INVITO ALLA LETTURA. Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.

AFGHANISTAN SOLO ANDATA. Storie dei soldati italiani caduti nel paese degli aquiloni
Presentazione del libro di Gian Micalessin, Giornalista (Cairo Editore). Partecipano: l’Autore; Mario Mauro, Ministro della Difesa.

A seguire:

IO NON HO PAURA. La storia di Francesca Pedrazzini
Presentazione del libro di Davide Perillo, Direttore di Tracce (Ed. San Paolo). Partecipano: l’Autore; Vincenzo Casella, Marito di Francesca Pedrazzini.

 

INVITO ALLA LETTURA. Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.
Ore: 19.00 eni Caffè Letterario A3
AFGHANISTAN SOLO ANDATA. Storie dei soldati italiani caduti nel paese degli aquiloni
Presentazione del libro di Gian Micalessin, Giornalista (Cairo Editore). Partecipano: l’Autore; Mario Mauro, Ministro della Difesa.

A seguire:

IO NON HO PAURA. La storia di Francesca Pedrazzini
Presentazione del libro di Davide Perillo, Direttore di Tracce (Ed. San Paolo). Partecipano: l’Autore; Vincenzo Casella, Marito di Francesca Pedrazzini.

CAMILLO FORNASIERI:
Bene, un caro benvenuto a voi tutti, cominciamo questo secondo momento di invito alla lettura. Abbiamo due proposte. La prima che è dell’editore Cairo di Milano e l’Autore è Gian Micalessin, che ce ne racconterà le origini, le mosse e anche un po’ il contenuto, giusto come flash introduttivi. E poi abbiamo con noi, lo ringraziamo moltissimo della generosa disponibilità, il Ministro Mario Mauro, in qualità sia di Ministro della Difesa Italiana che di persona che ha visitato, nei suoi precedenti mandati, diversi Paesi del mondo ed ha ben presente il quadro della situazione dei nostri soldati e degli italiani nel mondo. Il libro di Gian Micalessin si intitola Afghanistan solo andata. Storie dei soldati italiani caduti nel paese degli aquiloni. Il Paese degli aquiloni è un paese che da decenni è arato da divisioni interne ma soprattutto da pressioni, anche internazionali, di Paesi vicini, è un punto di distribuzione internazionale, diciamo, sulla pelle della gente, di quell’estremismo che pervade molte delle società e delle città nel mondo. Gian Micalessin, è giornalista, inviato di guerra da tanti anni in tanti posti del mondo, è protagonista qui al Meeting da vario tempo, insieme a Roberto Fontolan, di reportage, filmati di guerra che ci raccontano il mestiere del giornalista e del reporter. Lui in Afghanistan ci è stato giovanissimo, aveva 23 anni e aveva fondato l’agenzia Albatros insieme a Fausto Biloslavo, che proprio in quel Paese, se non sbaglio, ha subito un grave incidente. Da quel momento, in modo instancabile, ha veramente raccontato ad ogni parte del mondo i fatti che accadevano. Qui ha voluto andare a ritrovare quelle persone che sono cadute nel territorio dell’Afghanistan. Questo titolo di “solo andata” non ha dentro solo il dolore di questo non ritorno ma tende ad andare al fondo, cioè a far emergere anche la vita. È così fa Gian che è andato a conoscere di persona lo spirito di questo servizio, il motivo di questo senso di chiamata e quindi anche l’avventura umana, esistenziale di queste persone. Ha scelto otto storie e chiedo a lui di raccontarci di questi nostri compagni e fratelli. Grazie.

GIAN MICALESSIN:
Grazie Camillo, grazie al Ministro Mauro per essere presente alla presentazione del mio libro, grazie a tutti voi per essere qui ad ascoltarmi stasera, ad ascoltarci questa stasera.
Partiamo innanzitutto dal motivo principale: perché scrivere un libro sugli italiani caduti di Afghanistan, perché scrivere un libro sui soldati morti? Forse per rispondere alla stessa domanda a cui ha cercato di rispondere il Ministro Mauro questa mattina, quando ha parlato dell’inadeguatezza degli italiani di fronte alle missioni all’estero, dell’inadeguatezza degli italiani di fronte all’Afghanistan, alla missione in Afghanistan. Ogni volta che muore un soldato, ogni volte che viene ferito un soldato, ogni volta che c’è un attentato sentiamo sempre lo stesso chiacchiericcio, la stessa domanda: ma che ci stiamo a fare lì? Perché siamo lì? Perché li teniamo li? Perché non li portiamo a casa? Quella domanda, “perché non li portiamo a casa?”, mi sembra molto spesso l’azione del boyscout che per fare una buona azione vuole portare indietro la vecchietta, costringere la vecchietta ad attraversare la strada. E nessuno dei soldati che sono fuori in Afghanistan, dei 2.500 soldati, che erano lì fino a pochi mesi fa, e dei 2.000 che ce ne sono oggi, vuole tornare indietro quando un loro collega muore, quando cade facendo il proprio dovere in Afghanistan. Perché per tutti loro, per tutti quei soldati andare in Afghanistan è raggiungere il massimo della propria professionalità. Hanno studiato per fare quello, sono volontari, è la vita che vogliono fare, è l’esperienza che vogliono sperimentare e la sperimentano sulla propria pelle. Ho voluto scrivere questo libro, perché ho voluto non la loro morte, la loro morte che noi giornalisti molto spesso chiudiamo in poche righe dei nostri articoli, al termine delle quali non abbiamo capito niente dell’individuo che ci ha lasciato, dell’individuo che ha deciso di vestire la divisa e andare in Afghanistan. Ho cercato di scrivere un libro che recuperasse quello che non raccontiamo di quelle vite perdute. Perché le vite di quei soldati sono la migliore spiegazione per farci capire perché tanti giovani decidono di mettere a rischio la propria vita, la propria esistenza, di lasciare i propri cari e andare lì dove l’Italia ha una missione difficile nell’ambito di un contesto internazionale. Ma c’è un’altra ragione molto importante per cui ho voluto scriver questo libro, è una ragione molto legata all’attuale situazione politica, economica italiana. Forse voi ricorderete la nostra prima missione all’estero, in Libano, una missione iniziata con una nave da sbarco che non riusciva ad aprire lo sportello. È un’immagine un po’ comica delle nostre Forze Armate che veniva presentata da tanti film e da tante facezie. Si scherzava molto sulle nostre Forze Armate. Era un po’ un’istituzione pulcinella, che un po’ veniva denigrata, un po’ veniva accusata e molto spesso la denigrazione serviva a metterla da parte. In questi trent’anni, queste nostre Forze Armate sono molto cambiate, sono diventate da quell’istituzione pulcinella una delle migliori istituzioni che l’Italia può esprimere. Oggi i nostri soldati, quegli stessi soldati che noi ricordiamo con 60, 70 righe sulla carta stampata, dei quali molto spesso i nostri politici non sanno spiegare cosa fanno lì, anche politici che sono stati al Governo, che hanno occupato ruoli di Governo, svolgono missioni a fianco dei migliori eserciti internazionali. Lavorano e si misurano alla pari con inglesi, francesi, americani e ricevono gli elogi dai comandanti americani, che vengono nelle nostre basi e guardano stupiti come i nostri soldati sono più in grado di comprendere la missione di quanto non siano i soldati francesi e americani. Tutto questo mentre l’Italia ha fatto un processo decisamente inverso. Trent’anni fa la nostra nazione era una nazione rispettata, oggi l’Italia forse è scesa nelle classifiche del rispetto internazionale. Le sue istituzioni hanno perso credibilità e rispetto in ambito internazionale. Mentre le altre istituzioni perdevano credibilità e rispetto in ambito internazionale, le Forze Armate, assieme a questi cinquantatre morti, di cui non si può mai essere contenti, ma di cui si può essere orgogliosi, sono diventate una delle migliori istituzioni. L’unica, forse, che ci consente di competere alla pari con i nostri alleati. Ed ecco perché le vite di questi otto soldati che ho voluto raccontare in questo libro sono il simbolo anche della crescita umana di questi soldati. Io negli ultimi tempi ho portato colleghi, televisioni dentro le caserme a raccontare la vita dei soldati italiani, ad incontrare i soldati italiani. E tutte le volte mi viene detto “ma sono veramente il meglio dei nostri giovani!”. Chi non li conosce, chi li scopre per la prima volta, scopre che nelle caserme e nelle basi afghane c’è la nostra migliore gioventù. Una gioventù che sa misurarsi al meglio con la gioventù degli altri Paesi e conosce al meglio i problemi internazionali, cosa che non succede molto spesso nelle scuole e nelle università italiane. Per questo, questi cinquantatre soldati morti e gli otto soldati, a cui ho dedicato questo libro, rappresentano per me non soltanto il sacrificio ma rappresentano anche la crescita delle nostre Forze Armate, dei nostri soldati e dell’Italia. Ecco questo è uno dei motivi principali per cui ho voluto scrivere questo libro.
CAMILLO FORNASIERI:
Gian, che differenza, quale contraccolpo di diversità hai avuto nell’andare ad incontrare delle persone che non erano poi protagonisti del servizio sul campo? Tu, quando hai incontrato le persone, i famigliari, hai ricostruito la storia: quale è stato il tuo contraccolpo di persona e di scrittore?

GIAN MICALESSIN:
E’ stato un viaggio difficile, molto complesso e molto doloroso. Io, tanti anni fa, nel 1987, dovetti andare a casa di un mio amico a riferire a sua madre che lui era morto, era morto facendo questo mestiere ed era morto in Mozambico e non sarebbe più tornato a casa. E mi ricordo ancora il dolore, il groppo allo stomaco, la mano dentro che mi rivoltava lo stomaco, che mi impediva di salire quei cinque gradini che mi portavano alla casa della madre del mio amico. Quando ho scritto questo libro, sono andato a trovare otto famiglie che avevano perso, come la madre del mio amico, un figlio, un marito, un fratello. Ogni volta che ho suonato ad uno di quei campanelli, ho riprovato la stessa sensazione, lo stesso groppo allo stomaco, la stessa fatica ad entrare da quella porta, perché chiedere a una madre, a una moglie, a una sorella di raccontare chi era la persona che l’ha lasciata, che ha perduto, è veramente un gesto spietato. Perché ogni volta che gli chiedi di ricordare chi era, rinnovi il suo dolore, rinnovi la sua sofferenza. Ho ritenuto di farlo, ma è stato molto difficile, anche perché la difficoltà, quando parli con i militari, è la riservatezza, è la doppia immagine che i militari hanno, quello che raccontano a casa e quello che fanno quando sono in servizio. Molto spesso le stesse conversazioni tra i militari in servizio in Afghanistan e le conversazione tra chi sta in casa sono surreali. Ricordo, ad esempio, quest’inverno, quando ero a Bala Baluk, una base nella provincia di Farah, e raccontavo la storia di una squadra, i contatti tra loro e le famiglie che stavano in casa. Eravamo tornati da una missione in cui c’erano stati degli scontri a fuoco. Era stata una missione di due giorni abbastanza impegnativa. Alla sera, la mensa era chiusa per il normale periodo di disinfestazione e quindi non c’era neanche un rancio caldo per i ragazzi che erano tornati da quell’operazione. Il caposquadra aveva un contatto telefonico via Skype con la famiglia e la famiglia tutta riunita aspettava e gli chiedeva: “com’è andata?”. “Oggi è stata una giornata tranquillissima, eravamo qui alla base, abbiamo fatto un po’ delle solite operazioni e adesso andiamo a cena”. “E a cena cosa avrete?” “Beh, a cena avremo il minestrone, le patatine”. Poi è tornato nella sala, nella camerata e si è mangiato dei panini. Sono conversazioni surreali. Sono conservazioni in cui chi sta in Afghanistan non vuole impensierire chi sta in Italia e chi sta in Italia non vuole appesantire la fatica della missione con i problemi di chi sta qui. Quindi molto spesso si crea una discrasia e nessuno conosce effettivamente chi sia un soldato. I genitori, i parenti, le mogli ne conoscono una parte. Gli amici ne conoscono un’altra. I commilitoni ne conosco una terza. Quindi sono sempre due o tre persone che poi devi interpellare per ricostruire, rimettere insieme. È un mosaico difficile. È un mosaico, sono vite separate, che purtroppo si ricongiungono solamente nella morte, in quell’ultimo evento tragico. Per questo è stato molto faticoso, perché molto spesso, quando raccontavo delle cose che avevo appreso dagli amici, le madri mi guardavano, sgravano gli occhi e dicevano: “Ma io questo non l’ho mai saputo, sei il primo che me lo racconta”. E’ per questo che è stata una grande sofferenza questo viaggio, forse uno dei viaggi più faticosi che mi hanno dato più sofferenza di quelli fatti in trent’anni di guerra.

CAMILLO FORNASIERI:
Adesso chiederei al Ministro Mauro un suo commento, una sua riflessione, sul senso di questo punto che è la difesa italiana e il servizio che essa implica.

MARIO MAURO:
Grazie intanto a Gian Micalessin per aver scritto questo libro che a me consente di entrare nel merito di una questione che non è appena il tema delle strategie del nostro Paese sullo scenario della pace e della guerra. Il tema più profondo e vero è quanto vale la vita di un uomo, perché nel compendio dei luoghi comuni che accompagna il dibattito sul tema delle missioni internazionali, se siano cioè uno strumento dell’imperialismo sotto falso nome piuttosto che un tentativo di solidarietà con popoli in difficoltà, c’è sicuramente un punto che viene sistematicamente evacuato, disatteso, che è la coesistenza di un mistero al quale gli Stati sono comunque chiamati a render conto, perché nella realtà non c’è niente che valga la vita di un uomo. Io ho cominciato ad esercitare il mio mandato di Ministro della Difesa andando in Afghanistan e pochi giorni dopo uno degli uomini che mi aveva ricevuto, il Maggiore Giuseppe La Rosa, bersagliere della Brigata Sassari, è morto colpito da un attacco terroristico nella città di Farah, dove mi ero recato in quella visita. Vi posso assicurare che io so per certo che non c’è nulla che valga la vita di un uomo. Non c’è strategia e non c’è posizionamento politico che renda ragione fino in fondo della vita di un uomo. Se siamo veri con noi stessi, se siamo coerenti con quel fremito che ci fa essere capaci di andare a vedere come stanno le cose, noi dobbiamo avere la forza di porci altre domande. Una domanda fra tutte: “Che cosa convince, per esempio, questi uomini a dare la loro vita per qualcosa di più grande?” Lo dico perché nulla si potrebbe comprendere dall’avventura umana di ognuno di loro se non ci rendessimo conto di quel che accade e che è il senso della loro missione: che cosa ci stanno a fare i soldati italiani in giro per il mondo, visto che siamo un Paese che dentro la Costituzione ripudia la guerra come strumento per la risoluzione delle controversie? La risposta è semplice: noi siamo in giro per il mondo a rendere possibile la pace, non a fare la guerra. E la risposta merita un approfondimento perché, fuori dal gioco della retorica, che siamo in giro a rendere possibile la pace vuol dire in concreto che ci mettiamo di mezzo quando gli altri non riescono a trovare ragioni plausibili per impedire il conflitto. E non è così da ieri, è così da molti anni. Qualche giorno fa mi sono recato in Corea per la celebrazioni del sessantesimo anniversario della guerra di Corea, il primo conflitto dopo la Seconda guerra mondiale dove l’Esercito Italiano ha preso posizione, seppur dentro la forma di iniziativa umanitaria e di sostegno sanitario. Perché? Per quale scopo? Per quale ragione? Perché noi viviamo in un mondo in cui, se vogliamo rendere possibile la pace, dobbiamo essere disposti ad assumerci responsabilità e questa responsabilità passa attraverso il pagare un prezzo elevatissimo perché quella pace sia possibile. L’ho spiegato anche questa mattina e insisto perché in questi giorni si svolga un vero e proprio dibattito nel nostro Paese su che cosa vuol dire compiere missioni internazionali di pace, perché, dal mio punto di vista, sarebbe un tradimento vero e proprio che noi, in modo sciatto, arrivassimo a discutere in Parlamento se rifinanziare queste missioni, avendo come punto di riferimento il fatto che c’è la crisi economica e quindi discutere se vale la pena investire in questa missione 150 o 300 milioni di euro, e non capire che al fondo c’è una questione molto più grande: quanto vale la vita di un uomo? E che cosa vuol dire mettersi di mezzo? Non a caso si chiamano forze di interposizione, esattamente come potrebbe accadere in una famiglia dove si apre un alterco violento, in un vicolo, in una strada, dove c’è uno scontro tra persone mal disposte le une verso le altre. Ti metti di mezzo perché capisci che dipende dalla tua responsabilità che le cose possano prendere le piega giusta, che possa esserci, cioè, un accento di verità nella posizione umana che esprimi. Non che vince sugli altri perché imponi la tua volontà, ma perché convince gli altri. E li convince perché c’è un bene, c’è una verità da riconoscere. Per questo che i nostri soldati sono in giro per il mondo, ed è per questo che conoscere la loro storia e comprendere le ragioni di quello che fanno ci fa più veri, ci rende più umani dentro le circostanze che viviamo. L’ho detto e lo ripeto, come ho fatto anche questa mattina: io sono un Ministro di un Governo che ha prestato giuramento mentre due carabinieri venivano feriti, uno molto gravemente, davanti a palazzo Chigi, per rendere possibile che il patto di libertà, che sono le Istituzioni, continuasse a essere garanzia della sicurezza e della prosperità degli italiani. Ora io chiedo a me stesso da quel giorno, ma chiedo anche a ognuno di voi, a che cosa dovrebbe guardare e a chi dovrebbe guardare la politica italiana, se non a Giangrande, se non a Neri, non a La Rosa caduto in Afghanistan, se non ad ognuno di quei cinquantaquattro uomini che hanno perso la loro vita? A cosa dovrebbe guardare, a chi dovrebbe guardare la politica in Italia se non a questi uomini, per recuperare il senso e la dignità del proprio agire? A che cosa dovremmo guardare? E la matrice di questa responsabilità è spesa per un compito nella storia, così come è spesa la loro vita per un loro compito nella storia. Non è inutile il loro sacrificio, non perché vinceremo o perderemo, ma perché in quello che accade, sulla base della testimonianza che rendono, si rende possibile per tutti il cambiamento. Questo non è un discorso retorico. Come ho raccontato più volte, noi siamo in Afghanistan dall’11 agosto del 2003. Quando siamo arrivati c’erano 8.000 studenti sotto la dittatura dei talebani ed erano tutti maschi, oggi ci sono 7 milioni e mezzo di studenti e il 35% sono donne, il 20% degli studenti universitari sono donne, 69 parlamentari nel parlamento afghano sono donne. Sono stati costruiti da quel giorno 120 ospedali in Afghanistan e più del 70% degli afghani possono godere dei servizi sanitari, cosa che non era neanche pensabile precedentemente; sono stati costruiti migliaia di chilometri di strade, di strade ferrate, sono state aperte decine di migliaia di aziende. È cominciata una scommessa, attraverso la quale quel popolo può riprendersi la sua vita, e lo deve a loro, e anche noi dobbiamo a loro qualcosa. Lo potete capire meglio se, recandovi sulla spianata che porta alla Casa Bianca, a Washington, guardate il monumento ai caduti della guerra di Corea, c’è scritto “Freedom is not for free”. “La libertà non è gratis”, la libertà costa, costa la democrazia, la pace costa, costa un impegno finanziario e costa alla vita di uomini, ma non è l’affermazione di un assoluto ideologico, è quella necessità impellente che ci rende più veri dentro le circostanze e che ci fa capire che non può essere un approccio limitato in termini ideologici a spiegare cosa deve essere pace. Che cosa significa quest’ulteriore passaggio? Significa, per esempio, che la questione della pace e della guerra non è appena spiegabile con un irenismo generico, con un pacifismo sbiadito che impedisce di capire che la ragione profonda delle cose sta nel rendere possibile che io sia protagonista della mia vita. Noi siamo da 10 anni in Afghanistan e da quando sono Ministro, ogni giorno in Parlamento mi sento ripetere: “Che vergogna, siamo tornati ad un nuovo imperialismo, che vergogna, portiamo la guerra in quei Paesi che dovrebbero cercare la propria strada e sono Paesi che non possono ambire alla democrazia, alla libertà, perché sono culturalmente lontani”. Amici, siamo in Afghanistan da 10 anni, ma siamo in Bosnia da 20 e la Bosnia è il cuore dell’Europa; siamo in Kosovo da 15, siamo in Libano da 34 anni, esattamente dal giorno in cui è cominciata l’esperienza del Meeting di Rimini. La pace comporta un tempo di contenimento dei conflitti, che chiede l’assunzione di una responsabilità enorme nei confronti della storia. Siamo abituati a pensare ai conflitti che non scoppiano. C’è stato un tempo di pace, che abbiamo chiamato guerra fredda, che è stato un tempo di contenimento dei conflitti che è durato più di sessant’anni e che ha comportato episodi particolarmente cruenti, come il Vietnam per esempio. Costa far la pace, è dura far la pace, esattamente come quando ti interponi tra due che si odiano e non badano all’esito dei loro comportamenti, e rischi una coltellata, rischi un pugno in faccia, ma sai che solo assumendo fino in fondo il peso di questa responsabilità sarai in grado di condurre la storia verso un compimento buono. Ora, che cosa è accaduto in questi anni in Afghanistan? È accaduto tutto quello che vi ho raccontato, ed è accaduto quello che c’è nella storia delle loro vite, nella vita di ognuno di loro. Il maggiore La Rosa era un giovane di trent’anni, un uomo particolarmente versato nel rapporto con un popolo così piegato dalla sofferenza e dalla violenza che, nel momento in cui si è compiuto il suo destino, ha visto lui protagonista di un gesto che non ha eguali, se non nell’eroismo, ma che si spiega con qualcosa di molto più profondo e meno retorico dell’eroismo. Che cos’ha fatto Giuseppe La Rosa quando la bomba è entrata nel blindato, non riuscendo e non avendo la possibilità di recuperarla in tempo per cacciarla fuori? Si è steso sulla bomba, proteggendo in questo modo la vita dei compagni a bordo di quel mezzo. Che cosa vale la vita di un uomo? E quanto vale la vita di un uomo così? E che cosa possiamo fare noi se non piegarci e inginocchiarci, per comprendere un po’ di più le ragioni di un uomo così? E possiamo fermarci a dire che quell’uomo è un militare? Quell’uomo è un uomo, e noi sappiamo che solo un uomo educato così può essere la risposta alla crisi che viviamo. È la risposta alla crisi che viviamo in termini economici, è la risposta alla crisi che viviamo in termini finanziari, è la risposta alla crisi che viviamo in termini di senso della politica, ed è la risposta alla crisi che viviamo in termini di precipitare sul piano internazionale, perché ci sono progetti di potere che non esitano ad usare il nome di Dio per affermarsi. Ci sono progetti di potere che non esitano a rivangare nuovi nazionalismi per affermarsi, che sono disposti a fare a pezzi gli uomini perché si riperda la nozione della verità dell’uomo. Ora noi, nella vita e nel mistero della morte di ognuno di loro, contempliamo la possibilità, diventando noi più veri, cioè più umani dentro le circostanze, di aiutare il mondo a ritrovare la propria strada. È per questo che raccontiamo la loro storia ed è per questo che vogliamo che questa storia sia una testimonianza anche per la politica italiana, perché nel momento in cui dovranno decidere in Parlamento se, come, quando e quanto finanziare una missione di pace all’estero, non si perdano dentro il gioco mediatico delle stupidaggini, ma vadano al cuore della questione. Vale la pena stare in Afghanistan? Vale la pena stare in Kosovo? Vale la pena stare in Libano? Vale la pena stare in Somalia? Si ricordino in quel momento che, quando non abbiamo avuto questo coraggio e questa responsabilità, c’è stato il massacro di Srebrenik, dove un’Europa ferma, ferma!, Nazioni Unite incapaci e imbelli hanno reso possibile la più grande strage del dopoguerra europeo. Si ricordino del Rwanda, dove istituzioni internazionali ferme hanno reso possibile in cinquantaquattro giorni il massacro di 800 mila persone, fatti a pezzi a colpi di machete, non dai bombardieri. Questo è il senso del loro racconto, questo il senso della loro vita ma anche il senso della nostra, perché questa è la nostra missione: la responsabilità a cui come popolo, come democrazia e come uomini liberi siamo chiamati, se vogliamo che la vita del mondo intero abbia senso. Grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie Ministro Mauro. Salutiamo il Ministro Mauro che deve scappare. Grazie. Saluto anche i rappresentanti delle Forze e dei Corpi armati che hanno partecipato con noi a questo momento. Volevo concludere con due battute di Micalessin, leggendo prima la quarta storia, che inizia così:
“Stavano lì per ore, uno davanti all’altro, Antonio a parlare, Matteo ad ascoltare, gli occhi di bimbo sgranati nel racconto, quegli anziani perduti nel ricordo, i gomiti appoggiati al tavolo, quello grande della sala. Dalla finestra il verde dei campi arrampicava la montagna, incorniciava il manto di neve, imprigionava il cielo. Nonno e nipoti insieme risalivano il Pasubio e il Grappa. Si rannicchiavano nelle trincee, ascoltavano il suono della mitraglia, l’esplodere delle mine, la voce della guerra, il pianto dei feriti, il rantolo dei morti. Nonno Antonio raccontava di papà Francesco, della sua cicatrice deforme, di quel grumo di carne rattrappito tra nuca e orecchio. “Ti non te lo g’ha mai visto, bocia”. Mio papà si chiamava Francesco, è morto prima che tu arrivassi, ma credimi, il tuo bisnonno era un miracolato”.
Ci riporta a quello che sarà poi il dramma del 1914, che esattamente tra pochi mesi ricorderemo. Volevo chiederti che storia è questa, che partiva da così lontano.

GIAN MICALESSIN:
È la storia che forse mi è più cara degli otto protagonisti di questo libro. È la storia di Matteo Miotto, un ragazzo di 24 anni che muore in Afghanistan il 31 dicembre 2010, mentre in Italia festeggiamo il Capodanno. E muore facendo la guardia a un posto dimenticato nel Gulistan, la base di Buji, un buco di quaranta metri per venti, dove c’erano dentro quaranta soldati italiani. La storia di Matteo incomincia lì, a Thiene, davanti a quel tavolo, davanti a quella vetrata, dove lui e il nonno guardano le montagne e il nonno gli racconta la vita del suo bisnonno negli Alpini e gli racconta la sua Seconda guerra mondiale tra gli Alpini. E poi alla fine di ogni racconto gli dice: “Ma ti Matteo non te vedra’ mai la guera, perché non s’è più la guera, e ti non te fara’ mai soldato”. E Matteo cresce in questi racconti, cresce sognando di diventare un Alpino, sognando di servire la Patria, sognando di dimostrare al nonno che lui potrà fare qualcosa, che lui non è come gli altri, che lui potrà tener fede a quei racconti di famiglia. È la storia di un ragazzo che finisce gli studi e decide, vuole a tutti i costi prendere la divisa, andare in Afghanistan. Va in Afghanistan e lì la sfida a suo nonno diventa crescita, diventa comprensione degli afghani, tentativo di capire chi sono quei bambini, quelle donne, quegli anziani che incontra nei villaggi, perché molto spesso quegli stessi uomini a cui hai portato gli aiuti la mattina, la notte mettono un ordigno che rischia di farti saltare, di farti a pezzi assieme ai tuoi compagni. E allora per lui fare il militare non è soltanto servire in Afghanistan, è anche raccontare, lo fa sempre nelle scuole a Thiene, gira per le scuole a raccontare la sua esperienza. Così quando gli chiedono di raccontare in una lettera per la festa delle Forze Armate la sua esperienza in Afghanistan, lui scrive questa lettera di cui mi piace sempre leggere un passo, che ho messo all’inizio del mio primo libro. Scrive Matteo, spiegando ai ragazzi delle scuole elementari e medie di Thiene cosa succede in Afghanistan: “Corrono giorni in cui identità e valori sembrano superati, soffocati da una realtà che ci nega il tempo per pensare a cosa siamo, da dove veniamo, a cosa apparteniamo. Questi popoli di terre sventurate, dove spadroneggia la corruzione, dove a comandare non sono solo i governanti, ma ancora i capi clan, questi popoli hanno saputo conservare le loro radici dopo che i migliori eserciti, le più grosse armate hanno marciato sulle loro case, invano. L’essenza del popolo afghano è viva, le loro tradizioni si ripetono immutate. Possiamo ritenerle sbagliate, arcaiche, ma da migliaia di anni sono rimaste immutate. Gente che nasce, vive e muore per amore delle proprie radici, della propria terra, e di essa si nutre. Allora riesci a capire che questo strano popolo dalle usanze a volte anche stravaganti ha qualcosa da insegnare anche a noi”. In queste righe Matteo Miotto ha capito meglio l’Afghanistan di tanti noi giornalisti ed è riuscito a spiegarlo con maggiore sinteticità di tanti di noi. Ed è soprattutto riuscito a dimostrare rispetto e attenzione per quello che apparentemente era il suo nemico, per quello che poteva ucciderlo e lo ucciderà alla fine. Ma per Matteo Miotto non era quello l’importante. Per Matteo Miotto importante era seguire quel percorso che aveva iniziato con il nonno davanti a quello finestra di Thiene, guardando le montagne e ascoltando la tradizione della propria famiglia. E inseguire la tradizione degli afghani diventa per lui un modo per rispettare i valori della propria famiglia. Non avrà paura di morire Matteo, perché prima di partire consegna ad un amico una lettera in cui chiede due cose: chiede, se qualcosa succederà, di venire sepolto con una bara senza fiori, ma solamente con il cappello da Alpino e di venir sepolto nel cimitero di Thiene, dedicato ai caduti della Prima guerra mondiale. E lì, quando sono andato a trovare suo padre, suo padre mi ha portato a incontrare Matteo. Quell’angolo di cimitero è dietro una siepe, sotto una grande croce e due bossoli di artiglieria. È il cimitero dei caduti in guerra di Tiene. L’hanno riaperto per Matteo. Gli hanno trovato un posto tra Marcello Anacleto, un sottotenente caduto il 25 luglio 1916, e il soldato Enrico Giovannelli, spirato il 30 novembre 1918, a guerra ormai finita. “Cadendo – recita la scritta sotto la grande croce – salirono in gloria”. Ecco, Matteo Miotto, è salito in gloria servendo il nostro Paese, mentre il nostro Paese festeggiava il capodanno, è morto difendendo uno sperduto avamposto nella valle di Buji.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie per queste parole conclusive di Gian, lo ringraziamo del suo libro e del suo lavoro. Mi pare che con questo suo libro abbiamo recuperato un pezzo di realtà all’interno del grande riquadro della vita, perché una società di sognanti è una società che irride gli ideali, e quindi è come se non si occupasse del limite degli uomini e della sua cura. Invece oggi abbiamo capito che c’è gente che lo fa. Grazie Gian, auguri per il tuo lavoro.

GIAN MICALESSIN:
Grazie a te, grazie a tutti voi.

CAMILLO FORNASIERI:
Presentiamo adesso il libro Davide Perillo, dell’edizione San Paolo, che si intitola Io non ho paura. La storia di Francesca Pedrazzini. L’autore è giornalista e direttore di Tracce. E’ con noi anche il marito di Francesca Pedrazzini, Vincenzo Casella, avvocato di Milano che ha frequentano l’Università Cattolica dove ha conosciuto Francesca e dove è fiorita la loro storia. Io non ho conosciuto Francesca, ma l’ho conosciuta leggendo questo libro, mi ha colpito il suo desiderio di vita, la sua febbre di vita. Ma do la parola a Vincenzo.

VINCENZO CASELLA:
Grazie Camillo, grazie a tutti voi che siete qui. Il 23 agosto sarà un anno che mia moglie sarà andata in Paradiso e di ciò sono certo, e vorrei cominciare a raccontare la sua storia, dicendovi che qualche giorno prima di andare in Paradiso, Francesca ha detto a Sara, sua sorella, facendo riferimento a tutta la corrispondenza ricevuta da tutti gli amici nell’ultimo anno e mezzo: “Conserva tutti questi messaggi, perché lì dentro c’è un tesoro”. Sara, mia cognata, quando ha iniziato a guardare questi messaggi, si è imbattuta in una lettera, in una mail che non era stata spedita e che Francesca aveva preparato per don Carrón. Questa lettera risale al luglio del 2010, cioè nel momento in cui Francesca, dopo essere stata operata per la prima volta, pensava di essere guarita. Un’amica ci ha fatto sapere che non aveva spedito questa lettera perché non sentiva totalmente sue le cose che aveva scritto. Ve ne leggo alcuni bravi per cominciare.
“Caro don Carrón, è da tanto che voglio scriverti, finalmente mi decido, persuasa che tu possa scorrerla ed allargare l’orizzonte di ciò che ho per le mani. Ho 36 anni e a marzo mi sono accorta che ho un nodulo al seno che poi si è rivelato un tumore che doveva essere asportato con una piccola operazione. Nel giro di poco venivo operata, ma nel corso degli accertamenti preoperatorii si è scoperto che tutto il seno destro era intaccato e quindi è stato asportato totalmente. Fortunatamente la malattia era circoscritta, quindi ho scampato il peggio. Ora sto bene, ho iniziato una terapia ormonale che mi azzera gli ormoni e mi mette in menopausa. In ogni caso come abbiamo sempre detto sì alla possibilità di un nuovo figlio – ne abbiamo tre, di otto, quattro e un anno, ora diciamo sì al fatto di non averne probabilmente più. Visto che il sì non lo dici ai figli ma al mistero che disegna la vita, stiamo a vedere cosa disegna per noi, visto che siamo certi che la vita la compie e non la frega. Su questo sono tranquillissima. Ho vissuto serenamente, sperimentando che davvero siamo sospesi su un piano su cui possiamo appoggiarci, e non su un vuoto, su un dubbio. Questo nel momento della prova è molto evidente, perché quando hai paura le tue forze vengo meno e quindi ti accorgi che le tue forze vengono da altro. Al momento pensavo, se la scampo sarò grata per tutta la vita, sarò riconoscente per tutta la vita, sarò riconoscente ogni istante e nessuna circostanza mi schiaccerà più. E’ durata due giorni e poi come sempre tutti al via, a ricominciare il lavoro dell’educazione di sé. Come dici tu o l’infarto o l’educazione. A me neanche l’infarto è servito, dopo due mesi, sempre al via, sempre a ricominciare. Credevo di aver guadagnato delle posizioni, ma non mi pare proprio, più che altro penso sempre ai dieci lebbrosi, a non essere come i nove che non sono tornati indietro, perché la guarigione a loro è bastata. Invece prego sempre di essere come il decimo lebbroso che è tornato, perché ha capito che la sua presenza era un dono molto più grande di essere guarito, anche perché, se no, a cosa vale essere guariti? Tanto è che ti va sempre bene, comunque tra cento anni non ci siamo più, è troppo chiaro che la vita è una chiamata. Sai, non voglio dimenticarlo questo periodo, nonostante l’invito di tanti a distrarsi, a non pensare a niente, invece no, tanto non è possibile, la via è un’altra, è guardare la circostanza fino a scorgere nel suo fondo il volto di chi ti chiama, anzi, come dicevo io, mi cruccio di essere distratta. Mi sono resa conto che devo proprio rimettermi al lavoro con più energie di prima, perché niente ti garantisce, neanche una sberla così, perché serve tutta l’energia della mia libertà per vivere davanti al mistero”.
Francesca ha scritto questa lettera nel luglio del 2010, quando sembrava che il tumore fosse stato sconfitto dal punto di vista medico, sennonché, dopo un periodo in cui le cose sembravano dal punto di vista della salute andare bene, nel settembre 2011, quando fa uno dei controlli di ruotine che fin da allora erano andati bene, si scopre che Francesca aveva delle metastasi al fegato e alle ossa. Ricordo benissimo il giorno della diagnosi, nel suo volto ho visto subito che lei in quel momento stava già dicendo sì a questa circostanza pesantissima che Gesù le stava dando. Tanto è vero che quello stesso giorno Francesca manda un messaggio alle sue amiche più care, in cui dice: “Amica, io sono in pace, perché Gesù mantiene la promessa di essere felice. Fai con me questa strada, lo vedremo, ne sono certa, ti abbraccio”. Il pomeriggio di quel giorno siamo andati con i suoi familiari alla Cascinazza, che è un monastero di benedettini alle porte di Milano e io e lei siamo andati a parlare con padre Claudio che già conosceva. Padre Claudio le ha detto: “Noi preghiamo per il miracolo della tua guarigione, ma se non ci sarà la guarigione ci sarà un miracolo più grande”. Io ricordo nitidamente che in quel momento non l’ho espresso ma ho pensato che in realtà il miracolo doveva essere che doveva guarire, cinicamente pensavo: “però falla guarire, Gesù”. A questo punto comincia un periodo molto duro: le cure, la radioterapia, la chemioterapia sono pesantissime, e fanno sì che Francesca praticamente passi diversi mesi o a letto in casa oppure all’ospedale. Questa grande fatica fisica coincide con la parte più dura di questo percorso che io riassumerei con il grido che le ho rivolto: “Franci, dobbiamo fidarci di Gesù, questa è la strada per noi, in fondo nessuno di noi sa quando ci è dato da vivere, fidiamoci di Gesù”. La malattia continua ad avanzare, vengono tentate nuove cure, e a un certo punto dal mese di febbraio, marzo le cure che inizia a fare sono più tollerate, quindi lei può di nuovo uscire di casa. Inizia un periodo stupendo, perché lei ricomincia a vivere in modo straordinariamente appassionato, con una voglia di fare cose belle con me, i bambini, con i suoi familiari, con gli amici. Mi ricordo che non si fermava un istante a pensare a quanto poteva mancarle, lei voleva solo godere a pieno delle cose belle. Tra queste cose ci accade anche un incontro con don Carrón. A una vacanza riusciamo a parlargli brevemente e dopo il breve racconto della Franci, don Carrón, guardandola con una grande paternità, le dice: “Siamo tutti malati cronici, ma tu hai un’occasione in più per la tua maturazione e non la devi perdere”. Questa cosa ci ha iniziato ad accompagnare, Franci commentò che se una cosa così non l’avesse detta don Carrón con quello sguardo, avrebbe destato certamente una grande ribellione. La malattia continua ad avanzare, nonostante questo, però, un grandissimo desiderio di Francesca era di andare a fare una vacanza in Grecia, un posto in cui eravamo stati e che amava molto e fin dall’inverno, quando era in ospedale, aveva espresso il desiderio di andare lì. Abbiamo rischiato di non andare anche per problemi di salute, però alla fine ce l’abbiamo fatta. Ricordo quella vacanza in una situazione che era veramente drammatica, perché il male avanzava velocemente ed è stata una vacanza straordinaria, in cui lei aveva una grandissima sete di bellezza ed era voluta andare lì a tutti i costi, forse per avere un anticipo di una bellezza che l’aspettava. Quando siamo tornati da questa vacanza, siamo andati in un nuovo ospedale, in cui dovevamo cominciare un nuovo percorso di cure, sennonché, quando siamo arrivati, sostanzialmente lei ha avuto un crollo e il giorno stesso, il 17 agosto, la dottoressa mi ha preso da parte e mi ha detto: “Guardi che qui si parla probabilmente di pochi giorni o settimane”. In quel momento ricordo che ho avuto un crollo totale e sono piombato in una situazione di angoscia ma ricordo bene che l’angoscia non era soltanto e non era soprattutto perché di lì a poco non avrei più avuto Franci di fianco, fisicamente, ma la mia angoscia era che lei crollasse di fronte a questa notizia, cioè io, nonostante il suo sì, che era stato chiaro fin dall’inizio e che poi nel cammino della malattia si era visto sempre di più, io avevo paura che lei crollasse di fronte a questa notizia ed era una cosa che mi distruggeva, pensando a lei, pensando a lei, a me e ai bambini. Non sapevo cosa fare, avevo un sacco di dubbi e rimandavo il momento di dire questa cosa, valutando che magari si poteva aspettare ecc., sennonché Franci mi ha anticipato. Un giorno che ero ai piedi del suo letto dell’ospedale, mi guarda in faccia, mi vede, aveva capito tutto da sola, mi chiama e mi dice: “Vinci vieni qua a sedere di fianco a me, non ti preoccupare, perché io non ho paura, sono tranquilla, sono certa di Gesù”. Io la guardo e le dico “ma non sei triste?” e lei “no non sono triste, anzi sono curiosa di quello che il Signore mi sta preparando”. Queste cose me le diceva con una tenerezza, con una tranquillità, una pace, una letizia che erano una cosa straordinaria. “L’unica cosa è che la tua prova è più pesante della mia”. In quel momento mi si è scolta tutta l’angoscia, immediatamente. Dopo di che con il suo fare ironico, il suo piglio energico, mi dice che voleva essere sepolta a Chiaravalle, dove c’era il cimitero che le piaceva, che dovevo iscrivere Cecilia alle medie, e addirittura arriva a dirmi: “Mi raccomando, ti devi risposare, perché io sono contenta”. Quello è stato uno dei momenti più profondi di tutto il nostro matrimonio, perché io ho visto, ho avuto il privilegio di vedere mia moglie che si stava già compiendo. Era davvero sorprendente e Gesù ha voluto, dopo il suo sì, ha voluto intervenire per renderla davvero splendente. Se tu vedi la persona a cui vuoi più bene nel mondo, tua moglie che è già se ne sta andando, e capisci che sta andando verso il compimento, verso la risposta totale al suo cuore, questa cosa non può, pur nel paradosso di tutte le contraddizioni, non può non darti la gioia. Così è stato con tutti i suoi familiari con i quali ha voluto parlare ad uno ad uno. Ha voluto vedere i bambini per prepararli: “Bambini, guardate che la mamma tra poco andrà in Paradiso, ma è una cosa bella, perché c’è Gesù, non vi preoccupate, avrete nostalgia, ma io vi proteggerò. Mi raccomando, quando io andrò in cielo – dice a Cecilia – dovete fare una grande festa”. Questo per me vale cinquanta anni di educazione, di affetto di una madre e lo sto vedendo nei miei bambini, da allora ad oggi e tutt’ora. Il giorno dopo, prima del previsto, è stato l’ultimo giorno di Franci sulla terra. E’ andata in coma, ha iniziato ad andare in coma, piano piano. Questa situazione è durata dieci, dodici ore, c’ eravamo tutti nella stanza con lei e fuori c’erano almeno trenta amici che sono stati sempre lì a pregare. A un certo punto, quando iniziava a chiudere gli occhi, le ho sussurrato nell’orecchio “non avere paura” e lei ha aperto gli occhi un attimo e l’ultima cosa che ha detto, ha esclamato: “Io non ho paura”. Durante quei momenti, per la prima volta ho pensato alla morte davvero come un passaggio verso il compimento. Questo grande miracolo ha certamente cambiato la mia vita. Franci ha sfruttato a pieno l’occasione di cui diceva Carrón, che è l’occasione che è data da una circostanza cosi stringente che non ti dà più la possibilità della via della distrazione, che è quella che spesso caratterizza noi, almeno me, cioè quella di vivere sotto il livello del proprio desiderio. Questo libro, poi chiudo, per quanto mi riguarda, fa sempre parte della grande opera di Gesù che ho visto in mia moglie e che sta continuando, perché di fatto nasce da quello che è accaduto, dal riverbero che ha avuto in primis su noi familiari, sugli amici. Anche Davide ha davvero accolto in modo stupito, ha detto un sì a quello che è accaduto, così come chi ha proposto di fare questo libro, che non è stato una decisione né mia né di Davide, ma una proposta che è arrivata assolutamente inaspettata. Questa è l’unica ragione per cui adesso c’è questo libro. Leggere e rileggere questo libro e raccontare, come vi sto facendo adesso, la nostra storia, non è un qualcosa che mi fa soffrire o mi riapre una ferita, ma mi ridà pace e mi dà sempre di più la certezza che Cristo c’è. Questa è l’unica ragione per cui io sono qui e per la quale c’è questo libro, per cui può valer la pena di leggerlo. Adesso lascerei la parola a Davide.

DAVIDE PERILLO:
L’applauso sincero è l’altra faccia del silenzio pieno di stupore. Passiamo da coloro che hanno visto a coloro che non hanno visto. Casella dice bene “coloro che non hanno visto”, perché io Francesca l’ho conosciuto come la stanno conoscendo e incontrando molti di voi stasera, non l’avevo mai incontrata, non sapeva manco chi fosse prima che un amico comune mio e di Vincenzo, mi parlasse dei suoi ultimi mesi, dei suoi ultimi giorni. Questo amico mi aveva detto: se puoi vai a incontrare la famiglia e fatti raccontare, perché è successo qualcosa di straordinario. Quella sera stessa un’altra persona mi disse la stessa cosa, poi un altro ancora e sono andato a vedere. E quello che ho visto era veramente fuori dall’ordinario, perché pochi giorni dopo che Francesca era morta e io mi sono trovato a casa di Vincenzo a incontrarlo, a farmi raccontare la storia di Francesca. Ricordo benissimo come sono uscito da quella serata, mi avevano colpito, ferito due cose, il racconto che avete appena sentito e la faccia che avete adesso, le facce che vedete adesso, quello che era accaduto e quello che stava accadendo, la storia di Francesca come aveva vissuto la malattia e la morte ma anche la serenità, la letizia. Vincenzo prima parlava di riverbero, era lo splendore che c’era in quella casa quella sera, dove c’era lui, c’era Sara, Maria Chiara, i genitori, il cognato Matteo. In quella casa mi ha colpito tantissimo il fatto che ci fosse la letizia, era gente che stava respirando, che viveva la stessa intensità che state vedendo. Ho avuto la possibilità di raccontare questa cosa, di raccontarla sul giornale, poi è venuta fuori la possibilità di fare il libro e di questa possibilità io sono stato gratissimo, sia perché, come diceva Vincenzo, non è stato un’idea nostra ma è stato un dono, sia perché mi veniva data la possibilità di andare a fondo, di scavare in quella ferita che era stata aperta quella sera. Vedere quello che ho visto, aveva aperto una domanda grande. Se si può affrontare la morte così, vuol dire che si può affrontare qualsiasi circostanza della vita. Così io non ho paura di fronte alla morte, come ha raccontato adesso Vincenzo, non c’è più niente della vita di fronte a cui ho paura, possiamo non tenere più nulla. L’altro aspetto da capire era da dove era nata però questa certezza, come era nata una posizione cosi, come era sbocciata questa pienezza. Il libro è stata l’occasione di aprire pian piano lo scrigno di un tesoro e di conoscerlo un po’ alla volta. Ha voluto dire conoscere meglio Vincenzo e i familiari, incontrare gli amici, i colleghi chi l’avevano conosciuta, leggere gli appunti, insomma entrare un po’ alla volta, per come si può entrare pur non avendola incontrata di persona, nella sua esperienza. E’ stata una grazia, è una grazia infinita. Una grazia infinita soprattutto per un motivo, perché io posso permettermi di dire adesso che Francesca mi è diventata amica ma amica come si può dire degli amici più cari, quelli che ti mostrano il volto di Cristo, quelli che ti mostrano che il volto di Cristo è una compagnia che ti accompagna strada facendo. E’ proprio vero che il percorso verso la pienezza, che il miracolo del compimento accade attraverso un cammino, non accade di botto. Non si compie di botto la vita, di botto accade la circostanza che può far esplodere quello che però è stato seminato e coltivato e cresciuto strada facendo. E’ un cammino, Francesca mi ha rimesso, mi rimette davanti a questo, perché volendo scavare nella sua vita, volendo capire da dove era nata quella frase “io non ho paura di fronte alla morte, sono certa di Gesù”, ho potuto rimettere in fila i passi di un cammino, un cammino che è fatto da un seme che ha attecchito in un’umanità viva. Francesca è così, carattere forte, ironico, battagliero, è un’umanità viva che aveva un contesto, a cominciare dalla famiglia, dai genitori, pronto ad accogliere il seme della fede, un seme che viene coltivato man mano in un cammino. Francesca incontra il cristianesimo in casa e lo coltiva a scuola. I primi anni fa GS, è impressionante prendere in mano i suoi appunti di GS, era una ragazzina di 14-15 anni, è impressionante pensare che a quell’età potesse fare i conti con queste domande che sono nell’ordine del giorno di un Raggio di uno degli incontri di GS, che faceva Francesca all’epoca. Scrive: è iniziata la quaresima, il tempo in cui la chiesa invita a penitenza e conversione. Non sono parole di altri tempi incomprensibili oggi, noi siamo fatti per la felicità perché fare sacrifici? Pensate cosa vogliono dire queste parole, affrontate da una ragazzina all’epoca, alla luce di quello che è successo dopo. Noi diamo per scontato che ci sia una compagnia, una possibilità di accompagnarci così, a questo livello di spessore. O sentite questa lettera che spedisce nello stesso periodo, aveva 15-16 anni, ad un’amica che aveva fatto un pezzettino di percorso con lei ma poi si era trasferita in un’altra città, a Trieste, e vedeva Francesca con questa pienezza e bellezza che a lei sembrava non fosse possibile. Francesca le scrive questa lettera che quest’amica recita quasi a memoria 20 anni dopo. Ad un certo punto cita un pezzo del Vangelo: “Farete anche voi le opere che faccio io e ne farete anche di più grandi”. E continua: “Io mi accorgo che partecipo di questo, che l’opera che faccio non è mia, non è nostra, è di un altro, ma che senza di noi non si potrebbe realizzare. Io capisco la tua paura. Tu vai a scuola da sola, noi siamo qui in tanti, ma non sei da sola, noi siamo lì con te, Gesù è lì con te, l’ha detto Lui, “sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”. Capite, che non è una cosa che accade negli ultimi anni della malattia, è un cammino, così come un cammino è il percorso fatto in università, l’incontro con gli amici, la profondità di compagnia. Una delle cose che mi ha permesso di poter lavorare al libro è che i suoi amici mi hanno reso partecipe, mi hanno offerto il tesoro dell’amicizia che hanno vissuto con lei. E’ impressionante perché metti insieme e vedi i passi di un cammino fatto di cose semplici, dialoghi di mamme in cui ad un certo punto lei si stufa, va via da un aperitivo in spiaggia e un’amica la segue e le dice “cos’hai?”, “non sopporto quando si parla dei figli come se noi fossimo solo mamme. Siamo di più”. O quando i bambini incominciano a crescere, e tra mamme ci chiedevamo: “Cosa vuol dire essere liberi? Che puoi uscire la sera? Che non hai il problema della babysitter?” “Ma allora – dice Francesca – le monache di clausura non sono libere. Invece Giussani dice che questo limite è una risorsa non una fregatura”. Capite, la banalità, i figli, la vita, affrontati con questa tenacia appassionata, col desiderio di andare al fondo di un cammino. Oppure un cammino che inizia come quando lei inizia a insegnare diritto alle scuole superiori e anche li è tenacemente appassionata alla vita dei suoi studenti. Vi racconto episodi banali ma proprio perché una delle cose che mi ha colpito è che una attraverso la banalità uno scopre che la banalità non esiste, esiste la semplicità. Per esempio lei, a scuola, quando si discute del fatto che i ragazzi usano troppo il cellulare e c’è chi dice ritiriamolo e basta, lei la pone in un altro modo: “insegniamo loro ad usarlo, altrimenti non cresceranno mai”. Questo è qualche piccolo esempio di quello che è successo prima della malattia. Messi in fila, tutti questi fatti semplici fanno vedere che è stato proprio un cammino verso la pienezza. E a noi che la vita sia un cammino a volte sembra una fregatura, diciamocelo chiaro, perché vorremmo che accadesse tutto di botto, vorremmo arrivare subito a dire “io non ho paura di fronte alla realtà”. Ci sembra un limite che sia un cammino. Francesca è mia amica perché mi ha rimesso davanti un fatto, il dato che proprio perché è un cammino è possibile a tutti. Proprio perché è un cammino è un percorso che non richiede doti particolari, non richiede una predisposizione, non richiede un temperamento pio. Non importano queste cose, non è di questo che si tratta, quello che importa è Cristo che accade nella tua vita, che bussa alla tua vita, è quel seme che viene buttato nella tua vita, che viene coltivato da chi ti sta intorno. Ciò che importa è quel richiamo che il destino fa e la tua disponibilità ad accoglierlo, la tua disponibilità, il tuo sì e la stima che hai di quello che vedi succedere quanto ti attacchi a questa pienezza che intravedi, che ti si rivela come promessa. Francesca è stata leale fino in fondo verso il bisogno che aveva, non mollava sulle cose, non mollava sulle cose da fare, sulle cose di fare a scuola, sul modo di crescere i figli, di litigare con Vincenzo. Era spettacolare quando litigavate, le sue scintille venivano fuori bene, non mollava sulle cose, era cosciente, leale con il suo bisogno. Quando poi il bisogno esplode con la malattia, questa lealtà fa fiorire tutto, ma fa fiorire qualcosa che è già cresciuto prima. Ripercorrere la vita di Francesca è per me soprattutto questa cosa, questa riscoperta che si tratta di un cammino. Io sono stato colpitissimo dalla lettera che ha letto Vincenzo, è una delle cose che mi ha colpito di più, anche se è solo una bozza di lettera. Era già venuta fuori la malattia, ma lei non la spedisce, rimane nella casella bozze perché, lo afferma lei stessa, quei contenuti non erano ancora diventati pienamente carne. Francesca è mia amica oggi soprattutto per questo motivo, perché mi richiama di continuo che non esiste nessuna circostanza, nessun passo che sia banale e che ogni cosa è la possibilità di dire di sì a Cristo che bussa nella tua vita. Questo cammino rende tutto prezioso ed è possibile a tutti perché è possibile a tutti dire di sì a Cristo. Proprio perché questo cammino è accessibile a tutti, Francesca mi ha fatto capire che dire sì a Cristo non è questione di capacità, di bravura, di carattere. Consiste nel fare il lavoro cioè essere disponibile al lavoro educativo che ti viene proposto, all’esperienza che hai incontrato, al lavoro che questa compagnia ti chiede. Mi ha colpito tantissimo e me l’hanno ripetuto tutti gli amici, quanto Francesca fosse attaccata tenacemente a fare il percorso della scuola di comunità, a seguire quello che il movimento proponeva. Uno tra i suoi amici mi ha detto che probabilmente il punto di svolta vero, cioè l’inizio del compimento, l’ha individuato in un momento particolare, prima della malattia, nel momento in cui ha la possibilità di assistere alla scuola di comunità di Carrón. Lì è scattato qualcosa come consapevolezza, come attaccamento ulteriore, come disponibilità al lavoro proposto. Un’altra cosa che vorrei sottolineare è che si Francesca è scelta bene gli amici, si è scelta bene il marito, direi che si è scelta anche i genitori, ma questo è questione del Padre eterno più che suo. Quasi tutti quelli che ho incontrato mi dicevano che non avevano fatti eclatanti da raccontare ed era vero. Fatto salvo il periodo della malattia, erano fatti semplici, comuni, ma la profondità di consapevolezza, di coscienza con cui sono arrivati a giudicarli insieme, li hanno resi non banali cioè hanno fatto vedere tutto il valore di quelle circostanze vissute insieme: una cena, un dialogo, un episodio, un fatto, cioè le cose che ci accadono continuamente, che ci sono accadute un minuto prima che ci siamo seduti in questa sala e ci accadranno quando ci alzeremo. Il dialogo con un amico, la profondità di queste cose, l’amicizia vissuta con chi le stava attorno, le hanno reso possibile guardare con questa profondità la realtà. Se li è scelti bene gli amici, molto bene e devo dire la verità, se tanto mi ha colpito lavorare con gli amici, ancora di più mi ha colpito leggere il regalo grande che ci è stato fatto dalla Prefazione di Padre Lepori, perché mi ha fatto capire molto di più quello che mi era accaduto imbattendomi nel lavoro da fare sul libro. Padre Lepori spiega bene, fa vedere bene che cosa ha significato, nel percorso di Francesca, l’amicizia cioè il volto di Cristo. Scrive infatti: “L’esperienza dell’amicizia che ti accompagna al destino è un abbraccio che ti sa accogliere completamente, ti trasmette una benedizione, un dono dello spirito che dice bene di te, di ogni circostanza che vivi, anche la morte, un abbraccio che ti ricrea, che rende tutto cosa buona, positiva, un compimento di felicità per te e per tutti”. “Non voglio vivere come se l’abbraccio di Cristo per me e per i miei non potesse sconfiggere la paura” – così scrive Francesca ai suoi amici- ed è cosi che si entra nel Regno, come un bimbo abbracciato e benedetto da Gesù, portando dentro questo abbraccio tutti i tuoi amici, anche quelli che non conosci ancora, anche quelli che sono in sala stasera. E’ l’amore più grande, perché lasci che la tua vita sia presa per dilatare a tutti e a tutto l’abbraccio di Cristo. Francesca per me è questo, è una che mi aiuta ad accorgermi della grandezza di Cristo nella mia vita e spero che aiuti anche chi avrà voglia di leggere il libro. Grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
Mi ricordava Padre Lepori che Francesca è entrata progressivamente in questa fiducia. Quale speranza grande per tutti noi, che dietro le circostanze della vita compaia il volto preciso di uno che ti ama. Per questo dobbiamo far sì che la nostra vita acquisti questa trasparenza, freschezza, realtà. Perché l’uomo emerga non bisogna aver paura che l’uomo si mostri anche con tutta la sua paura di fronte a uno che ci ama. Ce l’hanno testimoniato gli amici che sono qua e i genitori di Francesca.
Trascrizione non rivista dai relatori

Data

21 Agosto 2013

Ora

19:00

Edizione

2013

Luogo

eni Caffè Letterario A3