GUIDA ALL’ASCOLTO – Collana SPIRTO GENTIL

Beethoven – Concerto per violino e orchestra in Re maggiore Op. 61. Marco Zurlo violino, Antonietta Assini pianoforte. Introduce Giovan Battista D’Asta.

 

GIOVAN BATTISTA D’ASTA:
Una breve premessa. Il mio compito è quello di introdurvi all’incontro con una grande opera di Beethoven, Il Concerto per violino e orchestra in Re maggiore opera 61.
Per farlo mi sembra utile cominciare con poche note biografiche sull’autore, lasciando a voi la possibilità di un approfondimento personale.
Beethoven nasce a Bonn il 16 dicembre 1770 e muore a Vienna il 26 marzo 1827.
La famiglia sua era fiamminga, suo padre era cantore alla corte dell’Arcivescovo di Colonia e fu lui ad iniziare alla musica il figlio, che già ad 8 anni si esibiva come pianista, affidandolo poi alle cure dell’organista di corte Neefe.
Ludwig intraprese anche gli studi di Filosofia presso l’Università di Bonn e a 17 anni, nel 1787, andò a Vienna dove incontrò Mozart, incontro che risulterà decisivo per la sua vita.
Il 1787 è però anche l’anno in cui morì la madre, circostanza che lo indusse a lasciare gli studi appena cominciati per fare ritorno a casa.
E’ l’inizio per lui di un periodo molto triste e pesante, durante il quale dovrà farsi carico del padre alcolizzato trovando lavoro come violinista nell’orchestra di corte, strumento che poi abbandonerà per dedicarsi elusivamente al pianoforte.
Grazie all’incontro con Haydn, tuttavia nel 1792, anno della scomparsa del padre, riesce a tornare nuovamente a Vienna, e non tornerà mai più nella sua Bonn.
Qui continua i suoi studi con Haydn, altri maestri viennesi e con l’italiano Salieri.
La sua vita non è però affatto serena.
La scoperta della graduale perdita dell’udito, il desiderio di essere un’artista indipendente, cioè di non dover lavorare per commissione, il fatto di dover provvedere al mantenimento del nipote Karl, dopo la morte del fratello Kaspar, lo costringeranno a vivere gli ultimi anni oppresso anche da qualche preoccupazione finanziaria.
Dopo un lungo periodo di soggiorno in campagna, nel 1826 torna a Vienna e lungo il viaggio contrae una polmonite che lo porterà alla morte.
Beethoven è stato e sarà uno dei più grandi protagonisti della storia della musica, eppure di essere protagonista durante la sua vita non ne ebbe l’opportunità.
Desiderò amare ed essere amato da una donna, la misteriosa Amata Immortale, e invece non si sposò mai, desiderò ardentemente avere un figlio e non lo ebbe, desiderio talmente vero da portarlo a vivere una forma di paternità nei confronti del nipote Karl , dal quale in cambio avrà solo grane.
Voleva essere presente nella società in modo attivo, ma la sua sordità non glielo permise.
Bene, le circostanze avverse che si trovò ad affrontare non lo affossarono, e riuscì ad essere protagonista in un tempo e con modalità diverse da quelle che lui avrebbe voluto, e infatti ancora oggi parliamo di lui e la sua musica è seguita in tutto il mondo.
Chi di noi non consoce il suo Inno alla gioia?
Cosa ha permesso ciò? Vivere il reale, cioè la sua solitudine, la sua malattia, la sua musica, non smettendo mai di dar voce al desiderio del suo cuore, attendendo dalla realtà il compimento vero.
Proprio nell’Inno alla Gioia, con cui si conclude la Nona Sinfonia, proviamo ad immaginare con quanta trepidazione avrà musicato quella frase di Schiller che dice: “fratelli, nella volta celeste deve abitare un amorevole padre”.
Ma passiamo subito all’oggetto del nostro incontro.
Beethoven mette mano a questa opera, l’unico concerto da lui scritto per violino nella seconda metà del 1806.
Una sorta di dimora reverenziale per uno strumento che non era il suo, la mancanza di circostanze favorevoli, il successo che veniva da altre Composizioni, lo avevano distolto dal continuare l’opera iniziata.
Ma l’incontro con un giovane violinista, il bambino prodigio Franz Clement, gli fa riprendere e concludere l’opera, che dedica all’amico di infanzia Stephan von Breuning e il 23 dicembre 1806 il concerto venne seguito al teatro di Vienna.
La critica non fu per niente tenera nei suoi confronti ed il concerto sembrò non avere lo stesso destino delle sue composizioni.
Solo dopo quarant’anni di silenzio, è il 1844, il grande violinista Joachim, ancora tredicenne, lo riscoprirà suonandolo a Londra sotto la direzione di Mendelssohn, esecuzione poi ripresa dieci anni dopo a Dusseldorf con Robert Schumann. Da quel giorno il concerto op. 61 per violino e orchestra di Beethoven diventerà uno dei pezzi più ambiti nel repertorio di ogni violinista.
O protagonisti, o nessuno.
Quale musica più idonea dell’opera 61 di Beethoven poteva meglio esprimere il contenuto del Meeting di quest’anno?
Ma qual è lo scopo di essere protagonisti ?
Il concerto, secondo l’etimologia latina, vuole dire combattere e il combattimento in questo concerto si sviluppa fra due elementi, orchestra e violino solista.
Ma si tratta qui di un comportamento un po’ anomalo, perché il violino non scade mai in un virtuosismo fine a se stesso, copre un ruolo da antagonista rispetto all’orchestra. E’ vero che sembra tentare di fuggire via, ma ne riconosce la dipendenza e si muove sullo sfondo dove è l’orchestra ad emergere.
Possiamo definirlo insomma un protagonista nella giusta accezione del termine.
Sorprende come Beethoven, scrivendo in una forma espressamente classica, riesca ad eluderla, e per questo la storia della musica lo definirà un preromantico, fornendo mirabilmente i ruoli di solista e di orchestra e trovando sempre nuovi equilibri interni.
L’opera 61, dicevo, ci aiuta a comprendere il significato del protagonista.
Scrive, in proposito Don Giussani, in un brano che trovate nel libretto della collana CD Spirto Gentil: “Dal peccato originale in poi gli sforzi dell’uomo per rendersi autonomo come cultura e come dinamica di amore si sono solo moltiplicati e nel concerto che ci apprestiamo a conoscere esprime esattamente questo, con quel tema che percorre tutto il pezzo: la vita dell’uomo, della società, è segnata dalla melodia dell’orchestra dalla quale per tre volte il violino fugge per affermare se stesso e dalla quale per tre volte viene ripreso fino a riposare in pace”.
Il violino, l’individuo, il protagonista, per affermare se stesso fugge, va per la sua strada ed afferma tutta la sua personalità e creatività dando sempre il meglio di se stesso, e proprio questi sono i momenti più belli del concerto.
Ma chi è veramente protagonista ?
Per la mentalità corrente quando si parla di protagonista si parla di uno che si mette in mostra, che vuole emergere ed affermare se stesso, come stamattina ci diceva il Papa nel messaggio inaugurale.
Istintivamente l’uomo tende a questo.
Ed è proprio vero, tutto ciò non è sbagliato, perché l’istinto per sua natura è positivo, tutta l’istintività umana è positiva, ma come diceva Julián Carrón agli Esercizi della Fraternità di CL dell’anno passato, il punto è educare l’istinto allo scopo.
Qui sta la vera pace, quando il violino, il protagonista, è ripreso continuamente, riaccolto nella grande armonia dell’orchestra e ritrova la pace, cosciente dello scopo, ritrova se stesso e la forza di rigenerarsi.
Addentriamoci adesso nel vivo dell’opera.
Il concerto consta di 3 movimenti, ognuno dei quali presenta una forma diversa dagli altri.
Primo movimento, allegro ma non troppo, si presenta nella forma classica dell’allegro di sonata, una forma tripartita e bitematica, che vuol dire semplicemente una cosa, quindi non scoraggiatevi non userò termini troppo specialistici, che consta di tre parti e due temi cosiddetti principali.
Quindi sentirete parlare di esposizione, sviluppo e ripresa, di primo e di secondo tema, anche se con Beethoven è più corretto parlare di ambito tematico principale e ambito tematico secondario, nel senso che il tema principale si accompagna sempre di altri temi complementari, come vedremo in seguito.
Allora, cominciamo con la prima parte del primo momento , l’esposizione.
Il primo tema si presenta subito con una formula chiara, ritmica che si rivelerà unificante in tutto l’allegro iniziale di questo concerto.
Si tratta di semplici note ribattute, eseguite dai timpani, strumenti a percussioni, a cui fa seguito subito il tema principale nella tonalità di re maggiore.
Questo primo tema viene eseguito dagli strumenti a fiato, e più precisamente dai cosiddetti legni, ovvero oboe, clarinetti e fagotti. Ascoltiamo.

PIANO

Appena sentito il tema principale gli archi, e cioè violini primi, violini secondi, viole e violoncelli e contrabbassi, alternandosi, riprendono quella formula ritmica fatta nei do di ribattuta, che io amo definire come dei rintocchi.
In un tessuto delicato, che dolcemente spingono ad una nuova idea.
Come dicevo prima, in Beethoven è più corretto parlare di ambito tematico, infatti adesso ci troviamo di fronte a dei nuovi elementi ben precisi.
Primo elemento: per ben tre volte viene ripetuta una situazione ascendente che sembra ricavare energia dal suo stesso moto, crescendo man mano, e poi in pochi passi spegnersi .
Secondo elemento, conflittuale e tipicamente beethoveniano, violenti accordi con tutta l’orchestra che vengono eseguiti in fortissimo, ma è solo un attimo, dura poco, cede subito il passo al terzo elemento, fatto di un movimento oscillante dei violini che man mano che scorre disperde quella tensione creata dagli accordi precedenti, fino a trasformarsi in una linea sonora sottile, che culminerà ancora una volta sui quei rintocchi iniziali. Ascoltiamo.

PIANO

Esattamente come all’inizio, preceduto dalle quattro note ribattute, i rintocchi nella stessa tonalità di re maggiore, si presenta il secondo tema dal gusto tzigano, ancora enunciato dai fiati, gli stessi che hanno introdotto il primo tema, oboi, clarinetti e fagotti, con gli archi che riprendono subito dopo nella tonalità di re minore.
Qui entriamo in uno spazio lirico dolcissimo e di grande respiro, mentre sotterraneo sentirete ancora quel motivo iniziale di nota ribattuta, per arrivare infine all’epilogo, che è un canto spiegato, liberatorio. Passando festosamente da un gruppo strumentale all’altro, il tema percorre spazi timbrici diversi, ma ad un tratto è come troncato a metà, sospeso, come se dovesse annunciare il trapasso ad un’altra dimensione. Ascoltiamo.

PIANO

Questo momento in cui tutto sembra troncarsi, questo trapasso, dicevo, ci porta ad un’altra dimensione.
Ecco la prima entrata del solista, il protagonista si presenta, il suo biglietto da visita è una sorta di cadenza decorativa. Ascoltiamo.

PIANO

Ci ha detto chi è, che cosa vuole, che esiste, vuole la sua autonomia, vuole essere protagonista. Comincia qui la riesposizione. Comincia qui una parte dove si contendono tutti gli elementi tematici ascoltati fin qui.
Quest’ultima parte si conclude con una coda del solista, esso prima si inerpica ripetutamente verso picchi sonori quasi inaccessibili, con il sottofondo sempre dei rintocchi iniziali, per scivolare verso le zone più basse, e nuovamente con una nuova impennata verso l’acuto, ed in 7 battute concitate ci conduce alla seconda parte del movimento, il cosiddetto sviluppo.
All’inizio di questa parte centrale il violino tace. L’orchestra fa risentire gli elementi presenti nell’esposizione rielaborati qua e là, sono ripresi i motivi ed è fortissima la configurazione oscillante, tutto il materiale tematico, in qualche modo, e questo è lo scopo di questa seconda parte, viene rielaborato e sviluppato con la tendenza all’ispessimento dell’orchestra, ad una maggiore intensità sonora. Segue l’epilogo, arriva il solista alla fine del pezzo con una serie di arpeggi rapsodici che troveranno riposo su una lunga nota sovracuta.
Questo è un momento chiaro, un segnale chiaro che ci dice che ci troviamo davanti a qualcosa che non abbiamo mai sentito prima, e l’orchestra stende un soffice tappeto sonoro e su questo si svolge la struggente melodia del violino, un canto spiegato, punteggiato, in lontananza, dai rintocchi iniziali. Ascoltiamo.

PIANO

Andando avanti, una sorta di eco rinforzata dal suono struggente delle trombe ci condurrà alla terza ed ultima parte di questo primo movimento, la cosiddetta ripresa.
Mi limito a dire semplicemente che a questo punto ritroveremo con lievi aggiustamenti tutto quanto abbiamo ascoltato nella precedente riesposizione.
Il solista che ricompare per la terza volta con questo ruolo di parità assoluta con l’orchestra, esibendosi ancora in passi di grande virtuosismo, come un ultimo tentativo di autoaffermazione.
E dopo un rituale rallentamento ha inizio la libera cadenza del violino.
Questa non fu scritta da Beethoven, ma da Kleisler, un episodio dove il solista esegue elementi tratti dai diversi temi esposti in precedenza, rielaborati come in una fantasia, con svariati artifici di natura ritmica, melodica, armonica. Il primo movimento si chiuderà con il tema principale, che appare appena sussurrato dal solista, come trasfigurato, e che passando al suono scuro dei fagotti ci conduce ad un canto fascinoso prima della stretta finale.
Il secondo movimento, larghetto, è un tema con variazione, questa è la forma scelta di Beethoven. Cosa vuol dire? Si compone di un’unica semplice idea principale che viene ripresa continuamente, dove il violino man mano entra sempre più in comunione con l’orchestra. Gli archi, violino, viola, violoncelli, contrabbassi, con una sonorità velata, utilizzati con la sordina, annunciano il tema. Un canto dal carattere spirituale, prima sommesso ma che va conquistando gradatamente un respiro sempre più ampio, simile ad un corale. Ascoltiamo.

MUSICA

Prima variazione. Il tema enunciato dal lento risuonare dei corni è proseguito subito dopo dal timbro vellutato del clarinetto, e contropuntato da eleganti arabeschi del violino. Ascoltiamo.

MUSICA

Seconda variazione. E’ esposta nella voce scura dei fagotti, ma ancora una volta è il solista ad arricchirla nei trilli e nelle veloci figurazioni che filtrano tra le pause. Ascoltiamo.

MUSICA

Terza variazione. Tutta l’orchestra riprende il tema in una sola energica affermazione. Tema che abbiamo già sentito e perciò non lo ascoltiamo. Alla quale ripresa seguirà una breve transizione dove il violino assumerà un ruolo predominante.
Quarta variazione. Mi interessa qui sottolineare un episodio annunciato dal violino su un morbido tessuto degli archi e una melodia distesa che sembra procedere rinnovandosi su se stessa. Sembra che adesso il violino voglia partecipare con il proprio contributo, costruendo insieme all’orchestra una grande armonia. E subito dopo, una breve esitazione su due trilli proseguirà nella quarta variazione, trasformando quel motivo nel tema iniziale. Ascoltiamo dunque l’episodio nuovo e la quarta variazione. Ascoltiamo.

MUSICA

Dopo altre brevi variazioni, con questa rinnovata armonia tra il solista e l’orchestra, con questa pace ritrovata, senza soluzione di continuità così come voluto da Beethoven, entriamo nel terzo ed ultimo movimento. La forma scelta da Beethoven è il Rondò. Il Rondò è una forma derivata da una antica danza. La struttura è semplice. Un ritornello, che chiameremo A, e due episodi, B e C, intervallati sempre dal ritornello. Ne deriva quindi una struttura dallo schema A B A C A. E’ una festa. Si, il terzo movimento di questo concerto esprime un sentimento di festa. Quando si è a casa. Quando ci si sente a casa si è lieti. Il tema principale A, un punto fermo nella vita che ritorna sempre, non si perde mai, anche se a volte sembra sparire. E come un leit-motiv. E i due episodi B e C sono come i normali incontri che la vita offre, che la vita ci permette di fare tutti i giorni. Ma tutto ora è diverso. Tra il protagonista e l’orchestra permane quell’equilibrio, quella comunione evidenziata nel secondo movimento. Quindi A ritornello, il solista presenta due volte il refrain, appunto il ritornello, prima nel registro grave, cioè con le note più basse, poi in quello acuto. E’ una figura scattante, che mette in evidenza l’energia, la letizia di un’io protagonista con una coscienza nuova, un’io cosciente, ora capace di generare perché è generato. Tutta l’orchestra subito dopo ripete lo stesso tema. Ascoltiamo.

MUSICA

B primo episodio. Nella tonalità della dominante, il primo episodio vede orchestra e violino che si alternano in un dialogo molto ravvicinato, con un profilo ritmico decisamente in continuità con quello del refrain. Ascoltiamo.

MUSICA

C secondo episodio. E’ una sorta di cantilena zingaresca, esposta dal violino nella tonalità di sol minore; quando il fagotto la riprende, la melodia si apre levitando in volate di ampio respiro.

MUSICA

Questi sono tutti gli elementi tematici che incontreremo nel concerto di Beethoven. Adesso, per motivi di tempi che ben capirete, ascoltiamo per intero tutto il primo movimento.

MUSICA

Per nostra grande fortuna è vero che siamo come il violino, che tentiamo la fuga per una smania di autoaffermazione. Non di meno ci è stato fatto un dono grande: ci è stata data la grande compagnia che si chiama Chiesa, come la definisce don Giussani, la dimora dell’io, dove continuamente veniamo ripresi, riamati e ricondotti alla nostra unità, proprio come fa l’orchestra con il violino di Beethoven. E’ proprio vero: nessuno genera se non è generato. Basta guardare la storia, anche quella a noi più vicina, e troviamo conferma di ciò. Anche questo Meeting non sarebbe mai nato senza questa dinamica. Spero di essere stato utile. Grazie.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

24 Agosto 2008

Ora

19:00

Edizione

2008

Luogo

Sala A2
Categoria
Spettacoli