INVITO ALLA LETTURA

HERMANN. Una vita storta e santa puntata alle stelle
Presentazione del libro di Davide Rondoni, Poeta e Scrittore (primo libro della collana I libri della speranza, Ed. Bur-Rizzoli). Partecipa l’Autore.
A seguire:
BREVE STORIA DEL VERBO ESSERE. Viaggio al centro della frase
Presentazione del libro di Andrea Moro, Docente di Linguistica Generale all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano (Ed. Adelphi). Partecipano: l’Autore; Stefano Arduini, Docente di Linguistica Generale all’Università degli Studi di Urbino.
A seguire:
HANNO PREFERITO LE TENEBRE. Dodici storie del male
Presentazione del libro di Antonio Monda, Giornalista e Docente alla New York University e alla Tisch School of the Arts (Ed. Mondadori). Partecipa l’Autore.
Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.

 

CAMILLO FORNASIERI:
Bene, un benvenuto a tutti voi, incominciamo questo momento pomeridiano di incontri con autori e libri, ne abbiamo tre oggi pomeriggio, saranno uno di seguito all’altro come di consueto e la prima proposta che il Meeting vuole accogliere, guardare e approfondire, è un lavoro di Davide Rondoni, che è qui con noi, lo salutiamo. Il libro è edito dalla Bur, Rizzoli, salutiamo anche Marco Fiocca, uno dei responsabili della Bur, che, come stato annunciato, è qui presente, anche perché questo è il primo libro di una collana e chiederò poi a Rondoni qual è il senso di questa partenza, di questo nuovo corpus all’interno dell’editoria. La collana si intitola: “I libri della speranza”.
Rondoni, lo conoscete in tanti, è un poeta, uno scrittore, ma negli ultimi anni è anche molto presente nella scena del giornalismo, dell’intervento culturale su tante problematiche del nostro paese e internazionali, ha scritto un libro dedicato alla figura di un uomo del passato: Ermanno, lo conosciamo in molti di noi come Ermanno lo storpio, Ermanno il contratto, il rattrappito, ma il titolo del libro è: Hermann. Una vita storta e santa puntata alle stelle.
Questo libro è un libro che si inserisce in quel tentativo, che anche altri nella storia recente della letteratura del Novecento hanno fatto, di portare al lettore, al pubblico, alle persone, figure emblematiche, non tanto per la loro forza di successo o fama, quanto per la loro esemplificatività, per la loro forza ideale, per la loro straordinarietà umana. Sicuramente la figura di Hermann è questa, di un uomo, dice nel libro Rondoni, ma anche Giacomo Bettini nella postfazione, che è un breve, interessantissimo e succoso approfondimento storico su quel periodo (siamo intorno al 1014 se non sbaglio, 1013), di una figura che forse non sarebbe rimasta nella memoria del suo tempo e quindi non sarebbe poi pervenuta fino a noi, attraverso varie tappe, se non fosse accaduta dentro uno di quei luoghi che erano da una parte luoghi di nascondimento, ma anche di ricreazione di un mondo: i Monasteri. Certamente l’appellativo di questa stortura, di questo handicap che aveva Ermanno, figlio di nobili feudatari del tempo, si associa a quello di “meraviglia del suo tempo”, perché fu un uomo che suscitò meraviglia per il suo stupore di fronte a ogni cosa, per il suo desiderio di conoscenza enciclopedica non in un senso moderno, di collezione, ma in un senso di rapporto con il tutto. Autore di tantissimi scritti, anche scientifici, artistici, sulla musica, ma soprattutto legato, questo è bene saperlo, a due grandi preghiere che la cristianità ha fatto sue, cioè L’Alma Redemptoris Mater e la Salve Regina.
Ecco, da dove è nato tutto questo, in quel tempo? Ma anche, perché questa partenza con questa figura così, che certamente ha i tratti che possono chiarire il tema dei libri della speranza che hai voluto iniziare? E anche, come ti sei cimentato in questa scrittura? Perché la lettura molto bella, molto avvincente e anche molto nuova, non è tanto una biografia, ma è proprio una immedesimazione, con i dialoghi, le situazioni, è un romanzo storico; ha anche un certo corpo, una certa poderosità di pagine, pur essendo agile, e quindi c’è tutto un lavoro mi pare di tensione a riandare dentro l’umanità di una persona, di raccogliere i pochi dati esistenti, le notizie su di lui, per fare una storia che sia reale e in che modo potrebbe essere reale?

DAVIDE RONDONI:
Grazie. Questo è un libro storpio anche lui, nel senso che è appunto un romanzo, un racconto storico, scritto da uno che di solito scrive poesie, quindi è già un libro molto storto di per sé. Le storie non si inventano, si ricevono e si ridanno. Questo libro nasce così: è una storia che io avevo sentito come tanti, avevo letto le uniche tre paginette pubblicate in Italia in un libro sulle figure dei santi pubblicato da Jaca Book ad opera di Martindale che don Giussani ci indicava come lettura. C’erano queste tre paginette verso la fine, dedicate a questa figura di Ermanno lo storpio, che colpivano tutti quelli che le leggevano, perché Ermanno appunto è un uomo che non può piacersi perché è storpio, era una storpiatura che non si capisce bene, poteva essere probabilmente data dall’essere un po’ più che claudicante, o da una sorta di spasmo che non gli permetteva di avere posizioni normali. Non è facile ricostruire storicamente il fatto. Però è la storia di un uomo che appunto non può piacersi, e che però diventa per tutti gli altri un punto di speranza e di bellezza, nell’ambito di un momento della storia del suo monastero, della chiesa e anche della lotta tra la chiesa e l’impero, tra la chiesa e il potere molto forte, rispetto alla quale quelle che viviamo oggi sono quasi bazzecole. E’ una storia che ha dentro tante tensioni, tante faccende anche oscure, non semplici.

CAMILLO FORNASIERI:
Siamo in un periodo, nel 1046 esattamente, il periodo della maturità di Ermanno che vive quarant’anni mi pare, in cui ci sono tre papi…

DAVIDE RONDONI:
Sì, ci sono tre papi in tre settimane, insomma c’è un gran casino, detto in parole povere. C’è lo scisma d’oriente, non è un momento facile, e poi è un momento non facile anche nei monasteri. Voi forse non sapete che il nonnismo, il cosiddetto nonnismo è una parola che nasce nei monasteri, perché i monaci più vecchi “si sfogavano”, diciamo così, sui monaci più giovani. E’ un periodo dove tutta l’umanità, di cui siamo tutti carichi, si esprimeva a tutti i livelli, e tutto quello che racconto, o è vero, o è verosimile, cioè sono fatti veramente accaduti, o sono fatti che possono essere veramente accaduti; in questo la guida di Giacomo, che mi ha indicato e fatto studiare cosa aveva studiato lui meglio di me, è stata importantissima. Quindi raccontare la storia di un uomo che praticamente sta sempre fermo non è facile, non è che si agitasse uno storpio, quindi quello che puoi raccontare è una serie di rapporti e di persone che invece fanno qualcosa intorno a lui, come questa figura splendida dell’abate del suo monastero, Bernone. Ma il punto che a me ha colpito, ciò per cui ho deciso, dopo aver ricevuto questa storia, di provare a ridarla (io non scrivo storie, forse non ne scriverò più probabilmente, sotto mentite spoglie forse), l’ho deciso perché è una storia molto bella dentro cui la cosa che colpisce è esattamente questo punto, che viene detto di Ermanno, che era un ilare; dice il suo amico Bertoldo, che lo assiste ed è anche quello che prosegue la sua opera: Ermanno era un “ilare cultore della misericordia”. E allora come fa un uomo che non ha nessun motivo per piacere a se stesso, perché Ermanno non era scemo, sapeva benissimo di essere più brutto degli altri, di essere più sfortunato degli altri, più contratto degli altri, tanto è vero che dice che la sua vita è una continua preparazione della morte, una continua attesa della morte, come qualcosa che lo liberi anche di un peso che ha di sé, come faceva un uomo così a essere comunque un “ilare cultore della misericordia”? Tanto da creare una delle preghiere e delle canzoni più dolci che attraversa tutta la storia, come il Salve Regina, che è una canzone, io ci ho pensato quando scrivevo il racconto, che se uno la analizza un po’, come le parole anche l’andamento e la musica, è una delle canzoni più dolci e serie della storia dell’umanità. Come è possibile, perché quest’uomo crea questa cosa?
Allora la storia racconta questo: chi era lui, chi erano quelli intorno a lui, le lotte, i dissidi, le scoperte intorno a lui, perché quello che viene fuori in quell’epoca, e che vale ancora adesso a mio modesto avviso, è che si può essere di due stirpi, e già allora queste due stirpi sono evidenti dentro e fuori il monastero, dentro e fuori l’impero, dentro e fuori la chiesa, dentro e fuori la società. Si può appartenere a due stirpi diverse: una è la stirpe del sangue o del potere, e una invece è la stirpe del miracolo. Sono due stirpi diverse. E i poteri passano, i principi passano, i governi passano, i papi passano, le forme del potere e del governo passano, ma quello che restano sono le stirpi, le famiglie…

CAMILLO FORNASIERI:
Perché associ sangue e potere?

DAVIDE RONDONI:
Perché il sangue era una forma di potere, una forma di trasmissione di importanza e di potere, e anzi molto del potere si trasmetteva in questo modo in quell’epoca, (oggi non è molto diverso come vedete, per via di sangue o di parentela più o meno acquisita, diciamo così, cioè ancora adesso non è che non siamo in mano alle famiglie, che poi sia la famiglia Tulliani, la famiglia Berlusconi o la famiglia Letta non è che cambi molto, in Italia siamo in mano alle famiglie anche adesso), quindi il potere e il sangue sono sempre stati legati. Si può essere o della stirpe del potere e del sangue, o della stirpe del miracolo, sono due appartenenze diverse, e sono le due appartenenze che sopravvivono a tutte le forme di potere, di lotta, di conquista, e Ermanno è uno che è appartenuto nella sua propria carne, nella sua propria scelta alla stirpe del miracolo, per questo era un “ilare cultore della misericordia”, come diceva il suo amico Bertoldo.
E’ questo semmai è l’aspetto più affascinante di questa storia, che è poi anche piena di ombre e di luci come tutte le storie umane. Poi insisto, è una storia che ho ricevuto e ho deciso di trasmettere. Per rispondere a quella domanda sulla collana, dirò che la collana, che per intuizione dell’editore mi è stata affidata, è una collana che già venti anni fa in Rizzoli veniva diretta da Giovanni Testori, quindi per me è un onere ed una certa responsabilità seguire questo nome come direttore, che vuole incrementare uno spazione dentro la casa editrice, dentro il pubblico dei lettori, attento al tema della speranza. Ora, siccome la speranza non è un tema, se la speranza è un tema è inutile, la speranza sono storie, sono faccende, sono persone, sono testimonianze, sono vite, la speranza come tema non interessa nessuno. La speranza interessa quando la vedi in atto, allora i libri della speranza vogliono essere figure, persone, esperienze artistiche, o esperienze umane che in qualche modo fanno veder la speranza come si muove. Ed appunto anche qui si può appartenere a due stirpi, alla stirpe della speranza o alla stirpe del possesso, della rapacità, e nella collana in modo anche molto libero, attraversando vari generi, dal racconto alla saggistica, forse anche alla poesia, ricomincerò prima o poi, voglio dare voce a questa stirpe. Dico alcuni nomi per farci capire: io vorrei tributare un giusto onore, quest’altro anno sono venti anni dalla morte, a Tarkovskij, in Italia non c’è un libro che dica la figura di Tarkovskij, grande regista; ci sono pensatori come Clement che non sono pubblicati forse adeguatamente, ci sono storie di santi o di figure quasi sante, come Ermanno, che si possono raccontare, non dico come si raccontavano negli anni trenta, ma come è giusto raccontare nel duemila, e questo è anche un invito: chi di voi ha voglia di raccontare si faccia avanti. Per esempio la storia di Ermanno io l’ho raccontata ma avevo chiesto di raccontarla ad una altra persona, che dopo non se l’è sentita, non ha voluto farla, allora ho rimediato io.
Ma io credo che ci sono persone in grado di raccontare. Ecco, la collana si costruirà così, un po’ selvaticamente, intorno a questo modo.

CAMILLO FORNASIERI:
Ringraziamo di questa offerta, di questo lavoro. Mi pare che il tema della speranza si associ molto alla nostra terrestrità, che dentro questa terra, questa natura c’è qualcosa che spinge, che è appunto il tema del Meeting: il cuore.
E questo aprirsi a qualcosa d’altro genera testimonianze che sono la speranza, come giustamente diceva, sono esempi e sono fatti.
Troverete, quindi, una grande similarità tra questo tempo e quel tempo, pensiamo spesso che il Medioevo sia un tempo facile ma qui il racconto, il romanzo è tutto intriso della difficoltà e dei rapporti umani del contesto nel quale può nascere questo amore, questa misericordia, questa apertura di Ermanno.
Grazie Rondoni, grazie per la concisione.
Allora, sono due quindi abbrevio la mia introduzione; il libro è di Adelphi, della collana Biblioteca Scientifica, una casa editrice molto importante, anche un settore importante di riflessione, il titolo è Breve storia del verbo essere. Andrea Moro è uno studioso di linguistica, che è un approccio al tema del linguaggio che ha origine alla fine del secolo XX, ha i suoi albori alla fine del XIX ed è il tentativo e anche il desiderio di scoprire i meccanismi, in senso profondo, della parola, che guidano, che sottendono questo stupendo, impressionante, misterioso fenomeno che è il fatto del linguaggio. Siamo in un tempo in cui il linguaggio è sostituito dal concetto di comunicazione che non c’entra nulla con il senso del linguaggio, perché esso non nasce come sforzo, ma nasce come potremmo citare forse la Bibbia, come necessità e impegno di nominare le cose e nello stesso tempo di comunicare tra simili, tra persone.
Il lavoro di Moro sul tema del verbo essere è un suo pallino, una sua ossessione fin dai tempi dei suoi primi studi che poi ha proseguito. Ha avuto molti incontri importanti con i quali ha approfondito questa tematica, cito uno, Chomsky, forse più alla ribalta delle cronache per altri giudizi e valutazioni, ma è uno studioso molto interessante e profondo sul tema del linguaggio, più anche di altri italiani, e certamente va a collocarsi in un punto dove tanti anche altri metodi e discipline si toccano, dalla filosofia all’ontologia.
Il verbo essere sottende, è presente in tutte le lingue, il verbo essere perché è un verbo? Il tema del tempo… è legato al tempo, è legato all’esistere, certamente le due cose sono correlate; ecco lui ha fatto un approfondito excursus, ma non semplicemente cronologico, dai tempi della civiltà greca al Cristianesimo, fino alla modernità, fino all’oggi, incrociando le varie tematiche della mente, del cervello e delle neuroscienze.
Quindi il suo è un approccio umanistico, ma di un umanista che ha, come erano i veri e grandi umanisti, tantissime cognizioni e capacità di studio, competenza in materie che sfiorano la medicina, la scienza e la biologia.
Abbiamo con noi Arduini, che è anche lui un linguista, docente all’Università di Urbino, allievo di Heiman, un grande docente di Bologna, linguista, che ci aiuterà un po’ come primo intervento a raccogliere questo lavoro – io ne ho letto una parte, devo presentare molti libri, non riesco naturalmente a seguirli tutti, ma vogliamo continuare, anche a Milano faremo dei momenti legati a questo tema.

STEFANO ARDUINI:
La prima cosa che mi viene da dire è questa, fondamentalmente: è un piacere assoluto essere qui a parlare un po’ Andrea Moro, a presentare il suo libro; la seconda questione su cui vale la pensa riflettere, su cui vale la pena dire due parole all’inizio, è che la linguistica è una disciplina tecnica, nel senso che tutti pensiamo, tutti ovviamente parliamo, tutti pensiamo di poter esprimere delle emozioni o delle idee sul linguaggio; in realtà la linguistica è una disciplina molto tecnica, non è semplice trasformarla in qualcosa di meno tecnico e che poi sia comunque letto e appreso in maniera piacevole; direi che questo libro innanzitutto questa cosa la fa sicuramente, cioè è un libro che sul tema complessissimo su cui magari poi Andrea riuscirà a essere più chiaro di quello che posso essere io, come il problema del verbo essere, riesce a essere assolutamente leggibile e comprensibile. Da un punto di vista tecnico potremmo dire una cosa – poi cambio registro in realtà -: questo libro è importante per un motivo semplice, per i linguisti, diciamo, se dovessimo vederlo solo dalla parte dei linguisti, perché analizzando il problema del verbo essere, Andrea in qualche maniera mette in crisi, mette una sorta di sassolino dentro quella grande teoria, quella grande costruzione che è la teoria della sintassi del secolo scorso fatta da Chomsky; con questo libro e con il lavoro fatto sul verbo essere Andrea fa sicuramente questo: cioè una parte della teoria della sintassi chomskiana comincia a essere messa in crisi; il perché di questo magari lo vedremo dopo.
Però a parte questo fatto, il motivo per cui ho passato del tempo a leggere questo libro nelle mie vacanze in montagna, in Alto Adige, per cui vale la pena leggerlo, ovviamente è perché c’è un tema tecnico importante, fondamentale, che in qualche maniera dà un contributo fondamentale alla teoria linguistica, ma poi ci sono altre cose.
Allora mi viene in mente che forse per capire una parte di questo libro varrebbe la pena partire – e cerco di essere abbastanza breve perché vorrei che parlasse lui – proprio dall’ultima frase. C’è l’ultima frase del libro, prima dei ringraziamenti, che non riguarda esattamente la linguistica, che dice: “Per come la vedo io, e per quello che ciò conta, c’è più scienza nel riconoscere il Mistero che nel sostenere di poter spiegare tutto”.
Allora, questa idea domina il libro e domina il perché uno può appassionarsi alla linguistica. Perché uno può appassionarsi alla linguistica? Perché in realtà il linguaggio è un mistero, è assolutamente un mistero, ed è un mistero almeno, è qualcosa che genera meraviglia, almeno su tre punti.
Il primo punto, – è uno dei temi da cui parte il libro e poi arriva il verbo essere – beh, innanzitutto c’è lo stupore di fronte al fatto che la specie umana ha il linguaggio, le altre specie non hanno il linguaggio. Andrea dice che in questo senso è unico, noi siamo l’unica specie che ha il linguaggio, non che ha comunicazione, come diceva prima, perché anche le altre specie comunicano, ovviamente, ma è l’unica specie che ha il linguaggio.
In questo senso, lui scrive, c’è una sorta di discontinuità rispetto alle altre specie.
Dunque il linguaggio è qualcosa di diverso, non è pura e semplice comunicazione, è un qualche cosa che ha delle caratteristiche specifiche; e qual è l’altra cosa che ci meraviglia? Sono le caratteristiche stesse del linguaggio, ad esempio, pensate a questo, al fatto che noi abbiamo – e questa è una vecchia idea anche strutturalista – al fatto che noi abbiamo un numero finito di segni e a partire da questo numero finito possiamo produrre un numero infinito di frasi. Non è una cosa così ovvia, noi pensiamo spesso al linguaggio come se fosse una serie di pezzettini che si mettono uno dietro all’altro, ok, questo è abbastanza interessante, naturalmente ci permette di capire le relazioni che esistono all’interno della frase e del testo, ma ciò che veramente è stupefacente è che noi, con pochi segni, ognuno di noi con pochi segni può, fondamentalmente, dire frasi, testi infiniti, e questa è la seconda cosa che in qualche maniera, per chi guarda il linguaggio in maniera diversa, in maniera appunto di pura e semplice comunicazione, ci meraviglia.
C’è poi una terza cosa che è importante, e che riguarda a questo punto non tanto più solo la struttura del linguaggio, la riguarda in realtà, ma riguarda come il linguaggio viene acquisito. Ognuno di noi che ha figli l’avrà sperimentato: i bambini, normalmente, in un tempo abbastanza rapido, imparano a parlare e, questo è un punto importante, e senza un apprendimento specifico, cioè non c’è nessuno che ai bambini insegna a parlare così come si insegna una seconda lingua, una terza lingua, cioè il bambino, ad un certo punto, parla.
Chomsky dice che il linguaggio è qualcosa che accade al bambino, non qualcosa che il bambino fa, gli capita, come a un certo punto uno comincia a camminare; allora questa cosa che capita al bambino, che capita a ciascuno di noi, è una cosa stupefacente, cioè a un certo punto, gli esseri umani senza nessuno specifico addestramento, in condizioni diverse tra di loro, in condizioni culturali diverse, però più o meno tutti alla stessa età, tutti parlano.
Allora che cosa ci dice? Ci dice qualcosa questo? Certo, ci dice qualcosa di assolutamente stupefacente, cioè che il linguaggio è come inserito nel nostro codice genetico, così come è inserita la nostra capacità, possibilità di camminare; non è una cosa ovvia, è una cosa che appunto ci può creare meraviglia. Ecco, direi che a partire da questi nuclei, che sono dei nuclei abbastanza fondamentali poi della rivoluzione che è avvenuta in linguistica nel secolo passato, essenzialmente per opera di Chomsky, si sviluppa il discorso di Andrea, che ovviamente parte da queste premesse, che sono necessarie, per poi sviluppare il discorso intorno al verbo essere e a come il verbo essere modifica la teoria chomskiana. C’è un’ultima cosa che anche è stupefacente; dicevo prima, a partire da un numero finito di segni produciamo un numero infinito di frasi; non solo produciamo un numero infinito di frasi, ma a partire da una frase possiamo produrre, a continuazione, frasi nuove aggiungendo pezzi. Andrea fa l’esempio dei frattali, per chi ha familiarità, in termini tecnici, il problema della ricorsività del linguaggio, anche questo è una cosa che a prima vista non è ovvia e che in qualche maniera ci mette di fronte a una totale unicità del linguaggio umano rispetto agli altri. Poi magari se vuoi intervenire, se vuoi partire da questo…

CAMILLO FORNASIERI:
Sì, è chiaro il quadro in cui si inserisce, è stato utile per capire. Perché il verbo essere?

ANDREA MORO:
Ecco, intanto vorrei proprio partire da questo. Se da ragazzo mi avessero detto “tu scriverai un libro sul verbo essere”, e soprattutto “tanta gente si troverà in una giornata d’agosto con così tante offerte ad ascoltarti”, non ci avrei creduto. Come mai mi sono messo a scrivere un libro? Perché mi sono appassionato, mi sono appassionato a un particolare; il verbo essere è veramente un particolare, si può vivere benissimo senza sapere come funziona il verbo essere, però, io, una volta, da ragazzo ho visto costruire un cassetto di un mobile da un mio amico che aveva smesso di fare matematica per fare il falegname, e quello lì aveva l’idea platonica di cassetto, e io ho capito che anche in un cassetto uno può trovare un pezzo di felicità. Allora questo libro l’ho scritto perché avevo voglia di raccontare cosa sta dietro a una formula, e cercare di comunicare una passione; non so se ce la farò, ma il fatto stesso che voi siate qua e io sia qui è un pezzettino di speranza, per il fatto che alle volte davvero dai particolari, come diceva Lucrezio, si possono trovare indicazioni per disegni grandi. Allora, ho quindici minuti di tempo, non ce la farò mai a convincervi perché il verbo essere è interessante, ma permettetemi di dichiarare tre proprietà che fanno del verbo essere un oggetto interessante; una, poi, accidentalmente, riguarda il titolo del Meeting di quest’anno, che io ho pagato molto perché contenesse il verbo essere, e ce l’ho fatta, e questa struttura grammaticale, che adesso invito mentre parlo voi tutti ad analizzare, incorpora già una proprietà straordinaria di questo verbo. Quali sono le tre proprietà che affascinano del verbo essere?
Primo: è un verbo conteso, conteso dalla logica, conteso dalla matematica, dalla linguistica, dalla filosofia. Badate, io ho scritto un libro sul verbo, non sull’essere, nessuno mi faccia domande di ontologia, non so assolutamente da che parte iniziare.
È un libro che parte da un grido di un grande matematico logico del Novecento, Bertrand Russell, che durante la prima guerra mondiale dice: “E’ una disgrazia per il genere umano che la stessa parola ‘è’ sia utilizzata per due idee così differenti” – non ve le dico le due idee perché lascio un minimo di suspense,- ma è in un libro, che si intitola Introduzione alla filosofia della matematica. Il verbo essere è per certi versi, per chi si intende di letteratura, la “questione omerica della linguistica”. Sapete, chiedersi chi ha scritto l’Iliade e l’Odissea è una domanda che si sono poste tutte le culture, e seguire la risposta che è stata data attraverso tutti i secoli a questa domanda ti dà l’idea di com’era quella cultura. Quindi innanzitutto il verbo conteso, conteso da Aristotele, dagli aristotelici, conteso nel Medioevo, forse il periodo più luminoso della storia dell’uomo – alla faccia dei secoli bui -, conteso dai cartesiani, i filosofi del Seicento, il verbo essere rivela il grandissimo, irriducibile scandalo che è il linguaggio umano nella natura. Cartesio si spaventò così tanto di fronte alla capacità di creare strutture infinite, che deve ricorrere a un’immagine dualistica del mondo, e il verbo essere è una specie di cartina al tornasole che mette in luce esattamente queste proprietà. Vedete, se io dico “la terra, la finestra, il tavolo, la sedia”, oppure “rotondo, alto, biondo, saporito”, nomino delle cose. Cosa fa il verbo essere? Prende due nomi e li fa diventare una proposizione. Se dico “la terra è rotonda”, questa singola parola genera una frase di cui si può dire se è vera o falsa; questo è lo scandalo del linguaggio umano, lo scandalo della nostra specie, nessun altro essere vivente è in grado di pronunciare strutture di cui si può dire se è vero o falso.
Prima proprietà, quindi, un verbo conteso, un verbo che fa gola a tanti. Seconda proprietà: è un verbo eccezionale. Perché è eccezionale? Qualcuno disse che la matematica è appassionante per coloro che la trovano appassionante, è vero, quindi forse di eccezionale ha solo qualcosa che vedo io, però vi voglio far riflettere su una cosa: immaginate di essere tutti dei linguisti, so che avete altre perversioni, ma concediamoci almeno questa, oggi. Il linguista fa un po’ sul linguaggio quello che fa per certi versi il biologo su una sequenza di aminoacidi, su una catena di aminoacidi: cerca le relazioni tra gli elementi. Ora immaginiamo di trovare di fronte a noi una sequenza che ha un nome, un verbo e un nome. Se noi dovessimo insegnare l’italiano a uno straniero diremmo che il verbo si accorda sempre a sinistra; se io dico “Caino uccise Abele”, e al posto di dire Abele dico “Abele e Pinocchio”, continuo a dire “uccise”: “Caino uccise Abele e Pinocchio”.
Se invece al posto di dire Caino dico “Caino e Pinocchio” devo dire “Caino e Pinocchio uccisero Abele”, perché il verbo si accorda a sinistra.
Adesso vi faccio fare un esperimento semplicissimo. Guardate il titolo della frase che riassume il tema straordinario del festival, del Meeting di quest’anno: “Quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi è il cuore”. Per un istante al posto di “il cuore” sostituite con un aggettivo, e usiamo per esempio “misteriosa”: “quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi è misteriosa”. Vuol dire che “quella natura” è soggetto, “misteriosa” è l’attributo del soggetto. Noi ci aspettiamo che i verbi si accordino a sinistra; adesso insieme al cuore provate a dire “e il cervello”. Proviamo ad aggiungere il cuore e il cervello. “Quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi sono il cuore e il cervello”, l’accordo si gira a destra. Questo è soltanto un pezzettino infinitesimo di una serie di proprietà sorprendenti che ha il verbo essere – ma non le ha perché le impongo io come linguista ideologico sui dati, le ha perché quando cerco di spiegare come funziona, cioè quando cerco di fare davvero lo scienziato delle parole, le scopro nelle cose.
Dunque la seconda capacità, la seconda caratteristica particolare, è che il verbo essere ha delle proprietà uniche su tutti i verbi, e l’ultima di queste proprietà si lega a questa. Noi assistiamo a un momento culturale e scientifico di enorme importanza, io non so se la nostra generazione, la mia, quella dei ragazzi, riuscirà a vederne la fine, non sono sicuro neanche che ci sia una fine, nell’incontro di domani, Marco Bersanelli ci ha molto stimolato a parlare di queste cose, spero e credo di riprenderle in modo più compiuto, però vorrei darvi un’idea del punto in cui siamo ora, quando si parla della posizione del linguaggio nella natura. Da circa trent’anni gli esseri umani hanno la possibilità di indagare alcuni aspetti della struttura del cervello umano con le tecniche di neuro-immagine, da una parte, dall’altra iniziano a esserci delle classificazioni cliniche molto interessanti; allora il verbo essere ha una capacità unica, ci sono alcune patologie cliniche in cui i soggetti smettono di pronunciare una classe di parole, questa patologia si chiama agrammatismo, di solito segue a un ictus o a una lesione focale dell’encefalo. La cosa straordinaria è che se prendete tutti i verbi dell’italiano o della lingua in cui il soggetto viene colpito da questa patologia, si cancella solo il verbo essere e parzialmente il verbo avere e questo la dice lunga sulla struttura, gli altri verbi rimangono. La deduzione è immediata: è evidente che le istruzioni che fanno del verbo essere il verbo essere sono inscritte nella carne, sono nel nostro cervello. Stefano Arduini ha scritto tantissimo su, forse la frase di cui fu più affezionato del Nuovo Testamento probabilmente: “Il Verbo si è fatto carne”. Potremmo stare qui mesi per capire perché si è scelto verbum per tradurre logos, a me piace raccontarmi che in quel caso era meglio dire “La ragione si è fatta carne”, ma quando ti accorgi che la grammatica è costruita dal cervello, ti accorgi che carne e ragione sono la stessa cosa. Allora forse i linguisti devono stare dietro al Mistero, esattamente come dicevi tu. Io mi sono molto sorpreso che Noam Chomsky, un ateo, una persona razionalista per certi versi, usa la parola “mistero” quando parla di linguaggio: “Per larga parte il linguaggio umano è un mistero, però, all’interno di questo mistero noi abbiamo un minimo di compito, cioè quello di delineare i limiti entro cui ci si può muovere”. Cerco di spiegarmi con un ultimo esempio: io non so descrivere dal punto di vista scientifico la differenza tra una carezza e uno schiaffo, posso solo dare l’anatomia della mano, ma questo almeno mi permette di distinguere schiaffo e carezza da un calcio. Forse noi possiamo rimanere molto aldiquà, solo il verbo essere, solo un’ombra proiettata sul mondo, però qualche cosa in qualche modo ci aiuta a capire.

CAMILLO FORNASIERI:
Non ce l’aspettavamo che con così tanta concisione Moro riuscisse a darci tantissimo. Grazie molto, il libro è un lavoro corposo; lui è tra l’altro un umanista, nel senso che è laureato in Lettere Classiche, e ieri ha avuto un bellissimo episodio sul tema del desiderio nell’antichità. Questo ci fa capire quanta possibilità di scienza come conoscenza intera, come tentativo di entrare nel mistero di questo fattore umano così denso e così pieno di novità ci sia nel linguaggio. Questo fattore del linguaggio, e unendo così tanti aspetti: dalla filosofia inizialmente fino alle attività neuronali ed espressive, è un punto che davvero è un crocevia. Quindi bene che questo studio ci sia, bene anche che sia in una casa editrice così diffusa e importante. Anche io sono laureato in Linguistica, ma al di là di questo l’ho dimenticata 20-30 anni fa. Grazie dunque ad Arduini, grazie Moro.
Antonio Monda è un giornalista e docente di Storia del cinema alla New York University e alla Tisch School of the Arts ed è uno scrittore che ci regala un bellissimo libro, edito da Mondatori, che si intitola: Hanno preferito le tenebre: dodici storie del male. Questo titolo ci da già almeno due orizzonti per scoprire questo suo lavoro, questa sua offerta di lettura: uno è certamente il tema del pozzo profondo e oscuro che è il manifestarsi attraverso gli atti umani di quella cosa che chiamiamo male, di quel fatto che poi prende forme smisurate, o come quantità o anche come singolarità di efferatezza. Parlo di pozzo profondo perché collochiamoci subito nella dimensione non banale o cronachistica, (visto che abbiamo detto anche che è giornalista il nostro Monda) ma in una dimensione profonda, cioè quella che fa nascere da una parte la letteratura dei drammi sulla vita dell’uomo e dall’altra fa guardare la vita dell’uomo come qualcosa di misteriosamente legato alla libertà e a volte legato alla assenza consapevole di libertà, come può essere la malattia, come può essere la psichicità totalmente corrotta, come abbiamo sentito altre volte in altri interventi qui al Meeting, ad esempio con Borgna nella follia. Ecco questa è una dimensione, l’altra dimensione è quella che in questo titolo evidentemente è una frase di Nostro Signore: “hanno preferito le tenebre”. Essa suggerisce questo aspetto di rinuncia ad una evidenza che il bene sempre ha come possibilità di scelta, di adesione da parte nostra, trovandoci in tutto anche dall’altra parte. Dodici storie, sono dodici storie di fatti accaduti, o collettivi o singoli, in varie zone del mondo, (alcune molto americane). La domanda con cui vorrei che lui iniziasse, riguarda la genesi ed il perché di questo colore, colore anche della copertina verso il quale lui si è diretto. E vorrei chiedergli come mai lui ha suddiviso le dodici storie in alcuni capitoletti: nel male, nel mezzo del nulla, in cui c’è questo tema del nihil, del nulla, che può essere senza un perché. Poi c’è la parte Gangster e sogni, storie di New York e Hollywood, anche qui il tema della metropoli e il tema anche del cinema a cui Monda è legato. Adesso però ti do la parola.

ANTONIO MONDA:
Allora innanzitutto grazie, grazie per l’accoglienza, grazie per la presentazione. Parto dalla copertina, dato che l’hai citata: non è una scelta mia, è una scelta della Mondadori che però ho sposato e credo sia molto efficace, questa è la faccia di Charles Manson, un uomo che si è soprannominato satana, ha ucciso sei persone, una molto famosa, Sharon Tate, prima moglie di Roman Polanski, poi ne ha uccise altre due, senza motivo. Su questo delitto e altri delitti senza motivo parlerò tra breve. Ho apprezzato per quanto sia terribile questa copertina perché è una specie di sindone del male, sembra una sindone, ma è come se fosse un diavolo invece di Cristo e di questo parla questo libro. Prende il titolo da San Giovanni, nella presentazione che ho sentito prima mi congratulo per quello che ho sentito, si è parlato del Verbum caro factum est, io cito tre capitoli dopo: “la Luce è venuta nel mondo, (c’è ancora il verbo essere) ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce perché le loro opere erano malvagie”. Questo non lo dico solo da credente, ma in particolare da credente è una cosa che sconcerta, perché Cristo, è Cristo che parla, ci dice che siamo cattivi e preferiamo le tenebre. Più avanti nel Vangelo, è San Luca per la precisione al capitolo dodici se non ricordo male, dice, è sempre Cristo che parla, dice: “voi siete cattivi”, dice esplicitamente questo. Il tema, molto bello, parla del cuore, ma il cuore sappiamo può essere anche, per citare un grande romanzo, di tenebre. Insomma, queste dodici storie, tutte americane, tutte terribili, raccontano il cuore di tenebra, raccontano il male e cercano di interrogarsi sul perché si compia il male. Da sempre l’uomo, quando dico uomo dico l’essere umano, non certo l’uomo e non la donna, ha umiliato, soppresso, rubato, stuprato, ucciso, martoriato. Perché? E qui ritorna il credente: perché un Dio che ci ama contempla anche questa cosa terribile? Il male che fa più paura non è quello che nasce dalla volontà di acquisire più potere, più denaro, magari la donna di un’altra persona o dal vendicarsi di un torto subito, ma appunto quello senza senso di Charles satana Manson. Almeno la metà delle storie che racconto non hanno motivazioni, o almeno non hanno motivazione apparente e qui arriva un punto che hai citato, quello della libertà. Uno dei libri poi diventato film, sia il libro secondo me, che il film sono straordinari, che ho tenuto sempre a mente raccontando queste storie del male, è Arancia meccanica, scritto da Anthony Burgess, cattolico di minoranza in un Paese anglicano, era di Manchester, e diretto da Stanley Kubrick, che era un agnostico, però molto affascinato dallo spirito. Perché cito questo? Perché il personaggio centrale di quello straordinario libro e grande film, è un assassino, è uno stupratore, ma è anche un uomo molto intelligente e carismatico, che alla fine della storia si rivela più affascinante e interessante degli altri, ma Burgess prima e Kubrick dopo pongono un interrogativo etico che ha a che fare con il libero arbitrio: un assassino, uno stupratore, un uomo che fa del male, se viene inibito forzatamente della capacità di fare del male, dico io della libertà di fare del male, è ancora un uomo? Questo è il punto. Io dico di no, io dico che è aberrante e anche Burgess lo dice, lo dice anche Kubrick. Devo dirvi che in molti dibattiti che ho fatto simili a questo, ho sentito dire a molta gente invece il contrario e questo mi ha molto colpito. Che bisogna essere pratici, che è meglio lobotomizzare, comunque nel libro c’è una fantomatica e inesistente cura “Lodovico”, insomma la lobotomizzazione è qualcosa di simile, è meglio prevenire una possibile uccisione o stupro di varie persone sacrificando un uomo malvagio piuttosto che arrivare a questo rischio. Io invece credo che il libero arbitrio sia una cosa che dobbiamo difendere, costi quel che costi, anche di seguire la strada sbagliata di seguire le tenebre del proprio cuore, perché queste tenebre le abbiamo tutti. Chiudo questa prima parte dicendo che l’altro punto di riferimento, anch’esso alto, non lo dico per paragonarmi ma perché li ho avuti a mente, è colui che io ritengo personalmente il più interessante se non il più grande scrittore del momento, mi riferisco a Cormac McCarthy. Probabilmente, anzi certamente molti di voi conoscono Non è un Paese per vecchi che è forse il suo libro più famoso anche perché ne è stato tratto un bellissimo film dai fratelli Cohen, ma forse è ancora più celebre La strada, The Road, che ha vinto anche il premio Pulitzer. I libri di Cormac McCarthy raccontano di una umanità disperata, violenta, cupa, dove però non scompare mai un piccolo barlume, una piccola fiaccola accesa, addirittura ne La strada si racconta del tentativo di un padre e di un figlio di portare, in una umanità devastata, la luce, simbolizzata da una fiamma, di portare quindi anche la speranza. Mi piaceva quello che diceva prima Davide Rondoni, la speranza non è un tema. Tutte queste cose che si dibattono in questa manifestazione, nel momento in cui si catalogano come tema, si uccidono, anche il Cristianesimo stesso, sono atti di vita, sono scelte. Vi cito Cormac McCarthy, perché ha detto una cosa che mi ha molto colpito ed è questa: “come puoi credere nel Paradiso e io, tutti voi crediamo nel Paradiso, se non credi anche nell’inferno?” Questo è il centro del libro che ho scritto. Non possiamo dimenticare che il nostro cuore è anche di tenebra, non possiamo dimenticare che l’essere umano è anche cattivo. E’ da lì che si parte per scegliere la strada giusta e non la strada della perdizione. Vorrei raccontarvi anche un altro paio di storielle, questo libro ha anche un altro elemento che non è solo di tipo etico o di riflessione, ma ha un dato linguistico visto che prima abbiamo parlato di lingue: la scelta narrativa è quella di rifarmi ad una corrente letteraria non frequentata in Italia, che è quella del cosiddetto “New journalism”, cioè quella corrente frequentata con eccellenti risultati da un gruppo di scrittori soprattutto negli anni sessanta e settanta, gli scrittori sono Norman Meiler, Truman Capote, Tom Wolf, Guy Talese, George Pliton e molti altri, che partono dalla cronaca e però fanno un salto avanti e indagano sulla psiche dei personaggi, quindi raccontano quello che il giornalista non dovrebbe raccontare, romanzano un po’, interpretano, e il risultato appunto è una via di mezzo tra il giornalismo ed il romanzo- racconto. Forse è il risultato più alto è: A sangue freddo di Truman Capote. Dicevo che questo in Italia non c’è, non esiste, con due importanti eccezioni: negli anni Settanta Oriana Fallaci ha fatto operazioni di questo tipo, e molto recentemente, tre anni fa, Roberto Saviano con Gomorra, che non è un libro di giornalismo, di romanzo, ma ha questo tipo di approccio. Perché ho tentato questa strada? Perché un po’ è una mia ricerca. Raccontando l’America ho voluto scegliere un linguaggio americano, sobrio, un tentativo di interpretazione che non è mai un tentativo di dare un giudizio. Ecco. Questo è un elemento molto forte dei nuovi giornalisti, sia nel mio caso di questo libro. Io cerco di raccontare dodici storie nere, cercando di raccontare l’umanità che contraddistingue non solo ovviamente le vittime, ma anche l’assassino o gli assassini, perché in ognuno di questi personaggi, anche i più tragici, anche i più disperati, anche i più efferati, c’è sempre un uomo che, è vero, avrà il suo cuore nelle tenebre, ma è un uomo o una donna e quindi ha una umanità. Io in questo mi rifaccio molto all’insegnamento di un Pontefice, di un grande Pontefice, Angelo Roncalli, il quale diceva sempre di odiare il peccato ma di amare il peccatore. Tutte le storie che racconto qui sono storie terribili, sono atti imperdonabili, sono atti da condannare. Io sostengo che i personaggi, anche i più terribili, meritano il nostro amore.
Due cose velocemente: una su Arancia meccanica e mi rifaccio a quello che diceva San Tommaso, sono ben consapevole che questo uno dei rischi del parlare del male. Arancia meccanica quel libro, ha generato delle mostruosità, dei giovani che si vestivano con le tute che Alex e i suoi drughi utilizzavano e facevano quelle cose orribili. Questo è un rischio grave, di chiunque. Mi ricordo ci fu un famoso articolo del grande Carlo Bo: sì, sarà pure un grande libro, un grande film, però poi c’è la gente che va vestita come Alex ad ammazzare. Ma nello stesso tempo ha portato a riflettere sul tema che dicevo prima, questa è l’ambiguità di ognuno o di ogni opera che tocca questo tema. La seconda cosa che vi leggo, è una mezza paginetta presa da Non è un Paese per vecchi, che io considero il libro meno riuscito meno interessante anche se è il più famoso di McCarthy. Se conoscete il libro o il film questo è un passaggio che racconta lo sceriffo, nel film è interpretato da Tommy Lee Jones. Io ritengo che il film sia bellissimo ma c’è un problema di fondo: i Cohen sono grandi registi ma non hanno una grande sensibilità religiosa, hanno minimizzato l’elemento spirituale, quindi hanno minimizzato il personaggio portatore di questo elemento che era lo sceriffo, che invece nel libro racconta quanto avviene. Il libro è costellato dal suo diario, che sono riflessioni sul bene e sul male, questa è una pagina del suo diario: “quando uscivi dalla porta del retro di casa, da un lato trovavi un abbeveratoio di pietra in mezzo a quelle erbacce, non so da quanto tempo stava lì, cento anni, duecento. Sulla pietra si vedevano le tracce dello scalpello e mi misi a pensare all’uomo che lo aveva fabbricato, quel paese non aveva avuto periodi di pace particolarmente lunghi a quanto ne sapevo. Dopo di allora ho letto libri di storia e forse periodi di pace non ne ha avuti proprio nessuno, quell’uomo si è messo lì e con una mazza e con uno scalpello aveva scavato un abbeveratoio di pietra, che sarebbe potuto durare diecimila anni, e perché? In che cosa credeva quel tizio? Non credeva certo che non sarebbe cambiato nulla, uno potrebbe pensare anche a questo ma secondo me non poteva essere così ingenuo e devo dire che l’unica cosa che mi viene da pensare è che quello aveva una specie di promessa dentro il cuore e io non ho certo intenzione di mettermi a scavare un abbeveratoio di pietra, ma mi piacerebbe essere capace di fare quel tipo di promessa, è la cosa che mi piacerebbe fare più di tutto”.

CAMILLO FORNASIERI:
Questo è lo sfondo che ha mosso il lavoro di Monda e il racconto di queste storie, che nulla hanno di ostentazione, si addentrano in una materia oscura in cui quel punto possibile di libertà ancora da amare è un dato oggettivo, anche se apparentemente scomparso. Grazie, arrivederci e buon lavoro.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

24 Agosto 2010

Ora

15:00

Edizione

2010

Luogo

eni Caffè Letterario D5