INVITO ALLA LETTURA - Meeting di Rimini
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INVITO ALLA LETTURA

BIANCA COME IL LATTE, ROSSA COME IL SANGUE
Presentazione del libro di Alessandro D’Avenia, Insegnante (Ed. Mondadori). Partecipa l’Autore.
A seguire:
MILANO È UNA COZZA. Storie di trasformazioni
Presentazione del libro a cura di Luca Doninelli, Giornalista e Scrittore (Ed. Guerini e Associati). Partecipa il Curatore.
Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.

 

CAMILLO FORNASIERI:
Questa sera, dopo vari bellissimi saggi e riflessioni, abbiamo due proposte di narrativa autentica, una di seguito all’altra. La prima è il libro di Alessandro D’Avenia, Bianca come il latte, rossa come il sangue: lo salutiamo perché è qui con noi. Alcuni hanno avuto l’occasione, Alessandro, di incontrarti in questi giorni passati in Fiera al Meeting. D’Avenia è insegnante in un liceo di Milano: facciamo qualche domanda per capire il percorso, il cammino, anche le aspettative che stanno dietro e dentro una scrittura e un romanzo come questo che ha colpito e colpisce tanto. Come sei arrivato al desiderio di scrivere? Oggi hai accennato, sul Quotidiano Meeting, alcune parole della grande Flannery O’ Connor, sul fatto che lo scrivere è legato alla speranza. Detto con parole mie, che può essere rotto il silenzio, può essere rotto questo niente in cui non ci sentiamo capaci di qualcosa. Per rompere questo silenzio, occorre la parola, che diventa poi anche un fatto condivisibile e nello stesso tempo responsabilmente personale, un fatto grande. Allora, vorrei chiederti qualche traccia di questo. E poi magari faccio già la seconda domanda: la fatica di questa storia che hai raccontato, che è verosimile, che è nata, come sappiamo, da un dialogo perché lo scrittore origlia le storie, perché le vede o perché ne sente parlare, come in questo caso. E poi le storie hanno uno svolgimento che diventa una storia nuova, se no sarebbe cronaca, sarebbe un’altra cosa. La bellezza e la forza della narrativa di questo libro è appunto questa dinamica.

ALESSANDRO D’AVENIA:
Allora, grazie di questa folla oceanica, e grazie, soprattutto, per una cosa straordinaria, che è legata alla risposta: è difficile riuscire a percepire, su numeri così grandi, una possibilità di dialogare con le persone a tu per tu. Ed è quello che mi sta succedendo da quando sono entrato ieri al Meeting: quindi, il ringraziamento va a tutti voi che siete qua, per questa incredibile cosa che succede, per cui un numero straordinario di persone sembrano dialogare con te come se fossero una sola. Sono entrato al Meeting e pensavo: “D’Avenia, quanto sei figo! Sei arrivato al Meeting, adesso firmerai un sacco di autografi!”. E invece ho incontrato due amici con i loro bambini, e la piccolina ha voluto giocare con il palloncino lì all’ingresso: questo è stato il mio primo approccio con il Meeting, perché sono un fanatico di ciò che è piccolo, perché ciò che è piccolo ha questo pregio straordinario di contenere dentro tutto. Allora, com’è nata la passione per la scrittura? Quando ero piccolo, c’erano – non so se vi ricordate – quei cartelloni che si tenevano nelle classi elementari, con le lettere gigantesche e le immagini dello gnomo, della farfalla. La mia maestra mi richiamava all’attenzione perché mi distraevo continuamente, perché m’interessava non tanto la lettera in sé, ma cosa si dicevano lo gnomo e la farfalla. Allora, da bambino cominciava questo lavoro di cercare di dare contezza di una relazione che è invisibile. Credo che tutta la vita noi la passiamo sostanzialmente a fare questo: raccontiamo una relazione, che apparentemente è invisibile, con un padre.
C’è un proverbio ebraico, che a me piace moltissimo, che dice che Dio ha creato l’uomo per sentirsi raccontare delle storie. Secondo me, è straordinario perché, effettivamente, quello che accade è che c’è questo Dio che vuole dialogare con noi e che, nel momento stesso in cui vuole dialogare con noi, crea una storia con noi. Allora, la mia storia nasce dal fatto di avere visto il volto di un quindicenne, durante un’ora di supplenza. Lo raccontavo oggi ai ragazzi all’incontro: tutti noi abbiamo attraversato questa meravigliosa esperienza del supplente (dall’altro lato, naturalmente). Il supplente è un adulto costruito per essere demolito da un gruppo di adolescenti, perché ha scelto di fare il professore ma, a differenza del professore, non ha nessun potere, e quindi è, proprio strutturalmente, fatto per essere demolito. Io sono entrato in questa classe di venti scatenati quindicenni del Liceo Classico che si chiedevano, appunto, perché io avessi fatto questa scelta così fallimentare. E quando hanno visto che questa scelta così fallimentare era ciò che mi rendeva felice, hanno cominciato a chiedersi: “Com’è possibile che quello che a noi sembra un limite, dal punto di vista culturale, per questa persona sia un punto di forza?”. Ed ecco, ancora un’altra volta, il piccolo che diventa grande. All’inizio si è parlato di calcio, queste cose tipiche dei primi dieci minuti di lezione: però io mi giocavo tutto in quell’ora, perché avevo solo quell’ora di supplenza. A un certo punto abbiamo cominciato a fare sul serio: questo ragazzo mi ha raccontato della storia di una loro compagna di classe che l’anno precedente se ne era andata a causa di un tumore. Non mi ha colpito il fatto in sé della morte di una ragazza, purtroppo è un dato di fatto che c’è e continuerà ad esserci, è uno di quei misteri straordinari per cui siamo continuamente sfidati a stare dallo stesso lato di Dio, quando non ci vorremmo stare. Quello che mi ha colpito è stato vedere il volto di questo adolescente: il viso degli adolescenti è una cosa straordinaria, perché è un campo di battaglia in cui si sta combattendo una guerra per diventare, un giorno, un uomo, una donna. E questo viso confuso, caotico, improvvisamente si è ricomposto in ordine, raccontando questa storia, con una fuga in avanti nello sguardo che mi faceva vedere l’uomo che quel bambino di pochi secondi prima sarebbe stato. Allora, quei 60 secondi, quella trasformazione, mi sono entrati dentro e mi hanno interpellato: “Un giorno voglio raccontare cosa è accaduto in quei 60 secondi” mi sono detto.
E cos’è accaduto? E’ accaduto che questo ragazzo mi raccontava una storia, una storia che faceva parte del suo percorso esistenziale, che è uno dei modi in cui Dio voleva sentirsi raccontare. Ed è questa la cosa straordinaria delle storie: chi le racconta, anche per mestiere, si diverte da morire. Io ho questo privilegio, ma non volevo fare lo scrittore, volevo scrivere, che è una cosa diversa. La mia vita era già piena, felice, intera: stando in classe con i miei ragazzi, non avevo bisogno di altro. Però mi rendevo conto del fatto di avere bisogno di scrivere per affrontare alcuni aspetti della realtà che non so affrontare a viso aperto e che, attraverso la scrittura, riesco ad affrontare senza farmi troppo male. Quindi, sostanzialmente, scrivere per me è una maniera di raccontare quella storia a Chi mi ha creato. La cosa straordinaria è che scendi nelle profondità di ciò che sei, di ciò che ti ritrovi senza averlo cercato, e scopri che proprio quello che ti è stato dato come debolezza, magari, è il tuo punto di forza per cominciare quel dialogo. Lo dico ai ragazzi qui presenti: il fatto di essere fragili alla vostra età, il fatto di sentirsi soli alla vostra età, il fatto di essere tristi alla vostra età, è un dovere, è un punto di forza. Sembra che non si possa essere tristi oggi, diceva Romano Guardini: “Non è della tua tristezza che sei responsabile, è dell’uso che ne fai, che sei responsabile”. Allora, quando vi sentite soli, disperati, quando non sapete dove andare a sbattere la testa, non volete uscire dal bagno perché vi guardate allo specchio e dite: “Ma io, con quella faccia, come faccio a uscire fuori!”, ecco, quello è il momento in cui dovete cominciare a raccontare la storia.
Perché le storie si raccontano – e qui ritorniamo a Flannery O’ Connor -, solo quando ci si scopre poveri. Quindi, perché scrivo, alla fine di tutto questo discorso? Perché sono fragile, perché sono povero e devo passare da questa povertà, da questa fragilità, per dialogare con la persona che vuole, prima di tutto, sentirsi raccontare la storia per cui mi ha creato, che ha dentro questa fragilità.

CAMILLO FORNASIERI:
Bello. Ecco, accennavo anche a un aspetto di fatica nel narrare, no? Non è molto che è uscito il libro, però certamente ci siamo resi conto – chi lo ha letto, ma penso anche tu – di aver raccontato qualcosa che è un po’ nascosto. Questo tema del piccolo, è vero anche rispetto a quel frammento che è la vita delle persone: penso a una città come Milano, o anche a un paese dell’Italia dove ci può essere la solitudine intesa come una vita grande, come una vita che tenta la lotta, la battaglia, e non viene raccontata. Hai raccontato qualcosa che va anche un po’ controcorrente: mi è sembrato bello vedere emergere la stoffa di un’affezione, un inizio di affezione più profonda della semplice consumazione del tempo, delle cose, delle forme, delle compagnie, hai raccontato che si può puntare più in alto. Ecco, questo aspetto, quanto ti è caro come molla, come tensione per continuare a fare forse una cosa da cui non tornerai più indietro? Perché, di fatto, l’accadimento di scrivere così, in qualche modo, ti obbligherà ad andare avanti.

ALESSANDRO D’AVENIA:
Allora, quando sono andato a parlare con i responsabili di una casa di produzione cinematografica per fare il film dal libro – si comincerà a lavorarci da settembre -, mi hanno detto: “D’Avenia, lei ha scritto un romanzo trasgressivo!”. E io: “Bene, come mai? Non lo sapevo”. “Perché in questo romanzo c’è un professore che ama il suo lavoro, in questo romanzo si parla del dolore, in questo romanzo si parla di Dio”. Viviamo in una cultura al contrario, che ci sta massacrando. Per vivere, abbiamo bisogno di pochissime cose semplici. La mia sfida era togliere tutto questo bizantinismo che c’è nella cultura, che non arriva mai alla vita vera, e provare a fare emergere il cuore profondo di un sedicenne, che poi è il cuore profondo di qualsiasi persona, perché l’adolescenza non è un’età che si compia una volta per tutte, non dobbiamo vivere con questo paradigma tutto materialistico per cui le età della vita non si parlano più, perché l’adolescenza è l’età della vita in cui ti apri alla realtà con una meraviglia che non avrai più dopo. E quello che io chiedo a nostro Signore è questo dono, di mantenere lo sguardo di meraviglia che è tipicamente loro, il motivo per cui fare gli insegnanti è un mestiere impagabile, perché non viene pagato nella realtà ma con uno stipendio diverso, che è questa autenticità a cui loro ti costringono.
Allora, io auguro a tutti i ragazzi che sono qui presenti, ma anche ai più grandi, di essere dei veri trasgressori: trasgredite con queste cose. Quando entro in classe, il primo giorno di scuola, dico: “Allora, ragazzi, nella mia vita non mi sono mai fatto una canna”. I ragazzi sorridono, dicono: “Mah, figurati!”. E io continuo: “Perché la realtà è un’enorme, straordinaria canna”. E se ci andiamo a cercare dipendenze, canne, quello che volete voi, cioè quelle che chiamano trasgressioni, non è altro che perché stiamo dipendendo da qualcosa di diverso da ciò che ci libera. Questa è la cosa straordinaria del cristianesimo, una roba di una bellezza tale che io rimango allibito per il fatto che non siano tutti cristiani, nel mondo, è una cosa che mi lascia proprio perplesso. C’è questa benedetta cosa della libertà, che ci frega. Comunque, la cosa bellissima del cristianesimo è proprio entrare in questo dinamismo straordinario per cui il quotidiano ti sembra sempre nuovo. Tu ti svegli la mattina e hai le ossa rotte, questo succede più o meno verso i trent’anni, quindi, preparatevi: dopo i trent’anni è tutta discesa, una cosa drammatica, e ti viene da pensare: “No! Oggi piove (Milano, cinque su dieci)! Devo affrontare cinque ore di fila in quella classe così difficile”. E poi ti ricordi di quella frase dell’Apocalisse in cui si dice: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”. Allora dici: “Cavoli! Questa giornata qui, questa piccolezza qui, così impolverata, così faticosa, è dove Tu mi stai aspettando per divertirci insieme”. E questo ti cambia la quotidianità, per cui la cosa incredibile è che per i cristiani non c’è routine.
Noi abbiamo un’idea del paradiso clamorosamente assurda, pensateci un po’, ragazzi! Pensiamo che il paradiso sia un guardare Dio contemporaneamente, quindi una noia mortale, guardare lo stesso film per l’eternità. E invece, c’è questa straordinaria cosa per cui tu hai sete, vieni dissetato, proprio per il fatto di essere dissetato, hai ancora più sete, e quindi è un continuo rilanciare il desiderio che Dante risolve nella visione di Dio: “l’ardor del desiderio in me finii”, perché ritorna sulla terra. E sulla terra può cominciare questo dinamismo straordinario che è il fatto di lasciare vivere Cristo in sé.
In questi mesi estivi, ho passato molto tempo con il mio nipotino di due anni, lo raccontavo oggi ai ragazzi, Cosa mi ha insegnato? A due anni ancora non parla, io che mi chiamo Alessandro per lui sono pale perché i bambini aggiungono sempre una consonante per pronunciare la vocale iniziale. Quando cade per terra, prima di decidere se piangere o no, si volta verso il papà o la mamma. Se il papà o la mamma sorridono e dicono: “Non è successo niente, non ti preoccupare”, lui si rialza e ricomincia. Se c’è invece accanto la nonna, mia mamma, che è più apprensiva, e dice: “Che è successo! Aiuto!”, il bambino comincia a piangere. Cosa mi ha fatto vedere, questa cosa molto semplice? Che noi, tutta la vita, viviamo in questa situazione: cadiamo per terra, ci facciamo male, ci voltiamo per vedere cosa fa il Padre, ma il Padre con la p maiuscola. E siccome abbiamo questo sorriso continuo che ci dice: “Guarda, era previsto nel gioco della vita”, e non sto parlando solo di cose terribili, dure, come quelle che racconto nel romanzo, anche semplicemente la fatica di fare una versione di latino senza copiarla da Internet. Perché fa parte del gioco della vita: hai uno strumento per rendere nuova anche quella cosa così noiosa. Il cristianesimo è l’unica ricetta che ho trovato per avere sempre il sorriso di un padre, quando ti giri perché c’è qualche cosa che ti sta andando storta.
Voi vi immaginate il dramma di voltarvi e non vedere questo sorriso? E quando non vedi questo sorriso, lo devi cercare da qualche parte. E allora, quando gli adolescenti dilatano le pupille? In due casi: quando dopo l’intervallo si sono fatti una canna, e tornano in classe con le pupille dilatate, o quando io parlo del loro futuro, della promessa che è la loro vita. Esattamente la stessa reazione, pupille che si dilatano, cosa che mi ha fatto riflettere. Cosa sta succedendo? La realtà sta entrando prepotentemente, per questo dilatiamo le pupille, perché ne vogliamo sapere di più. E c’è un modo di farla entrare artificialmente, facendosi una canna. Solo che, quando finisce una canna, me ne devo fare un’altra, perché è finito l’effetto. E invece la realtà è sempre lì, con le sue difficoltà e le sue fatiche ma con questo dinamismo sempre nuovo di chi ha il segreto per fare nuove tutte le cose. Vi auguro di vivere così, che è la cosa più bella del mondo, essere già in Paradiso sulla terra.

CAMILLO FORNASIERI:
Ecco, due aspetti legati alla storia del romanzo che sarebbe bello approfondire e raccontare. Il professore di filosofia è la figura che provoca delle domande, credo sia così anche di fatto, qualsiasi insegnante di filosofia, anche un po’ superficiale e freddo, di fatto, dovendo riferire tutto quello che è stato una domanda e un cercare di vedere delle corrispondenze, provoca qualcosa. Ecco, poi scompare questa figura, mi pare di ricordare che non se ne sappia più nulla, ed emerge la figura del padre. Mi sembra un fatto nuovo, anche a livello narrativo: è legato a una tua esperienza, a una tua consapevolezza?

ALESSANDRO D’AVENIA:
Allora, la cosa dell’essere insegnanti è che tu partecipi in maniera molto diretta allo sguardo di Dio sul mondo. Il compito che hai è di trasmettere questo sguardo del Padre ai tuoi alunni. Per cui, io entro in classe, ho 20 alunni, e faccio finta di avere il mondo intero: come se, prendendomi cura di ciascuno di loro, mi stessi prendendo cura di 6 miliardi di persone. E non è un trucco, è realmente così, perché Dio a noi non ha affidato di salvare il mondo, ci ha già pensato Lui, per fortuna, ci ha affidato di conservare, cioè salvare, le persone che abbiamo di fronte. Cosa vuol dire conservare una persona? Farla essere se stessa. Allora, la cosa bellissima con i propri alunni è proprio questa, che tu senti che ti attraversa uno sguardo, un affetto, un volere bene che mette alla prova, rilancia, fa crescere, che non è tuo, che è uno sguardo più grande di te, e questo li trasforma. Mi interessava raccontare la figura del padre perché, in questo momento, nella nostra cultura, quello che sta succedendo è proprio questo, una grande assenza del padre.
Vi consiglio di leggere un libro straordinario, La strada di Cormac McCarthy, che racconta sostanzialmente questo. Verso la fine del libro, il bambino che non ha più il padre viene raccolto da un’altra famiglia, e la madre di questa famiglia chiede: “Ma tu parli mai con Dio?”. E lui dice: “Non ci riesco, ma parlo con mio padre”. E la donna risponde: “Va bene così, perché di padre in padre passa il respiro del Padre”. Nel libro, il desiderio è anche questo: raccontare cosa sia uno sguardo paterno, di un insegnante o di un padre come quello di Leo, e la capacità che abbia di trasformare la realtà, unito chiaramente a quello della madre: insomma, ruoli diversi. Quando la mamma vede il papà che lancia il neonato in aria, che cosa fa, mamme qui presenti? Aiuto, che fai, attento, può cadere! Perché è la mamma, che è madre terra, vuole tenere il bambino ancorato, il padre invece lo lancia in cielo. Allora, è questa la cosa straordinaria dei due ruoli educativi: oggi, dal punto di vista educativo, i padri stanno un po’ diventando delle mamme bis, per una serie di problemi che non possiamo affrontare qui. Ma la cosa straordinaria, quando un padre fa il padre, è vedere i ragazzi che mettono le ali.
Racconto un episodio, a proposito di questo: padri, per favore, abbracciate le vostre figlie e dite loro che sono belle, e fatelo più volte alla settimana, per favore, perché ci sono delle copertine di riviste che stanno massacrando le vostre figlie, che non credono di essere belle perché fanno i conti con Photoshop, ed è impossibile raggiungere quella perfezione. Una mia alunna, primo anno, frangione davanti agli occhi, la timidezza elevata a persona, il timore di non essere nessuno e di non avere nulla da dire. Dove finiscono queste persone? Al primo banco, tortura incredibile. Si parla a un certo punto, dopo un mese di scuola, di cambiare i posti. Lei non dice mai una parola, quindi uno dice, da dietro: “Tizia potrebbe andare dietro”. Io dico: “No!”. Perché sono così rari i momenti in cui riesco a vedere i suoi occhi che, quando ci riesco, è una festa. Io ho detto questa fesseria, che è un’emerita fesseria, per il semplice fatto che ci credo, perché voglio bene a questa ragazza. Una settimana dopo, cerchietto. Allora, cos’è passato in quel dinamismo, in quell’improvvisare che è la creatività dell’amore, che è una cosa da scriverci, non un romanzo ma un milione di romanzi? Non è un caso che il Vangelo di Giovanni si chiuda sul fatto che non basterebbe il mondo a contenere i libri per raccontare l’amore, perché ha un dinamismo che è sempre nuovo, sempre straordinariamente bello. Allora, è questo prendersi cura del piccolo e trovarci dentro tutto ciò che rende la vita straordinaria. Non so se ho risposto alla tua domanda, non mi ricordo.

CAMILLO FORNASIERI:
Hai talmente risposto che hai anche dato dei consigli ai padri.

ALESSANDRO D’AVENIA:
Sono un po’ stanco!

CAMILLO FORNASIERI:
Invece, dai, anche un aspetto un po’ letterario in senso stretto: bianca, rossa, rossa come, bianca come, o anche Beatrice, questo nome che rimbalza nel romanzo, o Gandalf, l’epiteto del professore di filosofia. C’è una scrittura, tra l’altro il romanzo è scritto con l’io che parla, non è in terza persona, e questo è abbastanza inconsueto. Questo aspetto di agganciarsi di necessità a una storia, a dei riferimenti, è importante? Può essere non saputo, si scoprirà dopo? Qual è anche il tessuto di fatica dello scrivere, questo tessuto di riferimenti ai grandi da cui non possiamo prescindere, non perché vogliamo mantenere il mondo della cultura ma perché è necessario, perché è la profondità che ci viene dal passato?

ALESSANDRO D’AVENIA:
Io vivo, e uno dei modi in cui respiro è leggere libri, non per erudizione ma perché i libri mi aiutano a vivere meglio. Questa battaglia la porto avanti in classe, con l’abolizione di ogni cosa che assomigli a un’antologia, che è lo strumento di tortura più raffinato che la scuola occidentale abbia creato, perché Dante, Manzoni, non hanno scritto l’antologia della Divina Commedia, l’antologia dei Promessi Sposi, e la Divina Commedia e i Promessi sposi sono le opere letterarie più odiate dagli italiani. Allora, c’è qualche cosa che non va. E quel qualcosa che non va sono i professori che non amano i Promessi Sposi e non amano Dante (a volte, qui nessuno appartiene a questa categoria, ne sono sicuro, sono stato appena alla mostra su Ulisse e ho imparato tantissime cose). La cosa straordinaria della letteratura è che quando ci entri ti ammorbidisce il cuore, lo intenerisce: questa è una metafora su cui si potrebbe lavorare all’infinito, questa capacità di aprirsi alla Grazia. Allora, abolisci le antologie che fanno a pezzi la letteratura, e tutto ciò che viene fatto a pezzi sa di carogna. Voi andate dal macellaio e ci sono i pezzi di carne, ma la letteratura non la puoi fare a pezzi perché, se no, non ha più niente da dire, perché è vita distillata, perché lo sguardo dell’artista va a focalizzare l’attenzione, come dice Flannery O’ Connor, su ciò che abitualmente non vogliamo vedere.
Leopardi diceva che l’arte serve a distillare ciò che nella natura è disperso. C’è già tutto, abbiamo tutto a disposizione, ma gli artisti ci dicono: “Guarda, se ti concentri un attimo su questa roba qui, forse vivi meglio”. E allora, noi ci leggiamo, al primo anno, i 14enni, tutta l’Odissea dal primo all’ultimo verso. Vi potete immaginare le reazioni, quando dichiaro questa cosa: “No, che noia, che barba, no, tutta questa roba qui, poi anche scritta metà in greco”, perché il testo è a fronte. E’ l’apoteosi del 14enne che ha con la realtà un rapporto meraviglioso. Entri nell’Odissea, affidi a ciascuno di loro un personaggio, la leggiamo ad alta voce tutto l’anno, e alla fine dell’anno arrivano i ringraziamenti per averli portati ad Itaca, per essere stati con Ulisse, per aver incontrato le sirene e tutto il resto. I primi quattro libri dell’Odissea sono dedicati a Telemaco, che è un ragazzino come quelli che ho di fronte quando inizio questo lavoro. E loro rimangono a bocca aperta quando, alla fine del I Libro, c’è Athena che è apparsa a Itaca e ha detto: “Senti, Telemaco, la smetti di lamentarti come fa tua mamma? Le mamme è giusto che si lamentino, perché c’è Ulisse che da 20 anni non torna a casa e quindi, come tutte le mamme che hanno il marito che non torna a casa, si lamenta”. Allora, il lavoro era la guerra, e quindi non è cambiato assolutamente niente. Arriva Athena e gli dice: “La smetti di fare il bambino? Fai una cosa, se tuo padre non torna, vallo a cercare, e se non lo trovi diventa tu tuo padre!”.
A Telemaco, si dilatano le pupille, e non perché si è fatto una canna omerica, ma perché è venuta una dal cielo a dirgli di fare un viaggio. E parte alla ricerca del padre, e il I Libro dell’Odissea si chiude con lui che si mette a letto con la nutrice che lo accompagna, si mette sotto le coperte. E il libro si chiude così: “E rimase lì tutta la notte a pensare al viaggio che avrebbe compiuto l’indomani”. Per la prima volta, ‘sto ragazzino perde il sonno perché sogna il suo futuro. Allora, a quel punto, chiedo, e lo chiedo a voi, qui: qual è l’ultima volta che avete perso il sonno pensando al vostro futuro? Se la risposta è mai, preoccupatevi, perché la vostra età è fatta per questo, così come Telemaco inizia questo viaggio straordinario in cui scopre di essere come suo padre, perché tutti quelli che incontra gli dicono: “Ah, ma sai che somigli un sacco a tuo padre, parli come tuo padre?”. E allora lui ritrova in sé l’immagine del padre e comincia a pensare di potercela fare da solo. Quindi, in Leo, cosa ho voluto raccontare? La storia di un Telemaco che fa un viaggio di questo genere: e le svolte, guarda caso, vengono proprio dal fatto di scoprire che lui può essere in qualche maniera padre. Poi, il riferimento chiarissimo in tutto il libro è quello alla Vita Nuova di Dante. E’ il discorso dei colori, quello da cui partiva anche il grande dono fattomi dai miei alunni: entro in classe, quel dinamismo straordinario di cui parlavamo prima, vado per interrogare: “Prof, ma veramente oggi ci sarebbe tema”. E io dico: “Tutto previsto, era uno scherzo, il titolo è questo – noi professori, quando improvvisiamo, facciamo le cose migliori, quando ci prepariamo invece è un disastro -: ricordi bianchi, azzurri e rossi”.
Un titolo del cavolo, dovevano scrivere quattro colonne associando a questi tre colori i ricordi della loro vita. Mi sono stupito vedendo che, al bianco, un adolescente tendenzialmente associa esperienze di dolore e di abbandono e di morte. Allora, ho detto: “D’Avenia, qui c’è qualche cosa per te”. Perché dove vedi che qualcuno guarda il mondo con occhi diversi dai tuoi, c’è qualche cosa di interessante. E siccome si tratta dei miei alunni, mi interessa andare a guardarci dentro. Il gioco cromatico è nato da questo tipo di interesse verso la reazione che loro hanno avuto nel percepire le loro esperienze a partire dai colori. Ho visto che questa cosa entrava direttamente dentro il cuore, innanzitutto nel mio e quindi, forse, nei futuri lettori.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie, l’ultima cosa, poi ascoltiamo Doninelli, che è un altro scrittore di Milano, uno scrittore molto importante per la nostra città. C’è una malattia, c’è un venir meno, c’è una morte: dove sono la sofferenza e il dolore nel tuo romanzo?

ALESSANDRO D’AVENIA:
Quando sono andato a trovare, qualche anno fa, i miei cari defunti al cimitero, ho visto la tomba di una ragazza, c’era la foto. Una ragazza giovane, bellissima, e sulla lapide della ragazza era scolpito il suo diario e c’erano le ultime parole del diario. Questa ragazza scriveva: “Io non so perché le cose sono andate così, ma quello che so è che ho un segreto con Te”. Lì c’è stata per me la risposta alla domanda che avevo sul dolore, perché quello che Leo vive, a 17 anni, in qualche maniera è successo anche a me, ma di questo non voglio parlare. La cosa straordinaria è questa, che fino a che ti incaponisci sul fatto di volere una risposta, cioè di entrare dentro al mistero, andare dietro le quinte e spiegare, a Chi quel mistero è, come si fanno le cose, il dolore ti rimane tutto dentro e non riesci a farne un’esperienza di crescita. Nel momento in cui la smetti di stare sulla sponda opposta al mistero, ma ti metti sullo stesso lato e guardi la realtà dallo stesso lato da cui proviene quel dolore – non proviene, quel dolore, è permesso – cambia tutto. Perché siete uno accanto all’Altro e hai un segreto con Lui, che è guardare quello che sta succedendo. Allora, nel mio romanzo, che Beatrice scriva lettere a Dio è proprio la maniera in cui narrativamente è venuta fuori questa scoperta, proprio lì dove siamo più feriti e deboli. Se lasciamo aperta la ferita e non cerchiamo di richiuderla subito, ma proprio lì dove la lasciamo aperta, c’è una finestra che si apre da cui si vede meglio la realtà e tutto il resto.
Io dico sempre ai miei ragazzi: fate come le ostriche. A 14,15 anni sei come un’ostrica, chiusa, chiusissima, perché avete una paura terribile che la realtà entri. E cosa succede alle ostriche? Che ogni tanto arrivano dei predatori e provano ad aprirle e a mangiarsi il mollusco che c’è dentro. Ma l’ostrica resiste, e il più delle volte vince la battaglia. Ma rimane un pezzo del predatore, non il poetico granellino di sabbia, come ci vogliono raccontare i romanzi, ma proprio uno che mi voleva ammazzare e rimane là dentro. E allora, cosa fa l’ostrica? Dà il meglio di sé, la madreperla, e comincia a cerchi concentrici a costruire, attorno al pezzo del predatore, la perla. E ci mette 5 anni, esattamente il tempo del liceo, a fare la perla.
Per me è l’immagine perfetta dell’esistenza, questo guardare nel piccolo tutto l’intero: lì dove c’è qualcuno che sta cercando di ammazzarti, in realtà c’è da dare il meglio di noi stessi. E solo attraverso questa esperienza (non sono un masochista, per carità) riesci a dare la madreperla di cui sei fatto, altrimenti stai giocando con le cose. Allora, io dico ai miei alunni, che sono milanesi e quindi la cosa ha un impatto abbastanza violento: non ve la prendete. Hai l’opportunità di fare la perla, se non ci provi, rischi di restare un pirla.

CAMILLO FORNASIERI:
Che in milanese vuol dire girare su se stessi, lettura e poi basta.

ALESSANDRO D’AVENIA:
Leggo quando Leo riceve da Beatrice in dono il suo diario e passa una notte intera a leggerlo. “La notte è il luogo delle parole. Le parole del diario di Beatrice hanno illuminato a giorno la prima notte da sveglio, la mia prima notte da vivo, la mia prima notte” ecco Telemaco, di cui parlavamo prima, “quella in cui gli altri fanno l’amore. Se il Paradiso esiste, sarà Beatrice a portarmici”. Comincia a leggere il diario, queste sono le parole di Beatrice: “Il dolore mi costringe a chiudere le palpebre e a nascondere gli occhi, ho sempre pensato che avrei divorato il mondo con i miei occhi, come api si sarebbero posati su tutte le cose per distillarne la bellezza, ma la malattia mi costringe a chiudere gli occhi per il dolore, per la stanchezza. Solo a poco a poco ho scoperto che ad occhi chiusi vedevo di più, che sotto le palpebre chiuse tutta la bellezza del mondo era visibile, e quella bellezza sei Tu, Dio. Se tu mi fai chiudere gli occhi è perché io stia più attenta quando li riapro”. Così c’è scritto nel diario di Beatrice. E io oggi chiudo gli occhi e guardo la vita con i suoi: se la vita avesse gli occhi, sarebbero quelli di Beatrice. Da oggi, io voglio amare la vita come non ho mai fatto, quasi mi vergogno di non aver cominciato prima.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie, Alessandro.
Luca Doninelli è uno scrittore di maggiore maturità di esperienza rispetto ad Alessandro, che abbiamo appena incontrato. Ha scritto moltissimi libri, ha conseguito anche dei bellissimi riconoscimenti tra cui il Premio Grinzane Cavour. E’ nato a Desenzano sul Garda, ma è milanese di adozione, da tempo svolge lì la sua attività, e da tempo guarda questa città con molte domande, con molta passione, con molto desiderio di riuscire a comprenderla. Ha scritto e curato questo libro, frutto di un dialogo, un lavoro con alcuni studenti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, un corso di Etnografia Narrativa che tiene. Adesso cercheremo di capire questo termine che significato e che interesse abbia. Al Centro culturale di Milano, è Direttore della Scuola di Scrittura Flannery O’ Connor, che cui abbiamo iniziato un paio di anni fa. E’ curatore del libro, perché qui compaiono scritti di altre persone: studenti, professionisti, persone che con la letteratura, in senso diretto, non c’entravano nulla, ma che hanno accettato la sfida di raccontare la realtà di oggi, la realtà di questo momento della nostra città. Come si può fare? Uso alcune sue parole per introdurre Doninelli su questo tema: lui dice sempre che siamo abituati a raccontare una città, ma pensiamo a qualsiasi città. In questo libro, c’è un metodo che riguarderà anche altri luoghi, altre città, altri paesi: parliamo attraverso i simboli, le eccellenze, i monumenti. Una città è fatta di vita, ma potremmo cadere nella obiezione di Brecht che dice: “Nelle piramidi compare solo la firma del faraone”. Come nel grande monumento romano, il nome dell’imperatore che l’ha fatto: e che ne è degli operai, degli schiavi che l’hanno costruita?
Ecco, il tentativo non è così banale: per raccontare una città, le storie non sono semplicemente le microstorie, le storie di tutti i giorni, ma quelle che più rappresentano come si sta trasformando una città. E allora, c’è una scelta che lui opera con queste persone. Gli chiedo di iniziare a raccontarci questo suo esperimento, che è il primo di una serie che va sotto il titolo Le nove meraviglie di Milano. Le meraviglie di Milano era il titolo di un libro del 1200 di Bonvesin della Riva che, per raccontare questa città, non si era soffermato a raccontare i nuovi palazzotti medievali che stavano sorgendo o le acque che iniziavano a girare nei condotti dei Navigli: ognuno chiuda gli occhi e pensi anche alla sua città. Ma raccontava anche il colore della frutta, dei mercati, le gambe delle donne, i volti delle persone: una città è l’espressione viva di un determinato momento, segna un tempo. “Milano” lui dice, “è tanti anni che non si racconta”. La raccontò Giorgio Gaber, l’ha raccontata Jannacci, l’hanno raccontata le canzoni milanesi di Svampa, riprendendo delle tradizioni. Ad un certo momento, alla nostra città si è dato un volto, ma esso è fermo ad un certo periodo. Ecco, il suo tentativo nasce da questa passione, e la affronta con un’arma, con uno strumento che è quello della scrittura, della narrativa, della parola. Raccontaci un po’ come è nata questa passione e che spazio ti ha preso.

LUCA DONINELLI:
Comincerei raccontandovi una storia. Nel 2004 avevo vinto uno strano Premio Letterario in una cittadina dell’Abruzzo meridionale. Questa cittadina è Scanno, un posto dove c’è un lago artificiale ma fatto dai castori, un posto abbastanza particolare. Lo hanno fatto nel 500, questo lago, e funziona ancora, quindi i castori hanno lavorato bene. A Scanno scopro che esistono una quantità enorme di orafi: e siccome era vicino il compleanno di mia moglie, sono andato da quello che mi hanno indicato come il migliore e le ho preso un anellino, quello che mi sembrava il più bello, senza spendere cifre astronomiche. Lo porto a mia moglie e lei, che ha viaggiato molto, non solo in Russia ma anche in Asia centrale, dice: “Ma sai che questo anello, il simbolo di questo anello, l’ho trovato sui portoni dei palazzi di Bukhara, di Samarcanda?”. E’ il melograno, un simbolo di fecondità augurale, e non è una coincidenza, é proprio quello, mi ha fatto vedere una fotografia ed è proprio quello. Io mi sono incuriosito e mi sono chiesto come abbia fatto un simbolo dell’Asia Centrale a finire a Scanno. Ho telefonato all’orafo, che mi ha raccontato una storia pazzesca, legata al fatto che l’Impero Bizantino, perché è una storia che risale a prima dello Scisma d’Oriente, a un certo punto non sapeva come reperire i soldi delle tasse, perché i ricchi facevano tutti testamento in favore dei Monasteri, che erano esenti da tasse e quindi non andava niente all’erario. Mentre i monasteri diventavano sempre più ricchi e non potevano essere toccati, le casse dello Stato erano sempre più povere. Allora, ogni tanto facevano degli Editti, e questi editti erano contro la vanità delle donne, contro gli ornamenti femminili: e sguinzagliavano i loro poliziotti per portare via l’oro, era un modo per prendere l’oro.
Alcuni orafi che producevano gioielli dovettero scappare, perché se li beccavano restavano senza un grammo d’oro, e, durante una di queste persecuzioni, finirono in Italia, a Roma. Solo che Roma erano piena di spie di Bisanzio, non potevano stare a Roma: allora, sono scappati in posti difficilmente raggiungibili, e una parte di questi sono finiti a Scanno. Stiamo parlando di una tradizione che risale a prima del mille: a Scanno c’era questa cosa, poi ne ho scoperte molte altre nel Sud d’Italia. Accidenti, mi sono detto: quando vado a Firenze, a Roma, a Napoli, a Venezia, e torno a casa mia, non ho quasi niente da raccontare a mia moglie, perché sono tutti posti che conosciamo. E dopo tre giorni che ero tornato da Scanno, continuavo a parlare di Scanno con mia moglie, perché era una cosa nuova. Lì ho capito che l’Italia sarà anche un Paese piccolo, ma in un millimetro di Italia c’è probabilmente più di quello che si trova in dieci chilometri di Canada, con tutto il rispetto per il Canada. E quindi che l’Italia è un Paese sterminato di cui non sappiamo niente.
E mi è venuta una gran voglia di raccontarla, non solo di raccontarla io, ma anche di farla raccontare. In seguito, ho fatto altri incontri in cui mi sono reso conto che quello che avevo capito lì a Scanno è una realtà che vale per tutte le nostre città: non le conosciamo. Già Bonvesin della Riva, nel 1288, lo diceva: noi non conosciamo Milano, e anzi, quelli che la conoscono di meno sono i milanesi. Perché abbiamo in mente una Milano che c’è nella nostra testa. Se chiedo ad un milanese di dirmi cos’è Ponte Lambro, secondo me sono in pochi, a meno che non ci abitino, a sapere come è oggi Ponte Lambro, non dieci anni fa, oggi! La realtà va più veloce di noi. La realtà va più veloce delle nostre teste, e le nostre teste sono lente, le nostre intelligenze sono lente: anche l’intelligenza migliore, è comunque lenta. C’è una cosa sola che realmente tenga dietro alla velocità della realtà, ed è la nostra curiosità. Da lì, mi è nata l’idea: ma perché non usiamo gli strumenti del racconto, visto che secondo me a raccontare siamo capaci tutti, visto che non è così difficile imparare a raccontare? Non è obbligatorio fare gli scrittori, nella vita, anzi! Anche perché Milano è una città con pochi racconti. Camillo citava prima Jannacci, Giorgio Gaber, che hanno parlato del palo della Banda dell’Ortica, che hanno parlato del Bar del Giambellino. Dopo di che, quali sono gli altri luoghi?
Milano sarà cambiata negli anni ’50, ’60, il trani a go go non c’è mica più. Allora, adesso, di che cosa parliamo? Mi sono reso conto che noi stiamo facendo fatica a raccontare quello che ci sta accadendo, e da questo è nata la scommessa. Anche perché poi le cose cambiano. Io, da ragazzo, studiavo etnologia, studiavo una certa popolazione della Nigeria. Adesso, alcuni di questa popolazione sono venuti qui e fanno gli imprenditori: mia figlia due anni fa ha lavorato per loro. Quindi, le cose cambiano. Ci sono tante ondate di immigrazioni diverse, non possiamo pensare che l’integrazione la si faccia dandogli un posto di lavoro e basta. L’integrazione, la si fa parlandosi, conoscendosi, attraverso un atto di conoscenza. Di fronte al cambiamento delle città, al cambiamento del mondo, la mia idea è stata questa, semplice: aiutiamoci a raccontarla, non come fanno i giornalisti che vanno in un posto, ci stanno un’ora e poi descrivono l’Apocalisse: l’Apocalisse di via Padova, l’inferno di via Padova, stanno un’ora e l’hanno già definito, l’inferno. Io voglio far raccontare via Padova da una persona che ci abbia sempre vissuto. Ecco, questa è la mia ambizione, voglio far raccontare cosa sta succedendo a Bollate da uno di Bollate, e secondo a me, a Bollate e in via Padova, c’è un sacco di gente che può imparare a scrivere molto facilmente e a raccontare le cose: questo è stato l’inizio della scommessa. Ho cominciato a insegnarlo in Università, a farlo con i ragazzi. Poi, grazie a Camillo che ha capito prima di me il valore metodologico della cosa, ho cominciato a farlo anche con persone più grandi.

CAMILLO FORNASIERI:
Bello anche il rapporto con questa gente, con queste persone. Accostandomi a quello che hai definito un città, il luogo in cui viviamo, si può raccontare, o la versione bianca: “Stiamo costruendo nuovi grattacieli, stiamo cambiando”, cosa molto bella e importante, va tutto bene, o la catastrofe di una certa via, di un certo quartiere, di una certa periferia, dicendo tutto ciò che non c’è, tutto ciò che manca, il lamento. La denuncia e il lamento, dall’altra parte, la comunicazione di ciò che sto giustamente facendo: cosa si perde? Si perde la storia, non la storia delle persone che non vengono raccontate, ma la storia del luogo in cui sei, come sta vivendo, come il rapporto umano, la cultura, la forma di un quartiere dia forma al tuo stesso sentire, al tuo stesso vedere. Non so se vi siete mai accorti, quando andate in un paese e guardate le montagne, che, se ci sono vicino delle città, le pietre hanno lo stesso colore, perché le hanno cavate da lì. Forse anche per questo, Doninelli dice che Milano va da Pavia, passa per Milano e finisce su verso Candoglia e altri luoghi, dove entrano sei milioni di persone al giorno.
Che scommessa hai fatto con questa gente, gli studenti da una parte e la gente più adulta, dall’altra? Forse c’è una differenza? Da qui nasce questa immagine bellissima che fa anche di questo libro un rapporto di scuola, dove Doninelli è un maestro. Giulio Sapelli è un noto economista, chiude l’introduzione dicendo “Il tutto” questi vari racconti “mentre Luca Doninelli ci guarda arrampicato disperatamente felice sulla guglia del Duomo, in cima alla verticalità unica e sola della Milano che lui così tanto ama, interprete fedele della vita narrata: Luca diviene maestro”. L’ho letto perché mi piaceva l’immagine che la guglia si storta perché sei abbastanza pesante, ma volevo parlare del maestro.

LUCA DONINELLI:
Spero di non arrampicarmi mai, perché considero, a ragion veduta e dopo lunga riflessione, il Duomo di Milano, in assoluto l’edificio più bello del pianeta. E su questo non ho nessun dubbio: perfino un nostro grande amico, Etsuro Sotoo, che è niente di meno colui che racconta l’opera di Antonio Gaudì nelle sculture della Sagrada Familia di Barcellona, mi ha rivelato che, dopo aver visto il Duomo di Milano, non pensa più che la Sagrada Familia sia la più bella cosa del mondo. Per questo, cercherò di non arrampicarmi sulla guglia, perché non voglio farla cadere. Vi dico come è fatto questo libro. E’ un libro di racconti: e io cosa faccio? Io sono in Università, dove ho persone che sono i corsisti della Specialistica, sono al Centro Culturale, dove ho persone interessate: c’è uno che sarà presente nel secondo volume, che è stato un compagno di cammino. Il lavoro è molto semplice, prima Alessandro D’Avenia parlava della fragilità che forse, a 54 anni come ho io, è ancora più forte della parola fragilità, che è la parola ferita.
Io sono convinto che un uomo sappia raccontare solo ciò che lo ferisce, la ferita che è anche, prima di tutto, il punto da cui scaturisce la bellezza: uno scrittore sa che ciò che di bello lui può dare nasce dalle sue ferite. Perché nasce dalla sua verità, e la sua verità è un segno che ti è stato dato, la verità non è qualcosa che costruiamo a nostro piacimento. Tante volte è una malattia, come la lotta di Giacobbe con l’Angelo. E allora io chiedo alla gente: “Qual è la cosa che ti disturba, che ti addolora, che ti affascina? Una cosa in cui sei implicato tu?”. Allora concordo con ciascuno delle piccole tesine di laurea, dove uno racconta il pezzo di realtà che lo ferisce, usando un sistema che è antico come il mondo, che è quello di giocarcisi dentro. Tanto è vero che i nostri temi risultano più belli, tanto più uno ci si gioca. All’inizio, è stata una signora di Bollate che è venuta a cercarmi, che ha una concessionaria della Lancia, per cui non fa la scrittrice e non ha neanche voglia di farla, però è una scrittrice, lei: è venuta a cercarmi perché, dice, da quando hanno aperto la strada provinciale, Bollate è cambiata. E ha cominciato a raccontare l’epopea del cambiamento di Bollate, parlando degli orti abusivi dei pensionati, a partire dalle case diroccate che vengono abusivamente rimesse a posto, a partire da un agricoltore che aveva paura del diverso, degli zingari, e ha circondato la propria proprietà di gomme di trattori per non avere a che fare il mondo: altro che la piazza del paese, il prete, il farmacista, tutti che ci conosciamo, tutti che sappiamo i fatti degli altri, non sappiamo niente! Da lì è nato questo bellissimo racconto su Bollate di questa mia amica, Paola Caroni, che si intitola SP46, la Provinciale 46.
Dopo, ho incontrato un tipo strepitoso, uno che fa il farmacologo, è figlio di una generazione di pescivendoli, lui è di Ugento, in provincia di Lecce, ed è uno di quegli uomini del Sud che vengono a Milano dicendo: “Ci sto un annetto, metto via qualche soldo e poi torno indietro”. E dopo trent’anni sono ancora lì che dicono: “Sì, ma l’anno prossimo torno indietro”. Intanto, sono passati trent’anni, hanno fatto figli, sono diventati nonni. Fabio appartiene a questo mondo e lo racconta, e il suo racconto, che è straordinario anche letterariamente, si intitola Milano è una cozza. Siccome è un titolo che ha fatto molto scalpore, mi piace leggervi la prima paginetta, anche perché possiate gustare questa lingua in cui lui mette insieme l’italiano e il salentino, con una sapienza tutta particolare. Ci vorrebbe lui, che è salentino, a leggerla, accontentavi di me che sono un po’ lombardo e un po’ fiorentino.

Doninelli legge una pagina del racconto.

Per dire che, insomma, raccontare la realtà, raccontare la vita non vuol dire essere dei pedantoni, non è necessaria la pedanteria.

CAMILLO FORNASIERI:
Qui però c’è anche un tema ulteriore. Se la Moratti non ha letto il libro, come le è arrivato e ha visto il titolo, ha detto: Doninelli lo sego via dall’elenco degli intellettuali che mi piacciono. Non avrebbe capito il senso di questo titolo, questo slogan che non è uno slogan, ma ormai è diventato un termine comune nella nostra città: “Milano non appare, non si esibisce, ma la scopri dentro”. Milano è fatta così, perché ha un carattere, la gens ha un carattere, anche il terone che è arrivato qua, assume questo carattere, dove il dentro è il dentro del cortile, il dentro del monastero, non c’è un palazzo che si esibisca. Questo per dire che la scrittura fa diventare tuo anche quello che è critico, quello che è vacillante, quello che è una ferita, e torniamo alla parola detta prima da Doninelli.

LUCA DONINELLI:
Se voi guardate quello che si dice su Milano, ci sono i sociologi – posso fare anche i nomi, perché molti sono miei amici, Aldo Bonomi, don Colmegna, tutta questa gente – che cercano di creare le grandi reti, anche di solidarietà. Non ho nulla contro questo modo di capire quali sono i bisogni, perché poi un grande problema della nostra città, e delle città in generale, è che chi le amministra non ha più un’idea molto chiara di quali siano i bisogni. Il mio problema col Sindaco non è il fatto che lei non abbia le idee chiare sulla gestione della città. Ma se tu le chiedi: “Sindaco, che cosa è Affori?”, il sindaco sa che cosa è perché legge il Corriere della Sera, dove quelli che fanno le cronache cittadine non sanno a loro volta dove sia Affori. Questo per dire che c’è anche una difficoltà di conoscenza, perché molti posti si sono imbastarditi, sono cambiati, è cambiata la composizione sociale, sono diversi i problemi. Hanno fatto di ogni erba un fascio parlando di via Padova, ma ci sono tanti posti diversi dove il problema dell’immigrazione si pone in modo diverso rispetto a via Padova. C’è una genericità nel modo di parlare della città.
Invece, per tornare alle storie, l’andare a cercare quella piccola storia che può diventare un emblema di qualcosa e suscitare la voglia di raccontarsi, rende presente quello che Stefano Boeri chiamava giustamente “il brusio della città”: tu cominci a sentire le voci reali di cui la città è fatta, cominci a capire che nelle reti grandi si prendono solo i pesci grandi, ma i pesci piccoli sono quelli che ci alimentano di più. Non è che viviamo di balene, è più facile che viviamo di sardine, che di balene. Ci vuole un altro approccio, non semplicemente sociologico, ci vuole un approccio narrativo. Bisogna fare scontrare la realtà della società, del territorio, la vita concreta con la vita della persona: e vedo che questo produce qualcosa che, generalmente, uno non si aspetta dalla Scuola di Scrittura creativa, dove si insegna magari un bel metodo, si fanno degli esercizi che però, alla fine, hanno come scopo la tua soddisfazione personale. Perché uno su cinquemila poi pubblica un libro, diventa uno scrittore importante.

CAMILLO FORNASIERI:
L’ultima, non te l’aspetti. Cosa avrebbe detto uno dei tuoi maestri, Giovanni Testori, di questa intrapresa che abbiamo fatto insieme?

LUCA DONINELLI:
Giovanni Testori mi avrebbe obbligato a distruggere qualunque frammento di sociologia e di genericità dentro questo libro: la genericità produce altra genericità. Lui mi avrebbe obbligato a scendere dentro la vita, a obbligare gli altri a scendere dentro la vita, andarci fino in fondo per tirare fuori quello che è il racconto vero. La nostra città, secondo me, ha un grande bisogno di questo.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie, mi pare proprio questo il sigillo, il senso di questo primo volume, a cui seguiranno altri, ogni anno. Verso aprile, la nuova edizione della collana, Le nove meraviglie di Milano. Testori diceva: “La realtà è un indirizzo infallibile”. Non devi mettere in posa, come facevano i neorealisti, la bottiglia, il piatto, il tovagliolo, la sedia, per fare questa fotografia. Ma devi seguire e raccontare la realtà: questa immagine di narrativa come fotografia, dove c’è dentro tutta la responsabilità di chi scatta o di chi scrive, cioè c’è dentro l’io, la tua responsabilità e la storia, con tante persone, scrittori non-scrittori, con risultati davvero belli, eccellenti a livello artistico. Sta diventando un modo per raccontare Milano e, nello stesso tempo, gustare questo aspetto di riscoperta della letteratura.

LUCA DONINELLI:
Ricordatevi che la precisione nasce da una grande affezione, nasce dall’amore, perché è solo amando la realtà che tu ne cogli l’esattezza. Altrimenti, con tutta la tua tecnica, riesci a cogliere una sfumatura che somiglia, che c’è vicina, che è quasi, ma non esci dall’approssimazione. Solo una grande passione umana e il comunicarsi, l’aiutarci in questo, potrà far sì che il secondo e il terzo volume facciano crescere questa esperienza.

CAMILLO FORNASIERI:
Vai a lavorare, Luca: lui è disposto a firmare le copie per chi vuole, qui a destra. Grazie a tutti, buona serata, grazie a Doninelli.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

27 Agosto 2010

Ora

19:00

Edizione

2010

Luogo

eni Caffè Letterario D5
Categoria
Testi & Contesti