INVITO ALLA LETTURA

GUERRA AI CRISTIANI. Le persecuzioni e le discriminazioni dei cristiani nel mondo
Presentazione del libro di Mario Mauro, Rappresentante personale della Presidenza dell’OSCE contro razzismo, xenofobia e discriminazione nei confronti dei cristiani (Ed. Lindau). Partecipano: l’Autore; Renato Farina, Deputato al Parlamento Italiano, PdL.
A seguire:
SOLŽENICYN
Presentazione del libro di Ljudmila Saraskina, Storica della letteratura (Ed. San Paolo). Partecipano: Mara Dell’Asta, Fondazione Russia Cristiana; Gabriele Nissim, Giornalista e Scrittore.
A seguire:
LA RIPARTENZA. Analisi e proposte per restituire competitività all’industria del calcio in Italia
Presentazione del libro di Gianfranco Teotino, Giornalista e Michele Uva, Docente di Teoria delle Organizzazioni Sportive all’Università degli Studi di Tor Vergata (Ed. Arel-Il Mulino). Partecipano gli Autori.
Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.

 

CAMILLO FORNASIERI:
Ogni libro è frutto di un’esperienza, di una memoria, di una riflessione sull’esperienza e dunque fa parte di questo tempo, anche quando parla di qualcosa di passato. Entriamo subito nella prima proposta, saranno tre, prego anche di rimanere a condividere la diversificazione dei temi dei nostri cari ospiti, cerchiamo di rimanere uniti nella platea in modo tale da facilitare il lavoro. Guerra ai cristiani, edito da Lindau: avremo qui con noi Mario Mauro e Renato Farina, che salutiamo con un applauso caloroso. Mario Mauro è l’autore ed è da tempo che dedica la sua attenzione ed azione a questa problematica, unita a quella della difesa e valorizzazione delle minoranze e delle realtà dell’Europa e del mondo. Lui è da qualche tempo, oltre che Parlamentare europeo e già Vicepresidente del Parlamento europeo, Rappresentante Personale della Presidenza dell’OCSE, che è l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa. Forse lo diranno meglio lui o Farina: questo organismo nasce poco dopo la Dichiarazione dei Diritti dell’uomo e prende la forma attuale per monitorare, per vigilare e anche per indicare le situazioni di discriminazione razziale, religiosa e dei diritti umani. C’è stata fin da subito la necessità di interpretare quella Carta, in un tempo in cui l’individuazione di valori e temi riguardanti la vita espressiva della persona è fortemente dibattuta. O meglio, alcuni organismi la interpretano proprio per sopprimere o per opporre una illibertà a tali diritti. Con Guerra ai cristiani, dunque, siamo nel campo della libertà religiosa, che Mauro sottolinea fin dalle prime mosse come il punto decisivo – anche secondo l’insegnamento della Chiesa, del Papa attuale e di Giovanni Paolo II – per la libertà di tutte le persone e di tutti i diritti, è il punto più espressivo e nello stesso tempo più indifeso e più creativo di quello che è la persona umana, nel suo Mistero e nella sua grandezza, nella sua capacità di relazioni sociali.
Il tema è quello della persecuzione ai cristiani, ma qui il titolo è più forte: Guerra ai cristiani. E’ un tema già tracciato da vari libri e da vari interventi, in questi anni. Però questo libro si differenzia. Dobbiamo stare attenti a questo richiamo alla persecuzione dei cristiani nel mondo che, spesso, è un po’ generalista, poco documentato, o insistito per motivi di bandiera. Qui si va al fondo, tanto è vero che il libro parte da alcune situazioni dei primi secoli del Cristianesimo e si estende fino al punto attuale, riguardo alla sentenza europea riguardante il crocifisso a cui l’Italia, insieme ad altri Paesi, si è opposta. Non è un percorso generico, ma molto sostanziato e preciso, va al fondo del problema. Si chiede: come mai? E nota come oggi la situazione di molto cristiani, anche europei ma soprattutto dei luoghi dove ci sono regimi o dittature, repubbliche religiose e fondamentaliste, oscilli tra un laicismo, un’assenza di consapevolezza della vita religiosa, della vita della persona, e il fondamentalismo.
Quindi, il relativismo ed il fondamentalismo come due grandi punti di questo tempo. Renato Farina è un grande giornalista, scrittore e persona impegnata in politica in questi ultimi anni. Tra l’altro, è anche lui coinvolto nella Commissione dei Principi Giuridici e Diritti Umani del Consiglio d’Europa, oltre che nella Commissione Pari Opportunità del medesimo organismo, è un attento osservatore e un conoscitore di tante situazioni nel mondo. Ecco, vorrei che partissi tu, dicendo qual è questo punto profondo che determina l’astio, l’ostracismo e l’allontanamento dalla vita sociale, perché c’è una violenza diretta ed una violenza sottile, strutturale.

RENATO FARINA:
Grazie. Due osservazioni iniziali. La prima la mutuo da Solzenicyn: dopo, sarà presentata una stupenda biografia di Solzenicyn, per cui mi lego, spiritualmente e non solo, a quello che sarà detto dopo. E cito il discorso di Solzenicyn ad Harvard: Il mondo in frantumi, dove fa una fortissima critica all’Occidente, che non sa più chi è. Però vi risparmio questo perché sarà il tema dell’incontro successivo e leggo una frase che mi ha impressionato: “Quanti giudizi affrettati, temerari, presuntuosi ed erronei, che confondono ogni giorno il cervello di lettori e ascoltatori! La stampa ha il potere di contraffare l’opinione pubblica e di pervertirla, così dobbiamo coronare i terroristi del lauro di Erostrato: svelare perfino i segreti della difesa del proprio Paese, violare impudentemente la vita delle celebrità al grido di ‘tutti hanno il diritto di sapere tutto’. Slogan menzognero per un secolo di menzogne, perché, assai al di sopra di questo diritto, ce n’è un altro, perduto oggigiorno: il diritto dell’uomo a non sapere, a non ingombrare la sua anima divina di pettegolezzi, chiacchiere, oziose futilità”. Perché dico questo? Perché ho letto questo? Perché ho visto, e ho riguardato stamani al centro del libro importantissimo di Mario Mauro, una serie di fotografie. Posso dire che non le avevo mai viste. Sono decine e decine di fotografie che documentano la guerra ai cristiani, cioè la persecuzione cruenta e, in certi casi, nei paesi occidentali, diciamo così, di soffocamento dell’anima, che caratterizza oggi il nostro tempo. E mi domando perché tutto questo non rientri nelle cose che noi sappiamo.
È come se ci fosse un sovrappiù d’informazione che impedisce di cogliere quali sono le notizie essenziali. Ma questo accade anche nella politica. Succede questo: io sono Deputato nel Parlamento italiano e sono nella Commissione Esteri della Camera. Ora, tutte le volte che c’è un assassinio di cristiani in qualche parte del mondo, e Mario Mauro lo sa bene, perché prima mi sento sempre con lui per capire il suo giudizio, per contestualizzare l’episodio, alla fine della seduta mi alzo e faccio il mio intervento, mentre tutti i deputati stanno sciamando in una confusione infernale. Rimaniamo in Aula tre o quattro, dopo di che, se parla uno del PdL su questo tema, per forza devono parlarne anche gli altri, per non sembrare meno attenti al tema della persecuzione dei cristiani. In effetti, ci sono molti che sono attenti in tutti i partiti, molti, pochi. Perché tutto questo è inteso quasi come una cosa ovvia. Come se la libertà dei cristiani, la libertà religiosa in generale, la libertà di religione – che è un’altra cosa rispetto alla libertà religiosa perché implica il diritto di convertirsi, no? – fosse una sorta di fumo sopra un arrosto, come un ornamento rispetto alle cose decisive della vita, della storia, della politica, una fissazione dei cristiani che curano gli interessi del loro gruppetto, come ha detto bene il dott. Fornasieri. Invece, lì dentro c’è tutto. Questo è quello che dice il libro e che vorremmo dire con il nostro impegno in politica, legandolo così al tema del Meeting.
Allora, esistono le libertà di questo e di quest’altro, la libertà economica e la libertà religiosa. La libertà o è religiosa, o è una tensione all’infinito, o è desiderio di infinito, di realizzazione piena della persona, oppure, che libertà è? È una libertà non da uomini ma da macchine. È una libertà senza dimensione infinita. Questo è quello che voglio dire, e per questo è importantissimo mobilitarsi. A volte, la difesa della libertà religiosa è un fatto di documenti e di Risoluzioni che hanno sempre un grande peso. Altre, è una tutela della persone, una tutela che vuol dire interessarsi concretamente delle comunità cristiane o delle comunità religiose perseguitate in un dato posto, perché, noi lo scopriamo, una presenza cristiana in un luogo è una garanzia massima perché le situazioni evolvano, perché la tirannide non sia definitiva.
A me ha sempre impressionato, nei grandi testimoni russi della tirannide comunista, il fatto che essi fossero sempre consapevoli che esiste un livello dove la tirannide non può arrivare: non può riuscire a comprimere totalmente il desiderio di libertà. Ma questo, cosa testimonia? Testimonia il fatto che l’uomo è fatto per questo infinito. Allora, questo è quello che dice il libro. Io, in Europa, ho cercato di seguire le orme di Mario Mauro. Voi dovete sapere che l’Europa è una cosa molto complicata, adesso non vi faccio tutte le sigle ma dovete sapere che c’è, accanto all’Unione Europea e al Parlamento Europeo di cui Mario Mauro è autorevole membro, che comporta l’unione di 27 Stati, il Consiglio d’Europa, ciò che sta prima dell’Unione Europea: un’unione, una convenzione di Stati che hanno deciso insieme di tutelare i diritti umani e la democrazia. È da lì che viene la Convenzione Europea dei Diritti Umani, di cui questo anno si dovrebbe festeggiare il 60° anniversario, ed è da lì che c’è la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, da cui la famigerata sentenza sul crocifisso. Questo Consiglio d’Europa contiene 47 Stati. Oltre ai 27 Stati della UE, ci sono altri importanti Stati che solo lì trovano modo di confrontarsi: Russia, Georgia, ma anche gli Stati islamici, c’è la Turchia, l’Albania, l’Azerbaigian, l’Armenia, eccetera.
Nella Commissione dei Diritti Umani, ho cercato finora vanamente di fare entrare, nei discorsi che si fanno sui vari razzismi, antisemitismo, omofobia, islamofobia, anche il discorso della cristianofobia. Non sono mai riuscito a fare entrare questa parola, ma neanche sono riuscito a farla mettere ai voti perché, per una serie di questioni formali, mi è stato impedito. Allora, nel mese di giugno l’Assemblea dei Parlamentari del Consiglio d’Europa ha approvato un documento sull’islamofobia. Orbene, non risulta che in questi 47 Paesi, negli ultimi anni, siano stati uccisi Imam: in compenso, di Vescovi e di preti ne hanno ammazzati un sacco, in Turchia e negli altri Paesi. Allora, io mi domando se tutto questo parlare di islamofobia non sia un modo di difendere una sorta di relativismo culturale o di continua sottovalutazione di ciò che costituisce il nucleo centrale della nostra cultura e della nostra civiltà.
Credo che ci sia un grande campo di lotta, la cosa non è facile, noi siamo assolutamente in difficoltà, però è anche vero che il lavoro paga. Mario Mauro, con pazienza, in anni e anni di lavoro, è riuscito a guadagnare una credibilità e a portare una serie di documentazione tale per cui adesso si è potuto istituire l’Organo di cui lui è responsabile presso l’OSCE, ed è una cosa da cui non si torna indietro. Allora, io salgo sulle sue spalle, sulle spalle del suo lavoro, per portare avanti questa stessa battaglia in Consiglio d’Europa. E ho visto che, dopo il lavoro di Mario, il Governo Italiano, in particolare grazie alla sensibilità del Ministro Frattini, ha come caratteristica propria della sua presenza internazionale, non solo le solite alleanze ma una attenzione specifica e forte al tema dei diritti umani, mettendo come caposaldo dei diritti umani questa libertà religiosa che non è appunto la libertà di un vizio privato, di una virtù privata, a seconda di come la si consideri, ma è la sostanza dell’essere uomini. Il Governo italiano credo che dovrà, adesso, alla prossima Assemblea Generale delle Nazioni Unite, fare sua l’iniziativa di promuovere la Commissione Permanente che si occupi della libertà religiosa, includendo in essa la libertà per i cristiani.
C’è un ultima cosa che dico, poi chiudo. Nel ’93 io intervistai don Luigi Giussani a proposito di alcuni articoli di giornali che in Italia attaccavano pesantemente la Chiesa, e in particolare il cardinale Ruini. Mai si era verificata una cosa simile in Italia, adesso è molto peggio: già allora, don Giussani prefigurò una persecuzione dei cristiani. Io gli chiesi: “Cosa intende? Una persecuzione morale, una trascuratezza?”. Lui disse: “No, no, io la vedo proprio come un fatto cruento, come un fatto di sangue”. Allora, questa cosa io ce l’ho sempre in mente, non nel senso che questa profezia per forza si realizzerà, ma nel senso che lui disse qual era il nemico del Cristianesimo. Disse: “Possono sopportare a fatica che qualcuno proclami che Dio sia incarnato, gli danno del pazzo ma va bene. Quello che non sopportano è la missione, cioè il fatto che uno, a partire da questa consapevolezza, da questo dono ricevuto, lo dica agli altri e diventi una azione d’amore e di testimonianza nel mondo: la chiamano proselitismo, la chiamano blasfemia per cui, in tutti Paesi del mondo, cercano di tagliare la testa” Ecco, questo, grazie alla nostra unità, insieme agli uomini di buona volontà, non deve essere più possibile.

CAMILLO FORNASIERI:
Nel dare la parola a Mauro, vorrei agganciarmi a quest’ultima cosa di Farina per accennare a questo fatto che personalmente noto: la maggioranza delle persecuzione che ho letto qui, in questo libro e in alcuni altri documenti, riguarda proprio situazioni dove il semplice vivere è perseguito. E dunque tocca quelle persone che addirittura hanno meno consapevolezza del portato missionario, della necessità missionaria, tocca il Cristianesimo in se stesso, una testimonianza semplicemente nel vivere. Mario Mauro ha una estrazione culturale forte e per questo è sicuramente un bravo politico. Cita varie frasi presi da varie epoche. Una è la Lettera a Diogneto, vorrei leggerne un pezzetto, se permetti, perché allude a questo la domanda: “Ma perché c’è questa guerra ai cristiani?”. “Amano tutti e da tutti sono perseguitati, non sono conosciuti eppure vengono condannati, sono uccisi e tuttavia sono vivificati, sono poveri e arricchiscono molti, mancano di tutto e di tutto abbondano, sono disprezzati ma nel disprezzo acquistano gloria, benché compiano il bene vengono puniti come malfattori, benché puniti gioiscono come se ricevessero la vita, dai giudei sono combattuti come stranieri, dai greci sono perseguitati – questo accadeva nell’epoca in cui scrive Diogneto, nei primi secoli del Cristianesimo -. Ma chi li odia non sa spiegare il motivo della propria avversione nei loro confronti”. Vorrei che tu ci dessi due esempi, due battute su questo punto profondo, che secondo me è decisivo.

MARIO MAURO:
Grazie, cercherò di essere molto veloce perché non voglio sottrarre tempo alle altre presentazioni, anche se questo mi costringe a procedere un po’ alla rinfusa. Ma anche analizzando i dati alla rinfusa, il primo dato che balza all’occhio è questo: la persecuzione è una condizione costante nella storia della Chiesa. Il tempo che viviamo oggi è diverso, nel senso che è oggettivo il fatto che non sentiamo parlare di persecuzione ai cristiani. Infatti, quasi nessuno ne parla. Vuole dire che in questo periodo sono meno perseguitati? Se prendiamo in esame gli ultimi dieci anni, i cristiani sono più perseguitati del solito, questa è la prima cosa che dobbiamo tenere a mente, nel senso che a differenza anche solo di dieci anni fa, su cento persone che vengono uccise con una motivazione legata alla religione, settantacinque sono cristiani. Quindi, questo è il primo dato oggettivo che vorrei ci mettessimo in mente. E’ anche il frutto delle analisi che vengono dal contributo di ‘Aiuto alla Chiesa che soffre’, di AsiaNews, di Avvenire, di tutte quelle agenzie che hanno continuato a raccontare che cosa accade realmente nel mondo. Infatti, lo scopo del mio libro non è immediatamente politico, o meglio, non è una esibizione del Titanic, non ha in mente una crociata identitaria, che serve per creare il famoso scontro di civiltà. Dice una cosa semplice, che oggi si muore perché si ha fede in Gesù. E’ un dato di fatto, invece, il contesto: viviamo in un mondo in cui i conflitti che sono in opera sono conflitti con cui la religione ha a che fare. Ora, chi vi parla è più di altri convinto che la soluzione ai problemi politici non sia la religione, ma è anche convinto che non possiamo trovare soluzioni a problemi politici facendo la guerra alle religioni. La cosa curiosa è che, sia nei Paesi in cui i cristiani sono perseguitati, sia nei Paesi democratici, si sta invece facendo questo. Perché, se nei Paesi dove i cristiani sono perseguitati, ad agire è il fondamentalismo, cioè prendere Dio a pretesto per un progetto di potere, nei Paesi occidentali ciò che agisce è il relativismo, cioè partire dal presupposto che la verità che porti nel cuore diventi un pericolo per gli altri e allora vada emarginato.
Nella mia vita sono stato arrestato una volta, nel 1981, in Germania Est: la ragione per cui sono stato arrestato non è diversa dalla percezione che il potere ha della presenza dei cristiani, e cioè che chi ha fede rappresenti un pericolo per il potere, perché fonda la sua speranza su qualcosa che non è di questo mondo, entra in rapporto con qualcosa che lo rende libero. La ragione per cui eravamo innamorati di Giovanni Paolo II, quando ci diceva che la libertà religiosa non è una libertà come le altre ma è diversa da tutte le altre, è perché dice che è fondamento di tutte le altre libertà. In questo libro, io però non faccio una teoria, racconto delle storie, come ha detto Renato, anche attraverso delle foto, che non ho pubblicato per incentivare all’odio ma per convertire. Ho pubblicato perché la cosa a cui più tengo nella mia vita è poter aderire fino in fondo alla esperienza di Gesù morto e risorto. C’è la foto di questi tre ragazze, che sono state trucidate perché andavano in una scuola cristiana. Viene chiesto loro, dove andate, e vengono decapitate sul posto. Nell’uccisione, le teste letteralmente rotolano, e i medici pietosi che intervengono più tardi si preoccupano di rimetterle insieme, facendo corrispondere ogni testa al suo corpo, un’opera pietosa da cui vengono sollevati – è scritto nel rapporto di polizia – dall’arrivo del parroco che dice loro: “Potete anche non farlo, perché il loro nome è la loro fede”.
Io vorrei che capiste che la ragione per cui questo libro è stato scritto non è una ragione che genera una impostazione politica, ma genera una apertura, chiede a noi di metterci in discussione. Il 19 gennaio è il giorno del mio onomastico, San Mario, il 19 gennaio 2007 Hrant Dink, un giornalista turco e armeno, viene trucidato. Io l’ho incontrato per la prima volta a cavallo tra il 2004 e il 2005, quando viene minacciato di essere processato e condannato in base all’art. 301 del Codice Penale turco, che prevede l’incriminazione con condanne severissime per coloro che attentano alla identità turca. Hrant Dink aveva raccontato il genocidio armeno. Hrant Dink era una persona molto gentile, affabile, con mille scuse ci siamo incontrati la prima volta alle quattro di notte dopo che, per farmelo incontrare, mi hanno fatto fare un percorso di diverse ore nella città di Istanbul. Poi ancora – sempre a Istanbul, sempre in piena notte, nell’albergo in cui mi ero recato per le attività legate alle riunioni del Parlamento Europeo, che dovevano realizzare l’adesione della Turchia. Hrant Dink è anche la persona che, tra le lacrime, mi ha chiesto di favorire quell’ingresso, ma a impedire quell’ingresso è esattamente l’articolo 301 del Codice Penale turco, quell’articolo per cui lui è stato condannato, perché dice che solo il fatto di riconoscere che l’identità turca sia l’esperienza di un fondamentalismo di carattere statale o religioso e possa aver nociuto alla libertà di altri, rappresenta un ostacolo all’attuazione di quel progetto.
Ma la cosa più sorprendente è quella che potete leggere nei suoi scritti: ascoltando le cinque preghiere islamiche, gli ricordo di essere cristiano. “La convivenza fa crescere la consapevolezza e alimenta la conoscenza, Mario, le nazioni non devono vivere vicine, devono vivere insieme, si può amare la patria e togliere i confini, la dipendenza è un valore che consente di camminare insieme, l’Europa senza frontiere va verso valori universali, valori che sono i miei. Per questo voglio che il mio Paese trovi l’Europa”. E più avanti, dopo la condanna, scriveva: “Dove andremo? In Armenia. Io che non tollero le ingiustizie, sarei forse più sicuro lì. L’Europa non fa per me, tre giorni in Occidente e il quarto voglio tornare a casa. Lasciare un inferno che brucia per un paradiso già confezionato, no, non è la mia vocazione”. Ecco, questa storia, queste storie sono descritte nel libro. Come vedete, è la rilevanza, la sporgenza religiosa che caratterizza il cuore di ognuno di noi, perché tutta la vita cerchiamo la verità di noi stessi e questo ci impone di tentare, di dettare nel rapporto con la realtà un’immagine, un’ipotesi che sia buona per tutti. Per questo i cristiani sono una grande contraddizione, per questo i cristiani sono, come in Pakistan, tra i più poveri, nella fascia meno agiata della popolazione: perché, nell’applicazione a quelle latitudini della shariaa, addirittura è previsto che se sei cristiano non ti si può far credito, non puoi avere credito, non puoi andare in banca. Allora, questa strana presenza è una presenza che certo interroga la lunga lista dei Paesi che trovate in questo libro: 51, di cui 35 islamici, dove i cristiani sono perseguitati. Però interroga prima di tutto noi, interroga noi e ci interroga tutti i giorni, ci interroga con le nostre stranezze e contraddizioni, a partire dalla volontà di espungere la religione e il Cristianesimo dalla vita pubblica.
Ho cercato, nel contraddittorio parlamentare, di spiegare al Presidente Zapatero che è ben strano che vogliamo emarginare la presenza della croce. Vorrebbe dire, per l’Europa, ad esempio, eliminare la bandiera della Finlandia, la bandiera della Grecia, la bandiera della Slovacchia, la bandiera di Malta, addirittura la bandiera del Regno Unito, che di croci ne ha due. Questi Paesi sarebbero in qualche modo chiamati a fare i conti con la propria storia, con la propria tradizione, questa volta distruggendo, sì, se stessi. Allora, questo libro ha esclusivamente un significato: mettere a fuoco quella ragione oscura per cui, come scrive uno dei più grandi autori latini della nostra letteratura, Tertulliano, sia che il Nilo straripi sia che divampi l’incendio a Roma, il grido è uno solo: “Date i cristiani in pasto ai leoni”. Vi ringrazio.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie, sinteticissimo. Il libro è agile, molto bello, lo troviamo in libreria. Vi salutiamo. Grazie a Farina, grazie a Mauro. E grazie alla Fondazione Russia Cristiana che due anni fa ha esposto e fatto incontrare a tutti noi la vita di questo grande scrittore e uomo di cultura della Russia del XX secolo. L’autrice è Ljudmila Saraskina, forse la più grande storica della letteratura: insegna in numerose Università russe ed estere ed è attualmente Direttore di Ricerca dell’Istituto Statale di Critica d’Arte dell’Accademia delle Scienze russa, grande conoscitrice di Dostoevskij e dei più grandi della letteratura russa. Questo libro edito da San Paolo è un lavoro importante, corposo, le pagine che intravvedete non hanno le note, semplicemente una bibliografia finale estesissima. Un lavoro completo ma soprattutto originale, una sintesi godibile per conoscere le origini, la genesi della personalità di Alexander Solzenicyn, le vicende che lo hanno coinvolto e gli hanno fatto conoscere il buio di quel mondo in frantumi, nella Russia prima e poi anche nel nostro Occidente, come si ricordava a proposito del suo Discorso ad Harvard. Lui ha iniziato ad individuare la crisi del suo mondo e del nostro ma, come dice benissimo il professor Adriano Dell’Asta nella sua introduzione, questa biografia non vuole essere semplicemente l’accostamento di tanti pezzi in modo filologico, ma vuole cercare soprattutto dei punti sintetici. Cito i tre che Dell’Asta mette all’inizio, giusto perché ci immedesimiamo nella grandezza di questo autore: la descrizione di un mondo diviso, di un mondo che va in frantumi, quasi prima della rivoluzione russa del ’17. Un senso unitario del reale in un mondo diviso, questa grande tensione all’unità dei fatti, e poi la persona come libertà assoluta, misteriosa e profanata, come fattore irriducibile, poi la riscoperta della bellezza in un mondo sfigurato. Solamente questi fattori ci fanno capire l’importanza, la monumentalità e anche la controversia delle diverse posizioni, anche sociali e politiche, che Solzenicyn ha assunto nei cambiamenti epocali della Russia. Elementi contraddistinti dalla passione per la verità, da questa commozione per il fattore umano. C’è una frase che mi ha colpito e con la quale lascio la parola ai nostri ospiti, che ora presento. “Che cosa diremo” dicono i figli di Solzenicyn “ai nostri nipoti?”: la convinzione che il destino dell’uomo non sia plasmato dalle sole circostanze, che ci sia qualcosa d’altro che interseca la storia di ognuno in modo misterioso e che quindi i legami, i rapporti, il senso della storia siano determinati dal tener conto di questo altro grande fattore.
Abbiamo tra noi Gabriele Nissim e Mara Dell’Asta, che salutiamo. Mara Dell’Asta è moglie di Adriano che, sono lieto di annunciare, è stato nominato Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura a Mosca, un ruolo importante per la nazione italiana, là, e un segno di grande riconoscimento per tutta la sua attività di docente culturale e Direttore della Fondazione Russia Cristiana. Mara Dell’Asta è anche lei letterata, scrittrice e attiva collaboratrice della Fondazione. E poi Gabriele Nissim, che siamo molto lieti di ritrovare dopo qualche anno in cui ci ha presentato uno dei suoi famosissimi libri, Una bambina contro Stalin, nel 2007. E’ il Presidente del Comitato Foresta dei Giusti, Gariwo, che ha fondato a Milano. E’ uno scrittore, un giornalista. Giustamente, è stato chiesto a lui di introdurre questo libro, collegandoci anche col tema precedente, perché ha una grandissima sensibilità e capacità di unire storie diverse che valorizzino gli uomini, le nazioni, questa figura umana, questo essere concreto che nel XX secolo ha avuto drammatiche vicissitudini e ha incontrato tanti uomini che invece hanno soccorso la sua umanità e libertà. Prima la parola a Mara Dell’Asta, per una breve introduzione. Poi, una riflessione di Nissim. Grazie.

MARA DELL’ASTA:
Ho avuto l’occasione di partecipare alla traduzione di questo testo. E’ stato un grosso lavoro, come potete immaginare. E devo dire che, pur essendo un’estimatrice, una lettrice da lungo tempo di Solzenicyn, attraverso questo grandioso affresco che il libro rappresenta, con gli elementi più vari che ricompongono la sua figura, mi sono trovata a imparare delle cose, soprattutto a capire pieghe della sua esistenza o della sua opera che in qualche modo restavano sottintese. Naturalmente non si può fare un quadro di tutto quello che può aiutare ad approfondire. Volevo fare solo un piccolo esempio che riguarda proprio la scoperta della personalità dello scrittore Solzenicyn, dell’uomo Solzenicyn, perché naturalmente il suo genio e le sue capacità di scrittore sono ben note, ma le sue caratteristiche intellettuali, spirituali e anche caratteriali mi hanno svelato cose molto interessanti. La sua è sicuramente una personalità imponente. Da come viene descritto, fin dall’infanzia ha una forza di carattere, una volontà veramente straordinarie e uniche. Era un uomo della volontà ferrea che aveva deciso di costruire la sua vita secondo un piano che si era fatto, un’idea su di sé e sulla propria vocazione che lo aveva portato a cercare di ottimizzare tutto, fin da quando era giovanissimo. Una scoperta che ho fatto è che la sua vocazione di scrittore non è nata in età adulta: pensavo che fosse nata dopo l’esperienza del gulag, come volontà di conservare e raccogliere questa memoria. In realtà, spiega l’autrice, era nata fin dalla più tenera infanzia: a 10 anni, Solzenicyn aveva deciso che sarebbe diventato scrittore, a prescindere, quasi, da quello che voleva scrivere: lui voleva scrivere. Questo denota un’autocoscienza veramente notevole.
E poi la Saraskina ci fa vedere, prendendo in mano addirittura i suoi quaderni infantili, come lui scriveva piccoli raccontini e poi progettava i successivi e preparava – immaginatevi, a 12, 13 anni – la raccolta completa delle sue opere, una cosa sproporzionata all’età che aveva. La vita, come sempre succede, aveva messo dei bastoni fra le ruote a questo suo progetto, ma lui, con una pertinacia veramente straordinaria, cercava di affrontare e aggirare gli ostacoli, fisso alla meta. Per esempio, vuole diventare scrittore e quindi laurearsi in quello che noi chiameremmo Lettere, ma nella città dove abita, Rostov, non c’è una buona Facoltà. E allora cosa fa? Sceglie Fisica e Matematica, senza che questo voglia dire una deviazione dal progetto. Infatti, nel frattempo si iscrive per corrispondenza a uno degli Istituti letterari più prestigiosi del Paese, a Mosca: quindi, studia in parallelo Fisica e matematica e letteratura e filologia e supera brillantemente questa doppia attività di studi, come aveva deciso. Anche di fronte agli ostacoli, quest’uomo non demorde, va dritto verso la sua meta. E questo ha naturalmente un riflesso nella sua vita. E’ uno che ottimizza il tempo, non spreca un momento: di questo si lamentano per esempio tutti quelli che gli stanno attorno, la sua fidanzata, che si sente accantonata come centro di interesse perché lui ha altro da fare.
Tutto questo ci dice di un volontarismo estremo, la Saraskina addirittura parla di una mente arrogante. E descrive, anche se in maniera abbastanza dura, quello che lui era: un uomo dalla ragione prepotente. Il suo genio, la sua intelligenza sono sicuramente sostenuti e portati avanti da questa ragione, da questa volontà ferrea. Ma che cosa gli impedisce di naufragare, perché sarebbe stato veramente un naufragio, in questo titanismo concentrato su di sé, sul proprio progetto? La vita in senso vero, quella che noi chiamiamo la Provvidenza, che lo bastona con una serie di eventi che sono umanamente da considerare delle disgrazie e che per lui, invece, sono state un modo per sbloccare tutto questo. Sono state la guerra, che lo ha chiamato alle armi strappandolo dal suo progetto, poi, l’arresto, quindi, gli anni di lager. Dopo il lager, è stato il cancro, e dopo il cancro, la deportazione perpetua: tutto un accumularsi di disgrazie alle quali dà un senso e un ordine la riconquista della fede.
In concomitanza con questo periodo della sua vita, infatti, Solzenicyn riscopre la fede che aveva dimenticato completamente: e in lui avviene un ribaltamento. Quello che era stato il suo progetto, il desiderio di diventare scrittore, viene trasfigurato e diventa una vocazione. La vocazione è qualcosa di completamente diverso da un progetto, la vocazione è il rispondere alla chiamata di qualcun altro: è cosa diversa dal seguire se stessi. In questo ribaltamento, quello che mi ha colpito è che c’è una costante e un cambiamento. La costante è che l’intuizione della sua ragione, il fatto di essere destinato ad essere scrittore, ed anche un grande scrittore, perché lui era perfettamente consapevole della propria capacità, rimane. Lui non lo butta via, continua a sapere di essere uno scrittore, di avere questa vocazione. Quello che cambia, invece, è che ne viene stravolto, trasfigurato il motivo, il perché lo fa, che diventa la risposta a una vocazione dall’alto. Questo cambierà totalmente, ad esempio, il contenuto del suo scrivere perché, mentre lui aveva il progetto di scrivere un poema, qualcosa di importante sulla rivoluzione, ma in senso positivo, diventerà poi invece quello che tutti sappiamo, cioè la più atroce, chiara, lucida e terribile condanna della rivoluzione e del suo portato.
E questo scontro che avviene in lui, fra un io così prepotente e questo servizio che ad un certo punto riconosce per sé e che comincia a seguire, è una battaglia che lui non vince una volta per sempre nella vita, è una battaglia che continuerà sempre. Tanto è vero che ci saranno – vengono anche registrati nella biografia – molti incontri con altre persone, con altri cristiani come lui che, invece di fiorire, in qualche modo resteranno bloccati dal suo atteggiamento, che spesso è brusco, sprezzante, che taglia corto, che non dà soddisfazione. Voglio dire: Solzenicyn rimane Solzenicyn, rimane l’uomo un po’ prepotente, un po’ rozzo, anche, nell’andare dritto al suo scopo, ma questo si sposa, in qualche modo, in una sintesi col servizio che lui accetta su di sé. E questa sintesi dell’antinomia profonda del suo io, questa ragione imponente e questa fede che gli fa accettare una vocazione, lo porta a creare in un certo modo.
Ecco, la cosa che, leggendo la Saraskina, ho scoperto, é che lui si è gettato nel fitto della creazione fino alla concretezza ultima delle condizioni, delle circostanze in cui stava, sempre per questo fuoco di servire un progetto che non era più suo, ormai. Cosa ha voluto dire? Non solo ha scritto tenendo insieme le memorie di centinaia e migliaia di persone, ma ha avuto la forza, l’organizzazione mentale per raccogliere un archivio, in condizioni di persecuzione che non permettevano una cosa del genere, ha avuto la lungimiranza di costruirsi nascondigli diversi, lui li chiamava i nascondigli vicini e i nascondigli lontani, numerosi e diversi nascondigli per le sue opere, in modo che qualcosa si sarebbe salvato. Quindi, la sua non è soltanto una creazione di pensiero ma arriva fino alla concretezza ultima di questo tipo di organizzazione: proprio come una partita a scacchi, una guerra che ha fatto col regime e che ha vinto, proprio perché a questo punto non la faceva più per sé soltanto ma per servire a questa vocazione. In questo senso, la sua opera è proprio il punto di sintesi di questa personalità così antinomica, è il luogo della sua creatività, della sua intelligenza, è anche il luogo in cui lui ha servito questa vocazione nel concreto, fino ad assicurarsene la preservazione. Perché vi rendete conto che, se lui non avesse messo in opera tutto questo castello organizzativo, probabilmente un’opera come la sua non sarebbe sopravvissuta, sarebbe morta prima di lui e non avrebbe potuto ricostruirla? E’ una piega del lavoro di Solzenicyn che mi ha impressionato, perché in quest’uomo vediamo il duello fra l’autonomia della ragione e l’umile abbandono alla Provvidenza che diventa uno scaltro combattere e rendere possibile ciò che, nelle condizioni di regime totalitario in cui viveva, non sarebbe stato umanamente possibile.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie, molto precisa e molto completa già questa prima presentazione. Ci rimane non tantissimo tempo, ahimè, la parola a Gabriele Nissim.

GABRIELE NISSIM:
La Saraskina ha un grande merito che forse non avremmo colto, leggendo le opere di Solzenicyn, se non attraverso la biografia. Solzenicyn può diventare un nostro amico. La Saraskina ha avuto un grande merito, fare dire alcune cose a Solzenicyn, alcuni aspetti fondamentali del suo pensiero, prendendoli dalle interviste, dai testi. E qui troviamo il percorso di Solzenicyn da quando credeva nella rivoluzione a quando finisce nel gulag, a quando, poi, compie la battaglia del periodo krusceviano, a quando poi si trova negli Stati Uniti, a quando torna in patria. Leggendo questo libro, possiamo tenere una sorta di colloquio con Solzenicyn. Non è un libro critico ma un libro che fa parlare Solzenicyn di tutte le cose che ha visto e attraversato.
E’ vero che Solzenicyn è stato una persona dura, ma questa persona così dura ha vinto la sua battaglia: immaginate che è riuscito a fare ammettere alla Russia, davanti al mondo, il peccato dei gulag staliniani. Senza questa sua battaglia, che ha inciso non soltanto in Russia ma anche inciso in Occidente, forse noi avremmo una percezione diversa del sistema sovietico. E che cosa mi ha colpito? Perché in fondo la Saraskina ci fa capire un po’ il segreto di Solzenicyn. Mi ha molto colpito il suo senso di auto purificazione morale. E’ vero, è molto duro, però Solzenicyn lo dice esplicitamente: se io non fossi finito nei gulag e nei campi, sarei stato uno scrittore sovietico come gli altri. Quindi, se io non avessi avuto questa esperienza, probabilmente sarei stato un uomo molto mediocre.
E sapete che Solzenicyn, raccontando il male del totalitarismo, procede attraverso un’autoanalisi, nel senso che si pone il problema del male che aveva fatto anche lui. Quando, per esempio, viene arrestato – lui in fondo si considerava un rivoluzionario, un ufficiale dell’Armata Rossa, pensava che tutto potesse risolversi molto in fretta -, quando viene trasportato con gli altri verso le prigioni, lui si ribella e chiede che la sua valigia sia portata da un tedesco prigioniero, perché lui è ufficiale: e mentre tutti gli altri prigionieri hanno pietà di questo soldato tedesco e lo aiutano, Solzenicyn assolutamente si rifiuta di aiutarlo e fa sì che la sua valigia venga portata da quello che considera un suo servo. Quando poi si troverà poi nella prigione, andrà a ricercare quest’uomo e gli chiederà perdono. Solzenicyn ricorda anche la tentazione, quando era nei campi, di diventare un delatore. A un certo punto, aveva firmato un documento: chi era nei campi poteva trovare un modo di vivere meglio, di salvarsi la vita, facendo la spia. Lui aveva firmato un documento, ma poi, dice, mi sono trattenuto e non ho più fatto la spia.
Ma qual è il punto interessante? Che di questa storia non si saprebbe niente, però Solzenicyn la racconta. C’è una citazione che secondo me spiega molto bene quello che è il suo concetto di purificazione morale. Lui scrive così: chiuda pure il libro, a questo punto, il lettore che si aspetti da esso un atto di accusa politico. Se fosse così semplice, se da una parte esistessero i perfidi e bastasse distinguerli dagli altri e distruggerli. Ma la linea che divide il bene e il male attraversa il cuore di ogni uomo e chi può distruggere un pezzo del proprio cuore? Nel corso della vita di un cuore, questa linea si sposta, ora incalzata dal male, ora per fare spazio al bene che sboccia. Uno stesso uomo, nelle diverse età e nelle diverse situazioni della vita, è un uomo del tutto diverso: ora è vicino al diavolo, ora è vicino al santo. Ma il suo nome non cambia e noi gli attribuiamo tutto. Socrate ci ha lasciato il suo insegnamento: conosci te stesso. Tra il bene e il male c’è meno di un passo, dice il proverbio. E’ questo il punto: lui è un implacabile denunciatore dei crimini del sistema sovietico, ma non sfugge a quelle che sono le sue piccole responsabilità. E allora è proprio questa forza di auto purificazione morale che ci dà un’idea, poi, della sua grandezza, perché è lo stesso uomo che, prima dell’arresto che lo porterà negli Stati Uniti, farà circolare questo pamphlet, Vivere senza menzogna, dove invita i cittadini russi. Dice loro: il male non si può combattere, ma voi avete una possibilità, potete non essere compartecipi del male. Non avete la possibilità di fare il bene, non avete la possibilità di ottenere dei risultati, ma potete non essere corresponsabili del male.
Se leghiamo la sua idea di auto purificazione morale con questo appello, capiamo quello che è poi il senso di una battaglia. C’è un punto, secondo me molto importante, che emerge nel libro, però va interpretato. In Solzenicyn troviamo due anime: una è l’anima religiosa che ridà speranza. Solzenicyn, in questo famoso testo La preghiera, dice che la religione gli dava la possibilità di credere ancora nell’uomo e nella possibilità di un cambiamento. Ma, nello stesso tempo, Solzenicyn dice molto chiaramente che, quando viveva nel gulag, la cosa più terribile per un uomo era la speranza: non bisognava sperare di potere cambiare, bisognava essere fatalisti, perché se tu credevi a una possibilità di cambiamento, ti illudevi e finivi in mano ai tuoi persecutori. Solzenicyn dice: “Io per vivere non dovevo sperare”, ma nello stesso tempo ritrova la fede. E’ una contraddizione, e però è importante, perché questo pensiero di Solzenicyn in fondo lo troviamo anche in Salamov, il quale diceva, e lo ricorda anche Herling, che la cosa più pericolosa per la resistenza di un prigioniero era sperare, perché la speranza ti portava alla morte. Diceva che dovevi soltanto preservare te stesso e non aspettarti niente da nessuno dei tuoi compagni prigionieri.
Ecco, vorrei sottolineare come ci sia questa duplicità che emerge nel libro ed è un punto di cui, secondo me, ha merito la Saraskina. Da noi, Solzenicyn non è mai diventato un grande eroe. Nel mondo culturale italiano, è sempre stato visto male, anzi, sono stati usati molti discorsi che ha fatto degli Stati Uniti, critici della democrazia americana, per dire che in fondo questo era un bolscevico alla rovescia, un uomo che non aveva considerazione della democrazia. In realtà, leggendo questo libro, ho avuto la curiosità di andarmi a rileggere i discorsi che Solzenicyn ha fatto ad Harvard, negli Stati Uniti. Quello che si capisce molto bene è che, quando Solzenicyn fa una critica alla democrazia, pone questo problema, non che si debba uscire dalla democrazia, non che l’Occidente debba andare verso la catastrofe, ma dice che la vita democratica in Occidente può funzionare solo se esiste la responsabilità personale. Solzenicyn critica i politici che cercano il consenso e non si affidano alla responsabilità nel loro lavoro, critica i giornalisti che scrivono e non si preoccupano di quello che dicono, che si sentono al di sopra delle parti. Solzenicyn critica la mancanza di coraggio. Allora fece molto scandalo perché disse che l’Occidente lasciava fare alla Russia quello che voleva, e venne considerato un guerrafondaio.
E guardate bene che questo atteggiamento della mancanza di coraggio, nei tempi che viviamo di pacifismo, questo tempo del non coraggio si ripresenta anche ora. Abbiamo parlato prima dei cattolici perseguitati. Vorrei ricordare le campagne antisemite, vorrei ricordare quello che succede in Iran, vorrei ricordare le lapidazioni. In Occidente c’è sempre questa tentazione di non guardare, di non occuparsi. Ecco, Solzenicyn, nel Discorso di Harvard, dice che per certi valori bisogna avere anche il coraggio di morire. E scandalizzò l’America, perché disse: “State dando il Vietnam in mano ai comunisti, state dando l’Angola ai comunisti, vi state arrendendo a quella che è la politica brezneviana”. Ecco, credo che questi insegnamenti siano molto attuali e importanti, che debbano essere rivisitati. Perché non vale, secondo me, solo il Solzenicyn legato alla battaglia sul gulag, ma anche il suo pensiero sul mondo occidentale.
E finisco con questo punto. Inviterei tutti, soprattutto i giovani, a trovare su Internet quel famoso testo, Vivere senza menzogna. Perché questo testo può valere ovviamente in un regime totalitario, ma anche in un regime democratico. Il fatto di essere autentici, di dire la verità, di avere il coraggio di essere indipendenti, di non farsi prendere dalle mode, questo inno alla vita autentica, è il fondamento della vita democratica. Solzenicyn ci insegna che il mondo, la democrazia per vivere avranno sempre bisogno di una polis parallela: la polis parallela è la capacità da parte degli individui di essere autentici, solidali, di preservare nel proprio ambito l’idea di umanità. Ecco questo è il punto: Solzenicyn diceva che alla fine bisogna sapere vivere nel proprio ambito, lavorare bene, assumersi un impegno: quello che fai nel tuo piccolo è quello che poi determina il condizionamento politico generale. Solzenicyn ha fatto una grande battaglia, noi non possiamo essere dei grandi Solzenicyn, al confronto siamo dei nani, però possiamo essere persone piccole, capaci di costruire valori, di costruire amicizie, di vivere nella verità e di salvaguardare le nostre responsabilità. Credo sia questo il grande insegnamento che ci ha lasciato Solzenicyn, vi invito a rileggere, magari ad appendere nella vostra cameretta, questo testo meraviglioso: Vivere senza menzogna.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie a Nissim. Raccogliamo l’invito. Ringraziamo anche Mara Dell’Asta che ha partecipato alla traduzione del libro. Un’occasione per chi ha letto romanzi di guardare la biografia o di scoprire questa grande figura.
Il prossimo libro è dedicato ad analisi proposte per restituire competitività all’industria del calcio. Non vogliamo parlare dell’ industria del calcio, non è un libro per reclamizzare un mondo che ha un circuito e un favore economico e pubblicitario notevolissimo, in confronto ad altri sport, ma di due protagonisti del mondo sportivo vissuto. Uno, Teotino, che salutiamo, è giornalista multimediale, ha lavorato per la carta stampata, per la televisione e per i nuovi mezzi digitali. Ha dedicato tantissima affezione, lavoro e intensità dalle pagine del Corriere della Sera, del Mattino, del Riformista. Ha partecipato anche alla genesi di nuovi prodotti editoriali e ha guardato al mondo dello sport con particolare partecipazione. Insieme a Michele Uva, che è analogamente un protagonista del mondo organizzativo e imprenditoriale dello sport: da dirigente sportivo della pallavolo italiana in diverse squadre, all’epoca d’oro del Parma è quello che ha vinto la Coppa Italia, ad altri sport a cui lui ha partecipato come direttore, come organizzatore, come curatore di formazione. C’è stato un lavoro comune a quattro mani per la casa editrice Il Mulino, nella sezione Arel, l’agenzia di ricerche fondata da Nino Andreatta, che si prefigge lo scopo di fare ricerche e dibattiti, di partecipare a temi istituzionali ed economici per la loro crescita, la loro critica e il loro sviluppo.
Il libro è un’analisi della situazione della fabbrica italiana del calcio e la notizia è che, da quando alcuni anni fa guardavamo dall’alto in basso la situazione di altri Paesi per quanto riguardava le partecipazioni di pubblico negli stadi, l’imprenditoria, l’economia legata a questo mondo, siamo come un po’ retrocessi. Forse c’è un’inflazione di notizie, forse c’è un’inflazione di visibilità, di immagini? C’è forse una crisi del tema dell’educazione sportiva dal basso? C’è un’azione nuova, che dal mondo istituzionale politico va fatta verso qualcosa che invece sembra totalmente privato? Queste sono domande che qualcuno ha posto a un mondo molto complesso, dove anche la legislazione, le leggi, i decreti, insomma, tutti gli aspetti che vanno regolamentati, sono decisivi. Il libro ci porta a comprendere questo fatto, che poi è spettacolo: la preparazione, la formazione, la vita. Con il loro lavoro, torniamo a percepire questo grande sport popolare nelle sue radici di formazione e di costruzione nel tempo. Do prima la parola a Uva.

MICHELE UVA:
Grazie. Capisco che col tema del calcio, al Meeting, dopo due temi importanti come quelli che abbiamo sentito prima, a un primo impatto ci si sposta sul futile. Però, bene o male, è quello che appassiona spesso gli italiani – in corrispondenza con i Mondiali, con i grandi eventi – come un popolo di allenatori, di tecnici. Il nostro libro è una cosa totalmente diversa. Quando Arel, un’agenzia di ricerca fondata da Andreatta nel ’77, ha deciso di affrontare il tema della competitività del calcio, la prima cosa che ci ha detto è stata: “Trattatelo come un settore industriale”. Non la partita di calcio che trasmette emozioni, passione, ma un vero e proprio settore industriale. Così abbiamo fatto, un’analisi approfondita: e i numeri che vi sto per dare ci fanno capire quale sia l’impatto economico del sistema del calcio in Europa, un sistema che produce in modo diretto circa 17 miliardi di euro di fatturato nei 53 Paesi europei dove si gioca: Di questi, circa 12 miliardi di euro vengono prodotti dalla serie A (quindi dalle serie maggiori dei 53 Paesi). 7,7 miliardi di euro sono fatturati, quindi più del 60%, solo in cinque Paesi in Europa: dall’Italia, dalla Spagna, dalla Germania, dalla Francia e dall’Inghilterra. Per la nostra analisi, quindi, abbiamo studiato queste cinque nazioni in Europa, per capire perché in Italia, dai fasti (parliamo a livello di club) dell’inizio degli anni ’90, dove vincevamo e arrivavamo in finale nelle maggiori competizioni europee, c’è stato un certo declino. Il titolo è La ripartenza, parto dalla fine: ci sono le potenzialità di ripartire per il calcio italiano. Il termine ripartenza è veramente tecnico, caro a Sacchi. Stiamo parlando di un settore che, in Italia, fattura fra indotto, diretto e indiretto, 7 miliardi di euro, e che si colloca sicuramente nei primi dieci settori industriali della nazione. Noi lo viviamo spesso, nelle prime pagine dei giornali, come “la squadra del cuore”, esclusivamente come atto di passione o di critica, perché l’allenatore ha schierato quello e non quell’altro.
Ma nella realtà è un settore che produce reddito e posti di lavoro, e come tale va visto. L’analisi è stata approfondita, abbiamo fatto una ricerca anche per mettere in discussione noi stessi, che fino ad oggi abbiamo sempre vissuto il lato dello sport come giocato. Solo la ricerca e l’analisi, secondo noi, hanno portato a trovare una soluzione, alla fine, perché una delle cose più semplici, soprattutto adesso, dopo il Mondiale, è parlare sempre di catastrofismo. Nel 2006 abbiamo vinto i Mondiali: eravamo una nazione straordinaria. Lo stesso allenatore dopo quattro anni era un bollito, cotto, una persona inadatta.
Quindi, togliendo l’aspetto emotivo e valutando solo l’aspetto industriale, abbiamo scoperto due fattori fondamentali: 1) l’industria del calcio, negli ultimi anni, non è andata in crisi. Forse è il settore industriale che ha subito meno l’impatto della crisi. Ma parliamo di dati: i diritti televisivi della serie A sono passati da 780 milioni di euro a superare, quest’anno, il miliardo di euro di fatturato. Le sponsorizzazioni sono cresciute del 18%. Il pubblico negli stadi è cresciuto e sta crescendo (qui ci sono altri fattori). Quindi, la prima considerazione è che in Italia il calcio non soffre, è impermeabile alla crisi. 2) abbiamo analizzato il settore nella sua completezza perché, a differenza di altri settori industriali, dove vige il principio della concorrenza, il sistema del calcio (ma anche dello sport in generale) si basa sulla complementarietà. La Juventus ha bisogno del Cesena per fare e sviluppare il proprio prodotto, quindi siamo in un sistema mutuale, differente da un qualsiasi settore industriale dove le quote di mercato vengono spartite e “aggredite” dai vari competitor per avere più spazio. Quindi, il fallimento di un’azienda viene vista come nuova opportunità, mentre nel calcio il fallimento di una delle società crea problemi al prodotto.
È un libro in cui abbiamo affrontato 73 tabelle, quindi è pieno di dati e abbastanza noioso, da un certo punto di vista, ma è il primo testo e abbiamo voluto dargli un impostazione scientifica, così come Arel ci aveva chiesto, quindi non parliamo di calcio giocato. In Europa, abbiamo 105 milioni di spettatori ogni anno e 732 squadre. L’Italia, purtroppo, ha dei tristi record: è quella che ha registrato la più bassa crescita di fatturato rispetto alle altre cinque nazioni; è quella che ha la maggiore incidenza della tv (il 63%), quindi vive sul mondo della tv, sui contratti televisivi; è quella che ha la minore incidenza degli incassi da stadio (il 13%). Quindi lo stadio, che è il luogo fondamentale di socialità e di aggregazione nelle altre nazioni, in Italia è invece un luogo – cronaca delle ultime ore – sempre più di violenza, di contestazione, di espressione negativa del sentimento e della socialità. Ma come hanno risolto il problema nelle altre nazioni?
Alla fine, questo testo ci porta a dare spunti non solo interni al sistema sportivo, che spesso è autoreferenziale, ma colti anche da chi se ne dovrebbe occupare, quindi dalla politica, da chi ci governa. La distribuzione dei proventi televisivi negli ultimi dieci anni ha creato una disparità di fatturato. Fra le squadre maggiori di campionato – Milan, Juve e Inter – e le ultime squadre dello stesso campionato, c’è una differenza di fatturato di 7:1, uno dei più alti in Europa. Quindi, abbiamo detto che è l’unico campionato che ha un calo di spettatori; è il Paese europeo che ha il minor tasso di occupazione negli stadi; ha gli stadi con impianti dell’età media di 63 anni; nessuno degli stadi di calcio di A e B è proprietà delle squadre: e qui, sono state scellerate le società che hanno sempre investito sui giocatori e mai sugli asset, su qualcosa che potesse produrre nuove risorse, indipendentemente dai risultati.
Tutti i fattori sono critici e determinati dal sistema stesso. Il merchandising è inesistente, non incide minimamente sui ricavi dello stadio: mentre la media degli spettatori nelle altre nazioni compra il merchandising ufficiale perché sa che, comprando la maglietta originale, dà un contributo alla propria squadra, in Italia il 90% delle persone compra la maglietta fuori dallo stadio perché non ha interesse a vestire la maglia ufficiale, e la compra a minor prezzo. L’incidenza dei salari supera il 60%, con gli ammortamenti arriviamo al 90%: il calcio italiano ha una perdita negli ultimi dieci anni, a livello operativo, di 4 miliardi di euro.
Allora uno, leggendo questi dati dopo aver subìto il più grande scandalo dello sport europeo, Calciopoli, dice: “Va bene, a questo punto il calcio italiano non ha nessun tipo di possibilità di crescere e di rinascere”.
E invece, no. Passando dall’introduzione, passando i sei capitoli che abbiamo voluto analizzare e arrivando alle conclusioni di cui parlerà poi Gianfranco, abbiamo voluto dare in 11 punti delle proposte a vari livelli: alle istituzioni, ai nostri politici, al sistema interno, perché ci sono dei fattori dove possiamo agire per ridare competitività. Ridare competitività al calcio vuol dire anche rimettere in circolo un volano economico che permette la crescita occupazionale, la crescita di valore. Parliamo della Legge sugli stadi: abbiamo detto che gli impianti degli stadi in Italia hanno una media di 63 anni. In Inghilterra, l’hanno fatto sull’onda del problema della violenza: all’inizio degli anni ’90 avevano un problema di violenza, hanno capito che era determinato dalla fatiscenza degli impianti e hanno creato dei nuovi impianti e delle regole importanti. Il calcio inglese oggi ha degli impianti all’avanguardia, un tasso di occupazione degli stadi che è sopra il 93% e incassa dagli stadi più del 35% del proprio fatturato.
Caso incredibile e positivo è quello della Germania. Mondiali di calcio assegnati alla Germania agli inizi del 2000: a quel punto, la Germania inizia un processo virtuoso in cui decide di fare un piano strategico, una programmazione che possa portare non solo all’organizzazione dei Mondiali nel miglior modo possibile – e a detta di tutti sono stati i Mondiali per eccellenza – ma a creare quelle infrastrutture, quella mentalità che ha permesso al calcio tedesco di superare in volata quello italiano, quello spagnolo ed insidiare quello inglese, il cui sistema ad oggi è sicuramente in assoluto il più virtuoso. Tasso di occupazione degli stadi del 98%, in Germania, e i consumi negli stadi sono aumentati.
Allora, pensando a questo, studiare i casi delle altre nazioni ci ha permesso di trovare degli spunti, che adesso vi illustrerà Gianfranco, proposte che possano permettere di aprire almeno il dibattito e non solo lamentarci del problema della violenza, degli impianti difficili. C’è un passo, all’interno del libro, per raccontare che impresa sia oggi assistere ad una partita di calcio in uno stadio italiano. Si parte da casa, si fa la fila per arrivare, si parcheggia sul marciapiede, arriva il parcheggiatore abusivo e gli devi dare 5 euro per non rischiare di non trovare la macchina, si fanno spesso dei km a piedi, vedi la partita (sapete che negli stadi italiani, per l’80%, i posti sono scoperti), dopo aver pagato un biglietto di 50 euro, in inverno per 90 minuti al freddo e al gelo, con l’acqua in faccia. Se sei andato con tua moglie, lei è impossibilitata ad accedere a qualsiasi servizio igienico perché sono devastati. Immaginate solo che San Siro ha 72 bagni per le donne, su una capienza di 75.000 persone: quindi vuol dire che, se l’affluenza di donne è mediamente del 30, 35%, quando lo stadio di San Siro è pieno abbiamo più o meno 22.000 donne per 72 toilette. Questo è lo stadio italiano.

CAMILLO FORNASIERI:
Qui a Milano tante donne vanno a San Siro.

GIANFRANCO TEOTINO:
E San Siro è considerato dall’Europa il migliore stadio italiano.

MICHELE UVA:
Quindi, i punti critici li abbiamo visti: gli stadi, la dipendenza dalla tv, la difficoltà a diversificare le fonti di ricavo perché, in un capitolo, abbiamo affrontato anche il problema del marketing. Uno dei grandi problemi a livello italiano l’abbiamo identificato in due fattori: 1. non pensiamo e non ragioniamo come sistema. Cioè, ogni società pensa al proprio tornaconto, non si pensa come “sistema calcio italiano”, cosa che fanno in Germania, in Inghilterra, o, se andiamo Oltreoceano, cosa che fa l’NBA, cosa che fa qualsiasi organizzazione sportiva internazionale. Quando l’NBA viene a giocare in Europa, non vengono mai solo i Boston Celtic come squadra, giocano una partita e vanno via, ma si muove l’NBA. A Roma sono venuti per due anni, è durato una settimana, arrivano, fanno le visite nelle scuole, donano un campetto, c’è la sessione di autografi degli atleti. Quindi, atleti che guadagnano decine e decine, se non centinaia di milioni di dollari, sono costretti (ma lo fanno ben volentieri, perché questa è la loro mentalità) a firmare autografi per 3, 4 ore, a chiunque, farsi fotografie con chiunque.
2. Poi c’è la partita, l’apertura del museo dell’NBA, il saluto degli sponsor NBA in Europa: è un sistema, si muove un sistema. In Italia, le squadre vanno all’estero, giocano due o tre partite, si prendono i loro soldi, se ne tornano in Italia senza aver lasciato un bel nulla in questi Paesi. Lo stesso fa la Premier League in Asia, lo stesso fa la Bundes League in giro per il mondo. L’Italia invece è rimasta così.
3. Il marketing a livello internazionale. Molte società sono un brand internazionale, ma il brand internazionale non viene utilizzato perché noi pensiamo solo a rubarci tifosi, in Italia. Niente di più sbagliato, perché nel sistema italiano l’Inter, per guadagnare 10.000 tifosi, li deve togliere a qualcun altro. Ma parliamo dei 10.000 tifosi; nel mondo ci sono circa un miliardo e mezzo di tifosi di calcio, quindi il mercato delle squadre di calcio italiane non deve mai essere solo l’Italia ma il mondo, perché può essere un brand assolutamente positivo. Le potenzialità, le proposte, le passo a Gianfranco.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie a Uva. Teotino.

GIANFRANCO TEOTINO:
Noi abbiamo cominciato a lavorare per questo libro più di un anno fa, la ricerca è stata abbastanza laboriosa. Questo libro è stato pubblicato ad aprile, quindi molto prima del disastro della Nazionale Italiana ai Mondiali di calcio: eppure, se oggi ne leggete le pagine, dall’analisi economica della situazione del calcio italiano si evincono poi le ragioni di fondo di questa situazione di difficoltà, anche in campo. La crisi dei vivai, la mancanza di ricambio sono anche conseguenza di un certo immobilismo, una “incapacità di fare sistema”, diceva prima Michele, riferendosi alle esperienze degli altri sport professionistici mondiali. Il management del calcio italiano che offriamo in Italia è rimasto fermo ai suoi anni d’oro, che poi sono gli anni ’90: il calcio rimane vivo perché la passione della gente è ancora infinita e c’è ancora un attaccamento alla squadra. Ma se andiamo a vedere il tipo di prodotto offerto, anche televisivamente – quanto sia importante il prodotto televisivo oggi, per la sopravvivenza del calcio, lo diceva prima Michele, lo dice il libro, lo dicono tutti i dati economici: se accendete la televisione su una partita di un campionato inglese, spagnolo o tedesco, vedete dei campi verdi, degli stadi pieni, un pubblico che fa un tifo civile, stadi che non hanno barriere, giocatori che festeggiano dopo un goal e vanno davanti ai tifosi e vengono applauditi – vedete un campo giallo, fangoso o pieno di buche, stadi semivuoti, nei settori che sono pieni, gente che tira in campo di tutto o che contesta i giocatori di colore o che insulta gli avversari. E’ la situazione che oggi si è creata e dalla quale, purtroppo, spontaneamente non si può uscire, bisogna fare qualcosa.
Noi abbiamo cercato, sulla base dei dati che prima venivano presentati, di elencare una serie di suggerimenti, di proposte, di temi di lavoro. Se avrete la pazienza di vedere questo libro e arrivare alle conclusioni, troverete 11 brevi capitoli con altrettante proposte, di vario carattere, perché l’articolazione del sistema calcio è piuttosto complicata. Abbiamo proposte di carattere giuridico-legislativo, proposte di carattere regolamentare, proposte di carattere, per così dire, “culturale”. È difficile dirlo oggi, in una situazione di crisi economica, finanziaria, mondiale e italiana, così importante, però dobbiamo sapere che gli altri sistemi calcio importanti europei, sia quello inglese che quello spagnolo, sia quello tedesco che quello francese, per uscire dai loro momenti di difficoltà, comunque, di un aiuto dello Stato hanno avuto bisogno. Dopo di che, si tratta di vedere come riesci a impiegare questo aiuto e quali siano i modi per renderlo socialmente accettabile.
Vi faccio un esempio: le squadre spagnole (la Spagna adesso ha vinto il Campionato mondiale, aveva vinto il Campionato europeo) hanno goduto per alcuni anni di una legge che favoriva in Spagna l’accesso di lavoratori stranieri. Non era una legge fatta per il calcio, era fatta per favorire gli investimenti stranieri nel sistema produttivo spagnolo: questa legge garantiva ai lavoratori stranieri una pressione fiscale molto più bassa di quella invece riservata ai lavoratori spagnoli. Cosa ha significato? Che tutti i grandi campioni stranieri che sono arrivati a giocare in Spagna costavano alle squadre spagnole molto meno di quanto non costassero alle altre squadre europee, perché dovevano pagare il 24% invece del 43, 45%, a seconda degli altri Paesi. Questo naturalmente ha reso le squadre spagnole più competitive, a dimostrazione che il fatto che quanto si dice spesso (e si è detto molto dopo la sconfitta dell’Italia), e cioè che “gli stranieri ostacolano lo sviluppo dei calciatori indigeni”, non è assolutamente vero. Perché in sistemi “bloccati” come quello italiano, abbiamo purtroppo (e questi sono dati che nel libro ancora non ci sono, recentissimi) un Campionato di serie A con l’età media più alta d’Europa, le squadre forti italiane che hanno l’età media più alta rispetto alle loro concorrenti europee. Ma laddove il ricambio è garantito, il fatto di avere molti campioni stranieri è un vantaggio perché stimola la concorrenza e le società, tra l’altro risparmiando sulle tasse di quei campioni stranieri, hanno anche le risorse per investire maggiormente nei vivai. Quindi, contemporaneamente all’impiego dei campioni stranieri, riescono a sviluppare una leva di calciatori locali molto importanti, tanto che la Spagna è arrivata dove è arrivata recentemente.
Ora, un’operazione di questo genere, in questo momento, con la situazione economica che c’è in Italia, è assolutamente improponibile, così come è improponibile quello che molti Presidenti di Società richiedono, cioè che all’interno di una riforma di questa legge che regola il professionismo sportivo (una legge che è entrata ormai nel suo trentesimo anno di vita e che comunque va rifatta, perché non è più adeguata alla realtà), venga modificata la configurazione giuridica del rapporto di lavoro del calciatore, che è quello del lavoratore dipendente, in lavoratore autonomo. Un fattore che darebbe effettivamente alle società un grande respiro, perché significherebbe abbassare notevolmente la tassazione. Però, a parte il fatto che in tutti i paesi d’Europa il calciatore è un lavoratore dipendente, per cui non si capisce perché solo in Italia potrebbe essere autonomo, questo non sembra socialmente proponibile. Andrebbero invece studiate forme di crediti d’imposta, magari compensabili sulle ritenute fiscali dei giocatori, finalizzate a investimenti di carattere sociale da parte delle società di calcio: la costruzione degli stadi, di impianti che siano fruibili non solo dalle squadre di calcio medesime ma anche dal resto della popolazione. Un’operazione di questo genere, che proponiamo nel capitolo delle agevolazioni fiscali, potrebbe avere un senso sociale.

CAMILLO FORNASIERI:
Come pensate di unire i due mondi, cioè quello dell’istituzione politica, della legislazione, e quello dei privati, dei club del calcio?

GIANFRANCO TEOTINO:
Il libro può essere utile anche ai politici, che finora sono entrati nel calcio soltanto quando si trattava di tutelare gli interessi della società del proprio bacino elettorale. Abbiamo avuto una serie di interventi da parte di parlamentari e ministri, quando si doveva salvare una squadra che altrimenti correva il rischio di fallire. Ricordiamo che fu la politica a modificare qualche anno fa addirittura l’organico del Campionato di serie B, portandolo a 24 squadre per evitare che fossero retrocesse alcune squadre che interessavano. Era il caso del Catania, però poteva essere un’altra squadra, o la Fiorentina, che fu fatta saltare di un anno, esentata dal campionato di C1. Credo ci siano materie comuni di intervento: sulla Legge 91, sul professionismo sportivo, sulla Legge sugli stadi, che in questo momento è all’esame della Camera dopo essere stata approvata al Senato, molto importante perché consentirebbe alle Società di snellire le procedure burocratiche che in questo momento, in Italia, rallentano l’esecuzione di tutte le opere pubbliche.
Poi bisogna stare attenti anche a quei dirigenti di Società che invece, con il pretesto di fare lo stadio nuovo, presentano, com’è successo, dei progetti che sono speculazioni edilizie spaventose, all’interno delle quali lo stadio è solo il pretesto per avere il via libera su piani che altrimenti sarebbero in contrasto coi pani urbanistici, con i piani regolatori del Comune. Il problema è veramente riuscire a trovare dei punti in comune, punti che noi abbiamo cercato di individuare. Sono 11 punti, non ve li sto a dire tutti per non perdere tempo. Ma al di là dell’analisi economica, delle proposte di carattere economico e fiscale, della capacità del sistema calcio di darsi delle strutture di controllo più trasparenti, in modo da prevenire l’esplodere di scandali come quello che nel 2006 ha paralizzato il calcio italiano – nel nostro libro, abbiamo calcolato la perdita economica che a provocato, oltre alla perdita di credibilità del sistema, e quanto questo scandalo abbia favorito il sorpasso dell’Inghilterra, della Spagna, della Germania -, ci sono anche, naturalmente, proposte di carattere culturale.
L’ultimo capitolo delle nostre proposte è la formazione di una nuova classe dirigente. L’unica cosa concreta che è stata fatta dal sistema calcio, dopo il disastro sudafricano, è stata chiamare alcuni personaggi importanti del calcio italiano all’interno di strutture: avrete letto di Roberto Baggio, di Gianni Rivera. Va benissimo, per carità, perché sono personaggi che hanno una loro esperienza importante. Rivera, tra l’altro, ha fatto anche il dirigente sportivo. Però credo ci debba essere una formazione vera, a partire dalle scuole, dall’Università, di dirigenti sportivi nuovi. Sono vent’anni che vediamo le stesse facce che rappresentano il Milan, l’Inter, il Palermo. Gli uomini che sono all’interno del mondo del calcio sono gli stessi, non ci sono giovani: riteniamo debba essere fatto un lavoro di formazione. Prima Michele citava Sacchi, per quanto riguarda il titolo del libro, Ripartenza. Quando Sacchi diventò allenatore del Milan per la prima volta, molti pensavano: “Come può uno che non ha giocato a calcio ad alti livelli essere un allenatore forte, importante?”. Sacchi rispondeva: “Per essere un bravo fantino non è necessario essere stati un cavallo”. Ecco, credo che questo valga anche per i dirigenti del calcio, per cui vanno benissimo i Rivera, ma anche i dirigenti, per guidare bene questo cavallo dell’industria calcio, non necessariamente devono essere stati prima dei cavalli!

CAMILLO FORNASIERI:
Concludiamo così, apprezzando il lavoro svolto. Auguriamo loro di avere anche un itinerario di ascolto e di individuazione dei tavoli che uniscono i vari mondi perché, in effetti, il problema è complesso e l’intendimento di fare il Sistema Paese è importante. Grazie del vostro lavoro, ricordo la partecipazione all’incontro delle 17, arrivederci.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

23 Agosto 2010

Ora

15:00

Edizione

2010

Luogo

eni Caffè Letterario D5