che quello che è determinato nella lettura storica è il punto di vista dell’osservatore, sono io che provoco la storia e la provoco a partire da domande che vivo, da esigenze che ho: e la storia risponde con maggiore o minor pertinenza a queste domande. Cosa dice al cristiano del terzo millennio, ancor prima che all’ecclesiastico, al religioso, al Vescovo? La prima osservazione imponente come un evidenza, gridata da queste 200 lettere, è che Roncalli e Montini vivevano di fede. Una fede reale, una fede profonda, una fede quotidiana, una fede circondata anche da quel sano pudore che avevano i nostri vecchi, che non mettevano subito in campo né le difficoltà né i successi, una fede nutrita di preghiera. In queste lettere, tornano di frequente i richiami ai brani della Liturgia delle Ore, ai Mattutini alle letture dei Vangeli: è gente che credeva in Cristo. E’ evidente che la radice di tutto, il segreto di queste vite che poi si sono svolte in modo così straordinario, era quello che avrebbe sostenuto la vita di un Roncalli che fosse finito come parroco nel bergamasco, o di un Montini che avesse vissuto la sua esistenza come responsabile di una sezione della Segreteria di Stato. La fede è la radice dell’amicizia, questo libro lo insegna. Amicizia non innanzitutto come sintonia di temperamenti molto diversi, di formazioni diverse, di famiglie diverse, anche se convergenti ma, come diceva Roncalli, in quella sana tradizione popolare della chiesa del nord, un’amicizia in nome di Cristo. Un’amicizia in cui dati temperamenti, storici, culturali, affettivi, situazionali possono stare dentro, perché è l’amicizia di due uomini che hanno i loro problemi. Pensate a questo povero disgraziato – lo dico tra virgolette -, che viene catapultato da Istanbul, che non era proprio una sede molto tranquilla, alla Parigi del 1945, quando c’è lo scontro frontale fra la Chiesa che, come diceva il generale De Gaulle, uno dei personaggi più impervi di tutta la storia universale, con un carattere certamente impossibile da sopportare, aveva collaborato con il nazismo, la Chiesa di Petain, di Vichy, da qui la richiesta di eliminare, dimissionare venti vescovi. E questo povero disgraziato, che non è neanche più giovanissimo, che incomincia a fare i primi passi a Istanbul, e chiede all’amico: cosa faresti tu in questa situazione? Un’amicizia che è l’espressione dell’amore personale a Gesù Cristo: su questa fede fiorisce un’amicizia così radicale che è capace di sostenere tutto, di sopportare tutto, nel senso evangelico della parola. Che è capace, quindi, di quella straordinaria cosa che allieta la vita di tanti, almeno la mia, questa condivisone, questo portare gli uni i pesi degli altri, che non elimina le responsabilità ma ci conforta. Una fede che è amicizia al servizio della Chiesa. Questi uomini hanno amato la Chiesa più di se stessi, questa gente ha servito la Chiesa così come la Chiesa chiedeva, senza mettere dei se e dei ma. Tutte le volte che Roncalli riceve una nomina, dice: non ho nulla da pretendere, faccio perché me lo dice il Papa, faccio quello che il Papa vuole che io faccia. Un servizio appassionato, incondizionato di fronte a responsabilità che qualche volta sembrava superassero le loro forze, una responsabilità al servizio di una Chiesa, una perché guidata. Queste gente ha amato la Chiesa e il Papa, e non ha mai messo nessuna distinzione, non dico separazione, come è diventato consueto anche nel mondo ecclesiastico nei tristi tempi in cui viviamo. Non la separazione fra il Papa e la Chiesa ma neanche la distinzione. Il nunzio Roncalli ogni mese mandava la sua relazione al Santo Padre su tutto quello che faceva, di più lo, mandava in anticipo il programma del mese per chiedere al Papa che autorizzasse l’uscita da Parigi per andare in un altro posto dove era chiamato. E ci sono le risposte di Montini: Sua Santità ha detto sì per queste iniziative, non per le altre, perché sarebbe una lontananza troppo lunga dalla sede della nunziatura. E’ gente che amava il Papa e obbediva – si potrebbe anche dire che forse allora si comandava più di adesso, comunque obbediva – nel particolare. Per esempio, una cosa che torna nelle lettere del nunzio Roncalli a Montini: “Dica al Santo Padre che l’unica preoccupazione è che cresca nella Chiesa di Francia l’amore al Santo Padre, e dica che, quando parlo nelle manifestazioni religiose, ho solo la preoccupazione di riecheggiare come posso l’insegnamento del Papa”. Evitiamo qualsiasi confronto con il presente. Un amore al reale, alla Chiesa, un’obbedienza che è evidente, leggendo, diventa responsabilità, diventa creatività personale. Per esempio, il Nunzio Roncalli, nelle sue sedi diplomatiche, è stato certamente un uomo che ha saputo vivere l’impegno e tutte le responsabilità connesse alla diplomazia nel senso del dialogo: con gli ortodossi, con le minoranze ungheresi, con l’Islam, in Turchia, con i Giovani Turchi, che allora erano peggio degli islamici. Ricordiamo che la Turchia nobile, la Turchia moderna ha operato l’eccidio degli armeni, decine di migliaia, forse milioni di armeni che ostacolavano la modernizzazione della Turchia, nel silenzio di quelle grandi potenze occidentali, Germania e Inghilterra e Francia, che adesso sono impegnate a far casino nel Medio Oriente e a tirare le fila di tutto quello che succede. Roncalli aveva una grande capacità di carità in diplomazia: dal suo studio passano le personalità più grandi, di ognuna sa cogliere le esigenze e sopportare le difficoltà. Per esempio, dei venti vescovi di cui De Gaulle aveva chiesto le dimissioni, riuscì a farne dimettere tre e non di più. Di questi tre che si dimisero, Roncalli qualche mese dopo scrisse di persona a Pio XII, dicendo che avevano fatto il grande gesto di dimettersi per il bene della Chiesa ma che adesso bisognava dare loro degli incarichi onorifici precisi, per dimostrare che la Chiesa non li abbandonava al potere e alle reazioni del potere. Personaggi in cui la fede e la carità verso la Chiesa diventano costume di vita. Certo, tra il Nunzio e l’impiegato di grande rilievo della curia, c’è una differenza, una differenza culturale sulla quale vorrei soffermarmi brevemente. In tutte le lettere di Roncalli, quello che noi chiamiamo il giudizio sulla situazione reale, sul presente, è molto sfumato: in primo piano c’è questa carità travolgente. Non si dice una parola sul nazismo, non si dice una parola sul comunismo, ma si fa vedere che alle vittime del comunismo e del nazismo la Chiesa, attraverso la sua opera di Nunzio, ha prestato tutto quello che doveva essere prestato dal punto di vista del sostegno morale, fisico e materiale. Roncalli è uno straordinario – passatemi il termine – ecclesiastico, la sua azione si svolge nell’ambito della vita ecclesiale ed ecclesiastica, quindi la valutazione dei grandi eventi è sempre in secondo piano. In primo piano, c’è la grande celebrazione della festività dell’anniversario di san Gregorio Barbarigo, primo Patriarca di Venezia. Montini fa un grande Pontificale e don Giuseppe De Luca fa una grandissima conferenza. Roncalli dice: che bello, è andato tutto bene, il Pontificale è stato solenne, la predica ben fatta, le autorità erano tutte presenti. Ecco questo sano godere del benessere della ecclesiasticità. Montini percepisce che in tutto questo sano benessere della ecclesiasticità cominciano ad esserci delle crepe, dei problemi, delle difficoltà. C’è una pagina estremamente significativa, una lettera del 22 dicembre 1959: Montini è già Cardinale, ha iniziato il suo cammino come arciVescovo di Milano, con la grande iniziativa della missione al popolo cristiano, e scrive delle pene spirituali che si aggiungono a quelle dette: sembra che si ingrossino e si fortifichino le file degli avversari del nome di Dio, il laicismo e l’anticlericalismo ritornano imperiosamente di moda, la licenza dei costumi, nella stampa e negli articoli, si fa largo, insolente e sfrenata. Montini aveva un gusto dell’aggettivazione che è straordinario: dunque, “la licenza dei costumi nella stampa e negli spettacoli si fa larga, insolente e sfrenata, idee correnti di dubbia bontà agitano e dividono le file stesse di quegli che dovrebbero illustrare e difendere il nome cristiano”. Le previsioni per le sorti delle pubbliche amministrazioni sono purtroppo negative e non vale finora a dissiparle il buon volere di coloro che conservano concretamente la fedeltà e l’operosità. E’ la percezione di una crisi, una crisi grave, radicale, che colpisce le radici della presenza cristiana. Si vede qui la sintonia profonda con le voci del cattolicesimo, soprattutto lombardo, che avevano già segnalato l’inizio di questa crisi: le voci di don Mazzolari, di don Carlo Gnocchi, di don Carlo Colombo, di don Giussani. Sembra tutto assicurato, tutto vero, tutto forte, eppure dentro comincia ad esserci, evidente, una crisi che mina questa fioritura, che esigerebbe altro: è questa la scelta illuminante, profetica, assolutamente straordinaria di don Giussani, che lascia l’insegnamento della Teologia nel seminario più prestigioso, quello di Venegono, per calcare le aule dei licei milanesi nei quali comincia quel lento e inesorabile attacco del laicismo anticattolico alla tradizione alla cultura cattolica. Ecco, la crisi è avvertita in modo forse troppo discreto in questo carteggio, tranne per questa lucidissima pagina che ha certamente un valore profetico, se contestualizzata dell’ambito del ministero ambrosiano di Paolo VI, che ruota attorno alle missioni popolari. Questo è quello che emerge in questa raffinata amicizia, perché è un’amicizia piena di finezza, di sentimento, di aggettivi, dalla quale ci viene testimoniato che questi uomini sono stati dentro, hanno servito con tutte le loro forze una Chiesa che amavano più di se stessi, le cui difficoltà di carattere culturale e missionario avvertivano in modo molto sfumato. Grandi personaggi, grandi uomini, anche i loro amici. Roncalli scrive tre o quattro lettere a Montini dicendo: questi che mi sono stati amici, vorrei che fossero promossi per poter servire di più la Chiesa, dove l’amicizia non è il valore della promozione ma un’occasione che viene segnalata perché cresca la Chiesa, non perché il mio amico faccia carriera. Quella amicizia ha anche dei limiti comprensibili ma quello che è prevalente, fondamentale, è che volevano il bene della Chiesa più del proprio, e questo rende assolutamente vera e rigorosa la richiesta del processo di beatificazione, che giunga fino alla loro segnalazione nel novero dei santi della Chiesa cattolica, non perché hanno capito tutto del mondo in cui vivevano, non perché hanno fatto tutto giusto ma perché hanno amato il mistero di Cristo e della Chiesa incondizionatamente. Concludo con un ricordo vivissimo, che credo non mi abbandonerà mai, della mia esperienza di Vescovo a San Marino Montefeltro. La cosa più straordinaria, quasi incredibile, è stata la visita di Benedetto XVI alla diocesi di San Marino Montefeltro il 18 giugno 2011. In quella giornata di Grazia, perché il Vescovo sta incollato al Papa da quando scende a quando risale, è il primo ad accoglierlo e l’ultimo a salutarlo: giornata di dialogo indimenticabile. A un certo punto ho parlato dell’episcopato italiano, non di oggi ma dei tempi di Montini, di Roncalli, di Schuster, di Ruffini, di Della Costa a Firenze. E dicevo: “Vede, Santità, facendo eccezione solo per Lei, ha ragione Giovanni di Salisbury, un grande intellettuale del XII secolo che dice che siamo come nani sulle spalle dei giganti. E’ perché siamo sulle spalle dei giganti che vediamo bene anche quello che immediatamente non vedremmo. Ecco, Santità, i vescovi di oggi sono nani sulle spalle di questi giganti a cui dobbiamo gratitudine per la testimonianza che ci hanno dato e per la chiarezza di vedere bene, o meglio, in modo dignitoso il presente, per costruire, quando sarà possibile, un futuro di bene per la Chiesa e quindi per l’umanità”. Lui mi rispose: “Cosa c’è che non va?”. E io: “Santità, il nano sa di essere un nano e perciò sale sulle spalle di quelli che sono più grandi di lui. E’ terribile però quando un nano non sa di essere nano e pensa che la storia cominci e finisca con lui, e perciò non sale sulle spalle di nessuno, non vede niente e capisce poco. E la vita della Chiesa ci rimette”. Si è stretto nelle spalle e ha detto: “E’ triste, Eccellenza, ma è vero, è triste ma è vero”. Questo libro può aiutare tutti quelli che vogliono dare il proprio contributo alla vita della Chiesa come fede vissuta, come amicizia, come amore alla Chiesa in qualsiasi situazione, quelli che vogliono dare un contributo di piccoli nani sulle spalle dei giganti, cioè interiorizzando la tradizione e la storia di cui siamo figli, perché o la fede è oggi o non esiste più. Se la fede è solo tradizione non ne parlerà più nessuno, se invece la fede è un presente che viviamo con tutta la nostra passione, arricchendoci della sua tradizione, viviamo bene il nostro presente, per noi stessi e i nostri fratelli uomini, soprattutto costruiamo per loro, per il nostro futuro, una civiltà che sia sempre più segnata dalla verità e dall’amore, come voleva Giovanni Paolo II. Questo libro mi è servito a fare questo cammino, mi auguro che possa farlo chiunque di voi lo leggerà. Grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie a Monsignor Negri, la sua è stata una testimonianza personale di fronte alle parole, all’amicizia, alla relazione tra una militia fidei e una amicizia comune, che ci indica quanto la responsabilità, piccola o grande che a ognuno può essere chiesta, sia una corresponsabilità verso un corpo più grande. Credo che sia il grande insegnamento e il grande senso, anche storico, di libri e documenti come questi, perché la storiografia, la lettura della storia – come si accennava – pone in essere il punto di vista di chi domanda, di chi ricerca, di chi mette insieme. Il lavoro di Marco Roncalli è prezioso, come quello di Capovilla che ha collaborato, restituisce il senso intero di un corpo che cammina nella storia e di un imprevedibile legame che, sorto in anni passati, ha attraversato i Quaranta e i Cinquanta in un modo che non immaginavamo. Grazie ancora, Sua Eccellenza Arcivescovo, ci vediamo alle 7, per chi verrà. Arrivederci.
Trascrizione non rivista dai relatori

Data

22 Agosto 2013

Ora

15:00

Edizione

2013

Luogo

eni Caffè Letterario A3
Categoria
Testi & Contesti